3. Ultimi anni d'Arrigo IV [1085-1106].—Pochi mesi dopo Gregorio VII, morí il suo aiutatore Roberto Guiscardo, e ne rimasero tanto piú forti Arrigo e Ghiberto antipapa. Né per un anno osò nessuno succedere a quel terribil Gregorio, che il dolce san Pier Damiano avea chiamato «santo demonio». Finalmente fu eletto quasi a forza Vittore III, uno dei designati dal predecessore; e Roma fu a vicenda or di lui or dell'antipapa.—E morto Vittore [1087], succedette Urbano II, francese, un altro dei designati [1088], un grand'uomo esso pure. Rimase parecchi anni ridotto a pochi partigiani oltre a Matilde, che nel 1098 sposò Guelfo d'Este, figlio del duca di Baviera. Nel 1090 poi, Arrigo, giá vincitore in Germania e liberato di Ermanno che aveva rinunciato alla corona usurpata, ridiscese per la terza volta in Italia, non migliorato dalle sventure. Guerreggiò contro ad una donna quasi sola, Matilde: presele Mantova, Reggio, Parma e Piacenza, ma fu respinto da Canossa, e risalí a Germania nel 1092. Allora a risorgere la parte papalina in Lombardia; Milano, Lodi, Cremona, Piacenza s'allearono per venti anni contro a' tedeschi, e fu un primo esempio di leghe lombarde, e principio allora di gran novitá. Ché, rifuggito a que' collegati Corrado, figliuolo primogenito e ribelle ad Arrigo, fu [1093] incoronato a Monza dall'arcivescovo di Milano. Scese allora [1094] per la quarta volta Arrigo, ma non fece frutto; anzi, la parte papalina, giá forte, si rinforzò per il matrimonio di Corrado colla figliuola di Ruggeri Normanno conte di Sicilia [1095]; ed Urbano tenne in quell'anno due grandi concili, uno a Piacenza, dove comparí Adelaide di Russia, seconda moglie d'Arrigo IV pur maltrattata da lui; e dove si deliberò la prima e maggior crociata, bandita poi al concilio che seguí in Clermont in Francia. Cosí fu effettuato uno dei piú grandi, e che parean piú ineseguibili, pensieri di Gregorio VII, dieci anni soli dopo la morte di lui. Una parte de' crociati, passando per Italia, cacciarono di Roma l'antipapa, ed imbarcandosi in Puglia andarono a raggiungere in Asia i rimanenti; i quali tutti insieme presero poi Gerusalemme, e vi fondarono un regno latino [1099]. Intanto, tornati Arrigo a Germania [1097] e papa Urbano a Italia e a Roma [1098], morí questi glorioso l'anno medesimo della presa di Gerusalemme.—Succedettegli (quasi sforzato esso pure) Pasquale II; il quale, morto Ghiberto antipapa e presi dai normanni due antipapi fattigli succedere, rimase solo. Morí poi Corrado, il figliuol ribelle, in Firenze [1101]. E cosí, rimanendo Arrigo IV liberato a un tempo e degli incomodi amici, gli antipapi ch'egli era impegnato a sostenere, e di suo principal avversario, il proprio figliuolo, ma succedendo in Germania una nuova ribellione di Arrigo suo secondo figliuolo diventato suo erede [1104]; egli Arrigo IV non iscese piú, non si die' piú gran cura delle cose d'Italia, e lá morí, deposto in dieta, e prigione del figlio giá regnante [1106]. Compatito per queste ribellioni domestiche, parve ad alcuni finir men male che non incominciò; ma fu pure in tutto pessimo degl'imperatori e re Ghibellini, pessimo forse de' tedeschi! Nato operoso, e capace dunque di virtú, ma infelicemente educato, fu di quelli che non solo perdon l'opera del resistere al secolo loro, ma vi si inaspriscono e impiccoliscono e viziano: fu non solamente l'avversario, ma tutto l'opposto di Gregorio VII. Restaurator che avea voluto essere della potenza imperiale sui papi, lasciò questi liberi per sempre della antica conferma imperiale; difensore della feodalitá laicale, oppugnator della potenza ecclesiastica, lasciò quella poco men che distrutta in Italia, questa poco men che confermata dappertutto; e sotto l'ombra di lei costituito quel governo de' consoli, che dicemmo giá solo mancare alla costituzione dei comuni italiani.

4. La prima costituzione comunale, i consoli [1100 circa].—Qui è il luogo perciò di ricordare tutte insieme le vicende che accennammo via via delle libertá cittadine italiane: la penisola nostra, come la greca, fin dalle origini divisa in confederazioni di cittá liberissime; serbati poi sotto a' romani i governi cittadini, variamente, secondo che le cittá eran latine, italiche, municipi, colonie o sozie; e la guerra sociale od italica fatta da parecchie di esse per avere pieni i diritti romani, e non averli avuti tutte se non sotto Augusto, quando giá non eran essi piú nulla; poi, sotto Caracalla, estesi a tutte le cittá dell'imperio que' diritti o piuttosto quelle forme di governo cittadino; poi perdute queste piú o meno sotto ai graf e conti goti, e del tutto sotto ai duchi ed altri uffiziali longobardi, e poco meno sotto ai duchi greci contemporanei. Ma, fin dal principio del secolo ottavo vedemmo un gran papa, Gregorio II, porsi a capo di Roma e d'altre cittá suddite greche, e resistere con esse alla tirannia religiosa dello scismatico imperatore orientale; e di esse far confederazioni, e con esse guerreggiare e trattare contro a' nemici comuni greci o lombardi: ondeché, se si cerchino i primi esempi di cittá libere moderne, essi si trovano di un quattro secoli piú antichi in Italia che non in niun'altra regione europea; si trovano libere a quel principio del secolo ottavo Roma, Venezia, le cittá della Pentapoli, ed or l'une or l'altre delle greche all'oriente e al mezzodí d'Italia. E di queste libertá del secolo ottavo vedemmo durar parecchie poi, ma variamente; quella di Venezia crescendo, e diventando in breve incontrastata, assoluta, vera indipendenza; quella di Roma dubbiosa, contrastante, contrastata sotto alle potenze nominali dell'imperator greco, del patrizio Carlomagno, degli imperatori carolingi e dei successori, sotto alla potenza piú reale ma pur indeterminata dei papi; quelle delle cittá orientali donate al papa, poco diversamente; e quelle di Napoli, Amalfi ed altre cittá meridionali, or crescendo or ricadendo sotto ai principi longobardi di Benevento, a' saracini ed a' normanni; mentre pur venivansi aggiungendo le libertá crescenti di parecchie cittá toscane e lombarde, suddite franche e tedesche.