17. Coltura nuova, cristiana.—Fu tutt'all'incontro nella nuova coltura generata, vivificata, spinta innanzi dalla religione, dall'operositá cristiana. Qui si, abbondavano i soggetti reali, belli, grandi, incalzanti.—Ma, né religiosamente né letterariamente parlando, non oserem nominare come parti o frutti di tal coltura i Vangeli, gli Atti o le lettere degli apostoli. Ivi la semplicitá è piú che aurea, o del secolo d'Augusto; ivi i pensieri spirituali ed anche temporali, ivi l'altezza e l'ampiezza dei giudizi e delle previsioni morali, ed anche storiche e politiche, sono tali, che a chiunque vi s'interni spregiudicatamente, sará impossibile non vedere, per cosí dire, materialmente la sopranaturalitá, l'onniveggenza, la ispirazione divina di quelle scritture. Compatibili al paragone di noi sono coloro che non le videro, ne' secoli precedenti. Ma in questo nostro cosí inoltrato nell'adempimento di tanti destini umani e cristiani, predetti lá da per tutto (principalmente nelle predicazioni di Gesú Cristo e nelle Epistole di san Paolo), e che non si potevan pure naturalmente prevedere allora, io non so come possiamo leggere quelle scritture senza esser compresi di meraviglia e quasi di spavento, senza sentirci quasi in presenza materiale di quella inevitabile sopranaturalitá, di quella rivelazione. E quindi non frutti, ma semi diremo questi della coltura cristiana; la quale poi in realtá si trova tutta derivata da essi.—Greci tutti dapprima, latini molti poi degli scrittori cristiani, li nomineremo tutti insieme, come membri d'una sola coltura. I primi, san Clemente papa, san Barnaba, sant'Ignazio, san Policarpo, scrissero non piú che lettere a conforto e guida di questa o quella chiesa, come gli apostoli.—Ma tra breve, fin da mezzo il secondo secolo (che tal si conta dell'imperio e della chiesa, quasi esattamente coetanei) sorsero scrittori maggiori; molti apologisti della religione nuova contro alla religione e alla filosofia antiche, fra cui principali san Giustino israelita, san Clemente alessandrino, Tertulliano latino ed altri minori; oltre a sant'Ireneo ed altri scrittori propriamente teologi o controversisti contra gli eretici.—E continuarono i primi, e moltiplicaronsi i secondi nel terzo secolo; o piuttosto, apologisti e controversisti insieme furono gli scrittori ecclesiastici giá allora numerosi e fecondi ed eloquentissimi, Origene e Dionisio alessandrini, san Cipriano, san Gregorio taumaturgo, Esichio e molti altri. E questo secolo è pur quello dell'imperio straziato dalle contese militari, e della coltura antica risolutamente precipitante; ondeché in esso giá si può dire asserita la superioritá, la vittoria della coltura nuova.—Tanto piú nel secolo seguente e quarto, che fu quello di Costantino, e della Chiesa trionfante nello Stato, ma straziata dall'eresia ariana e da parecchie altre. E quindi s'affolla la serie degli scrittori ecclesiastici d'ogni sorta, ed è una folla di grandi; sant'Atanasio l'eroe della guerra ariana, san Cirillo, sant'Ilario, sant'Eusebio, sant'Efrem, san Basilio, due santi Gregori, quel di Nicea e quel di Nazianzo, san Giovanni crisostomo, Arnobio, Lattanzio e il nostro sant'Ambrogio tra molti altri.—E seguono finalmente, nati nel medesimo secolo, finiti nella prima metá del quinto, san Pietro crisologo, san Leone papa (il fermator d'Attila), Sulpicio Severo, Paolo Orosio, san Prospero, Prudenzio, Apollinare, e sopra tutti questi (quasi tutti latini oramai) i due grandi lumi della chiesa latina, san Girolamo e sant'Agostino.