7. Continua.—Teoderico poi ordinò, governò, estese il regno cosí, ch'ei si può dire il piú civile insieme e il piú grande dei re romano-barbari. Come quel d'Odoacre il governo di lui fu misto, duplice, de' goti e de' romani. Serbati alcuni, cacciati i piú de' barbari precedenti, lor terzo di terre passò ai barbari nuovi; i romani non par che ne patissero altrimenti: sembra anzi in tutto migliorata lor condizione, accresciuta lor ingerenza. Goto il re, per vero dire, goto l'esercito, gote l'oltrepotenze, e quindi senza dubbio le prepotenze; ma romano il principal ministro del regno, Cassiodoro, romani molti altri minori; ed in ciascuna delle grandi cittá (aboliti allora o prima i duumviri) un graf goto a governare e giudicare i goti, un comes romano pe' romani. Del resto, leggi e grandi raccomandazioni di esser buoni co' romani, di vestire, radersi, vivere alla romana: i monumenti antichi di tutta Italia, que' di Roma principalmente, visitati dal re, fatti serbare, restaurare; altri nuovi (a Ravenna principalmente) edificati; papi e vescovi rispettati; rispettata dal re e da' suoi barbari, tutti ariani, la religione nazionale italiana, che fu dall'origine e sempre la cattolica.—Di fuori Teoderico, che non era un barbaro venturiero come Odoacre, ma della schiatta regia, anzi Ansa, cioè eroica e mitologica degli Amali, e portava la porpora, ed avea dato o fatto dare a parecchi sudditti suoi il titolo di patrizio, portato allora da parecchi re barbari, s'apparentò, trattò, guerreggiò con molti di questi, men da pari che superiore. S'apparentò coi re de' borgognoni in Gallia, de' turingi in Germania, de' vandali in Africa, de' goti in Ispagna, e con quel Clodoveo uno de' re franchi, il quale allora appunto veniva sollevandosi sopra gli altri, e cosí fondando quella monarchia tanto minore allora, tanto piú durevole poi, che non quella di Teoderico.—Signor giá della penisola, della Sicilia, delle due Rezie e del Norico, incominciò nel 504 nuove guerre e conquiste. E prima, contro ai gepidi e bulgari in Pannonia, la quale conquistò fino al Sirmio; poi contra Clodoveo, che estendendosi avea sconfitto e morto a Poitiers [506] il re de' visigoti, ed occupate tutte lor province di Gallia, tranne Provenza e Rossiglione. Teoderico salvò queste sí ad Amalarico re fanciullo figliuolo dell'ucciso, ma gli mandò a tutore Teuda uno de' suoi conti; e pare che il facesse governare in nome suo, e prendesse egli titolo di re dei visigoti. Morto poi Clodoveo, continuò a guerreggiar co' franchi e co' borgognoni; ed insomma, o in nome proprio o del pupillo, vedesi Teoderico signoreggiare, intorno al 520, Illirio occidentale, gran parte di Pannonia, Norico, Rezie, Gallia meridionale e Spagna. La Theiss, il Danubio, il Rodano, la Garona erano limiti all'incirca del magnifico regno.
8. Continua.—Il quale tuttavia incominciò, lui vivente, a minacciar rovina; ed al medesimo modo che quel d'Odoacre, per impulso venuto dall'imperio, per le inopportune memorie, per gli stolti affetti degli italiani a quel nome, a quel resto d'imperio, tutt'altro oramai che italiano. Giustino, l'imperator di Costantinopoli, seguendo l'uso di quella corte troppo e mal teologhessa, si pose a perseguitar gli ariani. Teoderico ariano, ma tollerantissimo fin allora, perseguitò ora a rappresaglia i cattolici. Quindi ire, sospetti reciproci, tra goti ed italiani. Primo Albino un grande romano, poi Boezio anche piú grande, poi Simmaco suocero di lui, poi Giovanni papa, furono accusati «d'avere sperata la libertá di Roma», di carteggiare coll'imperatore, e via via. Boezio e il papa morirono in carcere, Simmaco decollato. Finalmente, in agosto del 526, Teoderico fulminò un decreto per dar le chiese de' cattolici agli ariani; ma morí prima del dí fissato all'eseguimento, tra' rimorsi e i prodigi, disse il volgo, tra le esecrazioni di esso certamente; e troppo tardi raccomandando a' grandi goti e romani, raccolti intorno al letto suo, quella concordia, che è cosí difficile sempre tra conquistatori e conquistati, ch'egli giovane e forte avea saputa mantenere, ma che invecchiato avea lasciato allentarsi giá, e stava ora per isciogliersi del tutto in mano di una donna, un fanciullo ed un letterato.
