17. Successioni dei re per un secolo [615-712].—Segue un secolo di re longobardi, poco men che simili a que' franchi contemporanei, i quali furono detti lá re «fa nulla» o poltrenti. Niuna impresa guerriera di conto, niun ordine nuovo; perciocché lo scriversi che si fece in quel secolo delle leggi antiche longobarde, come delle franche, borgognone, bavare e visigotiche fu certo cosa buona, ma non ordine nuovo. Del resto, continuano non poche storie e novelle cavalleresche, che sarebbero utili a pittori e poeti, ma che non abbiamo spazio qui di servir ad essi come pur vorremmo.—Adaloaldo fanciullo regnò prima sotto la tutela di sua madre Teodelinda; ma fatto adulto impazzí, ammaliato, dissero, da un ambasciador greco, e fu poi cacciato del regno, e spento di veleno. Tuttociò sembra accennare in quel re un ozio, un insolito tollerar i greci, non sofferto dai longobardi [625].—Succedette Arioaldo, duca di Torino e marito di Gundeberga, figlia essa pure degli amati Agilulfo e Teodelinda; ed essa, caduta in sospetto al marito, fu chiusa in una torre, giustificata poi e liberata per un combattimento singolare. Arioaldo morí nel 636.—Lasciata a Gundeberga, come giá a sua madre, la scelta di uno sposo re, ella scelse Rotari duca di Brescia, il quale egli pure la rinchiuse per abbandonarsi a sue libidini, e la lasciò liberare in simil modo. Meno ozioso tuttavia che gli altri, Rotari conquistò contro a' greci Genova e le due riviere liguri, e Oderzo nella Venezia, ed egli fu che fece scrivere il primo de' codici longobardi. Morí nel 652.—Succedettergli prima il figliuolo di lui Rodoaldo; ma per pochi mesi, ignobilmente morto per aver rapito una donna.—E poi Ariperto figlio d'un fratello di Teodelinda, dalla cui famiglia, dalla cui memoria i longobardi non si sapevano staccare. Né di lui si sa altro, se non che fu gran fondatore di chiese, e che morendo nel 661 o 662 lasciò, con esempio unico ne' longobardi, diviso il regno tra due figliuoli suoi.—Cosí regnò Bertarido in Milano, e Godeberto in Pavia. Ma in breve sorser discordie, e venne Grimoaldo duca di Benevento, che uccise il secondo e fugò il primo ad Ungheria, e regnò egli [662].—Respinse poi di Benevento Costante il solo imperador greco che mai venisse in Italia, ma che non vi fu buono a nulla se non a spogliarla; tanto i signori stranieri, civili o barbari, si rassomigliano. Né Grimoaldo fu buono a proseguire la fortuna; diede sí una gran rotta a' franchi discesi fin presso ad Asti; poi volendo domare un duca del Friuli ribellato, e scansare, dice Paolo, guerra civile, chiamò rimedio peggior del danno, gli ávari, ed ebbe poi a volgersi contr'essi per cacciarli. E tra queste ed altre minori imprese, sprecata la vita operosa ma inutile al regno, morí nel 671.—Lasciò il regno a Garibaldo figliuol suo, avuto da una sorella di Bertarido. Il quale venuto di Francia, dove esulava, cacciò il nipote dopo tre mesi di regno, e regnò egli per la seconda volta, diciassette anni; pio, mansueto, gran fondator di monasteri, del resto ozioso [688].—Successegli suo figliuolo Cuniberto, che giá avea regnato dieci anni con lui; e gli fu occupato il palazzo e il regno da Alachi duca di Trento, giá ribelle perdonato da lui. Ma tiranneggiando costui, risorse Cuniberto; combatterono, ed ucciso Alachi, regnò Cuniberto con nome di prode fin al 700. E di lui, e Teodote una bella romana, si novella.—Successegli Liutberto, suo figliuolo fanciullo, cacciato in breve da Ragimberto, duca di Torino e figliuolo di re Godeberto. Morto in breve Ragimberto, Ariberto II suo figliuolo vinse ed uccise Liutberto, e cosí regnò, pio, limosiniero anche esso; finché sceso contro di lui ed aiutato dai bavari Ansprando tutor giá di Liutberto, combatterono i due presso a Pavia; e vincitor prima, vinto poi Ariberto, affondò, fuggendo, in Ticino. Fu l'ultimo che regnasse per parentela e in memoria di Teodelinda [712].—E salito cosí al trono Ansprando e vivutovi tre mesi soli, lasciò il regno a Liutprando figliuol suo.