—Greci o latini, i maggiori di tutti questi son quelli che si soglion chiamare meritamente i «santi padri della Chiesa»; e i piú sono dalla metá del quarto alla metá del quinto secolo, quando giá era poco men che cessata la coltura antica, quando giá erano inondati di barbari i due imperii, e principalmente il latino; onde apparisce piú che mai la contrarietá delle due colture antica e cristiana, delle due serie decrescente e crescente. E perché poi nell'ultima metá del secolo quinto cessò a un tratto questo gran fiorire della coltura cristiana, perciò apparisce sopratutto che quella scusa, quel quasi vanto di essere stata distrutta da' barbari che si dá da alcuni alla coltura antica, non a lei, ma sí veramente si può, si dee dare alla sola coltura cristiana.—Le arti cristiane poi, furono naturalmente oscurissime ne' tre primi secoli, tra le catacombe. D'architettura non n'era bisogno né possibilitá in tali luoghi; né vi potevan fiorir nemmeno le pitture o le sculture. Quindi sono rozzissimi e discordi da quelli dell'arte idolatra i pochi monumenti cristiani che si trovano di quell'etá primitiva. Né sorsero guari poi, all'uscir dalle catacombe, le due arti figurative cristiane: trovavano giá decadute anche l'arti idolatre. Ma sorse a un tratto a nuovi modi l'architettura; quell'arte tanto piú varia che non le due sorelle, perché ella può e deve adattarsi alle variabili condizioni della societá, mentre queste debbono sempre figurare l'invariabil natura. Cosí l'architettura cristiana prese per li templi la forma delle basiliche da' primi edifizi donati a tale uso; e v'aggiunse poi i due lati a crociera, per ricordar nella pianta o la croce, o piuttosto i crocicchi delle catacombe. Sono del tempo di Costantino, oltre altre, l'antica chiesa di San Pietro, e quella di San Paolo che durò fino agli anni nostri. E la rozza magnificenza dell'ultima basterebbe sola a provare che se son sognate le donazioni di potenza politica, furono reali quelle di edifizi ed altre possessioni, fatte ai papi da Costantino. Dal quale in poi moltiplicaronsi gli edifizi sacri in Italia e fuori, ed in Costantinopoli principalmente; e perché naturalmente e bene o male gli edifizi dánno occasioni di pitture e scolture, nacquene nell'arte intiera quello stile, che, per essere stato coltivato principalmente e piú a lungo a Costantinopoli, ebbe e serba nome di «bizantino». Stile rozzo, goffo, e decaduto senza dubbio; ma serbò pure un resto d'arti; ma aiutò il risorgimento poi. Ondeché dell'arti come delle lettere si può dire che le cristiane sorsero fin d'allora a' progressi futuri, mentre le idolatre finivano di cadere.
LIBRO QUARTO
ETÁ QUARTA: DEI BARBARI
(anni 476-774).
1. Il nesso tra le due storie nostre.—Giunti al limite tra le due storie nostre, fermiamoci un momento: non sará forse perduto a far intendere ciò che le memorie della prima poterono e possono anche operare nella seconda.—L'Italia è la sola tra le nazioni d'Europa, che abbia una grande storia antica, una grande moderna; Grecia non ha finora se non la prima; l'altre non hanno in proprio se non la seconda, non hanno della prima se non guari quella parte della nostra, che resta loro dall'essere state province dell'imperio romano. Alcuni affettano trattar di quell'imperio quasi comune culla, di quella civiltá quasi comune merito, de' romani quasi comuni padri a tutte le nazioni occidentali d'Europa. Ma sono fatti storici evidentissimi, che l'imperio fu primamente e lungamente de' romani e degli altri italici; che la civiltá fu primamente, lungamente, esclusivamente tutta italica; e che, se alquanto del sangue de' signori italici si mescolò con quello de' sudditi occidentali, mescolatisi poi l'uno e l'altro col sangue germanico, quel sangue signorile non si mescolò in Italia se non una volta sola col sangue nuovo germanico. Dunque, non sembra dubbio: noi siam di razza, di sangue piú puro; noi siamo piú anticamente potenti e signori, piú nobili, nobilissimi.