11. Continua.—Allora, naturalmente, ad accrescersi la lega lombarda, la Concordia; ad entrarvi Novara, Vercelli, Como, Asti, Tortona, parecchi signori feudali, il marchese Malaspina stesso. Non rimanevano guari piú imperiali, se non Pavia e il marchese di Monferrato. E contra questi, i confederati immaginarono edificare una fortezza; ma le fortezze di que' tempi erano le cittá, o piuttosto i numerosi cittadini. E cosí in un piano tra Bormida e Tanaro fondarono una cittá nuova, che dal papa, loro alleato, chiamarono Alessandria; e la fortificarono e popolarono dalle terre all'intorno, in tal modo che dicesi armasse nell'anno quindicimila guerrieri [1168]. Poi entrarono nella Concordia nuove cittá, Ravenna, Rimini, Imola, Forlí; e allora preser il nome piú esteso di «Societá di Venezia, Lombardia, Marca e Romagna ed Alessandria». I consoli delle cittá si riunivano a parlamento ed eleggevan rettori della Societá; e si estesero i giuramenti a non far pace né tregua né compromesso coll'imperatore, ad impedire «che non scendesse esercito imperiale grosso né piccolo di qua dall'Alpi», a mantener la lega per cinquant'anni; tutto magnifico, salvo che mancarono sempre in quegli atti le due parole, in quelle menti le due idee d'«indipendenza» e d'«Italia». E queste furono le deficienze (non, come si dice dal Sismondi ed altri, quella di una repubblica federativa; perciocché una tale era giá di fatto costituita nell'assemblea de' consoli di ogni cittá; né sei secoli appresso, durante la rivoluzione tanto piú felice degli anglo-americani, s'ebbe mai niuna assemblea confederativa piú ordinata), queste furono le deficienze che perdettero tutto, che fecero inutili poi tutti gli altri fatti di quella guerra; queste, che fecero la Societá lombarda tanto meno gloriosa ed efficace che non le leghe posteriori delle Province unite di Neerlandia o d'America; queste, che rimangono scusabili forse per l'opinione mal avanzata o piuttosto pervertita dall'antico amore all'imperio, ma deplorabili ad ogni modo da quanti italiani sentano oramai la virtú di quelle due parole od idee.—Sei anni rimase allora l'Italia senza l'imperatore, occupato nelle sue cose germaniche; né la lega progredí guari piú. Genova, che avea privilegi assicurati e che non volea concordia ma guerra colla odiata Pisa, non aderí mai; e questa guerra delle due trasse seco quella di Toscana tutta, Lucca, Siena e Pistoia con Genova, Firenze e Prato con Pisa. E niuna di queste aderí, e tutte trattarono piú o meno con Cristiano, arcivescovo di Magonza, cancelliere imperiale e capitano d'eserciti; ed Ancona sostenne uno stupendo assedio contra questo prete guerriero, ma s'accostò non alla Societá, sí all'imperator greco, e cosí ebbe contro di sé Venezia. E finalmente, nefando a dire, in uno de' giuramenti di confederazione, di societá, di concordia, trovasi Cremona riserbarsi il diritto di tener distrutta la vicina ed invisa Crema. Duole nell'anima, ma cosí è. Noi non abbiamo vent'anni di storia compiutamente bella, di vera concordia in tutti i nostri secoli moderni. Il fatto è; sappiam vederlo e confessarlo una volta finalmente, per non rifarlo mai piú. Alle nazioni, come ai principi, come ad ogni uomo, l'essenziale non è non aver errato, ma risolversi a non rifare il medesimo errore.—Nel 1174 ridiscese finalmente Federigo per la quinta ed ultima volta. Non gli era aperto se non il passo di Susa, per le terre dei conti di Savoia che troppo duole trovare qui. Scendendo il Moncenisio arse Susa, a vendetta del fatto di sei anni addietro. S'avanzò ad Asti, la quale, meno devota a libertá che non la prima volta, entrò in patti e si sottopose. S'avanzò contra Alessandria; e questa, cinta di mura di terra pesta e paglia, ovvero coperta i tetti di paglia (onde il glorioso nome rimastole di Alessandria «della paglia»), si difese fortemente quattro mesi, senza soccorsi della Societá. Finalmente, adunata questa a Modena, mandò un esercito; e Federigo, levato l'assedio [1175], mosse verso quello. Ma, non assalito (forse per il solito rispetto all'imperio), entrò in trattati; ottenne, licenziando l'esercito suo, che i lombardi licenziassero il loro; e cosí egli e sua corte ebbero il passo e giunsero a Pavia. Seguirono trattati nuovi, che non condussero a conchiusione, ma che giá allentarono la Societá. E cosí passò, perdettesi il rimanente di quell'anno.—Alla primavera del seguente e gloriosissimo 1176, scese un nuovo esercito tedesco per li Grigioni e Como, in aiuto all'imperatore; ed egli, lasciando la corte in Pavia, andò di sua persona di soppiatto a raggiungerlo. Allora, i milanesi aiutati solamente delle milizie di Piacenza, e d'alcuni scelti di Verona, Brescia, Novara, Vercelli, e forse (come vantano alcune famiglie in lor tradizioni) di fuorusciti di altre cittá diroccate, uscirono alla campagna, formarono due compagnie elette nomate «della Morte» e «del Carroccio», e s'avanzarono sulla via da Milano al Lago Maggiore. S'incontrarono a Legnano, ed ivi seguí, addí 29 maggio 1176, la piú bella battaglia di nostra storia. I lombardi, vedendo avanzar l'oste straniera, si inginocchiarono per chiedere a Dio la vittoria, si rialzarono risoluti ad ottenerla o morire; la disputarono a lungo, l'ottener compiuta. Federigo, non gran capitano di guerra, ma grande uomo di battaglia, gran cavaliero, cadde combattendo presso al carroccio, non comparve alla fuga, arrivò solo e giá pianto a Pavia. Ma Federigo fu troppo piú gran negoziatore, grand'uomo di Stato, conobbe i tempi, cedette a proposito. Adunque mandò ambasciatori a papa Alessandro, che era stato alleato non capo della guerra: ma che doveva essere naturalmente, e tal fu ora de' negoziati; e che potrebbe in essi accusarsi d'aver derelitta la Societá lombarda, se non fosse che due doveri sono in qualunque papa, di capo della cristianitá e di principe italiano, e che quello è primo incontrastabilmente, e lo sforza a riaccettar nella Chiesa chiunque vi vuol rientrare, sia a pro o a danno d'Italia; se non fosse del resto, che non è un cenno, non un'ombra a mostrare che le cittá lombarde o niun italiano d'allora desiderasse l'indipendenza, desiderasse piú di ciò che al fine s'ottenne; se non fosse anzi, che parecchie delle cittá si staccarono dalla Societá comune, trattarono miserabilmente, separatamente, molto piú che il papa. Il quale ad ogni modo non volle conchiuder nulla egli solo, nulla se non in Lombardia; e perciò imbarcatosi sulle navi di Venezia [1177], venne a questa, dove fu convenuto non riceverebbe l'imperatore prima che fosse conchiusa pace o tregua. E la pace non si conchiuse, sí la tregua per sei anni; e fu convenuto non si guerreggiasse intanto tra imperatore ed imperiali da una parte, e le cittá collegate dall'altra; e queste conservassero lor Societá, e non fosser richieste di giuramento; una specie di status quo. Allora Federigo, che giá era a Chioggia, entrò in Venezia; e secondo le tradizioni si prostrò a' piedi di Alessandro, e questi glieli pose sul capo dicendo il testo «super aspidem et basiliscum»; e l'imperatore rialzandosi rispose:—«Non tibi sed Petro»;—e il papa riprese:—«Et mihi et Petro»;—fiabe forse, ma che accennano i costumi e le opinioni del tempo. Ad ogni modo furono pacificati.