—Ma tutte queste de' secoli ottavo, nono e decimo erano, se ben s'attenda, cittá libere sí, non tuttavia (nemmen quando gli Ottoni ebbero moltiplicate le esenzioni de' vescovi e delle cittá dalle giurisdizioni comitali) ciò che si chiamò «comune» o «comunio» al primo quarto del secolo undecimo; quando si vennero confondendo in interessi comuni tutte o quasi tutte le condizioni de' cittadini, i valvassori grandi o capitani, i minori o valvassini, gli arimanni o militi, i popolani grassi o borghesi, le gilde od arti maggiori o minori, tutti insomma gli uomini liberi, o come si disse allora semplicemente, gli «uomini» o «vicini» delle cittá. Questo comune, o comunio, noi congetturiamo si facesse primamente in Milano al tempo dell'arcivescovo Ariberto: e certo, se si fece altrove, non dovette farsi né molto prima, né molto discosto; e ad ogni modo nella storia, quale finora si sa, resta a Milano la gloria di tal prioritá.—Ma questo stesso comune non si resse certamente dapprima se non in modi indeterminati e vari; or sotto il vescovo e suo avvocato o visconte, or sotto qualche altro capitano o capopopolo, un Lanzone, un Erlembaldo, secondo le occasioni. E cosí altrove; né fu se non dopo aver provati mezzo secolo all'incirca di tali governi, i quali or si direbbero «provvisori» o «rivoluzionari», che si pensò ad ordinarli, a costituirli. Allora, negli anni che seguono la morte di Gregorio VII, in questi d'intorno al 1100 a cui siam giunti, noi scorgiamo a un tratto, in due o tre decine d'anni, in una generazione tutt'al piú, costituito un nuovo governo uniformemente in moltissime, in quasi tutte le maggiori cittá del regno italico, Lombardia e Toscana; con un magistrato supremo di tre, sei o dodici «consoli», un Consiglio minore o «Credenza», e uno maggiore od adunanza di tutti i cittadini.—Ed ora, quel nome di «consoli» cosí subitamente e universalmente preso, fu egli reminiscenza de' due antichi consoli romani, ovvero de' consoli o consiglieri piú numerosi che si trovano nelle cittá greche a' tempi longobardi o carolingi? A me pare degli uni e degli altri succedutisi, ma chi ne deciderá oramai? Certo è, che questo nome, questo ufficio, questo governo, diedero alle cittá italiane quel compimento di libertá ch'elle ebbero poi, poco piú poco meno, in tutti i lor secoli di libertá; quel compimento pur troppo insufficiente, quella libertá. pur troppo non mai compiuta, che rimase o si rifece soggetta or ai conti, marchesi o duchi antichi, ora ad usurpatori o tiranni, e sempre al signor sommo feodale straniero, l'imperatore; quella libertá che pur troppo bastò loro, ma non fu mai indipendenza.—Altra disputa si fa di questi consoli: se fossero successori, e quasi i medesimi che gli scabini o giudici assessori de' conti antichi, e cosí poi de' vescovi, o lor vogt, avvocati o visconti. Ma posciaché è dubbio se i consoli governanti giudicassero, ed anzi se ne trovano altri diversi e minori, istituiti fin da principio o poco appresso per giudicare, e detti «consoli de placitis», essi i consoli governanti e capitananti mi paiono talora successori de' capitani, o piuttosto i capitani stessi costituiti.—Finalmente, terza disputa si può fare a quale o quali delle cittá italiane abbiasi ad attribuire la gloria di aver prima costituito il governo consolare. Ma tra tante gare cittadine nocive che si sono fatte, non si attese forse sufficientemente a questa innocentissima; ondeché, non avendo luogo a disputarne noi qui, ripeteremo pure ciò che ne accennammo in altri studi; che il nome di «consoli» ci è bensí dato in Pisa fin dall'anno 1017, ma da uno storico posteriore, ondeché ei non è forse se non un nome nuovo dato a' magistrati antichi; che piú autentico forse è il medesimo nome dove si trova nelle Memorie lucchesi; ma che il piú antico documento del nome di «consoli» è forse del 1093, e di un piccolissimo comune, quello di Blandrate vicino a Milano; ondeché è impossibile che i consoli giá non esistessero in Milano. Tanto piú che nel medesimo 1093 noi vedemmo Milano aver fatta lega con altre cittá lombarde, e con Matilde e Corrado, contro l'imperatore e per il papa; ondeché documento e storia si riuniscono qui a dare anche questa prioritá alla nobil Milano; la quale dunque (nello stato presente della scienza storica) ha le due, dei due ultimi e sommi passi fatti alla libertá cittadina, il nome di «comune», e il governo de' consoli.—Del resto, attribuiscasi l'istituzione de' consoli alla necessitá di costituire il governo comunale, in mancanza d'altro governo, quando contesero due vescovi, uno concubinario e l'altro zelante, uno papalino ed uno imperiale in ogni cittá; ovvero alla necessitá di costituirsi Milano ed altre contro allo straniero; sempre la causa di queste due necessitá rimane Gregorio VII, il gran papa, che fu autore insieme della riforma e della libertá ecclesiastica, occasione quella, aiuto questa e spinta alla libertá nostra cittadina.