—Ma ciò conceduto, incombevano nell'etá seguenti, incombono ora tanto piú, alla nostra nobil nazione tutti i doveri, tutte le convenienze che sono universalmente imposte alle nobili famiglie. Dunque tra le altre: 1° Non esagerare la propria nobiltá; e cosí non dir per esempio quel nonsenso, che la nostra schiatta sia piú antica dell'altre; perciocché tutte le schiatte sono egualmente antiche, vengon tutte dal padre Noè e dal padre Adamo; lasciar anzi lo stesso vanto della puritá del sangue; perciocché, oltre alla difficoltá del provarla risalendo all'origini piú antiche che noi vedemmo cosí moltiplici, non è deciso poi se sien migliori, e piú atti a tutto, i sangui puri o i misti.—2° Di puro o non puro sangue, padri o non padri nostri, coloro che abitarono anticamente le nostre terre, che bevetter le nostre arie, furono giá il popolo piú forte in guerra, piú sodo in politica, piú civile e piú colto in tutto, fra tutti quelli dell'antichitá; e ciò basta a provare la falsitá di quello scoraggiamento datoci da molti stranieri, accettato da alcuni nostri, che il nostro molle clima, la nostra bella terra ci faccia naturalmente men forti che gli occidentali o settentrionali. La bella, la molle Italia, fu giá la forte, la virile Italia. Ma dovere nostro secondo era ed è, non esagerare, non difendere in tutto questa virtú degli avi. Sacro è senza dubbio difendere, colla veritá, la memoria d'un padre; ma men sacra, ed anche men possibile, si fa questa difesa per l'avo, meno ancora per il bisavo, e poi per l'atavo e gli avi piú lontani via via; e perché piú numerosi, e perché viventi in que' tempi piú e piú barbari, quando la potenza e l'illustrazione non si acquistavano guari in modi legittimi e virtuosi. Non v'è mezzo: o bisogna sacrificar la difesa delle conquiste e dell'imperio dei nostri maggiori, o bisogna sacrificar la difesa de' migliori e piú certi principi della presente civiltá: tutti quelli principalmente, su cui si fondano i diritti, i doveri dell'indipendenza. Se noi giustifichiamo l'imperio dei nostri avi sugli iberi, sui galli e sui germani, noi giustifichiam l'imperio de' francesi, degli spagnuoli e de' tedeschi su noi; né credo che il voglia niun italiano presente. Ma pur troppo il vollero molti italiani del medio evo; e vedremo l'inopportuna memoria dell'imperio romano, e le pretese di rinnovarlo sviar le nostre generazioni, guastar quasi tutta la nostra storia moderna.—E quindi apparisce un terzo nostro dovere, che è di emular sí, ma non pretendere a pareggiare i grandi maggiori; di emularli secondo i tempi mutati e le proprie possibilitá. Tutte le imitazioni servili, troppo simili, nascono da incapacitá, riescono a mediocritá nell'opera, anche piú che nello scritto. Uno che voglia operare, non dico come l'antico autore di sua famiglia, ma come l'avo di due o tre generazioni, è stolto e si fa risibile a guisa del famoso cavaliero. Cosí qualunque nazione. Noi fummo giá la prima in potenza tra le antiche, la prima in coltura tra le moderne; ma noi siamo (non voglio dire a qual grado) decaduti dall'uno e l'altro primato; e bisogna saperlo vedere. Perciocché tutti quei doveri, comuni a chiunque pretende a nobiltá, sono tanto piú stretti a chiunque si trovi in nobiltá decaduta. Nella quale, i vanti d'antichitá, i vanti della virtú degli avi, i vanti di pareggiarli, si fanno poi non solamente piú risibili ma fatali. La superbia può essere tollerabile quando si cerca ne' propri meriti, ma non quando si fruga tra gli avi. Per non essere degeneri bisogna saper essere decaduti. Per fare tutto quello che si può, bisogna non pretendere a quello che non si può. Di tutti i sogni che distraggono dalla realitá, i sogni del passato sono i pessimi, perché i piú impossibili ad effettuare; il futuro anche piú improbabile