Il desiderio di rimanere indipendente, non solamente da altrui ma per cosí dir da me stesso, da ciò che possa essere in me men ragione che sentimento, mi fece fermarmi all'anno 1814. Giá lungo tutta l'opera m'era paruto penosissimo quell'ufficio storico del giudicar cosí brevemente tanti fatti, tanti uomini grandissimi; la brevitá aggiugne inevitabilmente alla severitá; le parole stringate e tronche prendono naturalmente aspetto di assolute, aspre, superbe. E giá, appressandomi a' tempi nostri, mi si era raddoppiata tal pena. Ma ei mi sarebbe riuscito intollerabile cosí giudicare gli uomini viventi, e a me non ignoti, né per benefizio né per ingiuria. Io mostrai in altro scritto non aver ripugnanza, non timor forse al discorrere delle cose presenti; ma appunto ne discorsi lá distesamente, e prendendo agio a quelle eccezioni e spiegazioni, che sole fan tollerabile un tal discorso alla coscienza d'uno scrittore. Ei fu detto giá, doversi ai morti non piú che la veritá, ma ai vivi anche riguardi. Ma io non so fino a qual punto sia giusta tal distinzione; parendomi che a morti e vivi si debbano veritá e riguardi; salvo un solo di piú ai vivi, quello di lasciarli finir lor vita prima di giudicarli definitamente e assolutamente. Iddio stesso fa cosí; finché dura lo stato di prova, ei lascia a tutti di poter giustificare e ricomprar le opere fatte colle fattibili: non tronchiamo a nessuno il tempo conceduto da Dio.—Del resto, l'aver appunto parlato del tempo presente in un altro studio mio, m'era nuova ragione di non riparlarne qui. Io desidero che il presente studio rimanga introduzione o compimento a quello.

Finalmente, parrá forse ad alcuni che un semplice sommario avrebbe potuto e dovuto scriversi sciolto da qualunque opinione, e che cosí scritto avrebbe potuto durar utile piú a lungo. Ma prima, ei mi parve sempre materialmente impossibile scrivere una storia, o un compendio, o una stessa tavola cronologica, senza esprimere piú o meno le proprie opinioni: chi si vanta di cosí fare, nol fa all'opera; e per applicar qui un modo di dire napoleonico, le opinioni si scopron fin dietro alle date ed alle virgole. E poi, elle mi paiono forse piú necessarie e piú utili ad esprimersi in un compendio che in una storia distesa; piú necessarie, perché quanto meno si scende ai particolari, tanto piú diventa indispensabile spiegar i fatti con quelle esposizioni generali, che in somma sono esposizioni di opinioni; piú utili, perché quanto piú si accumulano e si ravvicinano fatti a fatti, tanto piú ne risultano a vicenda spiegate e quasi commentate le opinioni. E cosí, per vero dire, veggo essere stato fatto da Bossuet, da Hainault, que' modelli de' compendiatori, ed anche da Mignet e Zschokke a' nostri dí. Che anzi, perché non dirlo? non che vergognarmene, io me ne vanto: un compendio destinato non agli eruditi, non ai letterati; ma a' semplici colti, e cosí ai piú numerosi e piú pratici uomini d'una nazione, porge un'ottima occasione a persuadere i compatrioti, una di quelle occasioni che non si lasciano sfuggire da nessuno sinceramente convinto delle proprie opinioni, e caldo quindi a promuoverle. E quanto al durare o non durare, io temo che duri pur troppo lungamente opportuno l'inculcare nelle menti e nei cuori italiani quel principio d'indipendenza che è il nucleo, il substrato di tutte le mie opinioni storiche o politiche. E venga pur il tempo che non si tratti piú d'acquistare ma solamente di applicare quel principio, quella fortuna, quella virtú. Non che invecchiare, io credo che ella sará allora ringiovenita, piú cara a tutti; ed io la veggo aver cosí ispirate le migliori storie delle piú indipendenti nazioni del mondo. Del resto, porti pur questo libretto le tracce del tempo suo: è destino di ben altri e maggiori, e le storie specialmente (se ne persuadano leggitori, scrittori, critici e governi), o bisogna spegnerle del tutto, o lasciarle ritrarre insieme e i tempi di che elle scrivono, e quelli in cui elle furono scritte.

Torino, 16 novembre 1846.

PREFAZIONE

PROGETTATA DALL'AUTORE PER L'EDIZIONE NONA

Nella prefazione all'edizione terza di Losanna 1846, ho esposto come mi venisse scritto questo volume ad uso di un'enciclopedia, quali aiuti e difficoltá vi avessi, quali opposizioni io prevedessi dall'opinione di quei tempi; tutti que' particolari insomma, che sono o paiono necessari a dirsi, al momento di una pubblicazione. Ma passati pochi anni, tuttociò non ha guari piú interesse se non per chi scriva forse qualche articolo di bibliografia, biografia, o storia letteraria.