Aggiugniamo alcune considerazioni a far intendere il nesso, l'origine unica, le due diverse vie della libertá in Italia e in altre regioni d'Europa. La formazione de' comuni intorno al 1100 fu quella che costituí un popolo nelle varie nazioni, che l'aggiunse per ogni dove ai grandi secolari od ecclesiastici, i quali soli sino allora avevano governato. Ma questo fatto primitivo produsse due effetti, due serie di fatti diversi in Italia, e nel resto d'Europa. In Italia, dove il principe era straniero e lontano, odiato e disprezzato, i comuni, appena sorti, sciolsero la monarchia, senza sapere fondare né una né molte repubbliche vere, vere dico di nome e di fatto, ben equilibrate e intieramente indipendenti; e questa confusione, questa monarchia composta di repubblichette, ovvero queste repubblichette componenti una monarchia, questa libertá ancor servile, questa ancor barbara civiltá, dopo aver dati lampi ammirabili, ricaddero in servitú, caddero in corruzioni, finirono negli ozi ne' vizi nelle nullitá del Seicento, del Settecento e dell'Ottocento ancora. All'incontro, altrove, tra l'altre nazioni europee, dov'erano principi nazionali e vicini, e cosí amati o temuti, i comuni e i popoli nuovamente sorti non pensarono mai a scioglier le monarchie, non pensavano ad altro se non anzi ad entrarvi essi, ad ottenervi lor parte di governo; e l'ottennero entrando ne' parlamenti antichi, facendovi uno stato terzo (talora anche un quarto) oltre ai due primi e fin allor soli. Ma questo stato terzo, o dei comuni, o del popolo, non poteva materialmente venire a sedervi intiero in que' parlamenti; fu forza mandarvi e farvi sedere deputati eletti, rappresentanti; e allora, e cosí fu fatta la grande invocazione della «rappresentanza», fu inventato quel governo «rappresentativo»; il quale, a mal grado tante incompiute e tante stolte e tante infelici prove recenti, non è possibile non dire il piú perfetto, il piú civile, il piú progredito, il piú progressivo fra tutti gli inventati o provati mai, il solo conforme alla civiltá presente e futura, il solo destinato a trionfarvi e farla trionfare. Né, per vero dire, fu perfetto nemmeno questo governo fin dalle origini, o progredí con passi costanti a sua perfezione. Anzi brancolò, fu negletto, si perdette quasi intieramente tra le nazioni continentali preoccupate di lor misere ed infeconde gare reciproche. Ma si serbò piú o meno sempre nella isolata e piú felice Britannia, vi resistette alle gare domestiche ed alle religiose, agli assalti dell'assolutismo, agli eccessi repubblicani, alle insidie delle restaurazioni, ai pericoli delle mutazioni dinastiche; e finalmente, dal 1688 in qua, da quella rivoluzione (che si chiama colá la «gloriosa», perché fu l'ultima) si venne per centosettant'anni, a poco a poco, con passi lenti ma continui e meditatissimi, a questa perfezione dove lo veggiamo. E nel frattempo, quasi aggiunta di sua fortuna o ricompensa di sua sapienza interna, s'acquistò il primato del mondo dalla predestinata Britannia. Le altre nazioni non hanno, non possono avere ormai altra via a fortuna o grandezza, se non questa mostrata loro ed agevolata dalla loro preceditrice. Ostano, è vero, alcune difficoltá nell'imitazioni; ma niuna maggiore forse che l'invidia: e le nazioni europee piú o meno infette di questa lue, piú o meno pretendenti a fare cose diverse, proprie, nuove o maggiori, si perdono in istolti tentativi, per capitare, una volta o l'altra, a ciò che avrebbono potuto prendere quasi fatto e senza imitazioni troppo servili; perciocché non si debbe né suole chiamare servile, ma anzi sapiente, qualunque imitazione si faccia dalle cose recate all'ultima perfezione possibile in ciascun tempo. La macchina rappresentativa perfezionata è nell'ordine politico ciò che quella a vapore nell'ordine materiale. E chi è che si creda imitatore servile, quando, avendo mestieri d'una di queste, va in cerca di una che sia fatta dove che sia, secondo le norme ultime della scienza, della sperienza, di una congegnata secondo gli ultimi perfezionamenti?

E mi duole aver io stesso a tôrre valore al mio giá misero lavoro; ma la veritá come la vedo innanzi a tutto. Sorge dalle considerazioni precedute un gran disappunto, diciamolo chiaro, una gran diminuzione d'interesse nella nostra storia; noi non vi troviamo se non pochi, piccoli, sparsi e mal riusciti esempi di governi rappresentativi: non uno di quella perfezione di tal governo che è e debb'essere ormai lo studio e il desiderio, la meta di tutte le nazioni cristiane e civili. La piú nobile delle nazioni ha nella sua storia meno esempi da imitare, meno memorie da resuscitare, che non qualunque delle sue serve antiche; noi siamo, bisogna saperlo vedere, nella condizione delle nazioni nuove che debbono imparare poco men che tutto da quelle che le precedettero in civiltá. E noi siamo tuttora quella fra tutte che ha piú bisogno di imparare la libertá rappresentativa; perciocché ormai, dall'ultimo tentativo in qua, non è piú, come sperammo, l'indipendenza che ci possa dare la libertá, ma la libertá che sola ci può condurre alla indipendenza. Ma, in compenso di questa utilitá positiva che le mancò, la storia nostra può avere almeno una grande utilitá negativa; quella di farci vedere i piú numerosi, piú vari sperimenti che sieno stati fatti mai da niuna nazione di governi diversissimi, e tutti infelici; quella di dimostrarci cosí, quasi dall'assurdo, la bontá, la necessitá del governo rappresentativo. Sappiamo trarne quest'utile almeno, e proseguiamo.

5. Arrigo V [1106 1125].—Ora, mentre venivasi costituendo il governo delle cittá (libero internamente, non indipendente di fuori, è necessario non perderlo di mente), veggiamo come ne usassero e lo difendessero poi.—Ad Arrigo IV succedette il ribelle figliuolo di lui Arrigo V, senza contrasto, anzi con applauso, della parte papalina in Italia. Ma fin dall'anno seguente trovasi rinnovata tra lui e Pasquale la contesa delle investiture ecclesiastiche; e continuare le guerre tra cittá e cittá, per l'Imperio o la Chiesa, pro e contra Matilde, per l'uno o l'altro vescovo, per altri interessi di vicinato; e moltiplicarsi tanto piú ora che avevano governo piú costituito. Cosí guerreggiaronsi Milano e Pavia [1108], Milano e Brescia contro Lodi, Pavia e Cremona [1109], Pisa e Lucca [1110], e principalmente e lungamente Genova e Pisa per la Sardegna, per la Corsica e per rivalitá commerciale, la piú acre di tutte; ed altre poi, che non abbiamo spazio a notare.—Nel 1110, discese Arrigo; non fu ricevuto a Milano, tenne dieta a Roncaglia, trattò con Matilde, passò a Firenze, a Pisa, prese terre e castella. Appressatosi a Roma [1111], seguirono sull'investiture negoziati e trattati oscurissimi, rotti in breve ad ogni modo; tantoché Arrigo fece prigione il papa, il popolo si sollevò contro a' tedeschi, Arrigo si ritrasse col papa prigione; e il rilasciò poi, e fece con esso un primo trattato, per cui serbò le investiture, e ne fu poi incoronato imperatore; e per Toscana e Verona risalí a Germania.—Sollevossi la curia romana contro il trattato, e fu condannato in concilio [1112 e 1116]: e cosí fu riaperta la contesa. E tra breve se ne aggiunse un'altra. Nel 1115, morí vecchia e gloriosa Matilde, e si contese tra imperatori e papi per il retaggio di lei, da lei certamente donato in Canossa e confermato poi a Gregorio VII e a' suoi successori. Gran disputa si fa anche oggi, se quelle donazioni comprendessero i soli beni allodiali, ovvero anche i feudi. I quali essendo da gran tempo ereditari, e talor di maschio in maschio, ma talor pure in femine, e sempre sotto la supremazia o beneplacito imperiale, io crederei che la gran contessa lasciasse i suoi diritti quali e quanti potessero essere; e che perciò appunto se ne disputasse, e ad ogni modo se ne disputò cosí a lungo, che non è nemmen possibile forse determinare quando e come finisse quella contesa intrecciata a tant'altre.—Ed a ciò scese per la seconda volta Arrigo [1116], occupò comunque il retaggio, poi passò a Roma, e il papa fuggí e morí [1117]. Intanto, risalito Arrigo a Lombardia, vi poté cosí poco, che dicesi si facesse a Milano una assemblea numerosa di vescovi e consoli contro a lui, e se n'abbozzasse una seconda lega che fu ad ogni modo essa pure rotta tra breve dalle inimicizie municipali. Succeduto papa Gelasio II, si disputò, si guerreggiò in Roma e fuori contra lui, e fu fatto un antipapa. Arrigo tornò a Roma, e Gelasio rifuggí a Francia e vi morí [1119]. Succedettegli Calisto I, che tornò a Roma [1120], e guerreggiò e prese e depose l'antipapa [1121], e che finalmente l'anno 1122 finí la gran contesa dell'investiture, ottenendo che non fosser piú fatte col pastorale e l'anello, simboli ecclesiastici; concedendo che si facessero collo scettro, simbolo della potenza temporale sui beni territoriali delle chiese. Cosí con tal temperamento terminò felicemente, e, come ne giudicano le etá progredite, moderatamente, virtuosamente la gran contesa. E cosí solamente possono terminare le piú delle contese tra la Chiesa e gli Stati, che sono due potenze indipendentissime l'una dall'altra; ed elle perciò non possono tornare in pace mai, se non colle concessioni reciproche; non essendo tra esse né giudice supremo né possibilitá di quella decisione per forza d'armi, che tronca tante contese tra l'altre potenze indipendenti, ma che non serve a nulla, è uguale a zero contra quella immateriale della Chiesa.—Morí quindi [1124] glorioso il papa, e gli successe, non senza contrasti in Roma, Onorio II. E morí [1125] Arrigo V, partecipe anch'egli di quella gloria di pacificatore, e, per ciò almeno, miglior del padre. E morto esso senza figliuoli, morí con lui la prima, la vera casa Ghibellina.