può succedere, ma il passato non succede mai piú. Uno dei grandi vantaggi delle nuove nazioni, come de' nuovi uomini, è quello di non poter impazzire del proprio passato, di esser tutto al presente e all'avvenire; e tal fu appunto Roma antica, tale è la nazione anglo-americana presente. Del resto, io mi vergogno di dimorar cosí a lungo su queste debolezze; ma elle furono quelle di tutti quanti i secoli che ci restano a percorrere; e sono d'oggi, dicevo io e pur troppo non m'ingannavo, quando scrivevo per la prima volta questa pagina; e guastano, in somma, i giudizi sulle nostre due storie antica e moderna, e sulla presente e la futura ancora. Epperciò parvemi ufficio di storico il segnalarle.—Ma se, tutto ciò lasciando, noi ci sapremo mai innalzare all'intelligenza dell'ufficio, del destino peculiare di nostra nazione in mezzo a quello universale del genere umano (quella intelligenza che è sommo e pratico fine di qualunque storia nazionale lunga o breve), noi non troveremo nulla di meglio né di piú a dire su Roma e l'imperio romano antico, che ciò che ne fu detto dai tre maggiori filosofi storici che sieno stati mai, sant'Agostino, Dante e Bossuet; cioè, che evidentemente l'ufficio, la missione providenziale di Roma antica, fu quella di riunire, di apparecchiare tutto il mondo antico occidentale a prima sede della cristianitá. E questo modo di vedere si fará a noi tanto piú manifesto nelle due etá seguenti, in che vedremo accorrere le genti barbariche, e sorgere le nazioni moderne a prender lor luoghi nella cristianitá. E vedremo poi nella etá ulteriore, dei comuni, sorgere un nuovo ufficio o destino nostro non meno evidente, non meno bello; quello di ravviare e riunire la cristianitá in una nuova civiltá e in una nuova coltura; e soffrir noi certamente e molto in questa grand'opera, ma compierla meno a pro nostro che d'altrui; e poter quindi rallegrarci ancora dei nostri stessi dolori, riusciti cosí utili nell'ordine universale. E non sará guari se non nell'ultima delle etá nostre, in quella che chiameremo delle preponderanze straniere, che noi troveremo dolori senza compensi, patria storia senza patrio ufficio, senza consolazione, senza gloria. Fino allora, in un modo o in un altro, noi avevamo operato o primi o per lo meno importantissimi sui destini della cristianitá; d'allora in poi non operammo né primi né importanti, facemmo poco piú che durare, sopravivere, poltrire, vegetare, non solamente decaduti ma degeneri.—Ma le nazioni cristiane non possono restar sempre degeneri, senza ufficio, senza opera. E giá si può forse prevedere l'ufficio futuro di nostra nazione, collocata in mezzo al Mediterraneo, centro e via degli interessi materiali, collocata intorno alla sedia pontificale, centro e capo degli interessi spirituali della cristianitá: l'ufficio di procacciare, agevolare, mantenere, perfezionar l'unione, ogni sorta d'unione, delle nazioni cristiane. Sarebbe ufficio simile nello scopo, ma dissimile nel mezzo, per vero dire, ai due altri nostri antichi: noi nol possiamo piú adempiere primeggiando, ma nol potremo adempiere se non pareggiando le nazioni sorelle. E noi siamo lungi da tal situazione; ma alcuni piú o men notevoli passi si son pur fatti ad essa, uno ultimo e grande da quando attendevamo primamente allo studio delle etá nostre passate. Continuiamovi, ostinati dunque tanto piú. Il passato ha piú interesse quanto piú si vien rischiarando l'avvenire. La storia non serve bene a sollazzo: vi serve meglio qualunque novella alquanto elegante. Né la storia dee servire a ruminazioni, rincrescimenti, piagnistei, vanti, o, peggio, ire; non può, non dee servire se non come raccolta di sperimenti passati, ad uso di coloro che operano il presente, mirando all'avvenire della patria.
