Avevo tolto il fiore, e messomelo in seno, stavo aspettando se mai si rinnovasse quel caso o quella fortuna. Non trovai altro per molti altri giorni. Finalmente una sera che avevo lasciato il volume, sempre il medesimo, aperto tra due pagine sul tavolino, tornando e riprendendolo in mano, trovai sotto esso una fina catenella d'oro, che parevami aver veduta già stringere il collo bianchissimo della fanciulla. Oramai non era da dubitare. Non poteva guari più esser caso, e doveva esser segno.... ma di che? E che poteva essere tra la fanciulla e me, se non appunto ciò che non doveva essere, amore? Ma come poi anche poteva essere? Erami [pg!199] paruta già altiera, sprezzatrice; e, se non parevami più tale, oramai vedevola almeno di tal celeste modestia, da non potermi persuadere che ella volesse così eccitare la mia attenzione, ed anche meno il mio affetto. Perdendomi in questi e sifatti pensieri, e tenutomi desto quella notte e forse alcune altre, risolvetti finalmente di prendere la prima occasione di restituirle la catenella, ed averne, secondo il caso, qualche spiegazione.

Non m'era riuscito ancora da più settimane di trovar quella occasione. Un giorno che, essendo già calda la stagione, io me ne andavo dopo il pranzo cercando il rezzo sotto ad alcuni folti ed antichi alberi del giardino, e sedutomi sotto uno di essi quasi mi venivo addormentando, parvemi tra fronda e fronda veder biancheggiare e passare una persona, una donna, Regina. Balzai in piedi, e le tenni dietro. Ella, vedendomi, si soffermava senza stupore nè rossore, nè timidità. Ed io, traendomi la catenella dal seno, la catenella che non avevo vedutale più attorno al collo, onde per certo era sua: «Questa» dissi, «ho trovata, per che caso non so.... tra' miei libri; e essendo vostra, se non m'inganno....» ed in ciò io gliela porgevo. «È mia, e vi ringrazio,» diss'ella dolcemente. «E potrei io, senza indiscretezza, domandarvi come....» «I vostri libri hanno talora eccitata la mia curiosità. Mi perdonerete voi d'averli presi in mano tavolta?» «Certo sì; quanto è mio, anzi, è tutto a servigio vostro, come io stesso: se non che il vostro padre....» «Il mio padre,» riprese ella alquanto più seriamente, ma con uno di que' suoi alzar d'occhi al cielo, consueti, «il mio padre s'è assonnato, come gli succede talvolta a quest'ora, ed io vo a raggiugnerlo.» E in questo ella se n'andò, o sparì; che quasi non saprei dire quale dei due, tanto sorpreso e quasi stupido ed immoto ella mi lasciò.

Da quel giorno, lo confesso, non fui più io. Scuotevo l'immagine di lei da' miei occhi, dalla mente, dal cuore; e nel cuore, e nella mente, e negli occhi, e di giorno e di notte, e vegliando e dormendo, e sulle carte dove lavoravo, e tra le fronde, e tra i fiori, e tra le nubi, e nel cielo, non vedevo altra immagine mai se non di lei. Da troppo corriva [pg!200] che m'era già forse paruta alcun tempo, or parevami di nuovo altiera, sprezzatrice e crudele. Inesplicabili i suoi atti e contrarj l'uno all'altro. Le poche parole indifferenti che m'aveva dette mi rimanevano impresse tutte nella memoria, e le andavo ad una ad una tra me ripetendo e riesaminando, per veder di trovarci qualche significazione in bene o in male che assolutamente non avevano. A tavola continuava ad essere la medesima, amorevolissima pel padre, indifferentissima per me. Altrove non la solevo vedere. Alla passeggiata del dopo pranzo non venne mai più; ed io la stavo aspettando ogni giorno, e di soppiatto, dietro agli alberi, passavo tutto quel tempo, fissi gli occhi alla porta di casa, aspettando e talor credendo di vedere ch'ella uscisse finalmente di nuovo a me incontro. Ma tutto fu inutile; non ebbi più un'occasione di vederla; solamente i miei libri, sovente scomposti nella mia camera, mi facevano accorto ch'ella v'era stata, che s'era aggirata là intorno, e parevami riconoscere come un'aura celeste ch'ella v'avesse lasciata. La solitudine, il silenzio e le occupazioni sforzate nel rimanente della giornata, eccitavano forse in me tanto più la fantasia; e insomma, checchè si fosse, io non pensavo, nè vivevo, nè respiravo se non più per lei, e di lei.