6. Lotario [1125-1137].—I piú prossimi parenti d'Arrigo erano i figli di sua sorella, Federigo e Corrado, detti di Hohenstaufen dal castello lor nido originario, e di Svevia dal ducato che dicemmo dato a lor famiglia. Federigo pretese al regno germanico; ma prevalse nell'elezione Lotario di Suplinburga; e s'aprí la guerra.—Corrado scese in Italia [1128], e fu acclamato re da' milanesi e dalle cittá loro aderenti, combattuto da Pavia e dalle cittá che la seguivano; ma non riconosciuto dal papa, ed abbandonato da' milanesi stessi, tornò a Germania.—Morto papa Onorio [1130], fu eletto papa, e protetto da' Frangipani e gli altri nobili romani, Innocenzo II; ed antipapa Anacleto, un discendente d'ebrei e figlio di Pier Leone, che era stato prefetto imperiale e potente ne' turbamenti dei pontificati anteriori. Quindi a dividersi Roma, le cittá italiane l'una contro all'altra peggio che mai, la cristianitá. Anacleto ebbe per sé Ruggeri giá signor di Sicilia, or duca di Puglia e riunitore dei vari principati di que' normanni, di cui non avemmo spazio a riferire (né crediamo abbia a dolerne a' leggitori) tutti gli accrescimenti, le contese, le guerre, le successioni. Ora, Anacleto diede, o confermò, a Ruggeri [1130] il titolo di re. E quindi incomincia quel regno di Sicilia e Puglia, il quale non solamente è di gran lunga il piú antico, ma per sei secoli rimase il solo d'Italia (non contandosi giá quello di Italia propriamente detto, indissolubilmente unito all'Imperio); e che perciò trovasi da' nostri scrittori chiamato semplicemente il «Regno». Nobilissima monarchia dunque senza dubbio! Nella quale è peccato solamente, che sia durata cosí poco questa prima dinastia normanna e sei altre ne sien succedute poi: mentre continuava una sola in parecchi principati europei, e fra gli altri, in quello, tanto piú umilmente e lentamente cresciuto, della monarchia di Savoia. Direm noi perciò, che sia vizio naturale, o del suolo, o degli abitatori? o peggio, celieremo noi, come fanno alcuni, insolentemente, quasi barbaramente, sulle tante rivoluzioni della «fedelissima» Napoli? No davvero. Parliam seriamente; la colpa fu molto meno di que' popoli, che non di quelle stesse dinastie; le quali esse furono, che non seppero radicarsi su quel suolo cosí fecondo di tutto, contentarsi di esso, non cercar fortune lontane, non perdere il certo per l'incerto. Vedremo tra poco questi primi Normanni dar troppo male la loro erede a un figlio d'imperatori tedeschi, svevi; e gli Svevi poi, come imperatori, naturalmente aspirare a tutta Italia, a mezzo mondo, e soccombere a quel peso, aggravato, pigiato lor sulla testa, per vero dire, dalle nemiche mani de' pontefici; poi soccombere gli Angioini al proprio mal governo, alle proprie divisioni; e spengersi gli Aragonesi nella prima casa d'Austria; e questa da sé, felicemente questa volta, ché il bel Regno, rimasto provincia lontana per due secoli e piú, ritornò a indipendenza sotto a' Borboni; e passare non senza splendore un Napoleonide, ma spegnersi con Napoleone; e ritornare i Borboni, che Dio voglia far degni di durare. Evidentemente, in tutte queste mutazioni non è ombra di colpe popolari; son tutte colpe di principi, d'intiere dinastie, che alcune non seppero, altre non si curaron nemmeno di diventar siciliane, napoletane, o, per dir piú e meglio, italiane. Non s'inganni forse taluno per troppa erudizione. Perché non si trovano i nomi, le idee di patria, d'Italia, cosí sovente negli scritti de' secoli addietro come del presente, non si creda perciò che fosse guari men necessario allora l'amar questa patria, l'esser buoni italiani. Queste idee sono molto utili senza dubbio a discutere, a rischiarare, queste parole a pronunziare e ripetere; ed è un bene, un progresso, che cosí si faccia ora, quando non si fa troppo ignorantemente od anche scelleratamente. Ma anche senza questi, che non sono insomma se non amminicoli, i popoli vollero e vorran sempre esser tenuti di conto, apprezzati, coltivati con attenzione, con amore da' loro principi; e chi nol fece, chi attese ad altri o ad altro, chi non seppe nazionalizzarsi in qualunque nazione sua, italianizzarsi in Italia, sempre fu o cacciato o abbandonato da' propri popoli, alla prima o alla seconda occasione; sempre vide esso, o videro i figliuoli o i nepoti, finire lor dinastia. Non saran forse inutili queste avvertenze a intendere le storie del Regno.—Ad ogni modo, cacciato da quell'antipapa Anacleto, papa Innocenzo rifuggí a Francia; e fiancheggiato da san Bernardo, gran teologo e filosofo scolastico di quella nazione, fu in breve riconosciuto da tutti, e da Lotario stesso, che è detto da un antico, «uom devoto al diritto ecclesiastico».—Sceso quindi questi [1132] per Val d'Adige, venne a Roma [1133], vi fu incoronato da Innocenzo in Laterano (essendo il Vaticano in mano dell'antipapa): e fatto con quello un trattato per la successione di Matilde, risalí in Germania.—Si rinnovarono allora, si accrebber le guerre tra cittá e cittá, tra parte e parte delle medesime cittá. San Bernardo tentò comporre una volta [1134] quelle di Milano ed altre di Lombardia; primo cosí o de' primi di que' monaci che a ciò s'adoprarono santamente, ma poco men che inutilmente ne' secoli posteriori.—Lotario, libero giá della parte degli Hohenstaufen in Germania, ridiscese in Italia [1136], come pare, con un esercito piú forte del solito; assalí, prese Pavia, Torino, Bologna e molte altre cittá che gli contrastavano, sia che tenessero per l'antipapa, sia che gli chiudessero le porte per non pagare il «fodero» o viatico, e non cader negli altri carichi del viaggio imperiale e nelle contese dei dritti reciproci. Passò poi in Puglia contro Ruggeri sempre nemico del papa, e risalendo a Germania, morí per via [1137] in quel Tirolo, che rimarrebbe selciato, se non le avessero portate via, d'ossa tedesche. È lodato come buon imperatore. Ma si vede che gl'italiani non li soffrivano oramai né buoni né cattivi.