2. I regni nuovi romano-tedeschi.—I barbari invasori dell'imperio furono quasi tutti di quella nazione, che chiamò e chiama se stessa dei «Deutsch», che i romani chiamarono primamente «teutoni» e poi «germani», e noi chiamiamo «tedeschi». Poche eccezioni trovansi a tal fatto, piú poche tra le genti stanziate; e noi noteremo quelle che venner tra noi. In generale i nuovi regni furono tutti romano-tedeschi; in essi fu un elemento romano ed uno tedesco. E noi accennammo finora il primo via via; or accenneremo il secondo.—La nazione tedesca era tuttavia al secolo quinto in quella condizione di genti divise, che fu la primitiva di tutte le nazioni, e in che vedemmo durar la nostra fino alla conquista romana. Piú o men nomadi ancora, regnate le une (da capi nominati lá «kan», «king», «konung», «koenig»), le altre no, divisa ciascuna in aristocrazia e democrazia, le loro costituzioni sono ritratte meravigliosamente in quel detto di Tacito: che delle cose minori deliberavano i «principi»; delle maggiori, prima i principi, poi tutti, cioè l'assemblea universale della gente. E questa è l'origine indubitata di quelle assemblee, di que' parlamenti moderni, che tra varie vicende si serbarono, mutarono, si spensero, risuscitarono quasi da per tutto oramai; ma con questa grande differenza, che non era allora inventata la rappresentanza, cioè quel modo di riunirsi pochi deputati eletti da molti elettori, il quale non sorse se non dai comuni: ognuno assisteva allora per conto proprio; e chi non veniva, non era rappresentato. Queste assemblee teneansi tra' banchetti (mahl), e cosí dissersi in lor lingua «malli»; e in latino barbaro poi, or generalmente «concilia», or «placita» dalle deliberazioni ivi piaciute a tutti, or «campi di maggio» o «di marzo» dall'epoca delle annue convocazioni.—Fin dalle selve o steppe nazionali, e tanto piú quando furono stanziate le genti ne' nostri colti, il loro territorio divisesi in gau o shire (latino «comitatus», italiano «contado»); e a capo della tribú che l'occupava fu un magistrato, capitano in guerra, giudice in pace, chiamato «graf» o «sheriff» (comes, conte). Nei giudizi il graf era assistito or da alcuni notevoli della tribú chiamati «schoeffe» (latino ed italiano «scabini»); ora, per la verificazione del fatto principalmente, da certi guaranti (or detti «giurati») che si chiamavano «rachimburgi». Le pene, poche corporali, eran quasi tutte multe imposte al condannato, in profitto, parte del conte e del re, parte dell'offeso o degli eredi dell'offeso, e chiamavansi «widergeld», «widrigild» o «compensazioni». Il gau dividevasi in parecchi mark (italiano «marche», latino «vici»), e questi erano abitati poi per lo piú dalle «fare» o tribú, il capo (faro, baro, barone) in mezzo nel suo castello (hof, curtis, corte), e gli altri sparsamente all'intorno.—Del resto, l'ordine civile subordinato al militare; il graf, per lo piú capo di mille, aveva talora sotto sé parecchi di tali capi detti «tungini»; il migliaio diviso in centinaia (hundreda), ciascuna delle quali aveva a capo lo schulteis (latino «schuldacius», «scultetus», «centenarius»); il centinaio diviso in decurie, ciascuna delle quali aveva a capo lo zehnter (latino «decanus»). Ma se queste migliaia, centinaia e decurie fossero di «fare» o tribú, di famiglie o case, ovvero solamente di militi (heereman, latino «arimanni», «exercitales», «milites»), io nol saprei dir qui, né so che il sappia con certezza nessuno. Ancora, in parecchie delle genti, tra cui i longobardi, la decuria non era di dieci, ma di dodici; ondeché il centinaio era di centoquarantaquattro, e il migliaio di millesettecentoventotto. Ad ogni modo e all'ingrosso, per quanto si può dire in tanta varietá e mutabilitá di genti e d'usanze, questo fu quello che si può chiamare l'ordinamento costituzionale consueto delle genti tedesche all'epoca della loro invasione.
3. Continua.—Ma oltre questo, era, se sia lecito cosí dire, pur consueto un ordinamento eccezionale. Oltre alla gente era lá la compagnia (geleite); vale a dire che tra la gente o tra varie genti, od anche d'intiere genti raccozzavasi talora una compagnia venturiera, la quale se era piccola chiamavasi «schaar» (scara, schiera); e se era grande, prendeva nome di «heer» (exercitus), e il capo di essa chiamavasi «heerzog» (dux, duca). Di tali duci venturieri furono certo molti condottieri d'invasione, e fra gli altri Ricimero. Naturalmente poi, quando stanziava l'invasione, l'heerzog, o duca, prendeva nome di «koenig», o re; e allora essa stessa la compagnia, apparisce nella storia quasi nuova gente o confederazione di genti; né altre furono probabilmente quelle che vedemmo via via quasi sorte a un tratto de' marcomanni, degli alemanni, de' burgundi, de' franchi ed altre che siamo per vedere.—Del resto, Tacito ci dá ammirabilmente anche questa costituzione straordinaria delle compagnie, dicendoci: che in esse combattevano i duci per la propria gloria, i compagni (gesinde, gasindii, commensales, leudes, fideles, ed anche poi bassi, vassi, vassalli) per il duca; il quale li nudriva, tra la guerra, colla guerra, e li ricompensava dopo la vittoria con doni d'un collare, d'un'arma o d'un cavallo. E cosí durò finché dimorarono nelle lor deserte selve e lande. Ma quando ebbero predati tesori, distribuiron ricchezze; e quando province e popoli, distribuirono terre e schiavi.