18. Liutprando. Le prime cittá, i primi papi indipendenti [712-744].—Liutprando fu, dice Paolo, «uomo pio, sagace, amator di pace, potente in guerra, clemente, casto, limosiniere, buon parlatore, legislatore, e benché illiterato, da eguagliarsi ai filosofi». Noi diremo che fu il men dappoco o il piú approssimantesi a grandezza fra' re longobardi, dopo Agilulfo e Teodelinda. Ma, molto piú che i fatti propri, son notevoli i tempi di Liutprando. Perciocché non fu notato abbastanza, ma allor furono incontrastabilmente, e le prime cittá indipendenti (non meno indipendenti che i comuni di quattro secoli dopo), e le prime e troppo di rado imitate confederazioni di esse, e i primi papi temporalmente indipendenti e signoreggianti; ma allor pure, novitá che rovinò quasi tutte l'altre, il primo ricorso di essi i papi ai franchi. E quindi io non saprei dire qual periodo di storia italiana meriti piú d'essere trattato distesamente, espressamente; quale perciò mi peni piú d'aver a restringere, troppo inadeguatamente. Gli imperatori greci, che poco duolci non aver luogo di nominare, s'erano succeduti peggiorando, s'erano lasciati spogliar da' persiani dapprima e da' maomettani poi (religione e potenza nuova sorta, come ognun sa, nel settimo secolo), di mezzo il loro territorio asiatico e di tutto l'africano. In Italia essi e gli esarchi avean giá piú volte conteso co' papi. E cosí tra tali contese s'eran venute sollevando Roma, Ravenna e parecchie altre cittá; s'eran piú volte nominati lor duchi, senza aspettarli di Costantinopoli (cosí Venezia tra il 713 e 716); e giá aveano se non mutati i magistrati propri, almeno aggiuntivi i maestri di militi, e schiere (scholae) di militi propri, che è piú importante; e giá dal secolo precedente o dal principio di questo ottavo, il nome nuovo di Pentapoli preso da cinque cittá, che si credono Ancona, Umana, Pesaro, Fano e Rimini, sembra accennare una prima confederazione di esse; e giá i papi eran venuti crescendo tra tutto questo.—Finalmente, tutto ciò scoppiò a ribellioni aperte, a mutazioni grandi nel 726. Era imperatore Leone isauro, un barbaro, non solamente caduto, a modo solito di quella corte, nell'eresie, ma inventor esso di una nuova, contro alle imagini, detta perciò «iconoclastía». Per questa minacciò, perseguitò il papa. Il quale si trovò essere un gran papa, gran principe, Gregorio II [715-731]; il quale troppo trascurato dagli storici, non resterá tale per certo, quando Italia indipendente cerchi e glorifichi tutti i periodi, tutti gli eroi di sue indipendenze. Egli forte pontefice, resistette cattolicamente all'imperator eretico; egli gran vescovo, gran cittadino, raccolse apertamente intorno a sé i romani di Roma; egli grande italiano raccolse pur gli altri italiani antichi, li difese, ne fu difeso dalla tirannia dell'eretico imperatore; egli, come tutti coloro che sollevan popoli non a propria ambizione ma a difesa comune e giusta, non rinnegò il nome, il diritto del signore legittimo o legale, ma gli rinnegò l'obbedienza in ciò che era pur diritto proprio e del popolo suo; egli limitò la rivoluzione a giusta resistenza, egli l'adattò alle tendenze, alle condizioni del tempo suo; ed egli non inventò forse ma si serví delle giá inventate confederazioni, le accrebbe, le condusse, le fece efficaci, vittoriose. Primo de' papi s'alleò co' longobardi contro a' greci, primo fu di fatto principe indipendente; e fece tutto ciò in cinque anni dal 726 al 731.—E ciò fu continuato dal successore ed omonimo di lui, Gregorio III, dal 731 al 743. Se non che, piú sovente che non il predecessore, guastatosi co' longobardi, e pressato tra questi e i greci, e men che il predecessore confidando forse nelle cittá, nella nazione italiana, egli primo fece quella chiamata dei franchi, che fu rinnovata poi da' successori. E queste chiamate sono condannate universalmente ora nella storia, nell'opinione italiana. Né senza ragione, se si guardi ai tristi e lunghi effetti che ne vennero. Tuttavia io non saprei se non sia lecito, se non debito forse a un uomo posto a capo d'una nazione, difendere l'indipendenza propria e di quella nazione, difenderne l'acquisto recente e dubbio ancora, chiamando contro agli stranieri prementi altri stranieri che paiano meno pericolosi. Perciocché io non so fino a qual punto sia lecito ai reggitori sagrificare i pericoli certi de' popoli presenti agli incerti de' popoli futuri, né fino a qual punto sia da apporsi a tali reggitori il futuro mal preveduto. Ad ogni modo, se resta colpa apponibile a que' nostri antichi, ella non può apporsi certo da que' moderni, grandi o popolani, governanti o governati, i quali caddero nella medesima, fecero simili chiamate, e si lagnarono che non fossero esaudite. Quanto al risultato poi, un'opinione la quale vituperasse in ogni caso queste chiamate di stranieri contra stranieri, sarebbe certo opinione molto imprudente, molto impolitica, molto improvida per li casi futuri.—La chiamata di Gregorio III fu fatta a Carlo Martello, il maggiore di que' maggiordomi o pfalz-graf, o capi di gasindi, che eran venuti crescendo presso ai re franchi «fa nulla»; a Carlo Martello, che colle vittorie sui propri emuli, su' grandi ribelli del regno, e principalmente sugli stranieri maomettani, vinti in gran battaglia a Poitiers l'anno 732, s'era acquistato nome e potenza di capo della nazione franca, e quasi della cristianitá. A tal uomo fu almeno men brutto ricorrere; e cosí bastò l'autorita di lui su' longobardi alleati suoi, a salvar il papa e le cittá italiane. E cosí, e l'uno e l'altre eran rimaste, od anzi cresciute nell'indipendenza, quando morirono Gregorio III, Leone iconoclasta e Carlo Martello nel 741, e Liutprando nel 744. Del quale, non aggiugneremo altro, se non che, or alleato, or nemico de' papi e delle cittá, e de' greci e de' propri duchi, egli prese una volta Ravenna, toltagli in breve da' veneziani sudditi greci fedeli quella volta; e prese parecchie altre cittá, fra cui Sutri che donò a San Pietro e San Paolo, cioè alla mensa di Roma, cioè al papa, primo esempio di tali donazioni. E resta dubbio se serbasse l'altre e cosí accrescesse definitamente il regno. Ad ogni modo, avendo egli, fin che le tenne, trattatele meno alla barbara, e non ispogliati questi nuovi sudditi suoi, diventa certo dopo lui ciò che era dubbio prima di lui: che questi romani possedetter terre, furono territorialmente liberi nel regno longobardo. Apparisce chiaro dalle numerose leggi lasciate da Liutprando.