7. Corrado II [1138-1152].—Fu disputata la corona tra Arrigo d'Este o de' Guelfi, duca di Baviera e Sassonia, detto il «superbo», e potentissimo in Germania ed Italia, e quel Corrado d'Hohenstaufen che giá vedemmo tener per poco il regno d'Italia. Vinse Corrado l'elezione; e quindi incominciò il lungo regnare di questi Svevi; e incominciarono insieme in Germania i due nomi di «guelfi» e «ghibellini», il primo ad accennar la parte antiimperiale, il secondo quella degli imperatori Svevi eredi e successori della prima e propriamente detta casa Ghibellina. Morto Arrigo il superbo nel 1139, Guelfo, fratello di lui, continuò la parte e guerreggiò contra Corrado; e finalmente andarono amendue [1147] a quella seconda crociata che, promossa con tanto zelo da san Bernardo, terminò cosí male. Ma tornatine i due, guerreggiossi di nuovo nel 1150; e vincitore Corrado si disponeva a scendere in Italia, quando morí nel 1152. Fu il primo imperatore che non iscendesse mai; furon quindici anni d'abbandono, di respiro, dal signore straniero.—Ma gli intervalli d'abbandono, di signoria non sentita, son quelli in che appunto gli improvidi italiani pensaron sempre meno a liberarsi; e que' nostri padri non si valsero di que' quindici anni se non a dividersi e guerreggiarsi tra sé piú e piú, per quegli interessi piccoli e presenti, che fanno improvidi gli uomini ai grandi e futuri. Morto Anacleto antipapa, continuò la parte di lui, e fu ridotta ad obbedienza per intervenzione di san Bernardo il gran pacificatore. Ma sorsero intanto nuovi turbamenti in Roma per Arnaldo da Brescia, un riformatore ostile e inopportuno della Chiesa, ultimamente e bene riformata da Gregorio VII e i successori. Fu condannato in concilio fin dal 1139, e combattuto anch'esso da san Bernardo. Continuò Ruggieri sue guerre di conquista e riunione del Regno, e gli fu confermato questo [1139] da papa Innocenzo II. E morto Innocenzo [1143], succedettergli Celestino II, Lucio II, Eugenio III, buoni pontefici, turbati da' grandi romani costituitisi in senato; imitazione forse buona de' nuovi Consigli di credenza, ma fatta risibile dalla formola di «senatus populusque romanus», che si riprese. Le grandi formole usate nelle cose piccole non servono che a far sentire tal piccolezza. In Toscana e Lombardia guerreggiaronsi peggio che mai le cittá; Roma contra Tivoli, Milano contra Cremona, Milano contra Como, Pavia contra Verona, Verona contra Padova, Padova contra Venezia, Venezia contra Ravenna, Piacenza e Milano contra Parma e Cremona, Modena e Reggio e Parma contra Bologna, Bologna e Faenza contra Ravenna ed Imola e Forlí, Verona e Vicenza contra Padova e Treviso, Venezia contra Pisa, Pisa e Firenze contra Lucca e Siena; trista lista abbreviata sui cenni probabilmente non compiuti del Muratori, e che ho voluto qui porre a mostrare quali fossero in generale gli errori della gioventú di que' comuni, quali in particolare lor mali apparecchi alla grande occasione nazionale che s'appressava. Né ciò era tutto; dividevasi ogni cittá in parti pro o contra l'imperio, pro o contra ogni discesa imperiale, pro o contra que' nobili, que' capitani o cattani, rinchiusi gli uni in lor castella e talor pretendenti alla signoria feodale della cittá, aggregati gli altri alle cittadinanze e rinchiusi in loro alberghi o case consortili. Era uno sminuzzamento di potenza, una discordia universale, maggiore che non la feodale stessa; migliore in ciò solo, che la discordia era almeno per gli interessi di tutti e non dei pochi tiranneggianti. Ma le discordie, quali che sieno, son mali apparecchi, perdizioni delle occasioni nazionali. E tanto piú che le discordie non sogliono essere altro che invidie; e le invidie sono il vizio piú pervertitore delle menti; e le menti pervertite non sono piú bastanti alle dure imprese d'indipendenza. Il vedremo registrato qui; e il vedemmo, in natura, altrove.