9. Caduta de' goti [526-566].—Succedette Atalarico, fanciullo di sette anni, figlio d'Amalasunta, figlia di Teoderico, la quale fu reggente. Eran nel regno le quattro parti che sempre sono in un regno di stranieri: i nazionali amici e i nemici degli stranieri, gli stranieri amici e i nemici de' nazionali. Amalasunta e Teodato un suo cugino, eran de' goti romanizzati, inciviliti, letterati. Amalasunta educava il re alla romana. I goti puri se ne turbarono, e le tolsero il giovane; il quale allevato quindi alla barbara, oziando, gozzovigliando e corrompendosi, si consunse e morí di diciotto anni [534].—Cacciata Amalasunta in un'isoletta del lago di Bolsena, dove ella tra breve fu tolta di mezzo, regnò Teodato. Pare che fra questi pericoli Amalasunta avesse giá trattato, ed or certo Teodato trattò coll'imperatore greco per averne aiuti o rifugio. Imperatore era allora Giustiniano, il gran raccoglitor di leggi e codici romani, il gran riconquistatore di molta parte d'Occidente. Triboniano ed altri giureconsulti l'avean aiutato alla prima gloria; Belisario ed altri capitani l'aiutarono alla seconda; ma restò a lui la gloria personale, e sempre grande a un principe, d'aver saputo scegliersi aiuti, senza invidia. Belisario avea giá vinti i persiani, e ritolte ai vandali Africa, Sardegna, Corsica. Erano tra l'imperatore e i re goti piccole contese di limiti; ed erano allettamento a quello le dissensioni di questi. Belisario scese in Sicilia e la conquistò, passò Napoli e la prese, senza che si movesse Teodato. Contro al quale insospettiti o sdegnati finalmente i goti di Roma, escivano della cittá, e facean lor re Vitige, non principe, semplice guerriero, ma buono. E Teodato, fuggendo, era scannato per via [536].
10. Continua.—Vitige disapparecchiato lasciò Roma, e Belisario v'entrò [dicembre 536]. Ma non forte abbastanza per ispingere i goti, vi si chiuse e fortificò con cinque o sei mila uomini, e tra breve Vitige venne ad assediarlo, dicesi, con centocinquantamila. Fu famosa fazione: durò un anno [marzo 537-marzo 538]. Ma Belisario aiutato dai romani, e ricevuti rinforzi, sconfisse piú volte i goti, e finalmente li respinse ed inseguí. Prese Ancona, Milano, Fiesole; corse mezza Italia, corsa intanto da un nembo di borgognoni e franchi, predoni terzi sopravvenuti tra i contendenti. Finalmente Belisario assediò Ravenna, giá capitale de' goti, ora lor rifugio; e presela con Vitige e il nerbo de' goti ch'ei trasse poi seco prigioni a Costantinopoli [fine 539].—Rimanevano quindi i greci mal capitanati da parecchi duchi, i quali dividevansi le cittá, le governavano militarmente, sovranamente, serbando sí i governi municipali ma ponendovisi essi a capo, successori insieme de' grafioni goti e dei conti romani, e taglieggiandovi probabilmente ognun per due. Allora a rivolgersi gl'italiani, a desiderar di nuovo i goti; e questi a raccogliersi, a rinnovar la guerra. Rimanevano loro Verona, Pavia, e forse tutta l'Italia occidentale allor detta Liguria.—Gridan re, prima Ildibaldo un nobile e forte guerriero, in breve ucciso per vendetta privata; poi si dividono tra Eurarico e Baduilla, ed ucciso quello, resta solo questo, chiamato poi Totila o «il vittorioso». Quindi incomincia un'ultima guerra di riscossa, che è la piú nobil parte della storia de' goti in Italia. Sorge Totila [541] da Verona con cinquemila uomini, batte e disperde i duchi greci a Faenza, s'allarga prendendo cittá in Emilia, in Toscana; poi gira intorno a Roma e Napoli, corre tutto il mezzodí; torna su Napoli, la piglia [543] e non la saccheggia. Chiaro è: i goti rinnovati