19. Ildebrando, Rachi, Astolfo, Desiderio, ultimi re longobardi [744-774].—Segue, sotto uomini tutti mutati, e, salvo i franchi, tutti minori, la caduta dei longobardi. Regnava da parecchi anni aggiunto a Liutprando il nipote di lui Ildebrando; or gli successe, ma per sette mesi soli, cacciato che fu da Rachi duca del Friuli.—Regnò questi serbando cinque anni una tregua di venti fatta giá da Liutprando col papa e le cittá; ma rottala nel 749, stava a campo contro a Perugia, quando accorse a rattenerlo papa Zaccaria, e il tenne e mutò cosí, che egli il re barbaro si fece monaco. Era, è vero, una smania di quei tempi, in che si videro un re anglo-sassone venire a Roma e morirvi vestito da pellegrino, e farsi monaci un duca d'Aquitania, un d'Austrasia ed un del Friuli.—Succedette a Rachi Astolfo fratello di lui, uno di quegli uomini che avventati alle cose facili, avviliti nelle difficili, paion mandati apposta da Dio quando vuol perdere i regni. Fin dal 751 o 752 riaprí la guerra, prese Ravenna, tutto l'Esarcato ed Istria, e in somma tutta l'Italia greca, tranne le lagune di Venezia, Roma, Napoli, ed altre cittá di quella marina, e Sicilia. Le quali sole rimasero d'allora in poi all'imperio greco, perdute per sempre quelle prime. E proseguendo Astolfo in tali conquiste, facili a farsi contro a nemici deboli, ma difficili a serbarsi contro a vicini forti, assalí Roma; e allora papa Stefano II ricorse per aiuti a Costantinopoli invano, a Francia efficacemente.—Ivi era succeduta intanto una grandissima novitá; ché, deposto e ridotto a monaco Childerico l'ultimo re merovingio, Pipino figliuolo di Carlo Martello s'era fatto gridar re in campo di marzo a Soissons, in quel medesimo anno 752. E forse il vano Astolfo sperava nelle difficoltá di quelle mutazioni. Ma invano; ché, andato Stefano II a Francia nel 753 e 754, vi consagrava i nuovi re Pipino e i suoi due figliuoli Carlo e Carlomanno, aggiungendo loro (con consenso o no dell'imperatore o de' romani, non consta) il titolo di patrizi romani. Quindi, rendendo servigio per servigio, scendea Pipino in persona per Moncenisio alle Chiuse di Susa, fatali a' longobardi; e rottovi Astolfo e assediatolo in Pavia, n'ottenea promessa di pace a Roma, e restituzione delle conquiste, e poi tornava a Francia.—Ma, non corso un anno, Astolfo ricominciò la guerra, e tornò a campo a Roma, e ricominciarono le doglienze, le lettere del papa a Pipino; il quale ricalcava sua via, ribatteva i longobardi alle Chiuse, riassediava Astolfo in Pavia; e ridottolo, prendeva il terzo del tesoro regio, gli imponeva un tributo annuo, e fattesi ora restituire in effetto le conquiste, ne faceva egli poi donazione a San Pietro, alla Chiesa romana ed ai papi, in perpetuo e per iscritto. Anastasio, scrittor di due secoli appresso, dice aver veduto esso tuttavia lo scritto; e compresevi Ravenna, Rimini, Pesaro, Fano, Cesena, Sinigaglia, Iesi, Forlimpopoli, Forlí, Castel Sussubio, Montefeltro, Acerraggio, Monte Lucaro, Serra, Castel San Mariano, Bobro, Urbino, Cagli, Luceolo, Gubbio, Comacchio e Narni; non Roma, come si vede, la quale reggevasi di nome sotto l'imperador tuttavia, di fatto da sé sotto al papa e sotto al re franco patrizio, ed affettando il nome ambiguo di «repubblica romana». E morí poco appresso Astolfo, perdute le conquiste, lasciato tributario, ma tuttavia intiero ne' limiti antichi, il regno longobardo [756].—Successe Desiderio, duca, come si crede, di Brescia, che il dovea perdere intiero. E dapprima ebbe a contrastarlo con Rachi, il re monaco; ma scartò questo in breve per intervenzione del papa, a cui promise di «compiere le restituzioni». Comprendevansi elle in tal promessa alcune cittá comprese giá nella donazione, ovvero altre? Non vengo a capo di discernerlo. Ad ogni modo, qualunque fosse tal restituzione, diventò occasione di nuove contese tra Desiderio e i papi, di nuove lettere papali a Pipino; il quale tuttavia, o invecchiato od occupato in altro, non ritornò piú.