8. Federigo I imperatore, la guerra d'indipendenza [1152-1183].—E quindi non fará meraviglia, se la guerra seguente, la piú bella, la sola santa e nazionale che si trovasse, prima dell'ultima, nella storia moderna d'Italia, non fu tuttavia unanime, non universale, non condotta fino ad effetto compiuto. Sarebbe facile forse, ma vano certamente il celarlo; vano, se non nocivo seguir quell'uso invalso poc'anzi tra noi di magnificar le glorie nostre passate, quando non si potevan le presenti, serbato ora da alcuni per avvilir queste. La veritá esatta può solo esser utile; io dirolla come la veggo. E se ne avrò taccia di troppo austero, mi giustificherò, primamente, come sogliono i piccoli, coll'esempio de' grandi, Dante, Machiavello, Alfieri; e noterò poi che chi parla cosí ai compatrioti, erri o no, mostra almeno di tenerli per uomini, adulti, sani e capaci d'udir veritá; mentre chi dice necessarie ad incoraggiarli le lodi esagerate, le adulazioni, li tratta quasi donne, bambini, infermi o rimbambiti.—Morto Corrado Svevo, i tedeschi elessero a re loro, e cosí, giá incontrastabilmente nel fatto, re d'Italia e imperatore, Federigo I detto «Barbarossa», figlio di quel fratello di lui che aveva preteso all'imperio, e di Giuditta de' Guelfi Estensi. E riunite cosí in lui le due parti germaniche, rimasero lá pacificate allora e per alcun tempo. Quindi ad esso l'occasione, quasi il dovere di far l'opposto del predecessore, di lasciar Germania per attendere a Italia; di vendicar Lotario il penultimo imperadore, a cui erano state chiuse in faccia le porte di tante cittá italiane. Oramai queste discese degli imperatori erano diventate guerre naturali, e poco men che universali tra noi. Gl'imperatori, i tedeschi avevano contra sé non piú solamente le cittá avverse all'imperio, ma quelle stesse che si proferivano imperiali, e che pur intendevano i diritti imperiali tutto diversamente da ciò che eran pretesi dagli imperatori. Questi volevan giudicare, statuire tra l'una e l'altra parte d'ogni cittá, tra l'una e l'altra cittá, e principalmente tra i signori e le cittá; e tuttociò non era sofferto dalle piú di esse, imperiali o non imperiali. Ancora, l'imperatore aveva nelle cittá molti diritti d'onore e di lucro personale; e questi, compresi sotto il nome di «regalie», e giá disputati ab antico, erano venuti meno via via, e principalmente ne' quindici anni di Corrado. Finalmente, gl'imperatori che avean fatte giá nell'etá passate tante concessioni alle cittá, non avean mai conceduti loro i governi consolari, e li riconoscean sí di fatto, ma li vedean male; mentre le cittá se n'eran venute compiacendo piú e piú da mezzo secolo. In somma, non furono mai due opinioni, due politiche piú opposte che quelle degli imperatori e delle cittá italiane, della cancelleria imperiale e reale e de' governi comunali, quando s'apparecchiava a scendere Federigo I re incontrastato di Germania, re d'Italia e imperator designato, giovane coraggioso, afforzato ed insuperbito dell'unione di Germania.—Giá in dieta a Vurtzburga ed a Costanza [1152-1153] fu sollecitato da' messaggeri del papa contra Arnaldo da Brescia, da un principe spogliato di Capua contra re Ruggeri, da due fuorusciti di Como contra Milano che teneva lor cittá soggetta da un quarant'anni. Federigo mandò un messo imperiale a Milano con un diploma in favor di Lodi, e i milanesi glielo tolsero di mano e stracciarono in faccia, e lo cacciarono.—Scese quindi [1154] ben accompagnato di milizie feodali Federigo per il Tirolo, e venne presso a Piacenza; a quel campo di Roncaglia, dove gli ultimi imperatori solean tener dieta e raunar loro aderenti, dacché appunto solean chiudersi loro le cittá. V'udí i lamenti di Como e Lodi contra Milano, del marchese di Monferrato contra Chieri ed Asti. Barcheggiò dapprima con Milano; e facendosene fornir viveri, risalí il Ticino. Poi sorta disputa per que' viveri, aprí la guerra, prese a' milanesi tre castella, Rosate, Trecate e Galiate; ed arsi a proprie spalle i ponti sul Ticino, risalí il Po fino a Torino [1155], passollo ed arse Chieri, che serba cosí l'onore d'essere stata prima cittá vittima di lui, e poi Asti. Tornato cosí lá presso onde s'era mosso (strana guerra o piuttosto scorreria che giá mostra il niuno accordo degli italiani), pose campo contro a Tortona alleata di Milano, nemica di Pavia; intimolle di mutar alleanze, fu rifiutato, assediolla due mesi, incrudelí contro ai prigioni, guastò i fonti agli assediati, e prese la cittá [15 aprile], la saccheggiò ed arse.—Quindi fattosi incoronar re a Pavia, s'avviò per farsi incoronare imperatore a Roma. Dove, morto giá Eugenio III [1153] ed Anastasio IV [1154], pontificava Adriano IV, ma poteva il nuovo senato; e sott'esso quell'Arnaldo da Brescia, il condannato d'eresia, predicante per il senato contro al papa. E papa e senato aspettavano ora la decisione dell'imperatore; scusabili dunque tutti e due, se si voglia, sulle condizioni de' tempi; tutti e due condannabili, se si attenda a quel dovere di tutti i tempi, di non dividersi in presenza allo straniero; quel dovere che ben fu, a distanza di otto secoli, saputo adempiere da un Lanzone a Milano, da un Mastai a Spoleto. Quanto poi al far, come taluni, sempre colpevoli i papi, sempre scusabili od anche eroi di libertá, o, piú, d'indipendenza, i loro avversari; ella mi pare di quelle nequizie che non possono se non isviar del tutto la storia, e, che è peggio, la politica pratica della nazione. Ad ogni modo, Arnaldo era allora giá piú o meno abbandonato dal senato, e trovavasi rifuggito in un castello vicino d'un partigiano suo. Giunto lá presso, Federigo prese costui, e fecegli dar Arnaldo nelle mani del prefetto imperiale di Roma, che il fece ardere in piazza del Popolo. Compiangiamo il supplizio religioso o politico; ma non piú. Quindi avanzossi Federigo, ed incontrato dal papa gli tenne la staffa; incontrato da una deputazione del senato, che orò quasi senato antico ed elettor d'imperatori, passò oltre, ridendone egli e i suoi tedeschi, come succede degli scaduti che si credono grandi tuttavia. Quindi fu incoronato [1155] in Vaticano senza entrare in Roma, combatté colle milizie di Roma sollevateglisi contro, si ritrasse a Tivoli, mosse contra Spoleto che avea lesi parecchi diritti d'imperio, e l'arse. Poi, negletto il Regno, dove al primo e gran re Ruggeri era succeduto suo figliuolo Guglielmo detto «il cattivo» [1153], licenziò in Ancona il suo esercito feodale, e sfuggendo le insidie de' veronesi, per il Tirolo risalí a Germania. Avea prese le due corone, avea fatta sentir qua e lá crudelmente ma non rinvigorita la potenza regio-imperiale, ed avea schivata la cittá nemica principale, Milano.—Quindi ad innalzarsi i milanesi a giusto orgoglio, a gran credito, a meritata potenza in tutta Italia: Milano faceva allora ciò che giá Roma all'epoca di Camillo: in Milano era la somma, era l'onor d'Italia; i milanesi furono sublimi, prudenti, disinteressati, generosi in tutta questa guerra. Giá, presente ancora Federigo, aveano essi stessi riedificata Tortona, la fedele alleata, e sconfitti i pavesi contrastanti. Ora, assente lui, ridussero questi alla pace; e punirono piú o meno gli imperiali, il marchese di Monferrato, Cremona, Lodi; ristrinser lor alleanze, fortificarono i passi d'Adda e Ticino. E quindi ad accostarsi pur il papa alla parte nazionale, a stringer alleanza con re Guglielmo, a insuperbire coll'imperatore. In una lettera gli parlò della corona imperiale come di «beneficio» concedutogli; ed alla cancelleria tedesca parve tanto piú ingiuria, perché allora tal parola aveva, oltre sua significazione naturale, pur quella di feudo. Il papa spiegò che aveva intesa la prima, l'imperatore si contentò.

9. Continua.—Fece una seconda discesa [1158] come la prima, per Tirolo; e la molta gente sua (centomila fanti, dicesi, e quindicimila cavalli) per gli altri passi del Friuli, di Como e del Gran San Bernardo. Volea finirla una volta con questi italiani, con questi milanesi principalmente, che intendean cosí male l'imperio; volea questo restaurare a modo suo finalmente. Occupò, atterrí tutta Lombardia; presentossi a Brescia, sola che mostrasse di voler restar costante a Milano, alla indipendenza; e n'ebbe obbedienza, Sforzò i passi dell'Adda difesi da' milanesi, prese loro varie castella, diede a' lodigiani nuovo sito a riedificar lor cittá, arrivò dinanzi a Milano [8 agosto]. Ma non osò assalirla a forza; la circondò, l'affamò. Seguirono belle sortite degli assediati. Ma in capo a due mesi il conte di Blandrate, un signor potente, lor capitano, li persuase ad una capitolazione; la quale ebbero moderata, dando all'imperatore poco piú che il giuramento e le regalíe, e serbando i consoli [7 settembre].—Ma Federigo adunava una nuova gran dieta a Roncaglia, e vi chiamava i giureconsulti dello Studio di Bologna, sorto fin dal principio del secolo; i quali spiegarono i diritti imperiali secondo i codici giustinianei, e non sugli acquisti via via fatti di libertá. Bisogna dire, che i giureconsulti di quell'etá non conoscessero né il diritto di prescrizione, né anche meno quello imprescrittibile di qualunque nazione, di non soggiacere ad un'altra. Certo che anche di questo, come di qualsiasi diritto, si può disputare e si disputa ad ogni occasione, se sia rivendicato con mezzi legittimi e prudenti, o no: ma l'imprudenza o l'illegittimitá de' mezzi non toglie il diritto primitivo. Se tu mi rubi il mio, ed io tento ucciderti, fo male senza dubbio; ma il mio rubatomi riman sempre mio. Ma i giureconsulti di Bologna non l'intendean cosí; non facevano imprescrittibili se non i diritti del sacro romano imperio ai tempi di Teodosio e Giustiniano. Quindi, non solo furono da costoro rivendicate all'imperio le regalie, e tolto alle cittá l'uso delle guerre cittadine, ma fu inventato, e stabilito poi in ogni cittá dove poté l'imperatore, un magistrato suo, che dovea, rimanendo i consoli, rappresentare la potenza imperiale, e che appunto fu chiamato «potestas», «podestá». Quindi condannavasi e smuravasi Piacenza, a brutta richiesta della vicina Cremona; e rivendicavansi all'imperio Sardegna e Corsica, tenute da' genovesi e pisani. I primi accennarono resistere; uomini, donne, vecchi e fanciulli edificarono allora lor forti mura; e furon lasciati tranquilli, anzi esenti dalle regalie, liberi del tutto. Ma non cosí Milano, risorta con Brescia e Crema contro ai podestá e all'altre infrazioni degli ultimi patti. Cosí Federigo ebbe a ripigliar l'armi; e, saccheggiati i campi, pose assedio a Crema addí 4 luglio 1159.—Segue una delle piú nobili fazioni di quella e di qualunque guerra. Sei mesi e mezzo di resistenza; Milano e Brescia mandano aiuti; belle sortite, vittorie degli assediati; Federigo fa da barbaro impiccar i prigioni dinanzi alle mura; i cremaschi impiccan sulle mura a rappresaglia; Federigo inferocisce, uccide gli ostaggi adulti, e attacca i bambini a una torre di legno che s'avanzava secondo l'uso per l'assalto, e contro cui tiravano i mangani de' difensori. Fra le grida disperate de' figliuoli e de' padri, esclama uno di questi:—Benedetti coloro che muoiono per la patria;—e continuan gli argani, finché i tedeschi di sotto alla torre temono esservi schiacciati, e la ritraggono. Eran morti nove, feriti due, salvi pochi di quelle vittime. Questi son sangui che a nostra etá parrebbon dover sollevar milioni; ma non è vero, né per allora né per adesso. Non se ne accrebbe la guerra: le cittá imperiali rimasero imperiali, e le vicine rabbiosamente invide delle vicine; tantoché, quando la dissanguata Crema si pose a discrezione [26 gennaio 1160] dello straniero inferocito, non chiese grazia che d'esser salva dalla ferocia della vicina Cremona: ma nol fu; ché usciti i cittadini, predata ed incendiata la cittá, i cremonesi si tolser essi il carico di abbattere i resti, d'appianare il suolo. Noi vedemmo, due secoli addietro, invidie di principi e marchesi; un secolo addietro, invidie di signori minori e d'ecclesiastici; ora, appena libere le cittá, incominciano i secoli, anche piú lunghi, delle invidie cittadine. Sempre invidie in Italia, sempre il vizio di odiar la grandezza nazionale piú che la straniera, il vizio, il piacer servile di ribattere i ferri a' conservi.—Intanto Crema, la generosa cittaduzza, avea, sagrificando se stessa, consunte le forze, e, che era piú allora, il tempo dell'imperatore. Questi dovette lasciar tornare a casa i feudatari, sciogliersi l'esercito, ridursi lui a guerra, a zuffe contro a' milanesi; e ne fu battuto due volte a Cassano e Balchignano. Ed intanto sorgeva nuovo e grande aiuto morale a' milanesi. Morto papa Adriano, giá piú e piú guastato coll'imperatore [1159], erangli stati eletti due successori: papa Alessandro III da tutti i cardinali, salvo tre; Vittore IV antipapa, uno dei tre, dagli altri due. L'imperatore citolli a sé. Alessandro da vero papa ricusò, e fu riconosciuto dall'Italia libera, dalla cristianitá; Vittore accettò, e fu riconosciuto dall'imperatore. Allora la guerra nazionale s'inasprí in religiosa.—E venuto un nuovo esercito a Federigo nel 1161, mosse egli finalmente contra a' milanesi, rinchiuseli entro lor mura, arse lor mèssi, tagliò loro gli arrivi, ma, come la prima volta, non osò assalirli, li affamò: cosí durarono, resistettero un nove mesi. Poi, esausti, domandarono a capitolare; l'imperatore li volle a discrezione; i consoli volean durare ancora, il popolo cedè, s'ammutinò, li sforzò. Giá erasi lungi dall'imitazione romana; ma non s'avea forte, ordinata aristocrazia che potesse partecipare al proprio la virtú propria di lei, la perduranza. Allora i consoli giurarono [1° marzo 1162], fare, e far fare tutte le voglie dell'imperatore. Il quale, fosse vil timore o vil piacere d'assaporar le crudeltá, manifestolle a poco a poco. Furono un dí fatti uscire trecento militi a depor l'armi; un altro dí tutti i consoli de' tre ultimi anni, le croci in mano, a domandar mercé; poi tutti quanti i cittadini, che furon dispersi nelle cittá vicine e rivali; e finalmente, Federigo entrò nella vuota cittá e diedene a disfare un quartiere ad ognuna di quelle altre che non ho il cuore di nominare.—E, domata Milano, tornò Federigo alla vicina Pavia, e vi ricevette omaggio delle giá imperiali, e di quelle che tali facevansi ora per timore. L'Italia parea domata. A mezzo l'anno 1162 risalí in Germania, quasi senza esercito.

