19. Re Carlo I d'Angiò [1268-1285].—Morto Corradino, trionfò parte guelfa. Morto Clemente IV un mese dopo, e non succeduto nessun papa quasi per tre anni, re Carlo rimase solo capo della parte trionfatrice, capo straniero della parte nazionale, che fu il seme di tutti i danni. In Toscana, in Lombardia, in Piemonte le cittá si rifacevan guelfe, e le piú facevan Carlo capo di lor vari governi, di lor signorie, signore. Firenze era stata delle prime (fin dal 1266); e perseverò poi guelfa sempre, non ultima causa di sua grandezza, di sua coltura; l'ispirazione nazionale è somma delle ispirazioni. In Lombardia, i due grandi capi ghibellini Oberto Pelavicino e Buoso di Doara finirono, quegli poco piú che signor privato di castella, questi spoglio del tutto. Se Carlo si fosse contentato d'Italia, egli l'aveva allora. Ma fu dapprima distratto da quella crociata ch'ei fece col fratello san Luigi in Africa, dove questi morí [1270]; e sempre poi dal disegno di riconquistar l'imperio greco. E fosse leggerezza naturale o perché le menti ristrette non sanno attendere a un tempo alle cose presenti e alle ulteriori, fu meravigliosa la noncuranza con che egli e i suoi francesi malcontentarono i regnicoli, gl'italiani tutti, gli stessi guelfi. Naufragate le navi genovesi al ritorno d'Africa sulle coste di Sicilia, ei le fece predare; era uso del tempo in casi soliti, ma scandaloso anche allora contra crociati ed alleati. Guido di Monforte, uno de' principali francesi, che aveva perduto il padre nelle guerre contra Inghilterra, trovandosi un dí in chiesa con Arrigo principe inglese, lo trucidò a personale e vile vendetta, fuggí di chiesa, e ripentito rientrovvi a tirar fuori l'ucciso pe' capegli, come gli era stato tirato il padre; e re Carlo lasciò impunito quell'arrabbiato. Poi, gli storici concordano ad accusare Carlo e i francesi di ruberie, di lussi e lussurie; tanto piú insultanti a que' repubblicani, che eran rimasti semplici e costumati fin allora, e che allora appunto (com'è notato da Dante e da' cronachisti) incominciarono a corrompersi. Poi, come succede a tutte le parti vittoriose di dividersi in moderati ed esagerati, cosí fin d'allora subito si divise parte Guelfa in quelle due suddivisioni che poc'anni appresso furono famose in Firenze sotto ai nomi di «bianchi» e «neri»; e i papi seguenti, quando furon nazionali, furono in generale moderati; e gli Angioini e francesi e lor papi furono sempre esagerati. Ed insomma, per legge naturale, inevitabile, in pochi anni gli stranieri nuovi furono odiati, certo non meno, forse piú che gli antichi. Tutto ciò incominciò a vedersi quando fu fatta finalmente l'elezione di Gregorio X [1272]; uno de' papi, che seppe far meglio insieme i due uffici di pontefice e di principe, che adoprò i quattro anni del troppo breve pontificato a far paci dentro e fuori Italia, in tutta la cristianitá, per riunirla ad una nuova crociata. Anche lasciando la santitá e l'utilitá politica di quell'imprese a cui dopo Gregorio X niuno attese piú per due secoli, restano belli e superiori alla sua etá gli sforzi per cui egli fece richiamar i ghibellini nelle cittá guelfe di Toscana, e conchiuder paci tra re Carlo e Genova, tra Venezia e Bologna. Carlo all'incontro faceva ricacciare i ghibellini ripatriati. Come Gregorio primo e il secondo e il settimo, cosí il decimo segna un'epoca, un cambiamento nella politica dei papi. Fu primo de' guelfi moderati. Ancora Gregorio riconobbe l'imperator greco, e riuní (per poco pur troppo) quella chiesa alla latina; e re Carlo trattò all'incontro, s'apparentò con Baldovino l'imperator latino cacciato. Finalmente attese Gregorio X a far cessare l'interregno nell'imperio occidentale, vanamente disputato da parecchi anni tra due competitori lontani ed impotenti, Alfonso re di Castiglia e Riccardo di Cornovaglia, principe d'Inghilterra. Scartati quelli, fu ora eletto in Germania a re de' romani (cosí incominciavasi a chiamar il re di colá, investito oramai, per prescrizione, del diritto d'esser incoronato imperatore) Rodolfo d'Absburga, lo stipite della prima casa imperiale d'Austria. Ma quest'ultima non fu certamente buona opera politica per l'Italia, a cui aveva giovato giá l'interregno, a cui avrebbe anche piú, se si fosse lasciato cader in disuso il funesto nome, le funeste pretensioni: ondeché ciò che dicemmo de' comuni e di lor leghe, è a dir ora di questo e de' seguenti od anzi forse di tutti i papi; che essi non seppero innalzarsi mai a desiderare od imaginare né l'indipendenza compiuta d'Italia, né, finché durarono gl'imperadori romani, una cristianitá senza tal capo ed ornamento. Del resto, Rodolfo fu forse il migliore che s'avesse mai. Principe non solamente prode e gran guerriero, ma (lo dico con intimo convincimento) previdentissimo politico, attese tutta sua vita a fondare, ad estendere la potenza di sua casa in Germania; e la fondò ed estese molto bene in que' paesi d'Austria e Boemia, su quel Danubio, dove fu, è, e sará sempre il nerbo, la veritá di lor potenza; trascurò l'Italia dov'era lo splendore, ma dov'era e sará sempre la fallacia di essa. Non vi scese mai, diede appena speranze di venirvi ad alcuni ghibellini, confermò ai papi (piú esplicitamente che non fosse forse stato fatto mai da Pipino, Carlomagno o Matilde) quegli Stati ch'essi hanno oggi ancora. E tutta questa germanica politica di casa d'Austria, ei la fondò e tramandò cosí bene, che rimase piú o meno quella di tutti i discendenti di lui, imperadori o non imperadori, per due secoli, fino a Massimiliano e Carlo V. Cosí questi non l'avesser lasciata, per tornare a quella delle due case ghibelline di Franconia e di Svevia! L'Italia ne sarebbe da parecchi secoli, non la piú grande, non la primeggiante probabilmente, ma almeno la piú felice fra le nazioni del mondo; e casa d'Austria non avrebbe perduto il principato di Germania per proseguir sempre quel d'Italia, e non averlo tranquillo mai; e Germania, rimasta piú felice essa pure, e piú unita, avrebbe adempiuto meglio l'ufficio suo passato di difenditrice, adempirebbe meglio il suo presente o futuro di estenditrice della cristianitá, all'Oriente. Ma che? Dall'epoca appunto a cui siam giunti, dall'abbandono delle crociate, dal non ascolto dato a Gregorio X, i principi cristiani quasi sempre amarono aggirarsi, intricarsi nel medesimo cerchio di politica ristretta europea gli uni contra gli altri, anziché estenderla agli interessi esterni e comuni.—Ad ogni modo, morto il buon papa Gregorio X, come appunto s'apparecchiava a passar in Asia egli stesso [1276], succedettergli in poco piú d'un anno quattro papi: Innocenzo V, Adriano V, Giovanni XXI e [1277] Niccolò III imitator di Gregorio, paciero e guelfo moderato come quello, ed anche piú di quello, temperator della oltrepotenza angioina. Appoggiandosi al nuovo re de' romani, fece a Carlo deporre i titoli e le potenze di senator di Roma, e di vicario imperiale in Toscana; e pacificò quindi questa e Romagna, facendo ripatriar i ghibellini. Ma morto esso nel 1280, e disputandosi l'elezione tra italiani e francesi, soverchiaron questi per forza di Carlo, e fu eletto [1281] Martino IV francese; e francese, angioina, guelfa esagerata rifecesi l'Italia.—Ma intanto da quel resto di sangue e di diritti ghibellini che erano stati portati da Costanza a Pietro d'Aragona, dalla fedeltá di due grandi fuorusciti pugliesi, Ruggeri da Loria e Giovanni da Procida, e principalissimamente dall'ira de' popoli oppressi, apparecchiavasi una mezza rovina agli Angioini, un terzo popolo straniero alla misera Italia, una divisione di quel bello e natural regno delle Due Sicilie, che riuní allora per poco, che riunisce ora da oltre un secolo il piú gran numero d'italiani indipendenti; ondeché non può se non dolere qualunque volta ci si veda o si tema ridiviso. Ruggeri era in Aragona diventato almirante e grand'uomo di mare; il Procida (se grandezza e cospirazione possono stare insieme) gran cospiratore. Corse Sicilia ad inasprir grandi e popolo; Costantinopoli due volte, a farvi sentire i pericoli, le minacce dell'ambizioso Carlo, e trarne sussidi di danaro; Roma (sotto Niccolò III) ad ottenerne approvazione quando fosse fatto; ed Aragona a rendervi conto e pressare un'impresa a Sicilia. E Pietro l'apparecchiava sotto nome d'impresa contro a' saracini, e salpava e scendeva in Africa; quando il lunedí di Pasqua 30 marzo 1282, andando secondo il costume i cittadini di Palermo a' vespri del vicino Monreale, un francese insultò una fanciulla al fianco di suo fidanzato, e fu ucciso lí da questo, e tutto il popolo si sollevò al grido «Muoiano i francesi»; e ne fu fatto macello in Palermo, e via via poi in ciascuna delle cittá dell'isola, al dí, all'ora che v'arrivò la novella del feroce esempio. Cosí, come suole quando v'è materia vera, la rivoluzione popolare troncò indugi e dubbi alla cospirazione principesca ed aristocratica. Allora Carlo, giá mezzo disperato all'annunzio, pregava Dio, «se dovea scendere, di scendere almeno di piccol passo», ed assaliva poi Messina con una gran flotta. Ma sopragiungevano finalmente [30 agosto] Pietro, che fu riconosciuto re in tutta l'isola, e Ruggeri di Loria che sforzò Carlo a lasciar Messina, e gl'inseguí ed incendiò la flotta. Poi Carlo e Pietro si sfidavano personalmente a vicenda per a Bordeaux in Francia; ed a vicenda andandovi, s'accusaron l'un l'altro di non esservisi trovati, di non avervi sicurezza; e non se ne fece altro [1283]. Il papa francese spogliava Pietro de' suoi regni, e Pietro li serbava. E Carlo tornando di Francia a Napoli, trovava sua flotta ribattuta dal gran Ruggeri, e condottone via prigione il proprio figliuolo Carlo il giovane [1284]; e si vendicò malvagiamente sui napoletani, ed accorato morí in sul principio del 1285. Morendo dicono pregasse Dio: gli perdonasse i peccati, per il merito fattosi in conquistar il Regno a santa Chiesa! Tanto gli uomini sembrano illuder sé, e voler illudere Dio stesso, chiamando merito e sacrificio le proprie ambizioni! Ma entriamo noi il men possibile nell'intenzioni: son segreti di Dio giudice, giudice terribile e misericordioso.—L'anno innanzi [1284] erasi combattuta un'altra gran battaglia navale tra genovesi e pisani, di nuovo alla Meloria. Ma qui furono vinti i pisani; e non se ne rialzaron mai piú, né essi, né parte ghibellina in Toscana.