—Ma morto esso nel 768, e succedutigli dividendosi il regno que' due figliuoli suoi giá re e patrizi, Carlo e Carlomanno, il primo che è Carlomagno sposò e fecesi venir a Francia una figliuola di Desiderio; ma tenutala poco, o forse nulla, la ripudiò e rimandò al padre l'anno 771. Poi, morto Carlomanno, Carlomagno facevasi eleggere a succedergli nella parte ch'era stata di lui; e i figli spogliati colla madre vedova rifuggirono a Desiderio. E rifuggivvi in quel torno Unaldo, un antico duca d'Aquitania spogliato da que' Carolingi. E moriva papa Stefano III, che s'era tenuto bene co' longobardi; e saliva a pontificare Adriano I, un romano di gran conto e che pendeva a' franchi. Tutti i nembi s'accumulavano contro a quella reggia di Pavia, fatta refugio de' nemici di Carlomagno. S'aggiunse l'imprudenza, che sembra stoltezza, di Desiderio. Aprí egli la guerra, prese o corse le cittá papaline, fin presso a Roma; poi, dubitando o giá minacciato, indietreggiò a settentrione. Né Carlomagno si fece aspettare. Tornato appena d'una prima di quelle imprese di Sassonia ch'ei moltiplicò poi in quasi tutta sua vita, tenne l'anno 773 il campo di marzo in Ginevra. E quindi, diviso l'esercito in due, e mandata per il Gran San Bernardo l'una parte di che non si sa altro, egli stesso coll'esercito principale scese per la via giá solita del Moncenisio e della Novalesa; e venne alle solite Chiuse tra il monte Caprario e il Pircheriano, quello su cui torreggiò poi e torreggia il monastero di San Michele detto appunto della Chiusa, allo sbocco della Comba o valle di Susa ne' piani di Torino. Ivi erano, dietro le fortificazioni innalzate a sbarra, il vecchio Desiderio e il giovane e prode Adelchi figliuol suo, re egli pure associato al padre. Combattessi molte volte; Adelchi a cavallo colla mazza d'armi facea prodezze, macello di franchi. Dicesi Carlomagno trattasse giá d'accordi, od anche d'indietreggiare. Quando, fosse per cenno d'un giullare, o d'un diacono di Ravenna mandatovi apposta, o per tradimento d'alcuni infami longobardi, o meglio per perspicacia ed arte militare, che certo non mancò in Carlomagno; ad ogni modo ei metteva una schiera per le gole laterali e non guardate di Giaveno, intorno al Pircheriano, e cosí prendeva a spalle i longobardi, che se ne spaventarono, e fuggirono sbaragliati. Chiusersi i due re e i grandi in Pavia e Verona; e Carlomagno assediò la prima fin dal giugno 773; e prese la seconda al fine di quell'anno. Combattevasi tuttavia alla campagna; e dicesi si facesse un gran macello di longobardi su un campo, dettone poscia Mortara. E resistente ancora Pavia, Carlomagno s'avviava per la pasqua del 774 a Roma; dove intanto papa Adriano stava accettando dedizioni di cittá italiane, e di longobardi che correvano a farsi tosare a modo romano, e perfino d'un duca di Spoleto che gli si faceva vassallo. L'incontro fu qual di vittoriosi; feste, funzioni di chiesa, giuramenti di guarentigie ed amicizie eterne, e soprattutto conferma delle donazioni di Pipino, ed aggiunte fattevi probabilmente, benché non negli estesi limiti riferiti da alcuni. E quindi tornò Carlomagno dinanzi a Pavia, e la prese finalmente in maggio o giugno 774. Desiderio ed Ansa, re e regina spogliati, furono mandati a Francia, dove vissero in pie opere e forse monaci; Adelchi o Adelgiso rifuggí in Costantinopoli, presevi il nome greco di Teodoro, e tornato da venturiero in Italia fu famoso nelle fiabe del medio evo, e fatto illustre a' di nostri dal Manzoni.—E cosí cadde, con poca gloria, come avea signoreggiata, la nazione longobarda. La quale tenutasi, finché signoreggiò, piú che le altre barbare, diversa, divisa dagli italiani, si mescolò, si confuse con essi poi nella comune servitú. Distrutta l'esistenza politica indipendente, non distrutte né cacciate le schiatte di lei, molte leggi, molte usanze ne rimasero per parecchi secoli; molto sangue nelle vene, molte parole nella lingua e ne' dialetti di quasi tutta Italia fino ad oggi. E ne rimane il nome ad una grande, bella, buona, ricca provincia italiana, or suddita imperiale e reale austriaca.
