Quando furono sul pianerottolo dinanzi all'uscio il padre e lo zio ristettero per rifiatare e per consultarsi. Il primo poi stava per tirar il cordone del campanello, quando Leopoldina gli trattenne il braccio, additando ciò che stava, scritto sull'uscio:
—Che c'è?—domandò il padre in tedesco.
—Avanti—disse la zitellona, che sapeva un poco di italiano.—Avanti, vuol dire:
Allora spinsero l'uscio ed entrarono.
Nell'anticamera, seduto dinanzi ad una scrivania stava un giovinetto, dalla faccia di furfantello, che s'avrebbe detto fosse stato messo là dall'avvocato per schizzare la caricatura a tutti i clienti che entravano.
Lo zio, vedendo quel piccolo Mefistofele, disse a suo fratello una frase in tedesco.
Quello smaliziato d'uno scritturale, che stava col capo sullo scrittoio, intento, l'alzò repente, aggrottò le ciglia, e con un accento pieno di ironia e di insolenza, fingendo che quelle parole esotiche fossero state dirette a lui, disse:
—Non potrebbero farmi la finezza di parlare in italiano?—disse—La sua lingua a Milano, signori belli, non è di moda. È antipatica.
—Parlare noi molto malissimo—rispose il babbo, che non aveva capita la portata dell'insolenza di quel monello seduto allo scrittoio.
—Non fa niente. Capirò lo stesso. Per quanti strafalcioni lei dica in italiano farà sempre più bel sentire che a parlarmi benissimo il suo tedesco.