20. Re Carlo II d'Angiò [1285-1309].—A Carlo I d'Angiò successe, da sua prigionia d'Aragona, Carlo II figliuolo di lui, nel regno di Puglia ed insieme nel contado di Provenza e gli altri feudi francesi. E fu nuova disgrazia nostra siffatta riunione del regno italiano e delle province francesi negli Angioini; i quali, quantunque dimoranti tra noi, sempre rimaser francesi, non si fecer nostri bene mai, come succedé poi piú volte delle famiglie di principi stranieri ma venute a regnare in Italia sola. Il tempo di Carlo II è famoso nella nostra storia letteraria, perché è quello della vita politica di Dante, quello de' fatti che entrano piú abbondantemente nel poema di lui. Ed è pur tempo molto notevole nella nostra storia politica, perché oramai abbiamo in essa tedeschi, francesi, spagnuoli, tutti quanti gli stranieri moderni; e perché poi è il tempo degli ultimi errori di parte guelfa, quello in che succombette la suddivisione moderata, papalina ed italiana, e prevalse l'esagerata, pura o francese.—Morirono nel medesimo anno che Carlo I, papa Martino, a cui succedette Onorio IV italiano, e Pietro re, a cui succedettero il figliuolo primogenito di lui Alfonso III nel regno d'Aragona, e il secondogenito Giacomo in quel di Sicilia. Carlo II d'Angiò fu liberato per un trattato del 1288; onde rimase a lui il regno di Napoli o Puglia, a Giacomo quel di Sicilia. Ma appena giunto Carlo in Italia, ei ruppe il trattato; e si riaprí la guerra di Francia, Castiglia e Napoli contra Aragona e Sicilia, giá di nuovo riunite (per la morte di Alfonso) in Giacomo re dell'una e dell'altra. Cosí pressato, questi conchiudeva [1296] un nuovo trattato, per cui anche Sicilia era abbandonata all'Angioino. Ma sollevaronsi i siciliani, gridaron re Federigo fratello minore dell'Aragonese; e il sostenner poi generosamente, fortissimamente in lunga guerra contra Napoli, Francia, ed Aragona stessa.—Intanto al breve e non importante pontificato d'Onorio IV era succeduto quello non guari diverso di Nicolò IV [1288-1292]; ed era quindi vacata la Sedia due anni tra le dispute de' cardinali italiani e francesi; ed eletto poi Celestino V, un santo romito, che fu grande esempio del non bastare le virtú private a quel sommo posto della cristianitá; e che fece quindi «il gran rifiuto», spintovi, dicesi, dalle arti di colui che voleva essere e fu in breve successor suo, Bonifazio VIII [1294]. Noi vedemmo, per due secoli e piú, un papa grandissimo e come pontefice e come principe italiano, non pochi grandi, quasi tutti buoni nelle due qualitá, quantunque talora imitatori inopportuni ed esagerati di Gregorio VII, alcuni solamente degli ultimi, i francesi, non buoni principi, come esageratori di parte guelfa fatta francese. Ora, Bonifazio VIII italiano, ma da principio tutto guelfo, esagerato, tutto francese, e poscia tutto contrario, e non solo imitatore inopportuno, ma, se sia lecito dire, caricatura di Gregorio VII incominciò la serie de' papi men buoni o cattivi che vedremo poi. Una delle opere piú infelici di lui, fu il sostegno dato ai guelfi esagerati di Toscana; i quali prima in Pistoia, poi in Firenze e tutt'intorno, incominciarono a chiamarsi «neri»; contro ai moderati, chiamati «bianchi», ed accusati (secondo il consueto) di pendere alla parte opposta ghibellina. Dante, Dino Compagni, il padre di Petrarca, e quanti erano animi alti e migliori in Firenze furono naturalmente di parte moderata; ma fu poi gran colpa politica di Dante e non pochi altri, di quasi giustificar quell'accusa, rivolgendosi poi, quando perseguitati, e per ira, a quella parte non loro, a quelli che avrebbon dovuto serbare per avversari comuni. Intanto Bonifazio chiamava ad aiuto de' guelfi neri o puri Carlo di Valois. un guerriero venturiero di casa Francia, a cui giá era stato dato e tolto nelle guerre e paci anteriori (in parole non in fatto) il regno d'Aragona. Scese in Italia con poca gente, pochi danari, s'abboccò con Bonifazio, risalí a Firenze, mutovvi il governo da' bianchi a' neri, che esiliarono i bianchi, e cosí Dante [1301]. L'anno appresso guerreggiò contra Federigo Aragonese, approdò in Sicilia; ma vi fu ridotto a cosí mal partito, che ne seguí finalmente la pace tra Francia, Aragona, Puglia e papa da una parte, e Federigo dall'altra, e ne rimase Sicilia a questo, secondo lo scritto per sua vita solamente, ma di fatto a sua famiglia poi [1303]. A tal fine contraria riusciva una delle ire di Bonifazio. Peggio che mai le due altre, in che si precipitò contro a' Colonnesi, una famiglia cresciuta a gran potenza intorno a Roma; e contro allo stesso Filippo il bello, re di Francia, alla cui parte in Italia ei s'era anche troppo accostato, ne' cui affari francesi ei voleva, ma non era lasciato entrare. Fu la prima od una delle prime volte che si parteggiò colá per quelle cosí dette libertá della chiesa gallicana, le quali Sismondi non cattolico ma liberale chiama «diritto di quel clero di sacrificar la coscienza stessa alle voglie del padrone secolare, e di respingere la protezione d'un capo straniero e indipendente contro alla tirannia». Ad ogni modo, accordatisi un mal cavaliero francese, ed un malo italiano, Nogareto e Sciarra Colonna, insidiarono il papa in Anagni; presero la cittá, invasero la casa, insultarono, minacciarono, e fu detto Sciarra battesse il vecchio pontefice di ottantasei anni. Ad ogni modo il tenner prigione tre dí, finché fu liberato dal popolo sollevato contro all'eccesso; ed egli d'angoscia o di furore moriva fra pochi altri dí [1303].—Succedevagli Benedetto XI, papa italiano, buono e di nuovo paciero; ma morí fra pochi mesi, e, dicono, di veleno [1304]. Allora disputavasi a lungo l'elezione, di nuovo tra francesi ed italiani; e finivasi con un compromesso, che questi eleggessero tre candidati, e quelli nominassero ultimamente uno fra' tre; e ne riuscí papa Clemente V, francese [1305], di funesta memoria, che tutti s'accordano a dire aver patteggiato di pontificare a voglia del re francese, e che ad ogni modo cosí pontificò. Rimase in Francia, chiamovvi i cardinali, la curia romana; e non potendo la Sedia, piantovvi la residenza, che continuò colá intorno a settant'anni, e fu dai contemporanei scandalezzati chiamata «cattivitá di Babilonia». Ancora, egli fu che abolí i templieri, ordine di frati guerrieri simili a' gerosolimitani, piú guerrieri che frati, forse giá decaduti in costumi, certo cresciuti in ricchezze: ondeché loro spoglie furono forse allettamento, certo grande e brutta preda. In Italia Clemente V volle far il paciero; ma lontano, straniero, e da terra straniera non gli riuscí. La parte francese, guelfa esagerata, trionfò quasi dappertutto. In Toscana continuarono, s'accrebbero i neri; in Bologna prevalsero, cacciando i bianchi nel 1306. In Milano, dove, cacciati i Torriani da parecchi anni, avean signoreggiato i Visconti pendenti a ghibellini, erano stati cacciati questi fin dal 1302; e ne era seguíta una lega guelfa di molte cittá, lega non piú di nazionali contra stranieri, ma nazionali contra nazionali, caricatura anche questa di bei fatti antichi. Nei soli Scaligeri di Verona rimaneva qualche forza, qualche speranza, il primato della parte ghibellina, a cui i tedeschi non pensavano piú. Ché, morto Rodolfo nel 1292, e succedutogli a re de' romani Adolfo di Nassau, non iscese, non poté nulla in Italia. Né vi scese o poté Alberto d'Austria figliuolo di Rodolfo, che nel 1298 fu eletto contro Adolfo, e lo spogliò ed uccise in battaglia; e che fu quello poi contro a cui nel 1307 si sollevarono e si liberarono ammirabilmente gli svizzeri, come ognun sa. Ma ucciso costui da un suo parente a vendetta personale nel 1308, gli fu eletto a successore Arrigo VII di Lucemburgo; il quale, chiamato da' ghibellini, annunziò voler finalmente dopo sessant'anni far rivedere all'Italia una discesa imperiale. Ma, prima che l'effettuasse, morí Carlo II d'Angiò, e succedettegli Roberto suo figliuolo secondo [1309]. Il primo, Carlo Martello, l'amico di Dante, era morto da parecchi anni, lasciando un figliuolo, stipite degli Angioini d'Ungheria, i quali rivedremo in Italia.
