"Buono a sapersi" pensò il Sappia fra se.

* * * * *

Enrico quella notte non chiuse occhio e fece il più inviolabile proponimento di non giuocare mai più.

Nella ingenua purezza della sua coscienza di vent'anni, egli sentiva di quel fatto un rimorso indicibile.

A mattina andò dal tutore e gli spiattellò senza reticenze la sua avventura della sera innanzi.

La fu una scena di inenarrabile delusione per lui, una tempesta di maggio, un finimondo.

Il tutore gli fece una parrucca che non finiva più. Egli era un di quegli uomini che non crederebbero di far il loro dovere se non quando s'accorgono d'avere ben tormentata la loro vittima. Essi hanno nelle vene, io credo, un po' di sangue di Torquemada. Questo modo di educare, essi lo chiamano saggezza. E certo se facesse l'effetto di render saggio meriterebbe quel nome; ma siccome non ottengono invece che quello di seccare dovrebbe esser chiamato seccatura.

Allo stringer dei nodi il tutore si rifiutò perfino di pagargli quel primo debito di giuoco.

Enrico non sapeva più in che mondo si fosse. Corse a trovare il marchese d'Arco.

Questi ascoltò in silenzio il racconto e le giustificazioni del giovinetto; poi senza dir motto si levò, andò al suo scrigno, ne abbassò l'imposta, tirò fuori un cassettino, ne trasse tre bei biglietti da lire mille e li porse al giovinetto dicendogli questa sola frase: