Prima di spiccarsi dal suo vecchio amico, questi aveva cavato da una cartella che stava sulla tavola un foglio di carta e accostando alla mano di Enrico il calamaio gli aveva detto:

—Scrivimi qui la ricevuta e la promessa di non più giuocare.

Enrico si dichiarò debitore delle tremila lire al marchese e promise nella ricevuta di restituirgliele quando fosse andato in possesso della propria sostanza.

Della mesata insufficiente fissatagli dal tutore non si fiatò. Non si ricordò di parlarne.

Il marchese non gli aveva neppur lasciato il tempo di spiegare la cosa, e quando Enrico s'era trovato esaudito, col danaro in mano, s'era scordato di entrar in quell'argomento.

Enrico corse a casa di Sappia, a cui raccontò il rabbuffo e la crudeltà del tutore e il bel tratto del marchese d'Arco. Volle andar egli stesso nella bottega della Romea, a portarle i suoi trecento franchi, che gli bruciavan le dita e dovette spenderne un'altra quarantina di giunta, in bottiglie di champagne, ch'essa gli appioppò senza che lui, timido ancora, osasse di rifiutarle.

Poi, con Sappia, ritornò a casa.

—Parlerò io al tuo signor zio antidiluviano—aveva sclamato il Sappia quando Enrico gli aveva raccontato del fiero rabbuffo avutone.—Lui li chiama minuti piaceri? Altro che minuti! Impercettibili, microscopici… piaceri!

Il notaio a stento acconsentì di portar l'assegno di Enrico da duecentocinquanta a trecento franchi al mese.

—Domando io caro signor marchese—gli disse congedandolo, e colla più profonda convinzione di dir cosa sensata ed onesta—domando io come potrà mai arrivare a spendere più di otto franchi al giorno fuori di casa?