21. Re Roberto d'Angiò [1309-1343].—La discesa d'Arrigo VII è quasi controprova di quanto osservammo ultimamente, prova soprattutto della corruzione di parte guelfa, della mancanza di unitá, di scopo in essa. Arrigo scendea con poca gente, poco danaro, non trovava parte ghibellina forte in nessun luogo, salvo Verona. Avrebbe potuto esser escluso facilmente; fu accettato, corteggiato da' guelfi poco men che da' ghibellini. Limitò, per vero dire, sue pretese (quanto diverso da' predecessori!) a stabilir vicari imperiali, e far ripatriar fuorusciti nelle cittá guelfe o ghibelline, quasi egualmente: e fu quasi dappertutto obbedito dove passava; disobbedito appena passato. La potenza imperiale era oramai un'ombra, un nome; ma ombra e nome era pure oramai parte guelfa contro agli stranieri, realitá solamente per proseguir le invidie, le vendette, gli sminuzzamenti d'Italia. Scese Arrigo in sul finir del 1310 pel Moncenisio; venne ad Asti, giunse a Milano, e vi ricevette la corona reale [1311]. Sollevossi il popolo; e, represso, ne rimaser ricacciati i Torriani, ritornati in potenza i Visconti, che non la perdettero piú. Sollevaronsi, ripacificaronsi parecchie cittá di Lombardia. Brescia sola, fin d'allora piú perdurante dell'altre, fu assediata e presa. Quindi Arrigo venne a Genova, l'antica guelfa, che gli si diede; a Pisa, l'antica ghibellina, che gli aperse le braccia; a Roma, dove fu incoronato in Laterano da' legati del papa [1312], mentre Vaticano era tenuto per Roberto di Napoli, capo naturale ma inoperoso dei guelfi. Risalí quindi a Toscana, pose campo contro a Firenze, che sola ebbe qui e sempre la lode di costanza guelfa, che disprezzò le minacce di cancelleria e di guerra, che resistette. Quindi Arrigo levonne il campo, avviossi contra il Regno, ma infermò e morí a Buonconvento [1313]. Fu quasi fuoco fatuo, lucente ed innocente.—E quindi, come ogni parte dopo una speranza, o peggio un tentativo fallito, decadde la parte ghibellina (divisa anch'essa, del resto, in esagerati e moderati, detti «verdi» e «secchi»), non men che la guelfa. Rimasero le due senza scopo né d'imperatori né di papi, lontani e disprezzati gli uni e gli altri; sopravivendo di nome, si spensero in realitá; lasciaron luogo a nuovi interessi, passioni nuove. Uguccione della Faggiola, fatto capitano di Pisa e Lucca e di tutti i ghibellini all'intorno, si mantenne alcuni anni, ed anzi crebbe e ruppe fiorentini a Montecatini [1315]; ma fu finalmente cacciato [1316]; e fu fatta [1317] una pace in Toscana per intervenzione ed a profitto de' guelfi e di re Roberto. Poco appresso s'innalzò un nuovo capo ghibellino, Castruccio Castracane, fattosi signor di Lucca [1320] e di Pistoia [1325]. Tentò Pisa piú volte, ma invano; guerreggiò Firenze, vinsela in battaglia [1325]; e Firenze diede la signoria al duca di Calabria, figlio di re Roberto [1326], per dieci anni. Pisa intanto decadeva; Aragona toglievale la Sardegna [1323].—In Lombardia si moltiplicarono le guerre di cittá a cittá, il sorgervi, cadervi, risorgere, estendersi e rimutarsi signori o tirannucci cosí, che ci è impossibile oramai lo stesso accennarne. Basti il notare, che contro all'intento giá del buon Arrigo VII ne riuscirono confermati, aggranditi i signori vecchi, stabiliti de' nuovi; principali gli Scaligeri in Verona, i Carraresi in Padova, gli Estensi in Ferrara. Ma sopra tutte confermavasi, crescea la potenza di Matteo Visconti in Milano, ed estendevasi in breve a Cremona, Tortona ed Alessandria, anzi sulla stessa Pavia l'emula antica, or fatta provinciale di Milano. Appena è da notare ch'ei fu scomunicato da papa Giovanni XXII, succeduto a Clemente V [1316], e papa francese anche egli, dimorante in Francia, e cosí impotentissimo in Italia. Queste scomuniche moltiplicate e non piú sostenute dall'armi né dalla presenza dei papi, non eran piú nulla; nulla in Italia i papi stessi; soli capi di parte guelfa gli Angioini di Napoli, ambiziosi sí, ma mediocri, e lontani da Lombardia, dove fervean le parti. Mosse tuttavia re Roberto a difender Genova quando ella fu assalita da Matteo Visconti e da' ghibellini, lombardi e fuorusciti di lei [1318]. Veniva un nuovo principe francese, Filippo di Valois, a capo de' guelfi lombardi, ma Matteo Visconti lo sforzò a partire [1320]; veniva Cardona, un venturiero aragonese, e il Visconti vinceva lui [1321], e tutti i guelfi, e tutti i nemici di sua casa, che lasciò definitamente fondata quando morí [1322]. Fu detto il «gran Matteo»; ma siffatti epiteti son sempre relativi al secolo in che si dánno; e in questo non furono veri grandi se non i padri di nostra lingua, od anzi solo Dante; in politica e guerra di terra, non ne fu uno certamente; tutt'al piú alcuni ammiragli che vedremo. A Matteo, dopo brevi contrasti, succedette Galeazzo figliuolo di lui.—Intanto in Germania, dopo la morte di Arrigo VII, erano stati eletti due re de' romani, Ludovico di Baviera, e Federigo d'Austria figliuolo d'Alberto [1314]. Combattutisi ott'anni, era stato vinto e fatto prigione l'Austriaco [1322], e liberato poi, rinunciando all'imperio [1325]. Quindi il Bavaro rimase solo; e disprezzando papa Giovanni XXII che voleva intervenire nella legittimitá di lui, fece per Tirolo una discesa imperiale [1327], meno innocua che l'ultima, piú simile alle antiche. Accolto a Milano da Galeazzo, presevi la corona regia, e depose Galeazzo che in breve morí. Poi, evitando Bologna guelfa, scese a Toscana per Pontremoli e Pietrasanta; si guastò con Pisa l'antica ghibellina, per arti di Castruccio che la voleva; e l'assalí e prese, ma non diella a Castruccio. L'anno appresso, bensí, fecelo duca di Lucca e d'altre cittá, che fu (s'io non m'inganno) il primo esempio di questi tirannucci o signori repubblicani, innalzati a principi titolati dell'imperio. Ma il nuovo duca morí l'anno appresso 1328. Nel quale Ludovico, evitando Firenze, venne a Roma, e giá scomunicato dal papa, fecesi consacrare da due vescovi scomunicati e incoronar da un Colonna, e poi fece giudicare e deporre il papa, ed eleggere un antipapa. Tutto ciò (salvo l'incoronazione per un Colonna) era all'usanza de' maggiori; e cosí furono il sollevarsi del popolo romano, ed il partirsi dell'imperatore, senza proseguire contro a Napoli, com'era stato convenuto con gli Aragonesi di Sicilia. Risalito a Toscana [1329], schivò Firenze di nuovo, venne a Lucca e vendella a' parenti di Castruccio, che la riperdettero in breve: vendé Milano al figliuolo dello spogliato Galeazzo, ad Azzo Visconti che tuttavia gliene chiuse le porte; si ritrasse a Trento. V'attendeva a riunir la parte ghibellina piú che mai sfasciata, quando morto Federigo d'Austria, e movendosi i fratelli di quello, egli Ludovico corse a Germania [1330], e sparí colle fischiate di tutta Italia, lasciando senza capo la parte ghibellina, a cui era morto l'anno innanzi [1329] Can della Scala. Fu anche questo detto «il grande»; perché anch'esso seppe farsi signore di parecchie cittá, e perché sopratutto fu protettore, mecenate, ospite a letterati, fuorusciti e giullari ch'ei teneva a tavola (se credasi a' biografi e ad alcuni passi di Dante) alla rinfusa. Ad ogni modo, in mancanza d'altri, i ghibellini si gettarono in braccio a uno strano capo, Giovanni re di Boemia figliuolo di Arrigo VII, un bel giovane tutto zelante per l'imperatore, per il papa, per la pace, per qualunque impresa, vero cavaliere di ventura, precursor de' condottieri, quasi giá condottiero. Veniva a Lombardia, corteggiava i ghibellini, le cittá, otteneva la signoria di molte, finiva con venderle a parecchi signorotti, e risalire e sparire egli pure [1333]. Veda ognuno, se son perdonabili i guelfi di non aver saputo allora liberarsi per sempre di siffatti nemici.—Ma Firenze sola era savia. Ella fu che movendo una lega di cittá e signori lombardi, fece sparire Giovanni. Se non che, sparito, s'entrò in disputa sulle spoglie. Contesero Firenze e Mastino della Scala successor di Can grande; e Firenze strinse contro esso con Venezia un'alleanza [1336], per cui fu ripresa Padova e ridonata a' Carraresi, e furono assoggettate a Venezia, Treviso, Castelfranco e Ceneda, le prime conquiste di quella repubblica in terraferma, il primo ingresso di lei nella politica d'ambizioni italiane. Ma Venezia conchiuse la pace [1338] da sé; e Firenze, che ambiva Lucca, ne rimase delusa. Intanto Bologna, cacciato il legato Bertrando del Poggetto, che avea di lá governata a lungo parte guelfa, era caduta sotto la tirannia di Taddeo Pepoli [1337], rivoltosi poi a' ghibellini. Genova, stanca di sua tumultuosa libertá, s'era sottoposta ad un governo simile a quello dell'emula Venezia, a un doge [1339]. Cittá guelfe e ghibelline del paro, a vicenda e quasi a gara, precipitavano nel governo d'uno, doge, duca, signore o tiranno. La causa, l'abbiamo accennata piú volte, non la ripeteremo piú; poco men che dappertutto, una famiglia nobile, unendo sue aderenze alla parte popolana, conquistò la signoria. Sempre la medesima serie: aristocrazia, democrazia, tirannia. Firenze stessa provò un venturiero francese [1342], il duca di Atene; ma il ricacciò tra pochi mesi, e continuò a governarsi a forma di repubblica; ché quanto ad essenza, non si dimentichi, salvo Venezia, niuna cittá l'ebbe mai.—Morto papa Giovanni XXII, gli succedette Benedetto XI pur francese [1334], che pur continuò in Avignone. Morto Azzo Visconti, gli succedette suo zio Luchino [1339]. E nel 1343 morí re Roberto di Napoli che fu detto «il buono», che direbbesi meglio «il mediocre». Niuno forse lasciò perdersi mai tante e cosí belle occasioni d'ingrandire la parte di che era capo naturale; niuno la lasciò cader tanto giú come egli ne' ventiquattr'anni di regno. È da Dante chiamato «re da sermone». Fu anch'egli protettor di letterati; anzi quasi letterato. Due anni prima di morire esaminò, incoronò, laureò Francesco Petrarca. Penso che indi sia l'invenzione de' poeti laureati.
22. Le compagnie, i condottieri [1314-1343].—Ma vegniamo ad una piú seria, ad una che fu danno estremo e fatale della giá misera Italia. Giá dicemmo i mercenari usati dalle cittá italiane fin quasi dalla loro origine, fin dalle prime loro invidie tra sé, ed in sé. Meno male finché furono presi ad uomo ad uomo, od a compagnie piccole, e pagati per a tempo, ad ogni occasione. Peggio giá quando vennero in ogni cittá co' podestá o capitani annui o di pochi anni. Tuttavia, ciò non disavvezzava del tutto ancora i cittadini dal tener in mano i ferri, o li disavvezzava solamente in questa o quella cittá. Ma fu danno pessimo e nazionale, quando i mercenari si raccolsero in compagnie grosse, quando esse e lor condottieri furono nuove potenze che s'aggiunsero a tutte quelle giá cosí miseramente moltiplici dell'imperatore e re, del papa, delle cittá, degli antichi e restanti signori feodali, dei nuovi tiranni. Vano, od anzi ad ogni sincero uomo impossibile è l'illudersi: la pluralitá delle potenze ordinate può sí essere, è spesso utile in uno Stato; può, facendo concorrere tutte le forze e le operositá di una nazione, accrescere la forza totale di lei; ma la moltiplicazione delle potenze disordinate, indeterminate e sminuzzate non può se non tôrre ogni nerbo, se non isciogliere qualunque Stato, qualunque nazione. Invano si vien cercando una consolazione, un vantaggio di questi sminuzzamenti, si vien dicendo che se n'accrescevano le potenze, le facoltá individuali, o, come or si dice, la personalitá d'ognuno. Questi accrescimenti delle personalitá non sono altro, insomma, se non dissoluzioni dello Stato; il quale (sia in bene o in male) può tanto meno, quanto piú vi può ogni persona staccata. Questi accrescimenti di personalitá possono esser buoni (fino a un certo segno) alle lettere, alle arti, e tali furono ne' nostri secoli decimoquarto, decimoquinto e decimosesto; ma chi non ponga le lettere e l'arti sopra allo Stato, la coltura sopra alla civiltá, lo splendore d'una nazione sopra alla forza e all'indipendenza di lei, non potrá se non deplorare queste come che si dicano esaltazioni di personalitá, o dispersioni di potenze, di quelle potenze italiane giá cosí scandalosamente moltiplici all'epoca a che siam giunti, piú moltiplicate che mai per l'invenzione delle compagnie e de' condottieri. E mi si conceda ripeterlo qui: anche a me, come a chicchessia naturalmente, piacerebbe il dar lodi ai maggiori, il compiacerne i contemporanei; anche a me dorrá esser accusato di annerire o menomare la storia di questi secoli nostri, che si chiaman repubblicani e gloriosi. Ma io cedo a quel desiderio maggiore che s'è fatto in me quasi passione a un tempo e dovere, di cercare quanto piú io sappia sinceramente, e di svelare quanto io piú possa compiutamente tutta quella serie di errori ch'io veggo; che han dovuto essere pur troppo piú numerosi e piú gravi nella nostra nazione, che nell'altre contemporanee; posciaché queste uscirono di tali secoli con quell'unitá, quella nazionalitá e quell'indipendenza che noi non abbiamo. Le disgrazie d'ogni creatura naturalmente debole, donne o fanciulli, sono per lo piú indipendenti da' fatti loro, e perciò si commiserano da ogn'anima ben nata; le disgrazie degli uomini naturalmente piú potenti sono giá men sovente incolpevoli, e si scusan tanto meno, quanto piú essi sono potenti; ma le disgrazie delle nazioni,—le quali insomma, nel complesso di tutte le classi e di tutte le generazioni, sono, in natura, tutte potenti,—le disgrazie, le miserie delle nazioni non possono essere mai indipendenti da' fatti loro, non possono essere incolpevoli, non sono pienamente scusabili mai. Tutt'al piú, è scusabile una generazione a spese d'una o parecchie altre. Ma, data una gran nazione che non abbia l'indipendenza, non si può uscire da questo terribile dilemma: o bisogna dire che ella fu colpevole, o ch'ella n'è incapace. E della nostra io credo ed amo meglio il primo.—In tutta Europa furono, lungo il secolo decimoquarto, soldati, contestabili, capitani, compagnie di ventura. Era ultima degenerazione della feodalitá, di quella personalitá o individualitá appunto che si loda cosí stoltamente. Ma altrove, dove durava un centro, un re piú o men potente nella nazione, una aristocrazia armata intorno al re, una nazione piú o meno unita all'uno ed all'altra, questo malanno delle compagnie di ventura parve cosí evidente, cosí scandaloso, cosí contrario ad ogni nazionalitá e civiltá, anche di que' tempi, che tutti, re, nobili e popolo si raccolsero insieme per liberarsene; e se ne liberarono, e serví anzi ad unir meglio popolo, nobili e re. All'incontro, in Italia, dove non era tal centro, in Italia divisa e suddivisa, in Italia miserabilmente repubblicana senza le virtú delle repubbliche, tiranneggiata senza nemmen la centralitá delle tirannie, in Italia piú colta sí ma piú mal civile giá che le nazioni contemporanee, il malanno appena inventato crebbe, si diffuse, si aggiunse agli altri, li superò tutti. Il fiorire e durar delle compagnie fu primamente conseguenza, poi prova incontrastabile dell'assenza assoluta di vero spirito pubblico, d'ogni spirito militare; cioè dunque in tutto, d'ogni spirito patrio, cioè dunque di buona ed efficace civiltá degli italiani di questo secolo decimoquarto.—In sul principio di esso si accrebbero da noi i mercenari e venturieri stranieri, degli aragonesi raccolti al soldo di Federigo re di Sicilia, e poi de' tedeschi venuti a preda con Arrigo VII e Ludovico il bavaro imperatori. Gli aragonesi, rimasti liberi per la pace del 1303 tra i re di Sicilia e di Puglia, formarono fin d'allora una numerosa compagnia, che fu detta con parola araba degli «almogavari»; ma questi non piombarono sull'Italia, furono a guerreggiare, pirateggiare, conquistare e perdersi tra latini e greci dell'imperio orientale. All'incontro, i tedeschi d'Arrigo VII rimasero in Italia dopo la morte di lui; ed accresciuti di nuovi lor compatrioti ed altri venturieri, e riuniti in compagnie non grosse per anche sotto a' lor contestabili, servirono a parecchi de' tirannucci da noi nomati, Uguccione della Faggiola, Castruccio, Can grande, e principalmente il gran Matteo e Galeazzo Visconti. Costoro, servienti ai signori di Milano, furono capitanati da' minori o cadetti di quella famiglia, Marco e Lodrisio Visconti, che si posson quindi dire primi capitani di compagnie grosse, primi condottieri, nel frattempo delle due discese d'Arrigo VII e Ludovico il bavaro, tra il 1313 e il 1327. Ma s'accrebbero durante e dopo quest'ultima, e quella poi di Giovanni di Boemia; e diventarono piú grosse e indipendenti dalle cittá e da' signori che servivano e taglieggiavano, passando dagli uni agli altri; e furono insomma perfette allora, ebbero esistenza da sé, abbisognarono d'un nome. E cosí una prima e minore si chiamò della «Colomba», e guerreggiò e predò in Toscana intorno al 1335; una seconda e maggiore, di «San Giorgio», e capitanata da Lodrisio, fu sconfitta da Luchino Visconti in gran battaglia a Parabiago [1339]. E finalmente una detta la «gran compagnia», dopo aver predati i confini di Toscana e Romagna, e minacciata Lombardia, sotto un Da Panigo e un Da Cusano, italiani, e un duca Guarnieri, tedesco sfrenato che portava scritto in argento sulla corazza «nemico di Dio e di misericordia», si sciolse tra per minacce e per danari, e il Guarnieri risalí, quasi uno degli imperatori, a Germania, per indi ridiscendere [1343]. E cosí fu costituita questa nuova peste d'Italia. E di questa, come dell'altre, verremo accennando poi gli strazi principali; non tutti, che sarebbono le dieci e cento volte altrettanti in istorie piú estese. D'allora in poi, le compagnie scorrenti dall'un capo all'altro della penisola, tra cittá e cittá o signorie italiane, si potrebbero paragonare alle comete sguizzanti tra pianeta e pianeta del nostro sistema solare; se non che, indegno o quasi empio sarebbe il paragone tra questo sistema divinamente ordinato, e quella confusione sofferta dalla provvidenza; e che niun paragone poi può esprimere il disordine nuovo arrecato da que' pubblici ladroni. E pure, anche costoro sono ammirati da taluni.—Ma ei mi pare primamente, che, anche lasciando lor crudeltá e i tradimenti e le rapine, non fossero in costoro né grand'arte né quelle vere virtú militari, che sono le prime di tutte quando elle s'esercitano per la patria, ma che non sono piú virtú, quando per la paga, o peggio, per la preda. Il coraggio virile non è che animale, quando scoppia solamente dalla passione; e diventa bestiale, quando non ha scopo che del vitto; e inferiore al bestiale, quando ha scopo di semplice ricchezza; ed io non gli trovo nome che d'infernale, quando s'esercita ad oppressione.—E quindi parmi chiaro che da costoro incominci e venga in gran parte quel pervertimento, e poi quella perdizione quasi totale della vera virtú o spirito militare, che è pur troppo innegabile in Italia. Innegabilmente, questa virtú sussisteva ancora ai tempi delle fazioni di Milano, di Tortona, di Crema, d'Alessandria, d'Ancona e di Legnano, nella seconda metá del secolo decimosecondo. Ma dal principio del decimoterzo, incominciando le compagnie di stranieri od anche d'italiani, a darsi a nolo, e bastando essi poi a tutte le guerre fatte per due secoli, ne venne naturalmente che il grosso degli italiani, cittadini, borghigiani e contadini, si disavvezzarono dall'armi, da quel vero e virtuoso mestiero dell'armi, che io non so dire se sia piú necessario a mantenere la moralitá degli individui, o la indipendenza della nazione. Le cittá mercantili principalmente, e le contrade all'intorno, Venezia e Firenze soprattutto, fecero ogni lor guerra piú co' fiorini che con l'armi proprie; pagando il sangue altrui, disimpararono a spargere il proprio. Né si citi, all'incontro, l'assedio di Firenze, od altre simili fazioni; sono lampi, eccezioni; e il vero spirito militare è abitudine. E il peggio fu quando, perduta questa, vennero meno (com'era naturale nella civiltá progredita) le compagnie che v'aveano, malamente, pur supplito. Allora non rimase piú nulla di veramente militare nelle evirate province d'Italia, o meno in quelle piú anticamente disavvezze; non ne rimase piú se non in Piemonte. Il quale lo deve a' principi suoi, che lo salvarono dall'armi pagate, dalle compagnie di ventura; capitani, venturieri essi stessi in que' secoli, cavalieri prima, generali dopo, militari sempre, di razza, secondo i tempi. Ma se lo tolgano di mente gl'italiani, i quali volgon gli occhi bramosi a questo Piemonte, a questi principi: la prova fu fatta; non importa se bene o male, anche fatta meglio, non riescirá, non può riuscire, se fatta da questi soli, se non secondata da tutte, o poco meno, le province italiane, in qualunque modo, ma proporzionatamente al pro rata. Io son per dir cosa che parrá bestemmia a taluni: ma bisogna pur che sia detta da alcuno. Non solamente quelle idee che tanto si vantano, ma le stesse virtú politiche, ma la stessa concordia sono un nulla a petto della virtú militare, per il nostro patrio avvenire. Sia un'Italia concorde e ricca di quante idee e virtú politiche, ma povera di braccia militari, ella rimarrá ciò che è: sia un'Italia anche discorde, e senza altra idea o virtú che di sapere andare e stare sui campi di battaglia militarmente, ed ella sará indipendente. Quattro milioni non servono in somma a liberarne ventiquattro. Pensino i venti al modo di disfar l'opera de' sei secoli pervertitori della milizia italiana.
23. La regina Giovanna e i suoi quattro mariti [1343-1377].—Roberto di Napoli lasciò morendo il regno a Giovanna figlia di suo figliuolo premorto, giovinetta di diciassett'anni e giá maritata ad Andrea d'Angiò fratello di Luigi re d'Ungheria, pronipote anch'egli de' due Carli I e II. Visser discordi pochi anni; fu ucciso Andrea, uscendo d'appresso alla moglie [1346]. Papa Clemente VI ne mandò giudicare da Avignone; furono torturati e suppliziati parecchi uomini e donne; e la regina si rimaritò [1347] con Luigi di Taranto, un altro collaterale di casa Angiò. Scende Luigi d'Ungheria fratello dell'estinto a vendetta, e caccia gli sposi novelli che rifuggono al papa in Avignone [1348], gli vendono questa cittá, e co' danari tornano a Napoli, onde Luigi s'era partito per paura della famosa peste (descritta da Boccaccio) di quell'anno. Guarnieri, il condottier tedesco ridisceso giá con Luigi, a capo della «gran compagnia» rifatta, passa a Giovanna, ripassa a Luigi. Se ne prolunga la guerra; riscende Luigi per mare a Manfredonia [1350]; si ricombatte, si rimette il giudicio a papa Clemente; giudica Giovanna innocente, ed ella riprende il Regno ed è incoronata con Luigi di Taranto [1352]. Morto il quale poi senza figliuoli [1362], Giovanna prende del medesimo anno a terzo marito Giacomo d'Aragona figlio del re di Maiorca, ma non gli dá titolo di re. Egli la abbandona, guerreggia in Ispagna, v'è fatto prigione, è riscattato dalla moglie [1365] e vien a raggiungerla. E morto esso pure [1374], Giovanna prende a quarto marito Ottone di Brunswick [1376]. Intanto in Roma succedeva uno degli effetti piú strani di quella smania imitativa, di quella pretesa di restaurar l'antico primato romano, che giá vedemmo sorgere in Arnaldo da Brescia e nei senatori disprezzati da Federigo I; quella smania che era venuta crescendo nel presente secolo col ricrescer delle lettere e delle memorie antiche, in parecchie cittá italiane, in Firenze e Venezia principalmente (come si scorge da' lor fatti e loro storici), ma soprattutto, com'era naturale, in Roma. Qui dunque avvenne una rivoluzione letterata, pedante: Cola di Rienzo, un giovane del volgo, ma colto e imaginoso, imagina restaurar il nome, i magistrati, la potenza del popolo romano, abbandonato da' papi, straziato da' Colonna, Orsini, Savelli ed altri grandi. Contra questi ei nodriva (è frase del Sismondi) «un odio quasi classico, e ch'ei credeva ereditato da' Gracchi». Un dí di maggio 1347 ei solleva il popolo, si fa tribuno, stabilisce quello ch'ei chiama il «buono stato», s'accorda col vicario del papa, sale con esso in Campidoglio, e cita dinanzi al popolo romano Ludovico di Baviera imperatore, ed il competitore di lui Carlo di Lucemburgo (figlio di Giovanni il venturiero, nipote di Arrigo VII). È riconosciuto, lodato in tutta Italia, massime da' letterati. Ma letterato, antiquario, poeta, il buon Cola non sa governare, meno guerreggiare. È cacciato prima che finisse l'anno da' nobili e da un legato del papa; fugge a Carlo IV che, morto il Bavaro e scartati alcuni competitori, era rimasto solo. Nel 1352 è consegnato a papa Innocenzo IV allor succeduto in Avignone, ed è da questo aggiunto al cardinale Albornoz di lá mandato a restaurar la potenza papale in Italia. Cosí da luglio a ottobre 1354 signoreggia di nuovo in Roma con dignitá di senatore; finché popolo e grandi si sollevan contro lui, e lo trafiggono a piè del Campidoglio. Non frammischiatosi, come giá Arnaldo, in cose spirituali, non in elezioni di papi ed antipapi come gli antichi Alberici, fu il piú innocente fra gli usurpatori romani; fu sognatore, ed esempio a molti altri.—Dopo di lui l'Albornoz continuò con piú politica e piú fortuna la restaurazione della potenza papale in Roma, nelle Marche, in Romagna, in Toscana stessa, durante tutto il pontificato d'Innocenzo VI e quasi tutto quello d'Urbano V, succedutogli nel 1362. Francese questi pure, pontificò primamente come gli altri da Avignone; ma nel 1367 ei fece rivedere un papa al posto suo, venne a Roma, vi rimase presso a tre anni, e tornò poi nel 1370 ad Avignone, e nel medesimo anno vi morí. Succedette Gregorio XI pur francese; il quale pure pontificò primamente in Avignone; ma pressato, dicesi, principalmente da santa Caterina da Siena e da santa Brigida, restituí finalmente la Sedia in Roma l'anno 1377. Eran settant'anni appunto dalla traslazione in Francia.—In Toscana, Firenze risplendeva, s'arricchiva, poteva piú che mai. Raccoglieva il frutto di sua costanza guelfa, di sua indipendenza, meglio difesa che non quella di niuna altra cittá italiana, salvo Venezia. Eccessiva giá in democrazia, tollerava ora i nuovi nobili o grandi, sorti sulle rovine dell'antica aristocrazia, i grandi commercianti, fra cui giá sorgevano i Medici, fra cui pure riammetteva per grazia alcuni antichi. E cosí finalmente tollerandosi, le due classi inevitabili dell'aristocrazia e della democrazia si salvarono da que' tirannucci, peggiori certamente che non le offese reciproche o gli eccessi dell'una e dell'altra. Fin d'allora, non militare abbastanza per ordinare armi proprie, per esentarsi de' condottieri, fu politica in modo da barcheggiare con essi, e servirsene nelle solite rivalitá contro a Pisa, e in quella or piú pericolosa co' Visconti di Milano. Firenze non fu buono Stato se si giudichi positivamente da sé, posciaché non asserí l'indipendenza compiuta, posciaché non ebbe armi proprie; ma Firenze fu senza dubbio il migliore Stato d'Italia dopo Venezia; e non merita né tutti gl'improperi di Dante, né tutti gl'inni di Sismondi.—I Visconti erano sempre i maggiori principi d'Italia. Morto Luchino, avvelenato, dicesi, dalla moglie [1349], eragli succeduto suo fratello Giovanni arcivescovo. Signore giá di sedici cittá, comprò da Pepoli Bologna [1350]. Fu citato a renderne conto ad Avignone; rispose che v'andrebbe con dodicimila fanti, seimila cavalli; s'accomodarono. Tenne Bologna in feudo papalino [1352]. Minacciò, guerreggiò invano Firenze, signoreggiò Genova [1353], morí nel 1354. Succedettergli insieme nella signoria tre nipoti suoi, Matteo, Bernabò e Galeazzo; ma morto il primo, dicesi avvelenato da' due altri, questi, serbando Milano in comune, si spartirono l'altre cittá. Ma liberaronsi in breve Bologna, Genova e Pavia [1366]. Capo di questa fecesi un fra Iacopo de' Bussolari, letterato, poeta, amico del Petrarca anch'egli, un Cola di Rienzo lombardo. E anch'egli durò poco; restituí Pavia ai Visconti [1359]; finí in un carcere di frati a Vercelli. E i Visconti assaliti poi da una potente lega di fiorentini e degli Estensi di Ferrara, de' Gonzaga di Mantova e del marchese di Monferrato, resistettero.—Genova e Venezia fecersi di questi tempi una guerra maggior delle precedenti; disputaronsi il primato del lago italiano, a cui Pisa decaduta giá non pretendeva piú. I genovesi, afforzati in Galata e Pera sobborghi di Costantinopoli, contesero, rupper la guerra con Cantacuzeno imperatore, gli assediaron la cittá, gli arser la flotta [1348]. Poi contesero co' tartari a Caffa, altra lor colonia [1350]; poi co' veneziani a cui voller chiudere il commercio alla Tana (Taganrog). Questi s'allearono co' greci e con gli aragonesi, e capitanati tutti da Niccolò Pisani grand'uomo di mare, combatterono una gran battaglia nel Bosforo contro a' genovesi capitanati da Paganino Doria, altro grande [1352]. Vinsero i genovesi, e fatta pace co' greci continuaron la guerra co' veneziani. Ma furono vinti dai pisani alla Loiera nel mar di Sardegna [1353], e allor fu che diedersi al Visconti. Con tal aiuto riarmarono, rifecer capitano Paganino Doria, ricombatterono una terza battaglia al golfo di Sapienza in Morea, e vinsero [1354]. Allora fecesi tra le due repubbliche una pace, che pur troppo non durò poi, che durando avrebbe forse confermato il primato marittimo all'Italia per sempre. Ma giá si sa: l'assurditá delle rivalitá marittime è l'ultima ad intendersi, anche in tempi piú progrediti che non eran quelli. Venezia fu turbata poi da una congiura, piú o meno accertata, del suo doge stesso Marin Faliero. Ne fu accusato, condannato, ucciso segretamente [1355]; materia di future tragedie.—Del resto, si frammischiarono a tutti i fatti della penisola, guerreggiarono, predarono, si moltiplicarono, si sciolsero, si riunirono, e si accrebbero di quelle che Francia veniva cacciando, le funeste campagnie italiane sotto duca Guarnieri il tedesco «nemico di Dio», fra Moriale un provenzale, il conte Lando, Anichino Bongarten, Alberto Sterz tedeschi, Giovanni Hawkwood inglese, ed altri minori.—E poco diverso oramai da cotestoro discese Carlo di Lucemburgo [1354], fu incoronato re a Milano, imperatore a Roma [1355], e risalí a Germania. Dove poi l'anno appresso [1356] ei pubblicò la Bolla d'oro; quella costituzione che ordinò l'elezione, gli elettori degli imperatori romani o germanici, e durò (mutata, s'intende, nel corso de' secoli) finché duraron quelli. Nel 1368 ridiscese in Italia, vendette signorie, vicariati imperiali qua e lá, e fece incoronar l'imperatrice in Roma da quel papa Urbano V, che vedemmo precursore della restituzione della sedia pontificale.
24. Il quarto periodo della presente etá in generale [1377-1492].—La storia politica de' nostri comuni, repubblicani dapprima, tiranneggiati quasi tutti poi, è cosí intricata, che ella cape difficilmente in niuna mente o memoria umana, che niun'arte di scrittore la fece o la fará forse mai né molto letta, né perfettamente chiara a chi la legge. All'incontro, la storia letteraria di questi nostri secoli è cosí bella e cosí splendida a chicchessia, che fin da fanciulli noi la sappiam tutti e ne abbiamo la mente invasa e preoccupata. Quindi un errore involontario e frequente: di tener il secolo decimoquarto, il secolo di Dante, Petrarca, Boccaccio e Giotto, quasi piú splendido in tutto, anche in politica, che non il decimoquinto, in che niun nome tale non apparisce a colpir gli animi nostri. Nel trattar della coltura di quest'etá, noi avrem forse a diminuire questa apparente contradizione delle due nostre storie politica e letteraria. Intanto ci pare dover qui accennare che, cessata la dimora de' papi in Francia e cosí la innatural soggezione loro alla corte francese, sottentrò sí dapprima il danno spiritualmente maggiore della divisione della cristianitá, il grande scisma occidentale; ma che, politicamente, all'Italia ferma nell'obbedienza al papa legittimo di Roma, fu minore assai lo stesso danno spirituale, e grande poi il vantaggio di riavere in sé la sedia di quella cosí intimamente, cosí inevitabilmente italiana potenza del papa; e fu vantaggio nuovo, quando, cessato lo scisma, si ordinò questa potenza; come furono l'ordinarsi, l'ampliarsi di altri Stati italiani, il diminuirsi lo sminuzzamento della penisola, il farsi italiane le compagnie. E il fatto sta, che in questo nuovo secolo escon fuori parecchi piú o men puri, ma certo splendidi nomi politici e militari: Francesco Sforza, il Carmagnola, Cosimo e Lorenzo de' Medici, Niccolò V, Pio II, Alfonso il magnanimo, indubitabilmente superiori ai nomi politici del secolo precedente.—Del resto, continua qui e continuerá sino al fine di nostra storia la difficoltá, l'impossibilitá di trovare un vero centro, intorno a cui rannodare i fatti moltiplici. Finché durò la lotta contro agli imperatori, questi furono, se sia lecito dir cosí, centro passivo, centro contro cui si volsero gli sforzi, non di tutti purtroppo, ma de' migliori italiani, dei papi e di Firenze principalmente. Ma cessata quella lotta (per l'infausta traslazione, per l'infrancesarsi de' papi da una parte, e per la trascuranza degli imperatori dall'altra), noi dovemmo giá cercare un nuovo centro tal quale, per averne epoche, date, riposi a cui condurre via via parallelamente i fatti diversi; e cosí prendemmo dapprima gli Angioini di Napoli. Ma noi vedemmo cessata in breve lor prepotenza, anzi, quanto all'Italia media e settentrionale, ogni loro potenza; ondeché forse giá prima di qua avremmo dovuto, certo qui dobbiamo di nuovo mutar centro, e ci par migliore Milano. Del resto, quanto piú si complica la storia, tanto piú arbitrario resta qualunque ordinamento di essa. E benché i piú degli scrittori non soglian notare siffatte difficoltá insuperabili o almeno insuperate nelle loro storie, parve a noi che il renderne conto candidamente potesse conferire ai due scopi nostri, di far capire e ritenere, il meno male possibile, la nostra storia.
25. Bernabò e Gian Galeazzo Visconti primo duca di Milano [1378- 1402].—Il ritorno de' papi non fu dunque dapprima se non principio di nuova calamitá. Corso poco piú che un anno, morí Gregorio XI [1378], e si disputò l'elezione tra dodici cardinali francesi, e quattro italiani. Il popolo gridava in piazza:—Lo volemo romano!—Fu per compromesso eletto un napoletano, e cosí suddito francese, Urbano VI. Contentaronsene i romani, ma non i cardinali francesi, i quali pochi mesi appresso elessero un francese davvero, Clemente VII. Ne seguí per quarant'anni quello che fu chiamato poi il grande scisma occidentale, una serie di papi italiani in Roma, a cui obbedivano la penisola italiana e Germania; ed una serie di papi francesi in Avignone, a cui obbedivano Francia, Inghilterra e Spagna con Sicilia. Urbano VI fu zelante italiano, zelante papa, ma imprudente forse ed avventato. Scostatasi da lui la regina Giovanna, ei chiamò d'Ungheria nuovi competitori. Del 1385, puní ferocemente alcuni cardinali congiuranti contro lui; lasciò ridissolversi lo Stato, riunito giá dal cardinal Albornoz; e morí poi nel 1389. Successegli in Roma Bonifazio IX. Cosí scese d'Ungheria Carlo di Durazzo, ultimo maschio della stirpe di Carlo I, contro alla vecchia regina Giovanna; prese Napoli, fecesi proclamar re Carlo III [1381]; prese poco appresso Giovanna stessa derelitta da tutti, tennela nove mesi prigione; e, dicesi, tra le piume del letto spensela poi [1382]. Giovanna aveva giá chiamato ad erede Carlo di Durazzo; ma nel frattempo che era assalita da lui, chiamò Luigi figlio del re di Francia, e nuovo duca d'Angiò, nuovo stipite di una seconda casa Angioina di Napoli. Questi scese nello stesso 1382 a difendere giá, a vendicare poi Giovanna; guerreggiò nel regno fino al 1384, che morí e lasciò le pretese a Luigi II suo figliuolo. Allora regnò solo Carlo di Durazzo; ma guastossi anch'egli col papa, guerreggiò con esso, risalí ad Ungheria e vi morí, lasciando il regno a Ladislao suo figliuolo, fanciullo [1386]. Guerreggiarono quindi per questo i suoi partigiani contra Ottone, ultimo marito della spenta Giovanna, contra Urbano VI, contra Luigi II per lunghi anni. Cresciuto, guerreggiò egli; e riunito il regno finalmente l'anno 1399, lo tenne poi crudelmente vendicandosi dei nemici, a modo del secolo.—In Toscana, in tutta l'Italia media continuavano numerosi sollevamenti dei popolani minori contro a' maggiori diventati nobili. Il piú famoso e che può servir d'esempio fu quello di Firenze. Ivi i nobili nuovi si dividevano giá in due, gli Albizzi a capo de' piú aristocratici; i Ricci e i Medici, de' piú democratici. Cosí succede e succederá sempre. Tanto sarebbe tenersi i primitivi. Ma l'invidia non ragiona, e soprattutto non sente bene; chiama generosa l'acrimonia contra quanto è grande; non pensa che sará punita essa stessa un giorno onde peccò, da nuove invidie ripunite. Salvestro de' Medici fatto gonfaloniero nel 1378, e Benedetto Alberti, sollevarono la parte democratica pura, le arti minori, quella della lana principalmente, detta de' Ciompi, contro alla parte diventata aristocratica, le arti maggiori, gli Albizzi. Disputossi ne' Consigli, combattessi in piazza, vinsero i soliti padroni della piazza, gl'infimi, i ciompi. Michele Lando, uno di essi, portò il gonfalone; fu fatto gonfaloniero. Ma fu in breve assalito da' piú democratici fra' suoi democratici, da' piú ciompi fra' suoi ciompi; resistette alquanto ma invano; gli Albizzi furono perseguitati, suppliziati [1379]. Poi, vincitori i ciompi si divisero; e le arti maggiori, gli Albizzi, i nobili popolani trionfarono all'ultimo [1382]; cioè anch'essi per allora fino a che, come vedremo, trionfò di nuovo la parte ultra popolana sotto i Medici, che se ne fecero scala alla signoria.—Cosí in Genova, alle divisioni tra i Doria e i Fieschi e l'altre famiglie antiche, eran succedute divisioni poco diverse tra gli Adorni e Fregosi, genti nuove. Ferveva intanto nuova guerra tra Genova e Venezia. Erasi combattuto dapprima in Cipro, in tutto Oriente; ma vinti i genovesi nel 1378 ad Anzio, fecero un grande armamento, occuparono l'Adriatico, vinsero a Pola Vettor Pisani [1379], che fu perciò stoltamente imprigionato da' suoi concittadini. Quindi i genovesi assediaron Venezia da Chioggia e il mare, mentre Francesco Carrara signor di Padova la stringea da terra, dalle Lagune. Non mai Venezia erasi trovata a tale estremo: chiese, pregò pace. Ma Pietro Doria, l'ammiraglio genovese, rispose: «voler prima por le briglie a' cavalli di San Marco». Questo fece tornar il senno e il cuore a' veneziani; e, tolto dal carcere e rifatto capitano Vettor Pisani, richiamate lor flotte da Levante sotto Carlo Zen, un altro grand'uomo di mare, resistettero dapprima virilmente, poi riassediarono essi i nemici in Chioggia [1380], li ridussero ad arrendersi, si liberarono. E stanche finalmente le due repubbliche, terminarono quella troppo famosa guerra, detta di Chioggia, con un trattato fatto in Torino per mediazione d'uno di que' principi Savoiardi, che ingrandivano [1381].—Tra' Visconti, morto Galeazzo [1378] uno de' due fratelli, succedevagli Gian Galeazzo figliuolo di lui, e cosí divideva la signoria, con Bernabò suo zio. Ma per pochi anni; ché nel 1385, mentre in un abboccamento s'abbracciavano nipote e zio, quegli dicendo a sue guardie tedesche—Streike,—fece questo disarmare, prendere, imprigionare, e poi dicesi avvelenare e riavvelenare. Cosí rimasero Milano e Pavia e tutta la gran signoria viscontea sotto a Gian Galeazzo. Da secoli e secoli molti signori e tiranni italiani avevano giá usate perfidie e crudeltá, ma alla cieca, alla barbara, piú per istinto che per arte. I Visconti furono i primi, i quali usarono efficacemente quell'arte, che l'opinione vergognosamente corrotta di que' secoli chiamò «virtú», che alcuni pochi ammirano ancor di soppiatto sotto nome d'«abilitá»; ma che, come il bene vien talor dal male, fu forse utile ad ingrandire e riunire gli Stati, a scemare la funestissima dispersione delle potenze d'Italia, come fu utile un cent'anni appresso a riunir Francia sotto Luigi XI. Appena Gian Galeazzo ebbe tutto lo Stato visconteo, egli si volse ad ingrandirlo. S'uní prima ai Carraresi di Padova contro a Venezia ed agli Scaligeri, e prese a questi Verona [1386]. Quindi s'uní co' veneziani contro ai Carraresi, e prese Padova e Treviso [1387]. Fuggitone Francesco II di Carrara a Firenze, tornò per Germania col duca di Baviera genero giá di Bernabò cui volea vendicare, e riacquistò Padova [1390]. Intanto Gian Galeazzo assaliva Bologna e Toscana tutta. S'alzava Firenze, ma piú da mercante che da guerriera, e soldava l'Acuto (cosí avea fiorentinamente addolcito l'impronunciabile Hawkwood), soldava il duca di Baviera [1390], soldava un conte d'Armagnacco [1391], e cosí si salvava e facea pace [1392]. Finalmente nel 1395 Gian Galeazzo comprò dal vil imperatore Venceslao (che dimenticammo di dir succeduto nel 1378 a Carlo IV di Lucemburgo padre suo) il titolo di duca di Milano per sé e suoi successori di maschio in maschio, con ventisei cittá lombarde dal Ticino alle Lagune, per centomila fiorini. Fu una delle vergogne che fecero dagli elettori tedeschi depor Venceslao, ed eleggergli a successore Roberto giá conte palatino [1400]. Questi discese subito contro al nuovo duca italiano; ma sconfittone presso a Brescia [1401], ed abbandonato poi da tutti i suoi alleati, ed avendo esausti i sussidi fiorentini, risalí e sparí in Germania [1403], dove poi regnò fino al 1410. Intanto rimase poco men che abbandonata al duca Visconti tutta l'Italia. Nel 1399 aveva compra Pisa al figliuolo di Iacopo d'Appiano, che l'aveva usurpata ad un Pietro Gambacorta. Nel 1400 acquistò Assisi, e Perugia divisa dopo la morte di Pandolfo Baglioni, capo di parte nobile colá; e ricevette sotto sua protezione Paolo Guinigi, nuovo tiranno di Lucca; nel 1401 prese Bologna a Giovanni Bentivoglio, tiranno nuovo esso pure. Insomma (tranne Modena, Mantova e Padova) avea tutta Lombardia dal Ticino all'Adriatico; con Bologna, Lunigiana, Pisa, Siena, Assisi e Perugia. Se non moriva di peste nel 1402, chi sa, costui riuniva l'Italia almen settentrionale. Cosí fosse stato! Gli uomini passano, e le istituzioni restano sotto uomini migliori.—Gian Galeazzo fece un bene; usò, promosse, ingrandí le compagnie italiane che s'eran venute raccogliendo sotto parecchi Da Farnese, un Dal Verme, un Biondo, un Broglia, un Ubaldino, i Malatesta e parecchi altri, e sopra gli altri Alberico da Barbiano. Tra un malanno straniero ed uno italiano, questo è sempre meno male. Genova divisa, incapace di difendersi, erasi fin dal 1396 data a Francia.
26. Giovanni Maria Visconti secondo duca [1402-1412].—Ma poco mancò che coloro non rovinassero il nuovo ducato de' Visconti. Morendo Gian Galeazzo avea lasciati due figliuoli di tredici e dodici anni: Giovan Maria che gli succedette nel ducato di Milano, Filippo Maria nel contado di Pavia; ambi sotto la tutela di Caterina lor madre, sotto la protezione de' condottieri. Ma le cittá si sollevarono, e i condottieri riducendole le serbarono per sé; si fecero forti in ciascuna, Facino Cane il principale di tutti in Alessandria, Ottobon Terzo in Parma, Malatesta in Brescia, Giovanni da Vignate in Lodi, Gabrino Fondolo in Cremona e via via. Caterina, tiranneggiante con Barbavara cameriero giá di suo marito, fu chiusa in carcere, dove morí; colui cacciato [1404]. Giovan Maria cresciuto e sorretto da Facino Cane, tiranneggiò, incrudelí, lussureggiò anch'esso in Milano. Gran cacciatore, dicono (ma è credibile?) cacciasse uomini; fu scannato da alcuni gentiluomini milanesi addí 16 maggio 1412. Diventò duca il fratello di lui Filippo Maria conte di Pavia. Intanto, anche piú facilmente s'erano sollevate e liberate le cittá piú lontane venete e toscane. Francesco Novello da Carrara univasi con Guglielmo ultimo degli Scaligeri, figlio di quello spogliato giá quindici anni addietro; e insieme riprendeano Verona [1404]. Ma lo Scaligero morí, dicesi di veleno, pochi dí appresso; e cosí finí quella famiglia dopo due secoli di signoria, senza vera gloria, senza risultato. Quante pene sprecate, quanti semi di virtú perduti, per ingrandir le famiglie! E non lasciar all'ultimo un'opera compiuta, un benefizio alla patria, una benedizione in cuore ai compatrioti! Verona passò quindi al Carrarese, e Vicenza a Venezia; e ruppesi guerra tra quello e questa. Ma le guerre erano allora de' piú ricchi che pagavano piú venturieri; e qui non v'era paragone. Venezia prese Verona e Padova, e Francesco Novello e i piú degli altri Carraresi [1405]; e fece strozzare in carcere lui e due figliuoli di lui [1406], e pose sfacciatamente a prezzo le vite de' minori a lei sfuggiti. Venezia entrava a un tempo nella carriera delle conquiste, e in quella della scellerata virtú del secolo decimoquinto. E cosí finí anche questa famiglia d'antichi principi italiani.—Né si mosse Firenze, giá lor alleata e patronessa; era occupata in un'impresa non dissimile, quantunque men barbaramente adempiuta. Perugia e Bologna eransi liberate da' Visconti e ridonate al papa; e liberatesi Siena e Lucca. Sola Pisa rimaneva a un bastardo di Gian Galeazzo, protetto da Boucicault, signor di Genova per Francia. Costoro vendettero a Firenze il castello di Pisa, e poi il francese fece decapitare l'italiano. I pisani ripresero il castello, fecero signore un Gambacorta, sostennero un lungo e bell'assedio, e furon venduti da colui, e i fiorentini entrarono cosí a tradimento [1406], e finí la libertá di Pisa. Non vi furono crudeltá: Firenze fu sempre relativamente mite.—Quindi ivi, nella nuova suddita Pisa, convocossi un concilio a finir lo scisma. A Bonifazio IX, papa, erano succeduti Innocenzo VII [1404] e Gregorio XII [1406]. In Avignone papeggiava Pier di Luna sotto nome di Benedetto XIII. Questi due furon citati al concilio di Pisa [1409], s'appressarono, ma non vennero. Furon deposti, fu eletto Alessandro V; e lui morto nel 1410, e succedutogli Giovanni, invece di due s'ebber tre contendenti, e furon citati tutti poi a un nuovo concilio a Costanza.—In mezzo a tutto ciò venne a frapporsi l'ambizione di Ladislao re di Napoli, che invase Roma e Toscana [1408]. Firenze, minacciata e sempre pendente a Francia, chiamògli contra il competitore Luigi d'Angiò. Guerreggiossi quindi parecchi anni in Toscana e in tutto il mezzodí, tra i due competitori; combattendo per il francese e Firenze Braccio da Montone, per Ladislao Attendolo Sforza. Erano allora i due condottieri maggiori d'Italia, i due che introdussero qualche arte di guerra in lor mestiero: piú ardito Braccio, piú assegnato Sforza, fecero e lasciarono le due famose scuole italiane de' bracceschi e sforzeschi.—Nel 1409 il regno di Sicilia erasi di nuovo riunito ad Aragona. Noi lasciammo quello cent'anni addietro in mano a quel Federigo che l'aveva difeso cosí bene contro al proprio fratello d'Aragona, agli Angioini di Napoli, a Francia, al papa, a Carlo di Valois e ai guelfi neri; e l'aveva avuto per sua vita colla pace del 1303. A malgrado della quale egli il lasciò poi nel 1337 a suo figliuolo Pietro II, che il lasciò nel 1342 a suo figlio Luigi, che il lasciò nel 1355 a suo fratello Federigo II, che il lasciò nel 1377 a sua figlia Maria, che il lasciò nel 1402 a suo sposo Martino d'Aragona, che il lasciò morendo nel 1409 a suo padre Martino il vecchio, che fu cosí re d'Aragona e Sicilia. Il quale morto poi senza figliuoli [1410], e cosí spenta in lui l'antica schiatta d'Aragona, disputossi la successione e passò a Ferdinando principe di Castiglia [1412]. Non ci possiam fermare a tutti questi, mediocri per sé e per potenza, e che, tranne alcune contese e piccole guerre con gli Angioini di Napoli, non importarono nelle vicende d'Italia.