E cosí sará probabilmente dei particolari seguenti che mi paiono ora necessari. Non tenendo conto delle due edizioni fatte senza mia saputa (con data di Bastia… e Losanna 1849)[1], questa è la prima, che rifaccia io dopo quella terza del 1846. Ora, cosí facendo dopo quattro tali anni, io v'avevo due soli modi schietti: primo, ristampare esattamente il mio testo del 1846, per serbare cosí intiero quel poco di merito o di fortuna che poté essere allora a prevedere e suggerire qua o lá alcuni «invidiati veri». E confesserò che, oltre alla pigrizia, la mia vanitá letteraria, od anche politica, mi fece pendere a tal modo. Ma per cosí fare con indisputabile ischiettezza, era necessario non introdurre una correzione né di storia, né di stile, o nemmeno di stampa; lasciare il testo scrupolosamente qual era, e poter dire che non vi s'era mutato una sillaba. E mi parve men bello, e forse brutto sagrificare a quelle vanitá quanti miglioramenti avessi a fare, ora omai, al mio lavoro. Se io ristampassi quelle opere politiche che scrissi giá a diverse occasioni, io mi terrei a siffatto modo di riproduzione letterale, sola onesta in tal caso. Ma qualunque scritto fatto con intenzione a tutti i tempi, e perciò qualunque storia, deve certamente migliorarsi dallo scrittore, finché e quanto piú possa.—Quindi mi appigliai e seguii il secondo modo; di fare tutte le correzioni di stampa, di stile, di storia, od anche di politica, che mi venisser sembrando necessarie od utili, senza niun ritegno né cattiva vergogna. Io m'ero giá dato l'esempio di non temer condannarmi, accennando ai fatti del 1809; che se poi io abbia forse dimostrata qualche consistenza di princípi e di fatti nella mia non breve vita letteraria o politica, io me l'attribuisco non a merito ma a fortuna; alla fortuna primamente dell'educazione e degli esempi paterni, ed a quella pur forse d'essermi rivolto a questi studi della storia nostra. Né di biasimo, ma di lode mi sembran degni coloro, pochi pur troppo, i quali sanno fare buon pro degli insegnamenti dati dalla sperienza o dallo spettacolo di grandi eventi.

[1] Le edizioni che si fecero di questo libro senza saputa dell'autore furono cinque, fatte a Losanna nel 1848 e nel 1849, a Milano, a Napoli ed a Bastia; onde l'ultima del 1852 fatta a Torino, con consenso dell'autore, riuscí la nona, e la presente è la decima, se non se ne son fatte altre (Nota dell'edizione Le Monnier).

Ma il fatto sta che effettuando con tali propositi le mie correzioni, e facendone innumerevoli di stampa e di stile, ed alcune ne' fatti storici, non ne trovai, ch'io ne sia conscio, una sola da fare ne' miei princípi storici o politici, ed una sola (che notai) nelle mie previsioni; e che tutte le altre mi sembrano anzi, esser consistite in porre al passato alcune allusioni le quali erano al futuro, ovvero in confermare, e rinforzare i princípi giá posti.—Del resto, le due edizioni sono lí, facili ad aversi alle mani da chiunque voglia comparare, giudicare o biasimare. Io abbandono il mio libro e me stesso a' miei critici nemici od amici. Non trovai tempo finora, ed ancor meno genio a scrivere delle cose mie; né forse ne troverò: e rimango intanto non senza fiducia che la mia indifesa perseveranza sia per aggiungere qualche conferma a quei princípi, di che penetrato io ogni di piú, è naturale ch'io desideri penetrare i miei compatrioti.

A coloro poi i quali biasimano, quasi contrario alla imparzialitá della storia, questo modo di scriverne, non solamente narrando ma giudicando, io ho giá risposto e nella citata prefazione ed altrove. Ma perché, se v'è colpa, io l'ho aggravata nella presente edizione, aggiugnerò qui: che l'imparzialitá mi sembra consistere non nel non giudicare, ma nel giudicare imparzialmente; che anzi non capisco come possa essere imparzialitá dove non sia giudizio; che senza questo non può essere se non indifferenza, e che le storie (fortunatamente rare) scritte con indifferenza alla virtú od al vizio, alla buona od alla cattiva politica della patria, adempiono male quell'ufficio, che pur si pretende imporre alla storia, di maestra della vita pubblica degli uomini e delle nazioni. Del resto, tutto ciò tocca a una questione piú che letteraria e delle piú importanti nelle condizioni presenti della patria nostra. A qualunque nazione è necessario farsi e tener ferma una politica nazionale. È chiaro per sé; uomo o nazione, niuno vive bene senza uno scopo buono e ben tenuto; e la fortuna è de' perduranti. Ma abbondano gli esempi a conferma: Roma antica, ed anche moderna; casa d'Austria da parecchi secoli; casa Prussia e casa Russia da poco piú di uno; il piccolo e nuovo Belgio da vent'anni; e sopratutto quei due popoli che vantan comune il vecchio sangue sassone, ma si trovano in condizioni e luoghi cosí diversi; vecchio l'uno sul proprio suolo, monarchico, ed in mezzo agli interessi europei; nuovo l'altro all'incontro, repubblicano ed isolato fra le solitudini americane; e che tutti e due colla fermezza delle loro politiche interne sono cresciuti, l'uno da centocinquanta l'altro da settantacinque anni, a tal grandezza da contendersi e dividersi oramai l'imperio, il primato, l'egemonia dell'orbe intiero. Noi siamo lungi da siffatti destini; non abbiamo da conquistar egemonie, preoccupate da altri, impossibili a tramutarsi, stolte a sognarsi, per ogni avvenire prevedibile. Ma abbiamo conquiste molto piú importanti a fare o compiere; la libertá e l'indipendenza importano incomparabilmente piú che l'imperio del mondo. Né arriveremo mai a siffatti scopi, se non sappiamo prefiggerli a noi stessi con sapienza, e tendervi poi con virilitá e costanza; cioè se non sappiam farci e seguir poi una buona politica nazionale. Miriamo agli esempi contrari e fatali del secolo presente: Francia, Spagna, Germania, Polonia; o meglio, miriamo a noi stessi da quattordici secoli in qua fino a ieri.