—Mi pare ora di andarcene.

—Facciamo i conti—gli disse Enrico che appena cessato l'incanto e l'emozione si trovò di aver indosso una febbre indiavolata.

Fatti i conti trovarono di avere perduto fra tutt'e due seimila e trecentoventi franchi. Enrico ne doveva mille e cinquecento all'amico, mille e duecento a Silvestro Bonaventuri, e trecento alla Romea,

Il povero giovinetto era così confuso di dover danaro perfino ad una donna, era così spaventato, così abbacinato dalla perdita, dal timore di non poter il giorno dopo farsi onore nelle ventiquatt'ore, dello spavento che il tutore e la Elisa venissero a sapere la sua scappata, che quasi quasi ne piangeva a calde lagrime.

Il Sappia dovette scuoterlo più volte.

—Ma domani come si fa? Pensa che debbo trecento franchi anche alla signora Romea.

—Ci penso io—gli rispose l'amico.—Non seccarti. In ogni caso la Romea ne deve a me cinquecento da sei mesi, che non me li ha mai restituiti.

Preso poi in disparte il Bonaventuri, che conosceva, per quel tanto che si conoscono certe persone:

—Favorisca—gli disse—a indicarmi dove ella sta di casa.

—Oh—sclamò il Bonaveuturi, come schermendosi—la si figuri; ha tutto il tempo; lei è padrone di tutta la mia sostanza…