27. Piemonte. Casa Savoia. Amedeo VIII [1100-1434].—Ma qui è d'uopo lasciar l'Italia meridionale, e volgerci a quell'angolo occidentale in cui scriviamo, e che pur trascurammo fin dal principio della presente etá, fin dalle origini italiane della casa di Savoia. Dicemmo Odone conte di Morienna e d'altri feudi oltre Alpi, ed Adelaide contessa di Torino e d'altre cittá e feudi in Piemonte, stipiti di quella famiglia, a cui alcuni cercano una antichitá italiana ulteriore, a cui può bastar questa di otto secoli, superior cosí di sette a quelle di ogni altro principe italiano presente, salvo i papi. Al tempo di Adelaide era stata nell'Italia occidentale un'altra casa molto potente, quella d'un conte Aleramo signoreggiante negli Appennini dalla sponda destra del Po fino a Savona. Alla morte di Adelaide [1091], la successione di lei fu disputata, straziata, tra Umberto II Savoiardo, figlio di suo figlio; Bonifazio conte di Savona, figlio di una figlia d'un altro suo figlio; Corrado di Franconia, figlio di Berta sua figlia, l'infelice moglie che vedemmo dello scellerato Arrigo IV imperatore; e soprattutto poi dalle cittá che appunto allora vedemmo costituirsi in comuni. Quindi Umberto II e i Savoiardi primi successori di lui furono ridotti a poco piú che Savoia e i comitati oltremontani; e le famiglie Aleramiche, tra cui principali quelle di Monferrato in mezzo agli Appennini, e di Saluzzo tra l'Alpi ai fonti del Po, divisero l'Italia occidentale con le cittá liberatesi, Torino, Chieri, Asti, Vercelli, Novara, e, quando fu fondata, Alessandria. I Savoiardi scendevano, potevano secondo le occasioni, in Torino e l'altre; e quando non potevano qui, s'estendevano all'intorno di Savoia, in Elvezia, in Francia; ovvero guerreggiavan piú lungi, alla ventura, in Inghilterra, in Fiandra, in Oriente, alle crociate. Casa Savoia fornirebbe ad una storia della cavalleria piú numerosi, piú splendidi e piú veri cavalieri, che non ne sieno di falsi in parecchi poemi e romanzi; casa Savoia ebbe quasi sempre la virtú di entrare con alacritá, e cosí con fortuna, nelle condizioni de' secoli suoi.—Al finir del decimoterzo fece un grand'errore; ma perché questo pure era del tempo, e gli errori stessi, quando sono tali, sono men pericolosi, perciò questo la indebolí appena, o forse l'afforzò. Vi si disputò, s'alterò, forse s'usurpò, e certo si divise la successione tra Amedeo V e il fanciullo Filippo nipote di lui [1285]. Gli Stati generali, raunati in Giaveno, ne decisero o sancirono la decisione; Amedeo V rimase conte di Savoia e signor supremo, il fanciullo signor vassallo del Piemonte. E cosí rimase la famiglia divisa ne' due rami (oltre altri minori) un centotrenta anni; pur signoreggiando il ramo Savoiardo su quel di Piemonte, che dalla moglie di Filippo ebbe pretese e nome di principi d'Acaia. Del resto, Amedeo V superò forse i predecessori in isplendor di cavalleria e certo in potenza. Nel 1290 entrò in una lega contro a Guglielmo di Monferrato, che fu poi preso dagli alessandrini, e tenuto in una gabbia dove morí commiserato da Dante nel poema [1292]. Finita in Giovanni, figlio di questo, la casa Aleramica e prima di Monferrato [1305], passò il marchesato a sua figlia ed al marito che era de' Paleologhi di Costantinopoli, e continuò in questa seconda casa, benché i saluzzesi gliel disputassero e perciò facessero omaggio ad Amedeo V. Questi fu poi gran seguace e consigliero ad Arrigo VII imperatore nella sua discesa dal 1309 al 1313; e gran nemico come tutti i suoi, ed era naturale, agli Angioini che da Provenza e dal mezzodí volevano ficcarsi in Piemonte. Nel 1316 dicono andasse a combattere pe' cavalieri gerosolimitani contro a' saracini a Rodi; e salvatala, ne portasse il motto cavalleresco di «FERT», il quale significhi colle quattro iniziali: «Fortitudo Eius Rodhum Tenuit». Ma se mi si conceda una digressione di due righe su questo patrio trastullo, io crederei che questo motto, il quale si trova piú antico e sempre intrecciato con «lacci d'amore», non voglia dir altro, se non che uno di que' buoni cavalieri, l'inventor del motto, si vantava di portar que' lacci. Morí Amedeo V in Avignone, dov'era andato a promuovere una nuova crociata presso ad uno di que' papi infingardi [1323].—Seguendo separati i due rami di Savoia e di Piemonte o Acaia, questi, che non aveano ad attendere al di lá dell'Alpi, attesero tanto piú al Piemonte, e vi s'ingrandirono tra' nuovi marchesi di Monferrato, e gli antichi di Saluzzo, e gli Angioini, e le cittá guelfe e ghibelline, e i tirannucci e i condottieri; mentre i cugini di Savoia li aiutavano all'occasione. Fra' Savoiardi fu di nuovo cavaliero splendidissimo in fatti di guerra e di pace Amedeo VI, detto il conte Verde dal colore (secondo quegli usi) costantemente da lui usato. In Piemonte guerreggiò e s'aggrandí; e guerreggiò contro a' Visconti parenti suoi, per difender due pupilli di Monferrato; e guerreggiò in Puglia, e in Oriente; assisté al ritorno de' papi in Roma; arbitrò e conchiuse la pace di Torino dopo la guerra di Chioggia tra Genova e Venezia. Una volta, accogliendo a sua corte Carlo IV imperadore, e ricevendone l'investitura de' suoi Stati, e rompendosi, secondo l'uso barbaro-imperiale, gli stendardi e gli stemmi al vassallo prima d'investirlo, egli afferrando il suo della croce bianca, nol patí; e cosí in modo cavalleresco e politico insieme protestò della indipendenza (fosse di diritto o di fatto) di casa Savoia. Governò, risplendette quarantanove anni [1334-1383].—Succedettegli Amedeo VII, detto il conte Rosso; il quale pure guerreggiò, torneò in casa, e fuori, e aggiunse a' suoi Stati Nizza e quella bella contea, squarcio di Provenza, datagli da quei cittadini, concedutagli da re Ladislao per non poterla difendere esso da Luigi d'Angiò, e lasciatagli prender da questo non meno impotente quantunque vicino. Morí dopo otto anni di signoria [1391].—E successegli, fanciullo, Amedeo VIII tutto diverso de' predecessori; giá non piú gran cavaliero, ma uomo politico, prudente insieme ed ardito, riunitore ed ampliator dello Stato, se non incolpevole, certo lontanissimo dalle infamie de' Visconti e degli altri tirannucci contemporanei; ordinator poi e legislatore, e che cosí, cioè secondando i tempi senza prenderne i vizi, fu fondator nuovo della sua robusta monarchia. Seppe guerreggiare, ma fu famoso massimamente in trattar negozi vari. Cosí asserí suoi diritti su Ginevra, sui marchesi di Saluzzo, contro i Delfini e i Borboni di Francia. Entrò, giovò ne' negoziati che vedremo, per far finir lo scisma. Nel 1416, ottenne dall'imperator Sigismondo il titolo di duca. Nel 1418, estinta la casa d'Acaia, riuní gli Stati. Nel 1430, ordinò, ampliò gli antichi statuti di Savoia, e feceli comuni ne' suoi Stati, pur lasciandone molti locali qua e lá; saviezza di que' tempi, in cui era ancora impossibile l'uniformitá. Come i maggiori suoi, comprò, acquistossi in vari modi parecchie signorie feodali o cittadine incastrate ne' suoi Stati o limitrofe. La piú bella fu Vercelli, avuta da' Visconti [1427]. Finalmente, nel 1434 Amedeo VIII lasciava quasi tutte le cure del governo a suo figliuolo Ludovico, e si ritraeva poi, egli primo con sette compagni, in Ripaglia, un bel sito sul lago di Ginevra, per vivervi tranquilli, romiti, cristiani. Ma il vedremo indi ritolto poi a nuovi e maggiori affari. Oramai la storia di questo gran seno occidentale, non si può separare piú da quella della restante Italia, e vi diventerá talor principale. Quella piú antica che abbiam qui corsa, non ha guari altro interesse che le imprese cavalleresche di que' principi. Ma giova, ricrea l'animo seguir le vicende di quella, dicasi pur rozza, feodale o semibarbara, ma virile, ma semplice, ma virtuosa schiatta, non pura forse d'ogni violenza od inganno, ma non imbrattata certamente di niuna di quelle nefanditá e viltá de' Visconti, degli Estensi, degli Scaligeri, degli Ezzelini, e de' papi di Avignone, e degli Angioini di Napoli, e de' senatori di Venezia e delle signorie cittadine, e dei condottieri tramezzati in tutto ciò. Siffatto paragone è semplice veritá, e non è ragion di tacerla perché sia a lode de' principi miei. Anche la paura di esser tacciato d'adulazione è viltá, se fa tacer la veritá. Or torniamo alle nefanditá.