dalla sventura, erano ridiventati non solo forti, ma piú miti e migliori in tutto che i greci. Allora, perduta oramai, fuor di Roma e Ravenna, quasi tutta Italia, la corte donnaiola di Costantinopoli rimandava il conquistator Belisario; ma tra' molti intrighi, e con poco esercito, pochi danari, poco favore. Scese a Ravenna: ma rinchiusovisi, seguí una guerra sminuzzata; finché Totila vittorioso pose finalmente assedio a Roma, e la prese in faccia a Belisario accorso ad aiuto [dicembre 546]; e allora, inasprita oramai la guerra contro alle popolazioni italiane, saccheggiò, disertò la cittá, n'atterrò le mura e lasciolla. Fu rioccupata da Belisario, riassalita da Totila; combattevvisi intorno tre dí, e fu vinto Totila; ma con poco frutto: ché dopo poco di guerra spicciolata fu in breve, per nuovi intrighi di corte, richiamato Belisario, il quale avea cosí guastata la gloria di sua prima impresa d'Italia. Allora (tra una nuova invasione di franchi ed una prima e breve di longobardi) Totila riprese Roma e restaurolla, passò in Sicilia e presela pur quasi tutta.—Finalmente, dopo parecchi altri capitani greci tutti cattivi, venne uno che pareva dover essere il pessimo: Narsete, un eunuco del gineceo imperiale, vecchio di presso a ottant'anni, e che nella prima guerra di Belisario era stato sotto lui uno dei duchi piú indisciplinati. E tuttavia, costui vinse e finí la lunga guerra. Forte in corte, e cosí ben proveduto di danari e di uomini (fra cui un duemila longobardi), venne [552] per l'Illirio e la Venezia a Ravenna: e quindi uscito in breve, marciò contro a Totila che s'avanzava da mezzodí. Incontraronsi presso a Gubbio; e fu una gran rotta di goti: Totila che avea combattuto de' primi e degli ultimi, da re, morí ferito nella fuga.—Fu in Pavia gridato a degno successore di lui Teia, uno de' capitani principali. Il quale in pochi mesi raccogliendo le forze restanti a' suoi nazionali, scese giú per la penisola contro a Narsete, che dopo aver ripresa Roma (quinto eccidio di essa in quella guerra), assediava ora il castello di Cuma, ov'eran serbate le insegne regie e il tesoro de' goti. Combattessi una seconda gran battaglia alle falde del Vesuvio; e vi pugnò Teia come Totila nella prima: piú felice di lui, morendo sul campo, e, dicesi, dopo aver cambiati parecchi scudi, carichi, l'un dopo l'altro, di aste nemiche. Allora si arresero tutti i goti lá restanti [553]; e chi li dice poi cacciati fuor d'Italia, chi sparsi in essa. Certo, molti rimaneano ancora. Forse essi furono che chiamarono una grande invasione d'alemanni; i quali sotto Leutari e Buccellino corsero e predarono la penisola uno o due anni, finché furono vinti essi pure da Narsete. Vedonsi, ad ogni modo, continuare sollevazioni e piccole guerre di barbari qua e lá, e non conquistata tutta la penisola se non al fine de' dodici anni che durò la signoria greca. E cosí, con difesa perdurante fino all'ultimo, veggonsi finire a poco a poco que' goti, il cui nome non ritrovasi piú nelle storie; le cui reliquie durano forse qua e lá tra le terre e i monti d'Italia. Nobile e forte schiatta, per vero dire, e piú che niun'altra barbara mansueta ai vinti, in Italia come in Ispagna! Ondeché non merita il mal nome che le restò nella storia nostra, mal fatta e rifatta per lo piú co' pregiudizi romani, imperiali. Se non era de' quali, chi sa? sarebber rimasti e durati questi goti tra noi, come lor fratelli in Ispagna e i franchi in Francia; e misti noi con essi, non avremmo mutate tante signorie, né avuta a soffrire la divisione d'Italia; di che siamo per vedere i princípi.