—Quindi il papa tornò a Roma, e pacificossi definitamente col senato; e l'imperatore, visitata Toscana e Genova, pel Moncenisio ritornò in Germania. Ed indi, ne' sei anni della tregua, negoziando con parecchie cittá separatamente, ed assicurando loro cosí per ogni caso que' tristi privilegi, che, soli in somma, eran voluti da tutti, ei le staccò. La brevitá del nostro scritto ci dispensa da tali miserandi particolari; noteremo solo il piú caratteristico. Alessandria nata dalla lega se ne staccò pur essa, fecesi privilegiare; i cittadini di lei usciron tutti, un brutto dí, dalle mura, e rientrarono a cenno, a grazia d'un commissario imperiale, lasciarono il bel nome, preser quello di Cesarea. I posteri furon piú degni, ripresero il primo.—Finalmente addí 25 giugno 1183, appressandosi a giorni il fine della tregua di Venezia, fu ultimata la pace a Costanza. Firmarono come ancor collegate Vercelli, Novara, Milano, Lodi, Bergamo, Brescia, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Bologna, Faenza, Modena, Reggio, Parma e Piacenza, diciassette costanti; e coll'imperatore Pavia, Genova, Alba, Cremona, Como, Tortona, Asti e Cesarea. Ottennero i privilegi che avean voluti e tenuti dal tempo d'Arrigo V in qua: confermate alle cittá le regalie entro alle mura e nel distretto: solo lasciato all'imperatore il «fodero» o viatico quando scendeva; serbati i consoli senza conferma, colla sola investitura imperiale; soli lasciati all'imperatore i giudici in appello, e questi costituiti in un giudice stabile, il podestá; riconosciuto il diritto di pace e di guerra; riconosciuto quello, che avrebbe potuto esser piú utile, di serbare e rinnovare la Societá. Il trattato era dunque onorevolissimo, anche utile, anche progressivo. Ma era perduta per compiere l'indipendenza la grande occasione che la nazione era in armi contro al signore straniero.—Né l'occasione tornò mai piú per seicentosessantacinque anni. L'Italia progredí in lettere, in arti, in ogni sorta di coltura, in molte parti della civiltá, ma non nella piú essenziale, nell'indipendenza; e la nostra storia non narra quasi piú che variazioni di dipendenze. Perciò ci trattenemmo oltre al solito in questo secolo corso da Gregorio VII alla pace di Costanza, che è il piú bello di nostra bella etá. Ci rifaremo abbreviando i secoli delle discordie interne; sempre ne rimarrá abbastanza da mostrarceli troppo minori di quello, dove la concordia, non ottenuta, fu almeno nomata e tentata.
[1] Ant. Ital., IV, p. 262.
12. Il secondo periodo della presente etá [1183-1263]. Governo delle cittá.—Dalla pace di Costanza al finir degli Svevi o Ghibellini secondi, corre una seconda parte della etá dei comuni. I quali noi continueremo a chiamare cosí sempre, e non come fan altri, «repubbliche»; perché questo nome ci sembra implicare governo di tutta la cosa pubblica, sovranitá piena, indipendenza; e che, salvo Venezia, tutte le cittá italiane riconobber sempre come sovrano l'imperatore e re straniero, e come privilegio i governi, i diritti propri. Oltreché, queste improvide cittá non si divisero giá solamente, quasi repubbliche, in quelle due parti infelicissime ma forse inevitabili de' grandi e de' piccoli, de' nobili e de' plebei; ma, come veri comuni dipendenti, in quelle anche piú infelici pro e contro al signore straniero. Questa divisione propria de' comuni fu quella che accrebbe, inasprí la repubblicana; perché i grandi, i nobili, piú o meno signori di castella fuor delle mura, o di «alberghi» o case forti addentro, or per memoria de' lor bei tempi feodali, or per isperanza di crescere a signori infeodati delle cittá stesse, ad ogni modo, s'accostarono piú facilmente alla parte imperiale o straniera, mentre i popolani piú facilmente alla parte cittadina o d'indipendenza; ondeché questi non ebber nulla mai di piú caro, di piú pressante che cacciar quelli del tutto; molto piú che non si sia fatto in altre repubbliche, e che non sarebbesi fatto in quelle se fossero state repubbliche vere. E questo inasprimento delle due parti inevitabili, fu giá un primo gran male senza dubbio. Ma fu secondo, che, cacciati i primi nobili, e sottentrati al posto loro i popolani grassi, diventando principali, nobili essi, essi pure furono invidiati, prepotenti, cacciati né piú né meno. E cosí dopo questi secondi, i terzi, i quarti interminabilmente. Perciocché, insomma, di nobili o grandi ne son sempre dappertutto; e il popolo che ne caccia, non li caccia ma li muta; ed ogni mutazione non fa, oltre il mal dell'invidia, se non diminuire le forze morali, materiali e personali delle cittá. Né son io che ciò dica a difesa d'una classe non generosamente forse, certo non utilmente, assalita da alcuni popolani de' nostri dí; fu osservato e detto incominciando da Dante e da' primi uomini politici che seppero scrivere in quell'etá, fino a Machiavello e a Botta stesso, talor errante, piú sovente generoso. I quali, chi piú chi meno, attribuiron alle cacciate, alle diminuzioni dei nobili la diminuzione delle forze cittadine in generale, delle militari particolarmente; onde poi l'impossibilitá di resistere alle nuove discese degli imperatori e d'ogni altro straniero, e il venir meno la vita militare ne' cittadini, e il sorger a poco a poco (fin dal tempo delle leghe lombarde) le soldatesche mercenarie, e quindi le masnade, le compagnie piccole, e le grosse; e il passar que' troppo gelosi comuni a signorie, a principati, a tirannie, or d'un nobile vicino vincitor della cittá spoglia di militi cittadini, or d'un popolano grasso vincitor della parte de' grandi, or di questo o quest'altro capo di parte, podestá o condottiero. Perciocché dei podestá è a notar questo; che istituiti, come vedemmo, per mantener la potenza imperiale nelle cittá, per il resto privilegiate di libertá, in breve furono per ulterior privilegio (che trovasi conceduto a Milano fin dal 1185, due anni dopo la pace di Costanza) lasciati ad elezioni delle cittá stesse; ondeché ne cadde del tutto, e quasi a un tratto, la potenza e quasi il nome de' consoli, ed essi i podestá diventarono magistrati cittadini e comunali del tutto. La solita invidia cittadina feceli bensí scegliere quasi sempre forestieri al comune; ma traendo seco un séguito di uomini propri, e facendosi sovente cosí pur capitani del comune o di piú comuni, li tiranneggiarono tanto piú facilmente. I rimedi suggeriti dalla invidia e dalla paura, sogliono far piú mal che bene. A Roma stessa prevalse questo magistrato unico; solamente, invece di «podestá» fu chiamato «senatore»; e come il podestá a' consoli, cosí sottentrò il senatore al senato.—E servano a tutto il rimanente della presente etá questi rapidi e certo incompiuti cenni delle divisioni, de' pervertimenti, delle guerre intestine dei comuni. Alle quali ad ogni modo noi torneremo anche meno che non alle guerre di cittá a cittá; ristretti che siamo ne' limiti d'un sommario, e cosí sforzati a diventar qui tanto piú brevi, quanto piú, sorti i comuni, sorge oramai una storia particolare d'ognuno, si sminuzza moltiplicandosi quella universale d'Italia.