28. Filippo Maria Visconti [1412-1447].—Lasciammo Toscana e tutto il mezzodí straziato tra Ladislao, penultimo de' discendenti di Carlo d'Angiò, insieme con Braccio, e Luigi II degli Angioini nuovi, con Attendolo Sforza. Nel 1413 Ladislao fu vittorioso, prese Roma, minacciò Toscana, Bologna. Ma ei morí l'anno appresso 1414. Succedettegli sua sorella Giovanna II, piú infame che la prima, vedova d'un duca d'Austria, e che sposò [1415] un Borbone francese. Questi prese nome di re, mandò al supplizio un favorito di Giovanna, e imprigionò lei nel palazzo. Il popolo si sollevò per lei [1416]; ella depose dal regno il marito, l'imprigionò, rilasciollo [1419]. Ed egli fuggendo tal moglie, tal paese, tal sorte, si ritrasse a Francia; e sopravvivendo a Giovanna, non tornonne mai piú. Allora, costei che era senza figliuoli adottò Alfonso V re d'Aragona e di Sicilia, succeduto [1416] a Ferdinando. Viene Alfonso [1421], si guastano, si combattono; ed ella revoca l'adozione, ed adotta il nemico, l'emulo di sua casa, Luigi III [1433]. Si combatte con vicende varie, tra tutti questi, e Francesco Sforza figlio e successor di Attendolo, e Niccolò Piccinino successor di Braccio (i due grandi capiscuola eran morti del medesimo anno 1424). Nel 1433 Giovanna si riconcilia con Alfonso, e l'adotta di nuovo; e nel 1434 si riconcilia con Luigi che muore; e muor ella nel 1435, chiamando Renato fratello dell'Angioino allor prigione in Borgogna. Regna quindi Alfonso indisturbato, salvo due discese inefficaci fatte poi da Renato nel 1438 e 1453, e regna glorioso, acquista il nome di «magnanimo».—Noi lasciammo la Santa Sede straziata tra Gregorio XII, Benedetto XIII e Giovanni XXIII. S'adunò il concilio di Costanza e non li riuní. Succeduto al primo Martino V [1417], egli riuní prima due [1419], e finalmente [1429] tutte e tre le obbedienze. Cinquant'anni avea durato il grande scisma. E Martino V de' Colonna di Roma, gran protettor di lettere, fu di nuovo gran principe; riuní la Chiesa, riuní, restaurò lo Stato papale, straziato giá durante lo scisma. Ma morto esso [1431], succedettegli Eugenio IV, che si guastò coi Colonnesi e turbò lo Stato; e che, adunato un concilio a Basilea [1431], e rottolo, turbò la Chiesa; cosicché i padri rimasti a quella contro al divieto, elesser un nuovo antipapa, Amedeo VIII, il glorioso duca e romito di Savoia, che prese nome di Felice V [1439]. Riaprivasi lo scisma. Se non che, morto papa Eugenio, e succedutogli Niccolò V da Sarzana, un nuovo gran papa [1447], il duca antipapa gli rinunciò la Sede poco appresso [1449], e morí poi nel 1451 dopo aver signoreggiato sessantun anni da conte, duca, prior di romiti, antipapa, e decano de' cardinali. Al secolo dei venturieri fu piú grande e migliore de' venturieri.—In Firenze (oramai signora di Pistoia, Arezzo, Volterra e Pisa) dopo la disfatta de' Ricci, de' Medici, e de' Ciompi, continuò a preponderare l'aristocrazia popolana degli Albizzi, alcuni anni. Ma risorse l'aristocrazia ultra popolana sotto a' Medici; sorsero i Medici per mezzo della democrazia a poco men che signoria, esempio solito. I Medici erano grandissimi fra' mercanti e banchieri di quella cittá, giá grande per industrie e commerci di terra fin da quando l'adito del mare le era chiuso dalla nemica Pisa. E perciò, oltre all'ambizione di accrescimento, volgare in tutte quelle cittá italiane che speravan ciascuna diventar una Roma novella, per ciò Firenze volle ed ebbe Pisa. E allora crebbe ella piú che mai, e in essa crebbero i Medici; cioè quel Salvestro che vedemmo ne' Ciompi; e poi Giovanni figlio di lui che fu gonfaloniero nel 1421, benché ancor potessero gli Albizzi; e sopra, Cosimo di Giovanni. Noi viviamo in tempi di grandi banchieri; ma questi non arrivan forse a quei principi del commercio d'allora. Non so, per vero dire, se sarebbe fattibile il paragone de' capitali maneggiati dagli uni e dagli altri; né, se fattolo, e tenuto conto della raritá de' metalli allora correnti, ne riuscirebbero piú grandi capitalisti questi o quelli. Certo poi non v'è paragone tra le liberalitá, le splendidezze. Cosimo aveva il piú bello e gran palazzo di Firenze, forse d'Italia o della cristianitá; vi raunava i filosofi, i dotti, i letterati italiani, e gli orientali, quando vennero, cadendo e caduta Costantinopoli. E di qua e di lá raunava codici, anticaglie, scolture, pitture, e pittori e scultori, a cui molto piú che ai letterati giova, anzi è indispensabile la protezione. Soprattutto imprestava, spargeva gran danari; strumento supremo di popolaritá. Con tali mezzi era terribil capo d'opposizione contro a Rinaldo degli Albizzi, capo del governo. Questi volle liberarsene d'un colpo. Del 1433, datagli dalla sorte una signoria composta di partigiani suoi, chiamò Cosimo a palazzo, sostennelo, fecelo esiliare, e tolse poi i nomi de' partigiani di lui dalle borse onde si traevano a sorte i magistrati. Cosimo si ritrasse a Venezia, l'antica alleata di Firenze; ed ivi, esule magnifico, continuò le medesime splendidezze, edificando palazzi, raccogliendo codici, anticaglie, letterati, artisti; e pur mantenendo relazioni con sua parte in Firenze. E cosí, corso appena un anno, ed uscita a sorte, a malgrado le esclusioni, una signoria meno avversa a Cosimo, egli fu desiderato e richiamato; e cacciossi Rinaldo degli Albizzi, che esule troppo diverso fu a rifugio a Milano, ai Visconti, antichi nemici suoi e di sua patria. Fu del resto rivoluzione pura di sangue, che è meraviglia in quell'etá. E puri, o quasi, ne rimasero i Medici allor risorti e piú che mai crescenti in tutto. Se questi primi Medici del secolo decimoquinto si voglian pure (come si fa da alcuni) chiamar tiranni, ei bisogna avvertire almeno, che essi furono molto diversi e dagli altri contemporanei, e da' loro stessi discendenti del secolo decimosesto e seguenti.—Men buono di gran lunga, e tuttavia non de' peggiori del suo, fu Filippo Maria Visconti. Brutto di figura, cresciuto tra' pericoli e le sventure, e riuscitone prudentissimo anzi timido, sospettoso e cupo, non capitano, non guerriero, non buon parlatore, fu abile conoscitore e destro maneggiator d'uomini a proprio pro, e crudele sí, ma poco per un Visconti. Scannatogli, come dicemmo, il fratello [1412], corse a Milano, fu riconosciuto signore, sposò la vedova di Facino Cane, ebbe cosí per sé quella compagnia; alla quale sovrapose Francesco Bussone, detto il Carmagnola da un borgo del Piemonte dov'era stato guardiano di vacche. Questi poi riacquistò a poco a poco a Filippo Maria tutto lo Stato dell'avo in Lombardia, e Genova stessa, che non sapendo a lungo mai star libera si diede a lui e al Visconti, come poc'anzi a Francia [1412-1422]. Ivi fu fatto governatore, facente funzioni di doge, il guardian di vacche. Ma al soldato di ventura era esiglio, posciaché era ozio, o almeno non guerra. Lagnossi, cadde in sospetto. E comandato congedar sue lance, va invece in corte a Milano, ad Abbiategrasso dove villeggiava il duca; non è ricevuto; freme, grida, risalta in sella, varca Ticino, varca Sesia, corre ad Ivrea, s'abbocca con Amedeo duca di Savoia, promuove una gran lega con Firenze giá assalita e Venezia minacciata dal Visconti, e pel San Bernardo e Germania viene a San Marco [1424]. La lega si fa; il Carmagnola n'è condottiero per Venezia [1426]. Prende Brescia e il paese all'intorno; è battuto poi a Gottolengo, ma sconfigge in una gran battaglia a Maclodio Niccolò Piccinino e Francesco Sforza, emuli giá, riuniti ora nel servigio del Visconti [1427]. Ma Carmagnola rilascia i prigioni. Era uso tra quei venturieri che giá si battevan con riguardi, e finirono con non ammazzarsi; ma i veneziani non l'inteser cosí, e incominciarono da quel dí a tener in sospetto il Carmagnola. Fecesi la pace [1428]; rivolsersi i condottieri del Visconti a Toscana, ma non ne riuscí nulla; riaprissi la guerra nel 1431. Carmagnola è battuto a Soncino, lascia battere senza muoversi l'armatetta veneziana sul Po presso a Cremona, e riposa il resto di quell'anno. Al principio del seguente [1432] è chiamato a Venezia sott'ombra di concertar le operazioni di quella campagna; è accarezzato per via, a Venezia, in palazzo ancora, finché nell'uscire è sostenuto, incarcerato, e poi segretamente accusato, torturato con corda e fuoco, condannato e pubblicamente decollato in piazza San Marco addí 5 maggio 1432. Fu innocente o colpevole? Nemmen la critica storica, cosí informata a' nostri dí, non ne sa decidere. Il peggio delle persecuzioni de' tiranni non è il supplizio, è il segreto calunniatore. Del resto, ciò non potea scandalezzare in quel tempo di quella cupa e feroce aristocrazia, che avea mandati a simil supplizio i Carraresi evidentemente innocentissimi, anzi non giustiziabili né giudicabili da lei. Rifecesi pace [1433] tra Venezia e il Visconti.—Ma continuando i genovesi sudditi di lui la guerra lor propria per gli Angioini contra Alfonso d'Aragona, essi il presero in battaglia navale e il trasser prigione a Milano. Filippo Maria il rimandò libero, e Genova se ne sollevò e rivendicossi in libertá [1435]. Piccinino e Sforza guerreggiavano intanto in Toscana e negli Stati del papa. Riapresi in breve la guerra tra Visconti e Firenze [1436]. Si rifá pace, si riapre guerra [1436], istigata dall'Albizzi il mal fuoruscito, e vi s'aggiunge Venezia poi; e combattono a lungo Piccinino per il duca, Sforza questa volta per le repubbliche. Seguono nuove paci e guerre, piú intricate che mai, da Lombardia fino a Puglia, a cui notare si farebbon pagine lunghe, e che del resto non ebbero risultato; finché, cacciatone lo Sforza, ed abbattutone il Visconti, questi trasse a sé quello, offrendogli la mano di Bianca sua figliuola naturale, ma unica. Allor fecesi pace universale [1441]. Ma anche questa ruppesi in breve. Guastaronsi suocero e genero; e ne seguiron simili guerre, simili scompigli e simile conchiusione. Ridotto a mal partito il Visconti, vecchio, morente, e perciò tanto piú allettante allo Sforza che gli volea succedere, si ripacificarono. Ma morí Filippo Maria prima che si congiungessero [1447].—Sigismondo imperatore discese in Italia nel 1431. Fu incoronato a Milano (assente e chiuso in suo castello d'Abbiategrasso il timido Filippo Maria); a Roma [1432] tentò paci e non le fece; risalí nel 1433, morí nel 1439. Succedette [1440] Federigo duca d'Austria; dal quale in poi, l'imperio non uscí piú di quella casa, prima o seconda.