11. I greci.—Veggiamo intanto qual profitto avesser tratto que' nostri maggiori, al rifarsi imperiali, al ridiventare, come dicevasi allora, romani, in realtá provinciali greci. E prima, poiché non furono finiti di cacciare tutti i barbari se non uno o due anni prima che venissero i longobardi, vedesi che la misera Italia non respirò se non d'altrettanto. Poi, gl'italiani, che, come pare accennato da certi negoziati tra Vitige e Belisario, e come, del resto, è naturale immaginare, aveano sperato riavere un imperator occidentale, ebbero a governator sommo Narsete eunuco, maestro de' militi, patrizio e gran ciamberlano, e sotto a lui, un prefetto del pretorio. Non trovo se i due sedessero in Roma o Ravenna: è probabile in questa. Di rettori od altri governatori di province, non è cenno. Probabilmente, i duchi continuarono ad esser tutto in ciascuna delle cittá, con territori piú o meno fatti a caso dalla guerra. Sotto essi i giudici, governatori civili, capi de' corpi municipali, ma non eletti da essi, anzi dati, talor forse dai duchi, certo sovente da' vescovi, e perciò chiamati «dativi». I membri di questi corpi non eran piú detti «decurioni», ma indeterminatamente «principali» od anche «consoli», nome vecchio, significazione nuova, non piú di capi, ma di consiglieri municipali. Roma stessa, ridotta a par dell'altre, ebbe un duca. Che diventò il terzo barbarico delle terre? Non è probabile fosse restituito ai possessori antichi italiani. Dovette essere incamerato, od anzi distribuito o preso dai duchi ed altri greci. Non n'è cenno nella prammatica del 554, che Giustiniano gran promulgator di leggi fece a riordinar Italia, e che non riordinò nulla. Del resto, da ciò e da tutta la storia vedesi, che fu un governo da stranieri lontani, peggior sempre che quello di stranieri stanziati. E il pessimo e piú vergognoso (ma non insueto a tali stranieri) fu che non seppero nemmen difender la conquista da stranieri nuovi.—Morto Giustiniano nel 565, succedutogli Giustino molto dammeno, questi richiamò Narsete; dicesi, perché non mandava danari in corte; onde sarebbe a dire la corte lontana peggiore che il governatore vicino, e richiamato questo per non aver saputo farsi abbastanza cattivo: né sarebbe insueto ciò nemmeno. Dicesi poi, fosse richiamato con quelle parole vituperose della nuova imperatrice: «che tornasse l'eunuco a far filar lane nel gineceo»; ed adiratone egli, perciò chiamasse i longobardi. I quali vennero ad ogni modo tre anni appresso.
12. I longobardi prima della conquista.—Qui incomincia la seconda e piú lunga parte di questa etá dei barbari. I longobardi furono antichissimamente d'una gente scandinava detta vinnuli o vendeli; un terzo della quale passato il Baltico, e preso quando che fosse il nuovo nome dalle lunghe barbe o dalle lunghe aste, posarono primamente nell'isola di Rugen, poi sull'Elba. Tacito li dice «nobilitati da lor pochezza», a malgrado la quale sempre rimasero indipendenti; e Velleio Patercolo «gente piú feroce che non la germanica ferocitá». E pochezza con ferocitá furono i due distintivi serbati da essi poi. In Germania appartennero all'antica confederazione degli svevi, e probabilmente a quella piú nuova de' sassoni, di cui pur furono gli angli, padri degl'inglesi, bella parentela. Soggiacquero agli unni, occuparono in Pannonia il Rugiland o terra de' rugi, vuotata giá da Odoacre; e rivaleggiarono lá co' gepidi; e li vinsero in due grandi battaglie; dove Alboino figliuolo del re longobardo nella prima, re nella seconda, uccise di mano sua i due re gepidi, Torrismondo e Cunimondo. Cumulazione poi di barbarie, poco men che incredibile ora, ma attestata da tutte le tradizioni, il feroce uccisore sposò Rosmunda figlia e nipote dei due uccisi; e del teschio del suocero fecesi un bicchiere a banchettare. I gepidi eran distrutti; il loro nome non trovasi piú; i rimasugli si perdettero certo nelle due genti de' longobardi e degli unni-ávari lor alleati. E, fosse stato patto dell'alleanza, o che le due discese giá notate