E fosse sifatta preoccupazione e le notti sovente insonni, ovvero il troppo lavorare nel giorno, e la vita sedentaria non giovanile.... ad ogni modo, a poco a poco io mi venni infermando, e mostrandone segni al volto mesto e sparuto. Più volte parvemi vedere gli occhi di Regina, dopo que' loro alzarsi al cielo scendere in atto di pietà sopra di me. Ma era veramente un batter d'occhi; e, se io vi volgevo i miei, già non incontravo più quel celeste suo sguardo, già di nuovo tornato al cielo. Parevami inutile crudeltà quella sua; anelavo di rimproverargliela, o domandargliene alcuna spiegazione. Ma non trovavo più di prima nessuna occasione; ed accendendosi più che mai i miei disperati desiderj, venivo più che mai affievolendomi ed ammalandomi di dì in dì.

Finalmente una sera che dopo il lavoro, non potendone più, ero uscito a prendere il fresco, prima di risalire in camera, e che essendo già buio io mi traevo languente e reggendomi [pg!201] di tratto in tratto agli alberi a lato verso il casino, a un volger di un viale ella mi venne incontrata, ritta dinnanzi a me, indirizzandomi la parola quasi prima che l'avessi veduta. «Voi non state bene, Carlo,» mi disse: «sarebbe forse troppo il lavoro? In tal caso qualunque sia il piacere.... di mio padre di tenervi qui con sè, dovreste pure.... sarebbe meglio che ci lasciaste.» «Signora,» dissi, «le vostre prime parole, da tanto tempo che ho desiderato udirne alcuna da voi, le vostre prime parole sono dunque per esprimermi il desiderio che io vi lasci? Oh Regina, lo stato della mia salute è meno cattivo forse che non quello....» «Della vostra salute solo io volevo e debbo parlarvi. Non è giusto che nessuno si sacrifichi per noi. Voi qui evidentemente patite. Dovete dunque....» «E voi vi siete dunque accorta, voi compatite a' miei patimenti? Oh Regina, Regina, se così è....» Ma in questo la vergogna, il rimorso di tradire le promesse fatte mi troncarono la parola ad innoltrare la spiegazione che io aveva tanto desiderato. Ella ruppe il breve silenzio; ella, anima veramente alta e forte, sdegnando non che l'artifizio, ma la stessa natural vergogna di parlare ella prima del nostro affetto: «Sentite,» disse, «pochi momenti sono nostri; non li perdiamo in dir cose che sappiamo tutti due. Cristiano, io fui la prima forse ad amarvi; non me ne vergogno, e non me ne pento. L'amore, finchè non è colpevole, vien da Dio; la colpa sola vien da noi, e in noi sta che non venga. Io non so qual fosse primo in me, l'amore per te o la curiosità pe' tuoi libri, quei libri che non sono altro poi se non la continuazione dei nostri, ma che li distruggono, secondo i nostri dottori, che li confermano, dite voi altri. Possibile che con uno stesso Iddio noi siamo così separati e in terra e in cielo stesso! Possibile che noi vediamo, conosciamo, serviamo quello stesso Dio in modi sì diversi!.... E che in tanta diversità le due leggi s'accordino quasi in questo solo, di separarci! Ma disobbedire, abbandonare un padre: ingannare, tradire un ospite o un padrone sono colpe gravi in ogni legge, e irreparabili sovente anche con una vita intiera di devozione e di pentimento. Io son ferma, io voglio assolutamente evitare.... [pg!202] voglio che ambedue evitiamo tal colpa, tali rimorsi, tal vita. Eppure, se tu rimani qui, se ci vediamo ogni giorno a questo modo, se io odo la tua voce, i tuoi discorsi, se veggo i tuoi modi, i tuoi atti, e massime i tuoi patimenti.... io lo so, io lo sento, padrona di me in