—Che importa? Tu sai che io sono un artista! Io non faccio conto di andar attilato come te.
—Prandoni mio caro,—gridò il Sappia, continuando colla intonazione semienfatica con cui aveva incominciato.—Fuori di questo non c'è salute.
Il Sappia era un di que' giovani, che quando parlano non ascoltano che sè stessi, e non rispondono mai direttamente all'interlocutore. Per essi l'obiezione, l'affermazione e la negazione di quegli con cui stanno a colloquio non esistono. Si capisce che essi non spezzano mai nella mente il filo delle proprie idee; talchè la parte abbondantissima che essi mettono nel dialogo finisce coll'essere un lungo soliloquio, nel quale non trova posto neppur l'ombra del sentimento altrui.
—Che vuoi caro Nando—disse Enrico appena potè avere la parola—sono arrivato oggi stesso dopo essere stato per molti anni nei padri barnabiti e per molti mesi volontario in guerra. Sono ignorante come un pilastro di queste cose. Da quest'oggi, se vuoi, io mi metto sotto la tua direzione. Comincerò col licenziare il sarto portinaio.
—Il tuo tutore—ripigliò il Sappia—sarà un bravissimo, notaio, ma non può avere pratica di mondo. Guai a te se io non arrivavo da Parigi.
—Ah sei stato a Parigi?
—Sono tornato l'altro giorno con Filippo Marliani che è fuggito via dalla Nanà, perchè temeva di pigliare una potente cotta. Anzi l'aveva già pigliata! Ma fu bravo e mi diede ascolto.
—Nanà?—domandò Enrico curioso come un fanciullo, udendo quel nome muliebre esotico, e vedendo schiudersi con esso un inaspettato spiraglio del mondo delizioso d'amore a cui sognava.
—Sì, un'attrice delle Varietès, una cocotte in gran voga… una bellezza superlativa.
—Ah una cocotte!—ripetè quasi macchinalmente Enrico.