13. Fine di Federigo I, Arrigo VI [1183-1198].—Fin dall'anno seguente alla pace [1184], scese per la sesta volta Federigo I, e trattò e ottenne di maritar suo figliuolo Arrigo con Costanza figlia del gran Ruggeri, zia ed erede di Guglielmo II re di Puglia e Sicilia, che non avea figli. E cosí Federigo riacquistò con un matrimonio piú potenza in Italia a sua casa Sveva, che non ne avesser perduta egli e i suoi predecessori della medesima o della prima casa Ghibellina. Giá vedemmo il padre di Federigo avergli apparecchiato l'imperio, riuniendo le famiglie Guelfa e Ghibellina di Germania con un matrimonio; e con un matrimonio vedrem Federigo II acquistar diritti alla corona di Gerusalemme; onde si vuol dire che questa casa di Svevia precedesse casa d'Austria in quella politica matrimoniale, che fu a questa cosí felice. Ma allora ei si può dir pure, che quindi venissero le infelicitá, e finalmente la rovina ultima di casa Sveva. Perocché, anche alla politica rozza ed appassionata di quei tempi apparve chiaro il pericolo di lasciar gli Svevi potenti insieme nell'antico regno d'Italia o Lombardia, e nel nuovo di Puglia o Sicilia. Apparve a tutti gl'italiani, che non capaci d'idear l'indipendenza compiuta erano pure innamorati della libertá quale l'aveano: e quindi sorse la parte non piú solamente anti-imperiale in generale, ma anti-sveva, anti-ghibellina in particolare, cioè giá guelfa. E s'aggiunsero naturalmente a tal parte, e ne diventarono duci, i papi, pretendenti fin dall'origine alla signoria o supremazia del egno, tementi ora di tali vassalli imperatori. E quindi sulla antica inimicizia de' papi e degli imperatori crebbe, irreconciliabile ormai, quella de' papi del secolo decimoterzo e casa Sveva, la quale finí colla perdizione di questa; quell'inimicizia che può esser loro rimproverata da' tedeschi e non da noi.—Intanto Federigo, o per questo nuovo interesse, ovvero perché ei fosse di quegli uomini che migliorano tra gli affari umani, e sanno adattarsi a ciò che combatterono ma vedono inevitabile, Federigo si mutò tutto in favor de' lombardi, e in particolare de' milanesi. Concedette loro nuovi privilegi, riedificò Crema, anzi si volse contro ai duri cremonesi che il voleano impedire; e i milanesi festeggiarono improvvidi quelle nozze fatali, princípi di tanti nuovi guai all'Italia.—Nel 1187, fu presa Gerusalemme da Saladino. Urbano III (successore giá ad Alessandro III morto nel 1181, e a Lucio morto nel 1185) ne morí, dicono, di dolore; e succedettero Gregorio VIII per un mese, e poi Clemente III, che concitò la cristianitá al gran riacquisto. Ne seguirono paci in tutta quella; in Italia stessa pacificaronsi, guerreggiarono concordi in Oriente, le emule Genova e Pisa: e Federigo I, presa la croce, per Ungheria e Bulgaria [1189] passò in Asia; conquistò Icona, e morí poi bagnandosi in un ruscello [1190]. Rendiamo onore a' nostri avversari; fu uno de' piú nobili, ed ultimamente de' piú generosi che abbiamo avuto mai. Del resto, fu anch'egli uno di coloro che sprecarono le forze, la grandezza contro all'onnipotenza dell'opinione pubblica, del secolo.—Successegli Arrigo VI suo figlio, erede giá di Guglielmo II testé morto. Ma Tancredi, figlio naturale di Ruggeri, toglievagli il bel retaggio facendosi re. Quindi s'apre la guerra; Genova e Pisa armano per Arrigo; questi scende, ed è incoronato in Roma [1190] da papa Celestino testé succeduto. Poi muove contro a Tancredi, ma è respinto e risale a Germania, componendo per via una delle molte guerre che giá ferveano di nuovo tra cittá e cittá e signori in Lombardia.—Muore poi [1194] Tancredi; e allora Arrigo ridiscende, è riconosciuto re senza contrasto di qua e di lá dal faro; ma tiranneggia, spoglia i nuovi sudditi e fa piú che mai odioso il nome tedesco a quelli, a tutti gl'italiani, e a sua moglie stessa che dicono congiurasse contra lui.—Risalí nel 1195, ridiscese nel 1196, e morí a Messina nel 1197; lasciando lí regina Costanza, e giá incoronato re di Germania, d'Italia e di Sicilia il lor figliuolo di tre anni, Federigo II che fu poi miglior del padre, degno dell'avo.
14. Filippo e Ottone [1198-1218].—Morirono poco appresso Celestino III, a cui succedette [1198] Innocenzo III, un nuovo gran papa, e Costanza che lasciò a questo la tutela del figlio, forse perché la gran donna sentiva che egli era natural avversario, e volle sforzarlo a farsi cosí difensor del figliuolo fanciullo. Né le fallí il pensiero; i grandi animi s'intendono. Innocenzo III, esagerato forse nell'esercizio dell'autoritá pontificale fuor d'Italia, fu grand'uomo ad ogni modo; ed esercitò la tutela, anche piú che non sarebbe stato utile all'Italia, generosamente, fedelmente. Ma giá, senza badare a quel fanciullo, erano stati eletti re in Germania Filippo di Svevia, fratello d'Arrigo VI figliuolo di Federigo I e capo cosí della casa e della parte ghibellina; e contra lui, Ottone giá duca di Sassonia e Baviera, e capo di parte guelfa. E perché molto si parteggiò per l'uno e l'altro, e con li due nomi di parti pure in Italia, quindi ripetono gli scrittori antichi l'origine o almeno l'introduzione delle due tra noi. Ma i nomi tutt'al piú poterono esser introdotti allora; ché quanto alle parti, com'elle diventarono in breve (prevalendo gli Svevi o ghibellini) imperiale e tedesca l'una, anti-imperiale e anti-tedesca l'altra, elle esistevano da gran tempo certamente, ed esisteranno inevitabilmente, finché saranno imperatori tedeschi, ed uomini italiani, in Italia. Ed è perciò appunto che ai nostri dí alcuni, almeno incauti, vorrebbono risuscitare il nome «guelfo». Grande inutilitá! essendo piú chiaro, piú esplicito, piú buono, piú facile ad accettarsi ed ampliarsi il nome di «parte nazionale» od «italiana» od «antistraniera». Grande imprudenza! tale essendo il tôrci carico de' peccati antichi di quella parte, che vedremo farne meno certamente che non i ghibellini, ma farne pur troppi ancora.—I due competitori poi guerreggiaronsi a lungo in Germania; non discesero in Italia. Fu Ottone riconosciuto da Innocenzo l'anno 1200, ma vinto nel 1206 da Filippo.—Dopo la morte del quale [1208] riconosciuto Ottone universalmente in Germania, scese in Italia e fu incoronato a Roma [1209]. Ma progredito quindi a Puglia, per ispogliare del regno Federigo il pupillo di Innocenzo, è scomunicato da questo; e Germania se ne solleva, ed egli è sforzato a risalirvi [1211]. Quindi s'impiccia nelle guerre dei francesi ed inglesi; e sconfitto da' primi a Bovines, ne cade sua potenza in Germania, e poco men che derelitto muor poi nel 1218. E lasciò indisputato oramai quel regno, e perciò quel d'Italia e l'imperio a Federigo, lá risalito fin dal tempo della scomunica del competitore, lá tre volte rieletto, e due volte incoronato, ed or giovane adulto di ventidue anni.—Intanto in Italia era cresciuta la potenza di papa Innocenzo III, al modo solo in che sempre crebbe, in che solo può crescere la potenza temporale d'un papa, congiungendosi coll'opinione d'Italia che circonda quella potenza. In Roma accettò, ordinò la potenza nuova del senatore. Ed Innocenzo III era pure un grande, un forte, un arditissimo uomo. Ma il fatto sta, che sono appunto questi gli uomini i quali ripugnan meno alle concessioni opportune; sia perché le loro grandi menti fan loro vedere piú chiara tale opportunitá o necessitá; sia perché non temono di parer temere, né di lasciarsi soverchiare o prender la mano dalle concessioni. In Sicilia Innocenzo III guerreggiò in nome del pupillo contra Marcovaldo, tedesco, siniscalco del Regno, alleato de' saracini. In Toscana, sia in nome del retaggio di Matilde, sia in nome della libertá, guerreggiò, trattò colle cittá, e riunille quasi tutte (salvo Pisa che avea ottenuti nuovi privilegi ed era quindi sempre piú imperiale) in una prima lega toscana o guelfa, conchiusa a San Miniato. A Spoleto ed Ancona guerreggiò in nome delle antiche donazioni. Riuní piú territorio che niuno de' predecessori. E risuscitando le pretensioni di Gregorio VII (ma senza le necessitá ecclesiastiche di quello), fece intervenire la sua autoritá negli affari d'Ungheria, Polonia, Danimarca, Francia, Inghilterra, Aragona e Portogallo, tutta Europa. E tali intervenzioni furono utili senza dubbio parecchie volte. Se fossero esagerate talora, ne giudichi altri; non sono affari nostri. Sorti ai tempi di lui due grandi ed operosissimi santi, san Francesco, italiano, e san Domenico, spagnuolo, furono da lui approvati i loro due grandi ordini mendicanti, de' frati minori, e de' predicatori. Come il cristianesimo fu detto «pazzia della croce», questi si potrebbon dire «pazzie della caritá». L'esercitavano, passivamente colla povertá; attivamente, colle limosine, colla predicazione, colle missioni nella gentilitá fin d'allora. I predicatori furono accusati dagli uni, giustificati dagli altri, di crudeltá contro agli albigesi, eretici francesi; ed anche questa non è cosa nostra. È vero che in Italia pure poteron aiutare alle persecuzioni contro agli eretici catari e paterini che sorgevano allora non guari diversi dai francesi; ma piú sovente servirono alle pacificazioni, alle concordie di cittá e signori. E san Tomaso, domenicano, san Bonaventura, francescano, grandi teologi che fiorirono intorno alla metá di questo secolo, diedero senza dubbio (molto piú che non i primi poeti) alla coltura italiana quella spinta, quell'andamento progressivo, che non cessò piú per tre secoli, che la fece primeggiare tra tutte le contemporanee.
15. La quarta crociata, il principio del secondo primato italiano nel Mediterraneo [1201-1204].—Ma il fatto a noi principale di questo tempo, fu la quarta crociata; che, adempiutasi in parte per opera del medesimo Innocenzo III, e soprattutto de' veneziani, condusse alla conquista latina di Costantinopoli, e quindi al rinnovamento del primato italiano nel Mediterraneo. Noi vedemmo questo giá lago italiano sotto a' romani; non forse che questi od altri italiani vi navigassero e mercanteggiassero molto essi stessi; signori, cioè oziosi, in ciò probabilmente come in ogni cosa, si facevan servire di commerci da' greci, da' fenici, dagli egiziani, in ciò antichi. Tre vie sono dal Mediterraneo all'Indie e alla Cina, a quel commercio orientale che fu sempre finora il massimo del mondo: prima l'Egitto e l'Eritreo; seconda la Fenicia o Siria, l'Eufrate e il golfo persico; terza il Bosforo, il mar Nero e l'Alta Persia. Prima della fondazione di Costantinopoli, eran prevalse la prima e la seconda; dopo, prevalse questa terza, e Costantinopoli diventò non solamente via o scalo, ma emporio principale di quel commercio, e in breve anche gran centro industriale. Quindi, da quella fondazione, si può dir cessato l'antico primato nostro; e il Mediterraneo non piú lago italiano, ma per cinque secoli (dal quarto a tutto l'ottavo) lago greco; poi, per quattro altri (dal nono a tutto il decimosecondo) lago greco-arabo, tenendo gli arabi le due vie d'Egitto e Siria, e rimanendo ai greci la sola via del Bosforo o Costantinopoli. Certo, ne' due ultimi secoli s'eran giá frammesse non poche cittá italiane, Venezia, Amalfi, Genova, Pisa forse sopra tutte, tra le due nazioni primeggianti; e giá nelle tre prime crociate s'eran elle avvantaggiate co' trasporti de' guerrieri e lor impedimenti, col commercio del nuovo regno latino di Gerusalemme, e collo stabilimento di grandi fondachi, di vie e quartieri intieri italiani nelle cittá conquistate. Il Pardessus[1] ci dá una cronologia preziosa de' privilegi ottenuti da' genovesi; in Antiochia nel 1098 e 1127; in Giaffa, Cesarea ed Acri nel 1105; in Tripoli nel 1109; in Laodicea ne' 1108 e 1127:—da' veneziani in Giaffa nel 1099; in tutto il regno di Gerusalemme ne' 1111, 1113, 1123, 1130:—e da' pisani in Giaffa, Cesarea ed Acri nel 1105, e in Antiochia nel 1108. Ma, né tutte queste eran per anche conquiste vere o riconosciute, né il commercio od anche meno la potenza italiana eran tuttavia principali nel Mediterraneo, né anche meno era tornato questo all'onor di lago italiano. Ora sí, ciò rivedremo.—Venezia è poco venuta finora in queste pagine, per ciò che ella fu finora poca cosa all'Italia in generale; e che avea guerreggiato sí parecchie volte nell'Illirio e in Oriente, ma che, simile a Roma antica, dopo un quattro secoli d'esistenza, il territorio di lei non s'estendeva guari oltre al dogato, cioè alle lagune e ai lidi; ondeché la storia di lei non fu, lungo que' secoli, se non istoria tutto cittadina, tutt'empita di que' particolari di governo interno a cui dicemmo non poterci fermare. Bensí, è da avvertire in tutto, che le parti in lei furono molto men cattive che non altrove in Italia, non infette di dipendenza straniera, non di feodalitá: e quindi meno acri tra nobili e plebei, men varianti il governo; il quale fu sempre piú o meno equilibrato di democrazia, aristocrazia e quasi monarchia, un Consiglio generale, i senatori e lor Consigli, il duca o doge. La situazione avea aiutata l'indipendenza, l'indipendenza avea serbata la concordia, e la concordia aveva compiuta e sancita l'indipendenza.—Ultimamente, da un cinquant'anni, parecchie contese e guerre le erano sorte contro al re d'Ungheria per l'Illirio, contro all'imperator greco per gli stabilimenti orientali. Ora apparecchiandosi la quarta e grande crociata, promossa dall'operoso Innocenzo III, i crociati fecer patto [1201] con Venezia d'un grande armamento navale per il passaggio. Ma, non essendo venuti tutti i patteggiati, e non potendo i venuti pagar il prezzo totale pattuito, convennesi che per quel che ne mancava, essi servirebbon la repubblica d'un colpo di mano per riprendere Zara al re d'Ungheria; e cosí fecero in pochi dí [1202]. Quindi incorati dal successo, veneziani e crociati dánno retta ad Alessio il giovane (figlio d'Isacco imperator greco testé spogliato dal fratello Alessio), che li esortava a riporre il padre sul trono, e prometteva gran paga e grandi aiuti poi. Il papa non voleva; ma i crociati per aviditá, i veneziani per aviditá e vendetta accettan l'impresa. Era a capo Enrico Dandolo doge, vecchio d'oltre a novant'anni, cieco o poco meno, eppure arditissimo, che aveva presa la croce testé in San Marco. Arrivano dinanzi a Costantinopoli, approdano alla costa d'Asia, varcano il Bosforo, e fugano i vili greci. Seguono parecchie fazioni, e finalmente un assalto per terra e mare; dove il vecchio doge gridava a' suoi, volerli far impiccare se nol mettean de' primi a terra; e messovi, vinse egli, ed impedí i francesi d'esser vinti. Non ancor presa la cittá, fuggí Alessio imperatore; e, riposti in trono Isacco ed Alessio il giovane, entrarono Dandolo e i crociati veneziani e francesi [luglio 1203]. Ma, come succede tra restaurati e restauratori, rimaser per poco alleati greci e latini, disputando sulle promesse reciproche. Riapresi la guerra; il popolo di Costantinopoli si solleva contro a' due principi (pur come succede) caduti in sospetto di vil obbedienza a' restauratori, lí depone, e grida imperadore Alessio duca, detto Murzuflo. Contra costui i crociati assediano, assaltano di nuovo la cittá, e prendono e pongono a fuoco, a sangue, e massime a grandissima ruba [aprile 1204]. Poi, tra molti scherni fatti da' semibarbari ma prodi latini a que' greci serbatori della antica coltura (portarono una volta una penna ed un calamaio in processione tra lor lucide armi vittoriose) nominano un imperator latino, Baldovino conte di Fiandra. Ma spartiscon l'imperio: un regno di Tessalonica al marchese di Monferrato; Peloponneso (giá detto Morea da' mori o gelsi che la arricchivano allora) sminuzzato tra vari signori feodali; e un quarto e mezzo dell'imperio dato in cittá ed isole varie a Venezia. La quale, per vero dire, non le occupò; né le poteva occupare con sua popolazione, non salita per anco oltre a due o trecentomila anime; ma le ne rimasero a lungo parecchie, e principalmente Candia che fu poi massima ed ultima delle colonie sue. E quindi in breve, per emulazione, per quell'imitazione, che, a malgrado le inimicizie de' governi, trae sovente ad imitarsi e seguirsi i popoli connazionali, i pisani e massime i genovesi fecero pure stabilimenti orientali; e cosí fu acquistata tutta questa via al commercio italiano, il quale, caduti gli arabi, giá praticava le altre due; e cosí tra le tre incominciò il secondo primato nostro nel Mediterraneo; cosí ricominciò questo ad esser lago italiano. E tal durò poi, come giá anticamente, tre secoli o poco piú. L'istituzione, il nome de' «consoli» dato da quegli italiani ai capi e giudici de' loro commercianti in ogni cittá orientale (come a quelli che erano nelle madri patrie), ed esteso poi in tutto il globo, rimane anch'oggi monumento di quel nostro primato commerciale.
[1] Tableau, p. VIII bis.
16. Federigo II [1218-1250].—Federigo era giovane di ventiquattr'anni, quando rimase libero del competitore. Dimorò due anni in Germania a confermarvi sua potenza.—Scese [1220] a farsi incoronare da papa Onorio, e promise fin d'allora prender la croce per la ricuperazione di Gerusalemme. Ma passò prima a farsi riconoscer nel Regno, ed ordinarlo. Ridusse i saracini, che pur rimanean numerosi in Sicilia, e ne trasportò i resti di qua dal faro, a Lucera e Nocera; dove stanziarono e fiorirono, e ond'egli li trasse sovente poi a guerreggiare contro ai papi e agli italiani, e ne fu odiato tanto piú. Die' leggi a tutto il Regno; buone per quel tempo, ma che improntate di feodalitá mantennero colá, piú a lungo che altrove in Italia, quell'ordine o disordine. Edificò castella a farsi forte nelle terre, nelle cittá, uno principalmente in Napoli, la quale diventonne poi residenza regia e capitale. Ed ivi istituí una universitá, seconda in Italia dopo quella giá piú che centenaria di Bologna. E colto, prode e corteggiator di donne, si compiacque di poesia e poeti in lingue romanze e volgari, e scrisse nella nostra che sorgeva. Nel 1225, sposò quella Iolanda di Lusignano, figlia ed erede del re spogliato di Gerusalemme, che fu terza donna accrescitrice di pretensioni in casa Svevia. E, nel 1227, salí finalmente sulle navi a Brindisi per il nuovo regno suo. Ma infermati esso e molti suoi, sbarcò ed indugiò un altro anno, e fu perciò scomunicato da Gregorio IX, papa nuovo di quell'anno, gran papa politico, e incominciatore di quella gran contesa papalina o guelfa o italiana, contro agli Svevi or napoletani, che durò quarant'anni. E qui, al solito, non pochi moderni sofisticano per trovar in questi papi grandi disegni di monarchia universale. Ma qui pure il disegno fu piú semplice, e qui poi tutto italiano. Come tutti gli Svevi, Federigo II era principe superbissimo, soverchiatore, sprezzator di tutti e massime de' papi, e non dirò della religione cristiana, ma almeno di quelle che sono sempre convenienze, ed in quel secolo parevano essenza di lei. E cosí tenuto per poco credente o mal credente, o come allora dicevasi, epicureo, paterino, eretico e quasi maomettano, saracino o pagano, ei sollevò contro sé l'opinione universale, la italiana principalmente, quella de' papi sopra tutti. I quali poi secondarono l'opinione nazionale, tanto piú volentieri che non piú solamente la riunione dell'imperio-regno d'Italia col regno di Puglia e Sicilia faceva gli Svevi, ma le qualitá personali di Federigo II lo facevano piú pericoloso. E fecero bene e naturalmente senza dubbio in ciò; fecero male solamente in questa o quella esagerazione di tal politica, in questa o quella scomunica; ecco tutto. Effettuato il passaggio [1228] con meno gente che l'anno addietro (causa di nuova ira del papa e nuova scomunica), Federigo guerreggiò poco in Asia, trattò ed ottenne per sé Gerusalemme, ma lasciò il Santo Sepolcro in mano a' maomettani [1229], nuovo scandalo e nuova ira. Tornò quindi nel Regno contra Lusignano, il proprio suocero, che mosso dal papa l'aveva occupato; né gli fu difficile cacciar costui, riordinar il Regno, rinforzarvisi.—Quindi si rivolse a Lombardia; dove Milano, tornata a sua primiera avversione contra gli Svevi o ghibellini, e risorta a capo di parte guelfa, né allora né poi non aprí mai le porte all'imperatore per lasciargli prendere la corona d'Italia. E giá da tre anni [1226] avea (del resto, secondo suoi privilegi) rinnovata la lega di Lombardia. Eranvi allora entrate Milano, Bologna, Piacenza, Verona, Vicenza, Treviso, Padova, Brescia, Faenza, Mantova, Vercelli, Lodi, Bergamo, Torino ed Alessandria, ed accostatesi poi parecchie altre, Venezia stessa. Ma questa seconda lega lombarda, anche men della prima, non mirò all'indipendenza; piú forti tutte queste cittá, per essersi esercitate da quarant'anni in una libertá quasi compiuta, è anche piú da stupire che non sapesser compierla. E perché appunto questo era l'unico scopo buono, naturale, che la nuova lega potesse avere, ed ella non l'ebbe, non si scorge in essa nessuno scopo, né disegno, né idea. La prima avea volute le regalie, i consoli, troppo poco forse, ma in somma quel poco, e l'aveva ottenuto; la seconda non aveva che a proseguire; e non volle ciò, né nulla. La prima era difensiva, conservatrice de' diritti acquistati, e conservolli; la seconda era offensiva, ed offese, ma senza pro, senza acquisto ulteriore. Non fu altro che odio, parte guelfa, lega guelfa, contra odio e parte e leghe ghibelline, che pur sorsero qua e lá. Riuscí un cumolo di fatti peggio che mai moltiplicati e sminuzzati; piú brutti naturalmente dalla parte straniera e ghibellina, ma non belli nemmeno da parte guelfa, mediocri tutti. Il vero è che senza grande scopo le parti non possono aver né grandi virtú né grande effetto; e che queste del secolo decimoterzo non servirono a nulla, se non a far crescere i signorotti o tirannucci, giá sorgenti nelle cittá.—Le parti di quel secolo ebbero vizio tutto contrario a quello delle presenti. Il quale è d'oltrepassare gli scopi primieri e buoni, di pigliarne altri via via ulteriori e cattivi: dopo la libertá, l'uguaglianza, que' socialismi e comunismi, che sono barbare idee in barbare parole; dopo il principato costituzionale rappresentativo, la repubblica, e non giá niuna sapientemente equilibrata, ma la democratica e sociale; dopo, ed anzi prima dell'indipendenza, l'unitá. Quando sapranno le parti italiane prefiggersi scopi buoni e non oltrepassarli, quando non peccare né per difetto né per eccesso, non essere né tutto stolte né tutto matte? Non mai, diranno alcuni di que' superbi che troncano ogni difficoltá facilmente con qualche sentenza dispregiativa degli uomini; gli uomini son sempre stolti o matti; le parti, sempre mancanti od eccessive; chi le spera moderate, prudenti, sagge, capaci di scegliersi scopi buoni e contentarsene, spera da stolto o da matto; egli stesso è da compatire. Ma, rispondiamo noi compatiti, ma Inghilterra ed America, e il piccolo continental Belgio a' tempi nostri, ed un altro pur piccolo e continentale Stato in questi ultimi dí; ma Olanda e Svizzera ne' secoli moderni; ma Venezia (quasi sola, per vero dire) nel nostro medio evo, ed Atene e Sparta e Tebe; ma tutte insomma le repubbliche, tutti gli Stati comunque liberi, ebbero parti; e seppero averne sovente delle moderate, non inefficaci come le nostre del secolo decimoterzo, o almeno non cosí matte come queste che ci si dicono ora naturali ed inevitabili al secolo decimonono; e non furono grandi e felici, se non appunto quando e perché il seppero: ondeché, noi non veggiamo per noi questa necessitá di non averlo mai a sapere od imparare; e cosí ci ostiniamo, contro a' dispregiatori e disperanti, a sperare venga pure un dí che anche le parti italiane non saran piú stolte né matte, non senza scopo, e non con inaccessibili e inarrivabili o scellerati. Mi si perdoni la digressione, e torniamo alle stoltezze del secolo decimoterzo.—Tre famiglie principalmente ne crebbero: gli Ezzelini, tedeschi venuti con Federigo I, cresciuti in Vicenza, Treviso, Padova ed all'intorno, ghibellini arrabbiati, famosi per immani crudeltá: gli Estensi, che vedemmo antichi italiani, antichi guelfi, anzi battezzatori di quella parte, fedeli ad essa, or cresciuti in Modena e Ferrara, gente molto migliore, ma, come pare, di generazione in generazione mediocre, e di che non trovasi mai un gran fatto, un gran nome (se non vogliasi accettar nella storia quelle adulazioni dell'Ariosto e del Tasso che sono venute a noia anche nella loro bella poesia); e finalmente i Torriani, gente antica d'intorno a Milano che crebbe facendosi capo di quel popolo. Del resto, dopo poca e oscura guerra, fecesi [1230] una prima pace tra la lega guelfa e il papa per una parte, e Federigo dall'altra. Ed estesesi via via a molte cittá per opera de' nuovi frati, principalmente i minori o francescani, e sopra tutti di sant'Antonio di Padova, e di quel fra Giovanni da Vicenza, O' Connello del medio evo, che dicesi adunasse una volta presso a Verona le centinaia di migliaia di uditori [1233]. Ma tutto ciò durò poco. Ché del 1234, fosse o no ad istigazione del papa e de' guelfi, sollevossi primo in Germania Arrigo figliuolo dell'imperatore; e questi v'accorse, e, senza combattere, lo prese e mandò prigione in Puglia, dove poscia morí. E risollevatasi la lega lombarda e guelfa, e non bastando contra essa Ezzelino III, capo de' ghibellini, ridiscese Federigo [1236] per Verona, e prese Vicenza, mentre Ezzelino prendeva Padova; e risalí quindi a Germania. Ridiscese per la terza volta [1237] piú forte, e diede allora a Cortenuova una gran rotta a' milanesi. Né perciò osò assalir Milano. Assediò sí Brescia parecchi mesi, ma invano [1238]; ed ebbe a satisfarsi di correr Lombardia e Piemonte, riaccostando a sé le cittá men forti o men costanti, e lo stesso marchese d'Este. Allora Gregorio IX scomunicava Federigo [1239]; e quando questi scese a Toscana e minacciò Roma, ei predicò contra lui una crociata [1240]. Convocato quindi un concilio a Roma, ed essendosi i prelati francesi imbarcati in Genova che era oramai tutta guelfa, Pisa, che era sempre tutta ghibellina, armò all'incontro una gran flotta; e ne seguí [3 maggio 1241] una gran battaglia navale alla Meloria, dove Genova fu rotta, ed onde saliron Pisa e i ghibellini piú che mai al primato di Toscana. Dicesi ne morisse di dolore il terribil papa Gregorio, e vacò poi la sede da due anni.—Finalmente, a mezzo il 1243, fu eletto Innocenzo IV, che da cardinale era stato amico a Federigo, e gli fu papa nemico peggio che i predecessori. Stretto da' ghibellini di Roma e d'intorno, fuggí a Genova patria sua [1244], e quindi a Lione in Francia [1245]. Ed ivi adunò un gran concilio a provvedere ai pericoli della cristianitá nuovamente spogliata di Gerusalemme, ed assalita in Polonia ed Ungheria dall'invasione dei mogolli successori di Gengis khan. Ma allor si vide a che servisse quel vantato ordinamento della cristianitá sotto a' suoi due capi temporale e spirituale. I due capi eran divisi, e si divisero tanto piú dopo il concilio, che scomunicò pur esso Federigo. Il papa lo depose; molte cittá l'abbandonarono; molti signori delle Due Sicilie gli congiuraron contro. Dicesi che un suo medico tentasse avvelenarlo; e che Pier delle Vigne suo cancelliero ed amico, che gli avea condotto costui, ne cadesse in sospetto ed in tal disperazione, che perciò si uccidesse urtando il capo al muro [1246]. Allora il domato Federigo domandò pace e poco men che mercé, implorò l'intervento di san Luigi re di Francia, e promise riprender la croce. Venuto a Torino per accostarsi al papa, fu richiamato indietro dalla sollevazione di Parma; vi pose campo all'intorno, e tentò imitare la fondazione di Alessandria, fondando lá presso una sua cittá ghibellina che chiamò Vittoria; ma, quasi a scherno di fortuna, ei fu vinto colá [1248], e la cittá incipiente fu distrutta. Le cose andavan meglio per lui in Toscana; i ghibellini s'insignorivano della stessa Firenze, capo de' guelfi. Ma intanto Bologna raccoglieva intorno a sé le cittá, le milizie della parte, e dava [1249] una gran rotta agli imperiali, e vi prendeva Enzo, uno de' non pochi figliuoli naturali di Federigo, ornato del nome, non della potenza, di re di Sardegna. Fu gran trionfo a' bolognesi, i quali mostrano oggi ancora il luogo dove trassero e tennero il giovane in pomposa prigionia per venti e piú anni, finché morí. All'incontro, prosperavano i ghibellini sull'Adige e la Brenta; vi prosperava e inferociva peggio che mai Ezzelino tiranno. Era, come si vede, tra Napoli ghibellina, Roma guelfa, Toscana ghibellina, Bologna guelfa, Padova e il resto ghibellino, un frapporsi, un intrecciarsi di parti, di guerre, di vittorie e sconfitte che doveva parer insolubile. Fu sciolto dalla morte di Federigo II [13 dicembre 1250] avvenuta in Puglia, dov'erasi ritratto, e rimasto poco men che ozioso, forse scoraggiato, da un anno. Fu indubitabilmente uomo di grandi facoltá native. Se la potenza tedesca avesse potuto ordinarsi definitamente in Italia, sarebbesi fatto da lui, che riuniva le due potenze d'imperatore, re d'Italia e delle Due Sicilie, che imperiò e regnò oltre a cinquant'anni, che quasi sempre dimorò tra noi, che fu, si può dire, piú italiano che tedesco, e fu grand'uomo. Ma tutte queste qualitá facendolo piú pericoloso, il fecero anche piú odiato. Egli pure fu (mi scuso di ritornar cosí sovente a tale osservazione, ma ritorna sovente il fatto) di quelli che sprecano le facoltá, l'operositá, la fortuna, la grandezza contra l'opinione dei piú, che è onnipotente quando è giustamente progressiva.
17. Fine degli Svevi [1250-1268].—La morte di Federigo II lasciò l'Italia libera d'imperatori per sessant'anni, e ne' diciotto primi precipitò la casa di Svevia. Corrado suo figliuol primogenito, giá incoronato re di Germania, successe lá e vi rimase un anno; mentre i fratelli di lui Arrigo e Manfredo bastardo governaron per esso Sicilia e Puglia; ed Innocenzo IV tornava a Italia trionfando, per Genova, Milano, Ferrara, Bologna, Perugia, e faceva risorgere da per tutto parte guelfa.—Sceso Corrado [1251], venne nel Regno, ebbelo di mano di Manfredo; e con lui riprese e puní Napoli ed altre cittá sollevatesi per il papa [1252]. Il quale allora offrí quel regno per la prima volta a Riccardo, poi ad Edmondo, fratello quello, figlio questo del re d'Inghilterra; e l'ultimo l'accettò, ma non venne.—Morto poscia Corrado [1254], e succedendogli in diritto Corradino figlio di lui, fanciullo di due anni, rimasto in Germania, sollevaronsi i siciliani contro a' tedeschi e saracini; e il papa s'avanzò nel Regno per impossessarsene. Manfredi venivagli incontro; ma i suoi cavalieri prendeano zuffa con uno de' guelfi del papa, e l'uccideano; ed egli fuggiva e raggiungeva i saracini di Lucera devotissimi di sua casa; e risollevava il Regno. Moriva Innocenzo IV nel medesimo anno; e succedevagli Alessandro IV minor di lui, ma non meno aspro avversario degli Svevi, di tutti i ghibellini. Non seppe conservare il Regno; Manfredi lo riconquistò tutto in breve.—Alessandro predicò la croce contra Ezzelino, il tiranno di Verona, Vicenza, Padova ed all'intorno; il quale era cresciuto a invidie e crudeltá, che non iscompariscono al paragone con quelle de' marchesi e delle cittaduzze e degli altri tiranni piccoli o grandi, antichi o moderni, italiani o stranieri; ondeché contra costui, fu, almeno una volta, opera santa la crociata di cristiani contra cristiani. Tre anni durò, tenendosi stretti i ghibellini all'infame lor capo. Finalmente [1259] due signori principali di questi, Oberto Pelavicino e Buoso da Doara, sollecitati l'un contro l'altro dal tiranno, scoprono il doppio tradimento, abbandonano il traditore, s'aggiungono alla lega guelfa; ed Ezzelino che avanzavasi verso Milano, si trova rinchiuso tra questa e l'Adda, in mezzo a un cerchio di nemici; combatte a Cassano, è vinto, ferito e preso, e si lascia morir ferocemente. Quasi tutta Lombardia ne rimase guelfa. I Torriani ne crebbero in Milano; gli Scaligeri ne sorsero all'incontro in Verona, e vi continuarono la potenza, il capitanato ghibellino di Lombardia.—Intanto [1258] Manfredi, udita, o data, una falsa nuova della morte di suo nipote re Corradino, avea presa la corona di Puglia e Sicilia; e udito che quegli viveva, serbolla, nominandolo suo successore. Quindi volendo rinforzarsi in Toscana v'aiutava i ghibellini, i fuorusciti di Firenze. Seguivane [1260] la battaglia di Montaperti (4 settembre) immortale ne' versi di Dante, famosa allora per la vittoria de' ghibellini, il loro ritorno in Firenze, e il lor disegno di distruggerla, impedito dal solo Farinata degli Uberti.—L'anno appresso [1261] è quello della caduta dell'imperio latino in Costantinopoli; dove si rinnovava il greco, e si fondava, in odio a' veneziani, la colonia di Galata da' genovesi rivaleggianti. E morto in quello papa Alessandro IV, succedevagli Urbano IV, francese, piú che mai caldo nell'odio italiano contro agli Svevi, e nell'impresa di cacciarli dal Regno. Subito l'offrí a Carlo d'Angiò, conte di Provenza fratello di san Luigi re di Francia, facendovi rinunziare quell'Edmondo d'Inghilterra a cui era stato dato dal predecessore [1263]. Non poté adempier l'impresa, ma lasciolla morendo [1265] a Clemente IV pur francese, anzi provenzale, e tanto piú caldo in essa.