20. Coltura.—Al principio dell'etá dei barbari, due scrittori rappresentano insieme la condizione delle popolazioni e delle lettere romane: Boezio [470-525] che vedemmo perseguitato, fatto morire da' goti, Cassiodoro [470-562] che fu ministro di tre o quattro de' lor re. Il primo scrisse parecchi ristretti di filosofia, rimasti famosi ne' secoli seguenti fino alla restaurazione degli originali, e in carcere poi il bel libro Delle consolazioni della filosofia; ondeché si può dir ultimo dei romani antichi e primo degli scolastici. Il secondo piú retore, piú intralciato, piú barbaro in tutto, non interessa quasi se non per li fatti che si trovano nelle lettere di lui, e nel ristretto della sua Storia dei goti compendiata da Iornandes.—Gregorio magno [542-604], scrittore ecclesiastico copiosissimo, si può giá dire scolastico intieramente. San Colombano [540-615] monaco d'Irlanda venuto di colá in Francia, poi in Longobardia sotto Agilulfo e Teodelinda, e fondator del monastero di Bobbio dove furon ritrovati a' nostri dí parecchi codici d'autori antichi, accenna l'ultimo precipizio delle lettere italiane, che ricevean cosí quasi una restaurazione dall'ultima Irlanda. Paolo Diacono [740 circa-790 circa] il solo scrittore di qualche conto che abbiamo di nazione longobarda, e scrittor unico della storia di essa, ci è prezioso perciò, ci è caro per l'amore ch'ei mostra, scrivendo sotto Carlomagno, a sua gente caduta; ma è, del resto, o pari o di poco superiore ai piú meschini cronachisti dell'etá seguente. Misero ritratto di tre secoli di letteratura! ma che si potrebbe argomentare dalla storia politica; allor sí veramente i barbari distrussero le poche lettere antiche, le molte cristiane che rimanevano.—Delle arti, l'architettura trova sempre qualche modo di fiorire sotto a principi potenti quantunque barbari; e cosí fiori sotto Teoderico, e poi sotto Teodelinda ed Agilulfo. Fu architettura romana, decadente via via piú, non dissimile, ma meno splendida della bizantina; ondeché si vede chiaro qui ciò che del resto ognun sa oramai, quanto sia falso il nome di «gotica», dato poi a quell'altra architettura molto posteriore, tutto diversa, anzi contraria, degli archi acuti e delle colonne sottili. Nella vera architettura gotico-longobarda, l'arco viene anzi abbassandosi, e le colonne ingrossando, e tutto lo stile diventando tozzo e goffo. Il quale poi ritrovandosi tra' sassoni in Inghilterra e in Francia e Germania fino appunto alla diffusione dello stile acuto e sottile, convien dire che tutto quel primo stile pesante chiamato «sassone» da alcuni, venisse dal romano-gotico-longobardo. E ciò si fa tanto piú probabile, che dalle leggi longobarde abbiamo un cenno di una quasi societá di maestri muratori settentrionali d'Italia (magistri comacini), i quali aggirandosi tra noi e probabilmente anche fuori, mantennero e diffusero l'architettura, lo stile italiano imbarbarito; e furono forse origini di quelle societá o confraternite o gilde di muratori od architetti, che si ritrovano quattro o cinque secoli appresso; e che si pretendono origine esse di quella societá o setta segreta de' franchi-muratori, modello poi o madre stolta e brutta di piú brutte e piú stolte figliuole. Del resto, que' maestri scolpivano probabilmente e dipingevano quel pochissimo che era da scolpire e dipingere ne' poveri edifizi edificati da essi. Onde anche quell'altro nome di «stile greco», dato alle pitture e sculture tozze e goffe di que' tempi, sarebbe forse da mutarsi tutt'insieme in quello di «stile italiano imbarbarito»; piú brevemente, «stile comacino».