10. Continua.—E come a paese domato ridiscese per la terza volta [fine 1163] con gran corte e poche armi. Successero nuovi atti di servitú, d'invidie italiane. Pavia domandò di atterrare la riedificata Tortona, e l'ottenne e l'adempiè. Genova e Pisa, poc'anzi pacificate per forza dall'imperatore, conteser di nuovo per la Sardegna; e Federigo concedettela con titolo di re a un Barisone, che rimase poi parecchi anni prigione, per debiti, de' genovesi. Ma col 1164 incominciano i begli anni di questa bella guerra, gli anni delle confederazioni e della meritata fortuna. Que' podestá che erano stati posti dall'imperatore nelle cittá nemiche ed anche nelle amiche, tiranneggiavano le une e le altre; e dove non erano podestá nuovi, bastavano a ciò gli antichi diritti imperiali, dismessi a lungo, or rivendicati dopo la vittoria. Che anzi queste tirannie intollerabili a tutte, erano tanto piú a quelle cittá che non entrate fino allora nella guerra, non avevano a soffrirle come vendette o castighi. Sollevaronsi e diedero il primo esempio d'una lega quattro cittá orientali che se ne daran vanto un dí, Verona, Vicenza, Padova, e Treviso; alle quali s'aggiunse Venezia la forte, la savia, che aiutata da sua situazione, e costante sotto a sua antica aristocrazia e a' suoi antichi duci o dogi, aveva sola saputa accrescere, compiere, mantener sua indipendenza, ed or temeva per essa e vi provedeva bene cosí. Federigo, privo di tedeschi, adunò gl'italiani fedeli suoi, signori feudali e milizie di cittá, e mosse contro a Verona; ma s'accorse d'essere oramai malveduto, e indietreggiò e risalí a Germania, minacciando il ritorno. Se non che fu trattenuto colá due anni e piú, dalla contesa che avea con Francia ed Inghilterra per li suoi antipapi (Vittore, poi Pasquale), e da quell'altra, or risorta, di sua casa Ghibellina contro alla Guelfa.—Intanto se n'avvantaggiava tra noi la parte non chiamata ancora ma giá simile, giá anti-ghibellina, anti-imperiale. Papa Alessandro, rifuggito in Francia, era stato richiamato, e tornò a Roma [1165] aiutato dal re di Puglia Guglielmo I; a cui [1166] succedette Guglielmo II detto «il buono», contrario naturalmente, come tutti i predecessori, agli imperatori.—Finalmente [1166] fece Federigo la sua quarta discesa per Val Camonica e Brescia, impedito che gli era il passo solito del Tirolo dalla lega veronese. Dicesi avesse un forte esercito; ed io crederei che fosse veramente forte di tedeschi come i precedenti; ma che quelle centinaia di migliaia che si contavano in quelli fossero d'italiani aggiuntisi loro allora, e non aggiuntisi ora, e che cosí in tutto rimanesse povero l'esercito imperiale. Cosí è: quando gli stranieri non troveranno piú cattivi italiani in Italia, essi, contandosi, si troveran sempre pochi. Il fatto sta, che Federigo non assalí una cittá in Lombardia, perdette sei mesi intorno a Bologna, scese contro ad Ancona, la quale per resistergli s'era alleata o forse data all'imperatore orientale e n'avea un presidio greco. Ma Ancona si riscattò con danari, e Federigo s'avanzò contra Roma e papa Alessandro; sforzò la cittá leonina, assalí ma non poté sforzare il Colosseo dove il papa s'era rinchiuso, ed onde poi egli si salvò a Benevento. Allora Roma diedesi a' tedeschi; ma questi furono tra breve invasi, morti molti, spaventati i superstiti dalle febbri endemiche; ondeché si ritrasse Federigo per Toscana, e fu quasi fermato dalla cittaduzza di Pontremoli, e salvo dal marchese Malaspina che il condusse a Pavia. E intanto, in aprile 1167, s'erano adunati al monastero di Pontida i deputati di Cremona, Bergamo, Brescia, Mantova e Ferrara, una prima lega lombarda simile alla veronese. Poi, al dí immortale del primo decembre del medesimo 1167 (pur troppo non è segnato il luogo in quel diploma, serbatoci dal buon Muratori[1], che è certo il piú bello della storia d'Italia), si riunirono le due leghe veronese e lombarda; Venezia, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Ferrara, Brescia, Bergamo, Cremona, Milano, Lodi, Piacenza, Parma, Modena e Bologna, quindici cittá i cui nomi resteranno, checché succeda, santi sempre all'Italia, in una lega sola, o come porta il magnifico atto, in una «Concordia». Giurarono difendersi, tenersi indenni reciprocamente contro chiunque (non escluso l'imperatore) li volesse astringere ad altro che ciò che aveano fatto dal tempo d'Arrigo (certo il quinto) fino alla prima discesa di Federigo. E qui vedesi che molte cittá, dapprima imperiali, s'eran giá riunite alla causa comune; e giá entrar a paro dell'altre Milano, testé riedificata in mirabile modo, a gran concorso delle cittá concordi. E cosí, spoglio oramai d'alleati, Federigo fuggí di Pavia alla primavera dell'anno seguente 1168 con una trentina di tedeschi ed alcuni statichi nostri. I quali poi, mentre passava per Susa a Moncenisio, gli furon tolti di mano da quell'ultima nostra cittaduzza. Dicesi ne facesse impiccar uno, e ciò sollevasse que' generosi borghigiani.