Ma era venuto un bel giorno che anche il Sappia erasi trovato nella necessità di chiedere danaro ad Enrico.

Il povero giovine gli avrebbe data la vita, ma non aveva che i suoi duecento franchi al mese.

Risolse di farla finita col tutore; di parlargli fuor dei denti, di ottenere insomma quello a cui gli pareva di aver diritto.

Ci pensò un paio d'ore, poi piuttosto che aver a fare con don Ignazio si aperse alla balia.

La balia gli aveva detto di avere dodicimila lire alla Cassa di risparmio.

Non lasciò che l'Enrico terminasse la frase; corse per quanto glielo permettevano i settantanni nella sua camera, e portò al contino le dodicimila lire in tre bei libretti puliti e fiammanti ch'era un piacere a vederli.

—Ma no, non voglio, non voglio—diceva Enrico colle lagrime agli occhi.

La balia alzò la destra, e con una specie di entusiasmo, sclamò:

—Ma non è forse roba sua codesta? Quale uso più degno potrei fare di questo danaro… io che non ho più nessuno al mondo?

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