21. Legislazioni.—Questa etá è poi molto piú notevole per un genere di libri o compilazioni, le quali sono sí elle pure parte della coltura, ma piú che coltura poi all'effetto, dico i codici di leggi. Strano fatto, che le leggi le quali servirono a tutta Europa nelle etá piú civili e piú colte fino a' nostri dí, e che anche oggi servono in gran parte all'Inghilterra, cioè alla nazione piú avanzata in civiltá e coltura, e che diedero origine a' codici nuovi nelle altre, sieno state compilate tutte lungo l'etá dei barbari, in Oriente od Occidente. Ma il vero è che non sono di tale etá se non le compilazioni; e che le leggi stesse, e i responsi de' giureconsulti che le accompagnano, sono frutti di lunghe etá precedenti, sono risultato complessivo ed ultimo delle due grandi civiltá europee fino allora disgiunte, e allora riunite, la romana e la germanica, la imperiale e quella delle genti. E quindi appunto fu naturale, che allora, nel riaccostarsi le due civiltá, volesse ciascuna serbare i propri risultati; naturale che li compilassero; e naturale poi, che tali compilazioni ritardassero le fusioni fino alla etá nostra piú unificante.—Le leggi, la giurisprudenza romana, furono raccolte, primamente (e prima dell'etá de' barbari, ma invadenti giá essi), da Teodosio II in un Codice che porta il nome di lui [438]; poi da Giustiniano in un nuovo e piú ampio Codice [529], in una compilazione di leggi e decisioni antiche detta Digesto o Pandette [533]; in un'aggiunta al Codice detta Novelle [534], e in un ristretto detto Istituzioni. E tutta questa legislazione giustinianea fu, senza che non ne resti dubbio oramai, recata in Italia; ovvero giá da Belisario e dalla prima conquista (essendo presumibile che il legislatore autore imponesse quanto prima l'opera sua in tutto l'imperio suo), ovvero nel 554, insieme colla prammatica che dicemmo; ovvero anche piú tardi nelle province rimaste greche. Ma, voluminoso tutto questo Corpus iuris, non s'adattava alla poca coltura delle etá seguenti, né al poco e impedito uso che ne aveano a fare i miseri italiani soggetti e poco men che schiavi di barbari germanici od imbarbariti greci; ondeché essi usarono vari ristretti fattine via via, e principalmente quello d'Alarico re de' goti di Spagna.—De' codici barbarici poi, lasciando quelli fatti fuor d'Italia, e venendo a' nostri goti, ci basterá accennare, che Teoderico e gli altri re loro fecero senza dubbio non poche leggi; ma non restano testi, se non di due editti di Teoderico e d'Atalarico, oltre poi molti cenni nelle lettere di Cassiodoro. E, cacciati i goti, non ne restò probabilmente traccia nelle giurisprudenze posteriori. I longobardi sí, compilarono, come accennammo, contemporaneamente con gli altri barbari lor leggi od usanze (dette con parola loro antica «anclab» od «anclap», che forse significava «connessione», «collegazione», e sarebbe cosí sinonimo di «lex»); e la prima compilazione fu di Rotari intorno all'anno 643, e seguirono le aggiunte di Grimoaldo, di Liutprando, di Rachi e d'Astolfo.—E lodinsi pure tutti questi principi codificatori: le pubblicazioni di codici sono sempre benefizi a' popoli che han bisogno di conoscere quanto piú facilmente le leggi buone o cattive onde son retti. Ma non diasi ad essi, nemmeno a Giustiniano, quella lode di legislatori veri, che Machiavello pone sopra tutte le umane. Perciocché i legislatori veri sono, non quelli che compilano leggi vecchie o ne aggiungon poche nuove conformi, ma quelli (come Mosé, Licurgo, Solone ed anche, bene o male, Augusto, Diocleziano, Costantino e pochissimi altri) i quali inventano, e con leggi in parte antiche e in parte nuove, ordinano, rinnovano uno Stato comunque invecchiato, conformemente alle condizioni delle civiltá e de' tempi nuovi. E siffatta somma lode fu meritata (non corsi due anni dacché io cosí ne parlava primamente) da quattro principi italiani; ma non rimane che ad uno, Carlo Alberto. E cosí Dio ispiri i tre altri a riacquistarsela, ad onore, od anzi forse a salvezza propria e di lor successori e lor popoli.—Del resto, sapientissima, elegantissima ne' particolari la legislazione romana, ma tutta imperiale, tutta assoluta nel principe, tutta ciecamente obbediente e quasi adorante ne' sudditi, pagana pe' tre quarti, cristiana qua e lá per aggiunta, ella contribuí certo molto ed a quelle stolte pretensioni di monarchia universale, ed a quelle di dispotismo civile ed ecclesiastico degli imperatori, onde sorsero poi tanti danni in tutti i secoli che siam per vedere; mentre le legislazioni barbariche contribuirono a quella dispersione della potenza regia in potenze via via minori e poco men che assolute, onde vedremo sorgere l'ordine feudale, uno de' peggiori disordini sociali che sieno stati mai. Miseri secoli in tutto, quelli che straziati continuamente tra i due assolutismi del concentramento e della dispersione, non trovavan riposo dalle violenze della guerra, se non nei disordini della pace; quelli, in cui questi disordini eran fonte perenne di quelle violenze, e quelle violenze, di disordini nuovi. Quando impareremo noi a tener conto de' tempi presenti, ad esserne grati alla divina Providenza, a non farne stolti, od anche empi piagnistei?
LIBRO QUINTO
ETÁ QUINTA: DELLA SIGNORIA DEGLI IMPERATORI E RE
(anni 774-1073).