—Allora eleggevasi Carlo a senator di Roma, e la guerra contra Manfredi era dichiarata crociata. Carlo avviava sua moglie, l'ambiziosa Beatrice, con un forte esercito per Piemonte e Lombardia; e venuto egli per mare a Roma con mille cavalieri, vi riceveva l'investitura del Regno. Sceso quell'esercito, congiungevasi co' Torriani e i guelfi lombardi, batteva Pelavicino e i ghibellini, e per Romagna raggiungeva Carlo nuovo re. Avanzavasi questi da Roma a Benevento, e vi s'avanzava dal Regno re Manfredi, mal secondato, giá tradito da' suoi. Seguiva una gran battaglia (26 febbraio 1266); e Manfredi v'era ucciso, seppellito sotto un monumento militare d'un sasso gettatogli da ogni uomo, diseppellito e buttato fuori dalle terre del papa da un feroce legato. Anche Manfredi fu principe di conto, non indegno del padre. Ma non mi par quell'eroe, massime non eroe d'indipendenza, di nazionalitá italiana, che ne vorrebbon fare taluni. Il fatto sta che per il gran desiderio che se n'aveva testé, e non avendone allora niun vero, se ne fingevano degli immaginari.—Inferocirono subito i francesi in Benevento, nel Regno occupato senza contrasto. Quindi, fin d'allora, a sollevarsi contr'essi l'opinione universale, le speranze ghibelline. Chiamarono di Germania Corradino, bello e prode giovanetto di sedici anni, che la madre non voleva lasciar partire, che partí con gran séguito di principi e signori tedeschi. Giunse a Verona sul finir del 1267, mentre ghibellini e saracini si sollevavan per lui nel Regno. Quindi dovette accorrere Carlo, lasciando Toscana ove erasi avanzato a rifarla guelfa. Giunsevi Corradino, vi fu festeggiato e rinforzato da' pisani, s'avanzò a Roma lasciata dal papa, penetrò negli Abruzzi fino a Tagliacozzo. Ed ivi fu incontrato da Carlo, men forte ma piú astuto capitano. E combattutavi [23 agosto] una gran battaglia, rimase vincitore primamente Corradino, poi, per l'arte (suggeritagli da un vecchio suo guerriero) di tener intatta una riserva, Carlo d'Angiò. E preso il giovane infelice e scelleratamente giudicato, perdé sul palco il capo innocente, su cui s'erano accumulati tanti odii, odii guelfi contra Svevi, odii papali contra imperatori, odii cristiani contra saracini, odii italiani contra tedeschi. Dal palco gettò un guanto in mezzo alla folla degli spettatori; ed uno di essi il portava poi a Costanza figliuola di Manfredi e regina d'Aragona, solo resto oramai di casa Sveva.—Enzo, quell'altro innocente, moriva quattro anni dopo in suo carcere a Bologna.
18. Il terzo periodo della presente etá in generale [1268-1377].—Segue il periodo della potenza angioina, meno infelice, men pericolosa alla libertá, giá confermata, de' comuni. Perciocché per quanto severo sia il giudicio che si deve fare degli ultimi papi, inutilissimamente qui chiamatori di nuovi stranieri, il fatto sta che la libertá d'Italia non fu mai cosí presso a compiuta come ne' due secoli seguenti, come in generale tutte le volte che alla signoria o preponderanza tedesca sul settentrione d'Italia si contrappose staccato il Regno del mezzodí. Allora, per poco che non sieno mediocrissimi, paurosissimi quei re lontani dalla prepotenza tedesca, sorge un equilibrio naturale, che dá fiato, che diminuisce la servitú della penisola intiera; e se fosse mai sorto, se sorgesse mai un gran principe colá, non è dubbio che la servitú cesserebbe del tutto. Se Carlo I fosse stato simile al gran fratello san Luigi di Francia (ma forse, se tale, non sarebbe venuto a Italia), sarebbesi ciò allora adempiuto. Ma qui fu il gran danno, qui la colpa del secolo che siam per correre; né Carlo I né niuno degli Angioini non furono grandi principi mai; furono principi semibarbari, semifeodali, non occupati in altro che nell'estendere lor potenza personale, senza uno di quei pensieri di riunire in un corpo una nazione, di appoggiarsi sugli interessi generali, sulle opinioni di lei, di riunirla quando divisa, di ordinarla quando scomposta, di liberarla quando dipendente, o di accrescere la somma delle forze, della virtú, della felicitá di lei, quando giá sia indipendente; i quali, per vero dire, son pensieri di etá piú progredite, od anzi di pochi eletti in queste stesse. E tuttavia anche allora, anche non bene costituito il Regno, il costituirsi antitedesco di esso fu tal fatto, che se ne muta quinci innanzi l'andamento di tutti i fatti minori; che dopo un secolo di prepotenza tedesca combattuta ed abbattuta, segue un secolo di prepotenza francese; che l'imperio, gli imperatori eletti, od anche discesi ed incoronati, ne scemano del tutto d'importanza; e che non piú sulla successione di questi, ma su quella dei re Angioini, ci pare dover oramai dividere ed ordinare la successione degli eventi.—Del resto, noi continueremo per forza a tralasciare le guerre civili di cittá a cittá, ed anche peggio le cittadine entro ad ogni cittá, e gli accrescimenti piú che mai frequenti de' tirannucci in ciascuna, o de' signori feodali, quando tutti questi fatti non sieno importantissimi alle vicende di tutta Italia, le quali sole qui proseguiamo. Noi non abbiamo spazio da badare agli interessi, alle memorie anche gloriose (se ci sia lecito dir cosí) di niun campanile, sia pur quello di Santa Maria del fiore di Firenze, di San Marco di Venezia; né agli interessi o alle genealogie di nessuna famiglia principesca, sia pur quella d'Este o di Savoia. All'incontro, ci pare importante a notar fin di qua della parte guelfa; che siam per vederne i piú gravi errori, gl'imperdonabili pervertimenti, il passar di lei sotto a capi stranieri, e quindi l'esagerarsi, il dividersi, il perder lo scopo qualunque che pur aveva avuto, il ridursi piú che mai a nome vano e nocivo di discordie. E noteremo delle cittá in generale: che elle giá non si reggevano né si resser piú in niuna di quelle forme originarie, quasi universali e piú semplici, de' consoli del secolo decimosecondo, o de' podestá del principio del decimoterzo; che ogni governo cittadino s'era mutato in forme diversissime, e variabilissime, secondo la preponderanza de' ghibellini o de' guelfi, de' nobili antichi o de' nuovi, de' popolani dell'arti maggiori o delle minori, od anche dell'ultima plebe, ad ogni decennio, ad ogni lustro, ad ogni anno; che questi governi quali che fossero, quand'eran di parecchi, si chiamarono la «Signoria»; e quando d'uno costituito legalmente o illegalmente, il «signore» dagli amici, il «tiranno» da' nemici; e che insomma le divisioni e suddivisioni e diversitá e gelosie ed invidie e pettegolezzi d'Italia non furono cosí moltiplici mai come in questo secolo. Il quale tuttavia è il secolo di Dante (nato l'anno appunto della discesa di Carlo, 1265) e di Petrarca, Boccaccio, e Giotto e Arnolfo di Lapo e Nicolò Pisano, il secolo in che piú progredirono a un tratto la lingua, le lettere, le arti nostre. Tanto a tutte le colture generalmente, alle lettere principalmente, valgono l'indipendenza anche incompiuta, la libertá anche coi suoi inconvenienti ed abusi ed eccessi.