di alcuni longobardi in Italia li avessero invogliati del bel paese, o fossero essi tratti, come poc'anzi altri barbari, dalla debolezza de' greci, od invitati veramente da Narsete; il fatto sta, che i longobardi lasciarono, appena compiuta, lor conquista di Pannonia a quegli alleati, i quali le diedero poi il nome proprio di Unn-Avaria od Ungheria; e che essi ingrossati di varie frazioni di genti, gepidi, bulgari, sarmati, svevi e principalmente sassoni, scesero in Italia l'anno 568. Né inganni siffatta moltiplicitá di nomi sul numero degli invasori. I longobardi furono certamente i piú numerosi tra essi di gran lunga; eppure furono pochi. Trovansi divisi in quelle migliaia, centinaia e decanie (ma decanie di dodici) che dicemmo; e tutta la gente composta probabilmente di tre dozzine di queste migliaia, cioè in tutto di poco piú che sessantaduemila guerrieri. Ad ogni modo, la loro pochezza si manifesta da ciò, che non poterono, né nell'invasione né poi mai, né occupare tutta Italia contro a' greci, né difenderla contro a' franchi. E cosí continuò il danno vecchio, che ogni potenza sorgente da noi lasci nel proprio edificio l'addentellato alla potenza ulteriore; e sorse il danno, nuovissimo allora, il dividersi la penisola per non riunirsi forse mai piú.
13. Alboino e Clefi [568-584].—Scese Alboino, come i piú, per l'Alpi carniche; occupò prima Foro Giulio, or Cividal del Friuli, e subito vi pose un duca con iscelte «fare» d'uomini e razze di cavalli. E questo titolo di «duca» è dato poi nella storia a trentasei capi di schiere (probabilmente migliaia) di militi longobardi lasciati via via nelle cittá conquistate, ed indi signoreggianti su territori varissimi, or larghi or ristretti. Tedescamente eran detti «heerzog» o «graf»? Io crederei il secondo, posciaché i veri duchi od heerzog di que' tempi (come il duca di Baviera soggetto ai franchi) trovansi principi piú grandi; e crederei che il titolo di «graf», tradotto sotto i goti con «conte», si traducesse ora con «duca», per assimilazione ai greci. Né monta che sotto ai duchi si trovin conti; questi furono probabilmente non piú che schulteis o centenari. A ogni modo i duchi furono lasciati quasi indipendenti fin da principio; e fu modo barbaro oltre al solito, e per li conquistati piú che mai abbandonati a lor mercé, e per li conquistatori cosí scematine, e per la conquista cosí impoverita, fatta a caso, non mai compiuta. Occuparono molte ma non tutte le cittá della Venezia e della Liguria. La quale tuttavia oltrepassarono, varcando l'Alpi, entrando nelle terre franche, e cosí incominciando la guerra bisecolare che finí con lor perdizione. Del resto, ne furon respinti fin d'allora; e lasciaron di colá partirsi per tornar a Germania i sassoni lor compagni. In Italia poi, i greci non si mostrarono mai alla campagna. Vedesi fin di qua ciò che durò sempre poi; i greci dammeno che i longobardi, questi dammeno che i franchi. In Pavia sola si trovano aver i greci resistito. Tre anni durò l'assedio; dopo i quali Alboino la prese, e la fece capitale del regno. E perché i greci respinti s'andaron raccogliendo intorno a Ravenna, e gl'italiani intorno a Roma principalmente, tre capitali si può dír che avesse quindi l'Italia per due secoli: Pavia de' longobardi, Ravenna de' greci, e Roma (non osata assalir dai primi, abbandonata dai secondi, protetta dai suoi pontefici che ne grandeggiarono) degl'italiani.—Banchettando poi un dí Alboino co' suoi barbari, facevasi venir la regina e l'invitava «a ber col padre» nel bicchier del teschio; ed ella quindi si vendicava abbandonandosi ad uno di que' bravi, e spingendolo ad uccidere l'odiato sposo. Uccisolo, fuggirono insieme a Ravenna, dove in breve s'ucciser tra essi. I longobardi gridaron lor re Clefi, duca di Bergamo, che regnò diciotto mesi, continuando le conquiste, predando ed uccidendo i principali italiani; e fu ucciso poi da un suo gasindio [574]. Tutto ciò in sei anni; Velleio Patercolo avea ragione, e l'ha Manzoni: fu conquista barbara fra le barbare.