4. Continua.—E quindi, dalle due costituzioni della gente e della compagnia, alcuni usi di conquista, che pur si ritrovano piú o meno in tutti i nuovi regni romano-tedeschi.—Molte, forse le piú delle genti, le giapetiche principalmente, le tedesche sopra tutte, furono, giá l'accennammo, divise in tre parti. E quindi molte delle migrazioni fecersi da uno o due de' terzi; e ciò spiega come si ritrovino sovente i nomi delle genti migrate sul suolo primiero. E ciò spiega un altro fatto, anche piú importante qui: come, perché i piú degli invasori pretendessero, pigliassero un terzo, talor due delle terre invase. Era naturale, pareva loro giusto e moderato. Avevano abbandonato uno, due terzi delle terre avite; pigliavano la medesima quota delle conquistate.—Questo terzo poi, o due terzi delle terre conquistate chiamavasi la «parte de' barbari» (pars barbarorum), e ridividevasi in parecchie altre: una grandissima al re, una grande ancora ai conti, tungini, centenari e decani, tutti ufficiali pubblici posti a tempo ed al piacer del re; e finalmente la parte di ciascun milite, che traevasi a sorte, ed era quindi detta «sorte dei barbari» o «parte comune» (sors barbarorum o barbarica, allod, allodium), od anche «terra franca», «salica», «borgognona» ecc., dal nome degli invasori. Ma in ciò furono usati due modi molto diversi. 1° In alcuni de' nuovi regni la parte barbarica, l'allodio era dato in terra a ciascuno de' barbari, co' servi (coloni, liti, aldii) che giá erano sul suolo romano. 2° Talora, benché piú di rado, la parte barbarica non era data in natura al barbaro: era riscossa, fosse terzo o due terzi, da lui sull'abitatore romano, che rimaneva proprietario unico sí, ma proprietario «aggravato» (che cosí appunto si disse) di questo gravissimo carico, oltre forse i tributi. Nell'un caso e nell'altro, ogni barbaro cosí accoppiato ad ogni romano chiamavasi «ospite» (hospes, ostes) di lui; e l'abitazione sua «hospitium», «alberg», «albergum». Era questo modo secondo piú spedito, piú facile, piú utile al barbaro, che non s'aveva ad impacciare di amministrazione né coltivazione: e fu cosí usato da' barbari piú barbari, meno inciviliti; ma gravò molto piú sugli abitatori antichi, ridotti essi stessi cosí a condizione poco men che di coloni.—Ma oltre a tutto questo spartimento generale, spartivasi poi la parte particolare del re. Il quale non solamente ne manteneva alla corte i suoi commensali o fedeli o gasindi, a modo degli antichi capi di compagnia, ma, perché non poteva egli stesso amministrare le terre vicine o lontane, le dava a governare a questi suoi gasindi, qua e lá, in tutto il regno; e questi amministratori regi furono detti «gast-halter», «gastaldii», e i beni regi cosí dati furono chiamati «beni donati» o «beni de' fedeli», «fee-od», «feuda», «feudi», od anche «beneficia» per equipararli a quelli guarentiti alla Chiesa. Perciocché questi, sia che fosser lasciati tutti gli antichi posseduti dagli ecclesiastici sotto l'imperio romano, sia che diminuiti nella conquista, sia che poscia accresciuti, tutti sempre furon lasciati indipendenti da ogni altra supremazia, sotto la protezione, la tutela immediata e sola (mund, mundium, mundiburgium) del re. E cosí quindi i feodali. Questo era l'ordinamento de' barbari, i quali soli governavano, soli militavano. E talora questo ordinamento era solo legale, serviva a' barbari signori ed ai romani civilmente servi; ma talor all'incontro, allato o piuttosto sotto all'ordinamento barbarico, serbossi il romano, inferiore e dominato sí, ma pur riconosciuto e legale.