1. Carlomagno re [774-814].—Carlomagno sí che fu vero legislatore, vero e grande rinnovatore ed ordinator di popoli e d'imperio, vero e buono intenditore delle condizioni di suo tempo, dei desidèri, delle necessitá de' suoi popoli. E cosí è, che gli ordinamenti di lui durarono gli uni alcuni, altri poi molti secoli, fino al nostro. Durar sempre non è dato a niuna istituzione umana, è distintivo di quelle divine, anzi di quella sola dalla ragione di Dio destinata a raccoglier nel grembo suo tutte le schiatte e tutti i secoli umani; quella che alcuni effimeri scrittori o politici vanno di dieci in dieci anni predicendo finita, ma che ha giá raccolti diciotto secoli e mezzo, e raccoglierá, Dio guarante, gli avvenire. Degli ordinamenti umani, all'incontro, i migliori sono fatti insufficienti dai tempi progrediti: e quindi la storia debbe sapere insieme ed ammirarli finché furono propizi a' tempi loro, e notar ciò che li fece caduchi, e segnare i tempi quando diventarono inetti. Ciò tenteremo far qui accennando l'operato di Carlomagno, e piú tardi via via.—I Carolingi s'erano innalzati, il dicemmo, come capi del palazzo, maggiordomi, pfalz-graf di que' re franchi oziosi che avean divise le conquiste di Clodoveo in vari regni, e lasciato dividere ogni regno da parecchi grandi duchi. Quindi, la prima opera di Carlomagno fu sempre tôr di mezzo i duchi che rimanevano potenti, dividere i loro territori in parecchi gau o pagi o comitati sotto altrettanti conti dipendenti direttamente dal re, ma giudice sommo ciascuno nel proprio comitato, e capitano dell'eribanno o raccolta degli arimanni viventi in esso. Era ritorno all'antica costituzione germanica, ordinaria; vivente Carlomagno, vi si trovano poche eccezioni; e queste alle frontiere dove il conte d'un sol comitato non sarebbe stato potente abbastanza contro agli stranieri; e dove perciò furono riuniti parecchi comitati sotto un conte de' limiti (mark-graf, marchio, marchese), che talor ebbe pure (forse nell'uso piú che legalmente) il titolo di «duca».—Ma i maggiori di Carlomagno s'erano innalzati in que' palazzi regi, principalmente come capi dei gasindi o fedeli del re, a' quali si davan quelle terre regie che furon dette «benefici» o «feudi»; e queste terre erano ora tanto piú numerose nelle mani di Carlomagno, che egli ebbe tutte quelle e de' regni franchi e del longobardo e dei duchi qua e lá aboliti. E seconda opera di Carlomagno fu dunque, distribuire questi benefici o feudi da per tutto a' suoi gasindi o fedeli, che con nome esclusivo chiamaronsi ora «bassi», «vassi», «vassalli»; e che, sia dimorando in corte, sia trovando a ciò piú profitto, divisero poi quelle terre in simil modo ad uomini loro, detti quindi «vassalli vassallorum» o «valvassori»; i quali poi suddivisero ancora le terre a' «valvassini» via via minori, senza che sia possibile determinare a quanti gradi scendesse tale sminuzzamento.—Chiaro è poi, che tutto ciò era, giá fin dal tempo di Carlomagno, una gran dispersione della somma potenza; e Carlomagno, come ogni gran dominatore, sentí certo la necessitá di riunirla, centralizzarla. Quindi una terza, una quarta ed una quinta delle opere di Carlomagno: far visitar di continuo i vari Stati da alcuni suoi grandi detti «missi dominici», superiori e quasi ispettori dei conti e de' vassalli: corrervi egli stesso di sua persona frequente e rapidissimamente, accompagnato d'una schiera eletta di conti e guerrieri palatini, che sono i paladini de' romanzi: e soprattutto, in questi suoi viaggi fermarsi egli due volte all'anno alle due pasque di Natale e di Resurrezione, piú sovente al cuor di sua potenza, in Aquisgrana o in altri luoghi del Basso Reno, talora in Italia o agli altri estremi; ed ivi adunare le assemblee nazionali dei grandi, e di quanti minori vi volessero venire a portar domande, doglienze o consigli; men numerosa al consueto, e de' soli grandi l'assemblea di Natale; piú numerosa per il concorso universale quella di primavera, detta «campo» or «di marzo» or «di maggio». Ed anche ciò fu rinnovazione degli antichissimi ordini germanici giá accennati da Tacito.—Finalmente una sesta ed importante opera politica fu proseguita sempre da Carlomagno: favorire, ingrandire que' papi, que' vescovi, tutti quegli ecclesiastici che aveano aiutata sua casa, consacrati re suo padre e lui, e datagli or l'Italia; e per ciò porre sotto la propria tutela immediata (mundiburgium) i benefici posseduti da essi, e darne loro dei nuovi; e in tutto, porre a contrappeso o correttivo della potenza secolare de' conti e dei vassalli la potenza temporale della Chiesa, tanto piú grande, che traeva seco tutte le popolazioni antiche romane, galliche od italiche.—Questi furono i sommi capi della politica di Carlomagno; questi gli strumenti di sua grandezza; e questi gli elementi delle dissoluzioni feodali posteriori.—S'intende, che in Italia, paese di conquista, le miserie incominciaron subito; le miserie de' conquistati sono parte fondamentale e perenne della grandezza del conquistatore.