14. I trentasei duchi.—Nuova barbarie, i trentasei duchi non s'elesser re. Vollero restare indipendenti, sciolti; e principalmente non aver a spogliarsi della consueta «parte regia». I duchi settentrionali guerreggiarono di nuovo stoltamente, e invasero Provenza. I medii e meridionali estesero lor conquiste a tutto ciò che rimase poi regno longobardo. Il quale saprebbesi qual fosse, se avessimo il nome de' trentasei ducati, che furono probabilmente dodici in ciascuna delle tre grandi divisioni, Austria ad oriente, Neustria ad occidente d'Adda e Trebbia, Tuscia a mezzodí. Ma restano certi solamente undici nell'Austria, Foro Iulio, Treviso, Ceneda, Vicenza, Verona, Trento, Bergamo, Brescia, Parma, Piacenza e Regio; incerto il dodicesimo, Brescello o forse Mantova presa fin d'allora. In Neustria certi soltanto sei, Milano, Pavia, San Giulio nel lago d'Orta, Ivrea, Torino, Asti; incerti gli altri sei, Vercelli, Lumello, Acqui, Alba, Auriate, Bredulo. Nella Tuscia certi nove, Lucca, Chiusi, Firenze, Populonia, Perugia, Fermo, Rimini, Spoleto e Benevento; incerti gli altri tre, Siena o Soana, Camerino ed Imola. Vedesi che tenevan quasi tutta la Venezia, salvo Padova con quelle sue lagune ove veniva sorgendo la cittá di lei figliuola; tutta l'antica Insubria e Liguria, salvo Genova e sue riviere; e tutta Toscana e il mezzodí d'Italia, salvo Ravenna e alcune altre cittá alla marina orientale, e Napoli e poche altre alla occidentale, e Roma in mezzo isolata e compressa tra i due potenti duchi di Spoleto e Benevento. Del resto, hassi da Paolo Diacono loro storico nazionale che «spogliarono le chiese ed estinsero i popoli»; e piú espressamente che «allora molti dei nobili furono per cupidigia uccisi; e gli altri divisi fra gli ospiti, affinché pagassero ai longobardi la terza parte de' lor frutti (frugum)» (lib. II, 32). Chiaro è: i longobardi, che sempre piú si conferman barbarissimi fra' barbari, usarono allora il modo piú barbaro di trarre il terzo non in terre separate, ma in frutti pagabili da' conquistati, ridotti cosí a servitú territoriale e poco men che personale. E quindi l'ire degl'italiani contro a questi barbari, piú acerbe che contro a nessuni de' precedenti; quindi fin d'allora un primo ricorso di un papa (Pelagio II) e d'uno stesso imperatore greco (Maurizio) a' franchi nemici de' longobardi, affinché scendessero. E scese Childeberto re d'Austrasia; esempio poscia ad altri principi franchi troppo maggiori, cagione allora che nel pericolo i duchi s'eleggessero finalmente un re.
15. La restaurazione del regno [584].—Innalzarono, restaurarono Autari figliuol di Clefi, fanciullo quando moriva il padre, or adulto. «Diedergli la metá delle loro sostanze per gli usi regali, da nodrirsi esso il re e coloro che aderivano a lui» (Paolo Diacono), cioè i suoi gasindi o dipendenti immediati. Essi i duchi serbarono dunque l'altra metá, e cosí rimaser probabilmente piú ricchi, piú potenti che non i soliti graf degli altri regni barbarici. Cessò poi, a quel che pare, la spogliazione disordinata de' miseri italiani; mansuefecesi la conquista. Come alcuni re visigoti, Autari e alcuni altri re longobardi presero poi il nome romano di Flavio; perché questo, piú che qualunque altro, non si scorge; forse perché ricordava Tito e Vespasiano signori rimasti popolarmente famosi per bontá. E trovasi poi un passo unico, il quale indicherebbe un addolcimento materiale negli ordini della conquista, se non che ei si legge diversamente ne' codici: «Populi tamen aggravati pro longobardis hospitia partiuntur», ovvero «per longobardos hospites partiuntur», oltre altre lezioni ancora. Né ci possiam metter qui tra le interminate dispute che se ne fanno. Dirò, in una parola, che io pendo alla prima lezione, e cosí all'interpretazione la quale concorda con tutto l'addolcimento della conquista narrata da Paolo: cioè che i longobardi oramai stanziati si risolvessero al modo piú mite di prendere il terzo, non piú in frutti, ma in terre; e che cosí rimanessero molti italiani territorialmente liberi. Ad ogni modo, civilmente e politicamente essi rimaser certo servi molto piú che non sotto a' goti. Di magistrati propri essi ebber tutto al piú alcuni giudici, dati forse anche qui dai vescovi, e sofferti da' longobardi che non volean per certo imparar le leggi romane; ma non piú conti propri pari a' grafioni, come sotto ai goti, e men che mai ministri romani, come Cassiodoro, ed altri anche in Francia e Spagna.