—E di tutte queste varietá siam per vedere esempi nella misera Italia; tanto piú misera, che variarono in essa i modi di servitú, mentre furono piú costanti e perciò alla lunga piú tollerabili negli altri regni contemporanei. La miseria speciale d'Italia in tutte le etá seguenti fu il non fermarsi in niuna servitú, il rimutar padroni continuamente. Degli altri popoli giá provinciali, ultimamente consudditi nostri nell'imperio, niuno ebbe a soffrire tante conquiste come noi; per gli altri, queste furon finite alla fine del secolo quinto: e cosí de' popoli romani e tedeschi insieme poteron sorger miste e farsi uniformi colá quelle popolazioni spagnuole, francesi ed inglesi, che resistettero quindi piú facilmente alle conquiste piú moderne. In Italia, all'incontro, vedrem succedersi barbari d'Odoacre, goti, longobardi, franchi antichi, francesi nuovi e tedeschi antichi e nuovi; e gli invasori antichi incalzati da' nuovi non ebbero quasi mai tempo a fondersi nella nazione. E quindi, ciò che si suol dire dell'altre nazioni moderne europee, che il lor sangue servile di provinciali romani fu rinnovato dal sangue libero tedesco, non è vero per l'Italia. Il vantato puro sangue italiano, non servile, per vero dire, come di provinciali, ma servilissimo, come di piú imbelli e piú avviliti sotto la piú vicina tirannia imperiale, non si rinnovò di niun sangue libero e militare per gran tempo. I guerrieri settentrionali non si confusero co' servi italiani se non piú tardi; quando furono essi pure, a vicenda, invasi e conservi.
5. I barbari d'Odoacre [476-489].—I distruggitori dell'imperio occidentale furono una compagnia raccogliticcia di eruli, rugi, sciri, turcilingi e forse altri. Gli eruli, probabilmente piú numerosi (posciaché si trovano in varie storie aver dato nome alla compagnia), furono probabilmente tedeschi; cosí i rugi, parte de' quali stanziati sul Baltico, diedero nome all'isola di Rugen. Degli sciri non saprei. I turcilingi paion dal nome turchi venuti con Attila. Odovacar o Odoacre, figlio d'Edika giá duce de' rugi, stato poi de' protettori o guardie imperiali, li raccolse; parte forse in Italia ove militavan ancor essi, parte certamente in Pannonia, ove vagabondavano tra le disperse orde d'Attila. Sollevaronsi o vennero, chiedendo, a modo di tutti gli altri barbari, il terzo delle terre d'Italia. Presa Pavia, gridarono re loro (rex gentium) Odoacre addí 23 agosto 476; e tra breve, prese Ravenna e Roma, ucciso Oreste patrizio, chiuso a languire e morire nell'antica villa di Lucullo presso a Napoli Augustolo, l'imperator fanciullo, Odoacre padroneggiò, regnò su tutta Italia. Mandato dire all'imperator orientale che «bastava oramai un imperatore al mondo», ebbe da quello e da Nipote (un altro imperator occidentale superstite in Dalmazia) quel titolo di «patrizio», che era grande ma indeterminata dignitá del basso imperio, e che fu tenuto anche da altri re barbari. Ucciso Nipote da due suoi conti, Odoacre mosse a vendicarlo; ma riuní Dalmazia al suo regno e patriziato. Il quale, oltre la penisola, comprendeva le due Rezie e Sicilia, restando Sardegna e Corsica ai vandali d'Africa. Del resto, Odoacre non prese la porpora, mandò gli ornamenti imperiali a Costantinopoli, serbò in Roma il consolo solito nomarsi in Occidente, e il senato; nelle cittá i governi municipali, le curie; tutto il governo romano allato al barbarico: l'ordinamento del suo Stato fu di quelli misti testé detti. Né, oltre alle prime occasioni della conquista, ed al pigliar il terzo delle terre, sembra ch'egli incrudelisse, predasse o tiranneggiasse. Gli si trova data questa lode, semplice, ma molto insueta ad un distruttor d'imperio ed invasor di popoli: «fu uomo di buona volontá». Bisogna dire che paresse una benedizione quell'invasione stanziata dopo tante momentanee, piú crudeli e piú sovvertitrici; a quella che par talora la tirannia, ai popoli stanchi ed avviliti dalle momentanee e ripetute rivoluzioni.—Ma tutto ciò non durò che dieci anni. Nel 487, egli mosse una guerra in Pannonia contro ai rugi compatrioti suoi colá rimasti; e, vintili, non serbò lor paese, ma li trasse esso in Italia; evidentemente, ad accrescervi le forze, le genti dominatrici. E Federico, il re spogliato e scampato, rifuggí in Mesia a Teoderico re degli ostrogoti.
