GIUS. LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI

1913

PROPRIETÁ LETTERARIA MARZO MCMXIII—34360

RESTI CONSACRATO ALLA MEMORIA DEL MIO RE CARLO ALBERTO QUESTO VOLUME SCRITTO GIÁ TRA GLI URGENTI DESIDÈRI DEL GRAN TENTATIVO DI LUI OMAGGIO POSTUMO ORA DI GRATITUDINE E DEVOZIONE PERDURATE TRA LE CONCITAZIONI GLI ERRORI E I DOLORI DELL'IMPRESA CRESCIUTE DALLE SVENTURE E DALLA MORTE DI LUI SOMMO MARTIRE DELL'INDIPENDENZA SOMMA VITTIMA DELLE INVIDIE ITALIANE

PREFAZIONE ALLA TERZA EDIZIONE

(Losanna, Bonamici, 1846).

Il presente ristretto è stato scritto ad uso dell'Enciclopedia popolare che si viene stampando in questa cittá. Gentilmente richiestone, or fa l'anno, da quegli editori, io accettai molto volentieri l'incarico, l'occasione di raccogliere in uno e compendiare i vari studi di storia d'Italia che io era venuto facendo dal 1824 in qua. Ma il tempo, lo spazio or concedutimi erano brevissimi; e poi, quelle condizioni della pubblicitá in Italia che ognun sa, sforzavano quegli editori, ed, accettato l'incarico, me stesso ad alcune soppressioni. E di queste, ed anche piú di quella fretta, rimangono numerose tracce e nell'edizione dell'Enciclopedia, ed in quella staccatane e lasciata, salvo il sesto e l'errata, compiutamente conforme, affinché ella fosse sofferta dove era stata sofferta la prima. Quindi io avea premura, lo confesso, di sottoporre a' miei compatrioti un'edizione compiuta, e quanto sapessi, nel medesimo tempo, corretta.—E tale è questa.

Ma a malgrado la nuova o totale elaborazione, niuno sa meglio di me quanto rimanga questo lavoro pieno di difetti; irreparabili gli uni come dipendenti dalla natura dell'opera o da mie forze inadeguate, piú o meno correggibili gli altri. I quali ultimi poi possono essere di due sorte: errori e dimenticanze di fatti importanti, errori di giudizi, di opinioni.

Degli errori e delle dimenticanze di fatti, io desidero, io domando a' miei colti leggitori, di volermi donare quante piú correzioni vengano loro vedute possibili, serbando la natura, l'estrema brevitá dell'opera; e di donarmele privatamente o pubblicamente, in qualunque modo paia loro piú opportuno e piú comodo. Se mai con qualche lavoro precedente o col presente io mi sia acquistata la benevolenza di alcuni, io questi prego specialmente di essermi larghi di tale aiuto. Ed oso pur pregarne quegli stessi a cui lo scrittore rimanga indifferente, ma a cui tal non sia la storia di nostra patria, o l'uso che si può fare di essa. Finché non avremo un grande e vero corpo di storia nazionale, da cui si faccia poi con piú facilitá e piú esattezza uno di que' ristretti destinati ad andar per le mani di tutti, o come si dice, un «manuale», io non so se m'ingannino le mie speranze di scrittore, ma tal mi pare possa esser questo. Né mi porrò a dire l'utilitá che verrebbe d'un tal manuale ben fatto; ma è appunto a far questo intanto il men cattivo possibile, ch'io domando l'aiuto de' compatrioti. E giá il signor Predari direttore dell'Enciclopedia, a cui debbo inoltre l'occasione di questo libro, e via via i signori Carlo Promis, Federigo Sclopis, Luigi Cibrario, Roberto e Massimo d'Azeglio, Ricotti e Carena non mi negarono di tali aiuti; i quali io nomino ed a gratitudine ed a vanto, né senza speranza di poter a questi aggiugner altri onorati nomi, quando che sia.

Quanto alle opinioni storiche o politiche, io so bene, che voglia io o non voglia, me ne saranno fatte critiche, piú o meno moderate, piú o meno cortesi, piú o meno esatte, secondo la natura, l'educazione e gli studi di ciascuno; e che l'ultime di queste potranno certo esser utili agli studiosi di nostra storia. Ma non paia superbia se aggiungo, che queste critiche, cioè in somma queste esposizioni delle opinioni altrui, potran difficilmente mutar le mie; siccome quelle che sono non solamente sincere, ma da lunghi anni concepite e quasi fattemi passar in sangue, e dall'educazione ricevuta da un padre lungamente, onoratissimamente sperimentato ne' pubblici affari, e da quel poco di sperienza che potei acquistar io stesso dal 1808 al 1821, e dall'aver sofferto per esse poi, e dai non brevi studi fatti d'allora in poi. E mi si conceda aggiugnere, che pochi uomini, anche de' paesi piú liberi, hanno al par di me quell'indipendenza di opinioni che è somma forse di tutte, quella che viene a uno scrittore dall'aver poco a temere, nulla a sperare politicamente per sé. È vero, che, come ognuno che scriva, io tengo in gran pregio, io desidero con ardore quel consenso de' leggitori, quella simpatia de' compatrioti che si chiama «popolaritá», e che è insieme sanzione di ciò che s'è voluto far per la patria, e mezzo a servirla ulteriormente; ed è vero che quando io n'ebbi alcun cenno (da que' giovani italiani principalmente, nelle cui mani son per passare i destini della patria), mi venner dimenticate tutte quelle pene, che non son poche, dello scrivere in Italia, e dimenticate le risoluzioni di non iscrivere piú. Ma appunto la popolaritá mi parve sempre, come i pubblici uffici, mezzo di potenza, mezzo di servire la patria, e non piú; come scopo ultimo, nulla sono gli uffici, nulla la popolaritá. E quindi chi è ridotto a servir la patria d'«opere d'inchiostro», cioè d'opere di veritá, se abbandoni scientemente questa la quale sola può giovare, per correr dietro alla popolaritá, ei corre dietro a un mezzo senza scopo, a un nulla che porta a nulla. Ei mi fu detto giá, che alcune opinioni mie non sono popolari in Italia. Tanto meglio dunque l'averle scritte: quando si scrive con vero e vivo convincimento, non si suole scriver ciò di che tutti sien giá persuasi; si scrive appunto per far passare le proprie opinioni dalla minoritá alla pluralitá. E quest'è che dá sovente piú calore agli scritti della minoritá: la brama di diventar pluralitá colle ragioni. Il che poi, sol che si potessero far correr davvero e sufficientemente le ragioni, sarebbe forse piú facile in Italia che altrove; perché, tra tutti i vizi acquistati, ella serba indestruttibili, e prime forse del mondo, le sue facoltá, le sue virtú intellettuali.