16. Autari ed Agilulfo [584-615].—Con tutto quest'ordinamento, scioltissimo, come si vede, e giá simile a quello che fu poi detto «feodale», segue una storia povera di vera grandezza, ricca sí di quelle avventure cavalleresche, che ad alcuni paiono essere state rimedio, a noi poco piú che ornamento della feodalitá.—Autari allontanò i franchi scesi tre volte, trattando prima, poi sconfiggendoli; co' greci fece tregue e guerre, e corsa l'Italia fino a Reggio di Calabria, spinse il cavallo in mare gridando:—Fin qui il regno.—Poi, volendo aver a moglie Teodelinda la bella e saggia figliuola del duca di Baviera, andò colá travestito da ambasciador di se stesso a dimandarla e vederla. E poco mancò che si scoprisse, ricevendo secondo l'usanza un nappo di mano della promessa sposa; e si scoprí poi a' limiti, lanciando l'asta contro un albero e dicendo:—Cosí ferisce Autari.—Quindi Childeberto il re d'Austrasia, da cui dipendeva Baviera e a cui era stata impromessa la fanciulla, invase quel paese; ed ella si fuggí a Italia, e Autari la sposò, e Childeberto mandò qui un grand'esercito di franchi d'accordo co' greci; e Autari indugiando e trattando si liberò degli uni e degli altri. Ma morí poco appresso [590].—Allora, i longobardi diedero alla giovane lo scegliere a se stessa un nuovo sposo, ad essi il re; ed ella si scelse Agilulfo duca di Torino. Regnarono insieme e gloriosi venticinque anni. Ariani Agilulfo e i longobardi, cattolica Teodelinda, ella a poco a poco convertí lo sposo e gran parte della nazione; e fu un nuovo e massimo addolcimento della conquista; avendo noi veduto al tempo de' goti, ed essendo sempre pessima di quante differenze separan conquistatori e conquistati, peggiore che non quella stessa delle lingue, la differenza delle religioni. Ed a ciò poi Teodelinda strinse pratiche col papa.—Il quale era san Gregorio I, detto «il magno», quantunque due altri poi ne sieno stati non guari minori per noi italiani. Nobile, ricco, potente in Roma da giovane, scrittore ecclesiastico copioso e sapiente rispetto all'etá, assunto al pontificato nel 590, e d'allora in poi zelante per la propagazione della fede a cui mandò sant'Agostino l'apostolo e incivilitor d'Inghilterra, fu quanto a noi, in Roma e nelle province greche e nelle stesse longobarde, gran protettore degl'italiani peggio che mai abbandonati; e per ciò negoziator co' duchi e col re e la regina, e cosí grande avanzator della potenza papale, non indipendente per anco, ma giá differente dall'imperiale. Fu, in tutto, secondo de' grandi papi politici.—Agilulfo e Teodelinda poi furono fondatori di chiese e monasteri; fra cui principale San Giovanni di Monza, dove mostrasi tuttavia, fra parecchie corone di essi, quella «di ferro», che dicesi d'uno dei chiodi della Passione di Nostro Signore; ed è quella su cui, cingendola, pronunziò Napoleone quelle vane parole:—Guai a chi la tocca.—Del resto Agilulfo ebbe a reprimere parecchie ribellioni di duchi, talor alleati co' greci; guerreggiò con questi, impose loro tributo, e soffrí una correria degli ávari nel Friuli. Morí nel 615, ed ebbe a successore Adaloaldo figliuolo suo e di Teodelinda, giá associato da fanciullo al regno.