6. Teoderico e gli ostrogoti [489-526].—I goti tutti insieme furono una gran gente, salita giá dall'Asia alla Scandinavia, e quindi ridiscesa sulle sponde settentrionali dell'Eusino. Molto si disputa a qual famiglia di genti appartenessero, se a quelle de' geti, o degli sciti, o de' germani. A me pare provato (se non altro, dal trovarsi cosí tedeschi tanti lor nomi di persone e d'uffici, e la lor traduzione della Bibbia fatta da Ulfila nel quarto secolo) che essi furono probabilmente teutoni; forse de' kimri o cimbri, certo d'una di quelle due schiatte da cui sorsero la nazione e la lingua tedesche.—Ad ogni modo, gli ostrogoti o goti orientali erano una parte di questa nazione, rimasta giá sulle bocche del Danubio, quando i lor fratelli visigoti o goti occidentali n'erano partiti, poco men che un secolo addietro, a correr l'Europa, a capitare e fondare un regno sul Rodano e in tutta la penisola spagnuola. Erano stati congiunti coll'imperio di Attila; rovinato il quale, n'eran rimasti la frazione principale. Correvano, dominavano dalla Pannonia fin presso alle mura di Costantinopoli; ed ora avean per duca o re Teoderico degli Amali, giá statico ed educato nella corte greca, poi a vicenda capitano ed avversario di essa: un misto di barbaro e incivilito, un ambizioso, un grand'uomo. E fosse spinto dal proprio pensiero, o dal re rugo a lui rifuggito per vendicarsi, o dall'imperator greco per liberarsene, ad ogni modo nel 488 ebbe da questo (pretendente dominio sull'imperio occidentale invaso) la concessione d'Italia. Cosí per la prima volta il nome, la memoria, il vanto, il diritto preteso dell'imperio romano furono funesti all'Italia, furono causa di nuova e di prontissima mutazione.—S'incamminò con tutta sua gente, guerrieri, vecchi, fanciulli, donne, armenti, carri e masserizie; guerreggiò per via, e s'ingrossò d'altre genti, passò l'Alpi carniche, giunse all'Isonzo, dove l'aspettava alla riscossa Odoacre, ingrossato anch'egli di genti e re alleati. Combatterono lí, addí 27 marzo 489 una prima volta, poi una seconda sotto Verona, e fu vinto Odoacre nelle due. Fuggí a Roma, fu ricevuto a porte chiuse: evidentemente gl'italiani parteggiavano e s'illudevano giá per l'imperio, in nome di cui veniva Teoderico. Il quale poi, non per l'imperio ma per sé prendeva Milano, Pavia, tutta l'Italia superiore; vinceva all'Adda per la terza volta Odoacre, e chiudevalo in Ravenna. Tre anni l'assediò, preselo nel 493, ucciselo pochi dí appresso, in convito, alla barbara: tutta l'Italia fu sua.—Noi vedemmo giá un'antichissima guerra d'indipendenza combattersi dagli itali ed etruschi per due generazioni contra i pelasgi, e finir con buttar questi al mare; e vedemmo una seconda guerra d'indipendenza intraprendersi da' romani a capo dei popoli italici contro a' galli, e durare da trecentosessanta anni poi, e finir colla soggezione de' galli cisalpini e transalpini. Or qui, con questo accostarsi degli italiani all'imperio contro ad Odoacre, noi veggiamo incominciata la terza guerra d'indipendenza italiana, la guerra contro a' popoli tedeschi, che dura da milletrecentocinquantasette anni, e non è finita.