2. Continua.—Quando all'anno 774 Carlomagno giovane di trentadue anni ebbe spogliati i re longobardi, egli regnava su tutta Francia, tra' Pirenei, il Reno e le Alpi; su Baviera, Svevia e Turingia; e sull'intiero regno longobardo, meno il ducato di Benevento titubante nell'obbedienza. Sul papa, su Roma e sulle cittá date alla Chiesa romana, dominava come patrizio e donatore. Erano in Italia, sole fuori d'ogni giurisdizione di lui, Venezia, Napoli e le altre cittá meridionali, Sicilia, Sardegna e Corsica, di nome imperiali-greche, di fatto e secondo le occasioni (Venezia principalmente) indipendenti. Non distrusse dapprima il regno longobardo, non ne tolse i duchi, non vi mutò nulla se non il re, che fu egli. E lasciando solamente un presidio, una schiera di franchi in Pavia, se ne fu del medesimo anno ad una delle sue numerose imprese di Sassonia. E allora, fosse o no per restaurare Adelchi, congiurarono parecchi duchi longobardi; e, dicesi, tutti e tre, quelli di Benevento, di Spoleto e del Friuli, che erano stati i maggiori del regno.—Avvisatone Carlomagno, accorse dal Reno all'Alpi, discese una seconda volta in Italia [principio del 776], si volse contra il duca del Friuli piú scopertosi o piú pericoloso, lo vinse e fece morire, e prese parecchie cittá di lui. E allora dicesi distruggesse i ducati, ordinasse i conti; ma trovansi pur tra breve nomati duchi o marchesi non solamente del Friuli, di Spoleto e di Benevento, ma altri ancora; ondeché resta dubbio se l'ordinamento de' comitati fosse o cosí subitano come è qui detto, o cosí costante poi in Italia come nell'interno di Francia. Ad ogni modo, del medesimo anno ei ripartí.—E quattro anni rimase fuor d'Italia, facendo tre imprese contro a' sassoni, ed una in Ispagna. Alla quale, fra l'altre, andarono (come mille e piú anni appresso sotto Napoleone) parecchie schiere longobarde; ed onde tornando poi, toccò Carlo la famosa e sola sua rotta di Roncisvalle, e quella in cui cadde Rutlando, l'Orlando de' romanzi, stavo per dire l'Orlando nostro, fattoci popolare da' nostri poeti.—Ridiscese per la terza volta in Italia [a. 780]; e, lasciando in Francia suo figliuolo primogenito Carlo, condusse seco i due minori, Pipino che fece dal papa incoronare a re d'Italia, e Ludovico a re d'Aquitania. Erano fanciulli di quattro e due anni; ondeché, ciò non mutò nulla, ma accenna il principio del disegno di dividere i regni, e forse giá di far loro centro un imperatore. Né si fermò guari in Italia. N'uscí del 781.—Fece poi quattro altre imprese successive contro a' sassoni; i quali, martellati cosí, parvero pacificarsi, e si fecero battezzar molti, e fra gli altri Vitikindo lor duca, il gran propugnatore di loro indipendenza.—E allora, ornato di nuova gloria, di quella che piú rifulge nel corso de' secoli cristiani, che meglio ne segna i progressi, e che, rarissima ne' tempi da noi qui corsi, è forse troppo poco cercata negli stessi nostri, in che sarebbe tanto piú facile; ornato, dico, della gloria di propagatore della cristianitá, Carlo veramente magno ridiscese al centro di questa, a Italia per la quarta volta [a. 786]. E qui fece un'impresa contro al duca di Benevento non assoggettato per anco, e l'assoggettò; ma lasciògli intiero il ducato, e la soggezione non fu durevole né mai compiuta. I duchi longobardi di Benevento sempre rimaservi duchi, e presero anzi nome di principi; e vi fecero dinastie piú o meno indipendenti, secondo le occasioni per tre secoli all'incirca. Carlo poi, risalita Italia, e lasciato a Pavia Pipino il re fanciullo, tornò a Francia.—Quindi mosse a Baviera contra Tassilone duca, genero di Desiderio, mentre il faceva assalir pel Tirolo da un esercito longobardo. E avutolo nelle mani, lo spogliò e fece monaco; e divise pur quel ducato in contadi. Ebbersi a respinger poi una invasione di unni-ávari da Baviera e dal Friuli; ed un approdo di Adelchi e di greci alle coste di Napoli e Calabria; e si allargò il regno fino all'Istria. E per dieci anni poi Carlomagno rimase fuor d'Italia a far imprese contro agli slavi e agli unni, diventati vicini suoi, dappoiché era signor di tutta Germania, a reprimere ribellioni di sassoni, ed eresie interne, e ad abbellir Aquisgrana. In Italia l'esercito longobardo l'aiutò piú volte contro agli unni, e l'«esercito romano» talor contro ai greci. Morí dopo un lungo pontificato Adriano I [795], quegli che avea giá chiamato Carlo, ed era poi stato sempre amico e quasi luogotenente di lui in Italia; benché pur sempre si dolesse a lui (come s'esprime nelle sue lettere) delle «giustizie non restituite», e vuol dir senza dubbio di quelle cittá, quali che fossero, che Carlo gli avea promesse e non date. Successegli Leone III, e pontificò dapprima tranquillamente. Poi, nel 799 (principio di quelle guerre civili che turbarono per secoli Roma mal ordinata tra repubblica, principato del papa, e supremazia imperiale straniera), una mano di potenti romani assalí, prese il papa; il quale, liberato dal duca di Spoleto e da un altro messo regio, rifuggí prima a Spoleto e tra breve a Francia. E giá poco prima [797] l'altra signoria che sussisteva ancora di nome in Roma, quella dell'imperatore orientale, aveva sofferto un nuovo crollo, uno scandalo non mai veduto. Irene imperatrice, mal cacciata dal marito Costantino, mal cacciò lui, e fecesi imperatrice regnante. Gli eventi precipitavano, le occasioni s'accumulavano ad una nuova grandezza di Carlo. E Carlo, giá il vedemmo, non soleva lasciarle passare.