Aldo Rubieri che aveva fatto anche lui la sua carovana artistica ed era stato assai povero, per ispirito di reazione, aveva forse esagerato il tipo opposto. Appena uscito dalle angustie egli si era rifatto gentiluomo perfetto. Il cappello a tuba in capo, la cravatta nera, le mani guantate, spesso gli stivali lucidissimi; in casa poi aveva accomodato il suo studio letterario con infinita cura e lo aveva affidato alle sollecitudini, allo strofinone e al pennacchio della signora Marietta, che lo teneva lindo e splendido come un gioiello.
—Non c'è—sclamò Mattia Corvino, dopo essersi guardato intorno.—Sarà dunque nello studio.
E ristette un poco pensieroso.
Mattia Corvino, lo sappiamo già, aveva per Aldo Rubieri e da pochi giorni per la signora Nanà, una di quelle adorazioni che in certe anime foggiate a bella posta, possono elevarsi fino al sagrificio della vita. Quando entrava in quelle camere egli si sentiva preso da un senso di altissima venerazione, come si dice che Mosè lo provasse sull'Orebbo, quando s'accorse che il suo piede stava per calcare il sacro suolo. Mattia era tale che se lo scultore glielo avesse permesso, si sarebbe volentieri cavate le scarpe per entrare là dentro.
—Forse egli è là con quella tentazione di sant'Antonio—pensò Mattia prima di ricominciare sul nuovo uscio la stessa manovra di poco prima.
Egli chiamava a suo modo Nanà: la tentazione di sant'Antonio.
—Alla fine si decise e diè un altro picchietto sull'imposta.
—Una voce maschia e sonora rispose di dentro:
—Chi è?
—Mattia—rispose il vecchio trattenendo il respiro.