questo momento e fino adesso, no 'l sarò più in breve, ed amerò forse te più che il mio dovere, che il mio padre, che il mio Dio. Non voglio; non sarà. Dopo quella mia prima colpa in che caddi per fanciullesca spensieratezza, di lasciarti quei segni della mia presenza nella tua camera, appena mi accorsi della mia preoccupazione e poi del mio affetto per te, subito deliberai di reprimerlo e di vincermi. Invano; sia castigo mio la vergogna che provo in confessartelo; invano provai a cacciare dal mio seno il tuo pensiero; invano mi sforzai ad incontrarti, a mirarti coll'indifferenza che m'ero prefissa; ad ascoltare la tua voce come la voce d'un altro; a sentirti appressare o scostare senza palpiti del mio cuore. Il mio cuore non è me; ei balza, ei si muove senza mia volontà; egli è che mi tiranneggia, che mi vorrebbe vincere, che mi sforza almeno a mutare le mie risoluzioni.... Ho fatto quella di parlarti, di scoprirti la debolezza di quel cuore, di fidarmi alla tua generosità, al tuo affetto stesso, che ben so, ben sento non diverso, non disuguale al mio.... per domandarti d'abbandonarmi.» Ella si soffermò come esausta. Sorpreso da una piena di affetti diversi e inaspettati, tra l'immenso diletto e la pena e l'impossibilità di risolvermi a nulla, io tacevo, o rispondevo poche parole interrotte or di gioia, or di disperazione, e domandando almeno tempo a risolvermi, ad obbedirla. «Io so» riprese ella «che ti domando un gran sacrificio. Non conto quello di abbandonare una casa, una condizione in che t'eri adagiato, per andar vagando solo ed incognito, o forse alcun tempo stentando nel mondo. Tu sei giovane, tu sei buono, tu sei dotto; e, benchè io non conosca guari il mondo, pur no 'l credo così ingiusto, che i pari tuoi v'abbiano a rimanere a lungo abbandonati e sconosciuti. Ma ho pietà del dolore che tu pure sentirai nell'abbandonarmi. Ma tu sei uomo, tu hai il mondo intiero dinnanzi a te per consolarti; tu sei cristiano; il [pg!203] mondo intiero ti sorride. La povera ebrea ributtata dal mondo, e rimasta sola e abbandonata, sarà forse da compiangere più. Ma l'ebrea ha il coraggio di mirare con occhio fermo a quella solitudine, a quell'abbandono. Dimmi, non l'avrai tu?» «Ma come abbandonarti al momento stesso in che tu m'inondi di contento e di gioia; come lasciare questi luoghi al momento che ne fai per me un paradiso? Oh Regina, tu hai avuto tutto il tempo di prendere la tua risoluzione, di confermarviti, di vincere gli affetti contrarj che ti si destavano in cuore. Tu non dubitavi d'essere amata. Come che si fosse, e che senza mia saputa i miei occhi, i miei atti te l'avessero detto, tu me l'hai confessato, tu sapevi d'essere amata. Io intanto vivevo nell'angoscia tra la speranza e il timore, tra il desiderio e il rimorso d'accertarmene, e, tu il vedi, non vivevo ma languivo. Dovevi lasciarmi languire e morire così, anzichè domandarmi uno sforzo di che sono forse incapace assolutamente, e certo a questo istante.» «Io avevo fatto maggior conto sul tuo coraggio. Ma senti; nemmeno se tu avessi avuto tal coraggio, non sarebbe stato possibile effettuare il mio disegno in un giorno, ed abbandonare senza cagione il padre mio. Ma la tua salute ti può servire, ti servirà di pretesto. Prendi alcuni giorni, tre, quattro giorni, e non più. Ho fatto osservare la tua sparutezza, il tuo ammalarti, a mio padre. Egli pure l'ha osservato, ed osservava me nel rispondermi. Carlo, Carlo, mio amico, il tempo preme, il tempo che c'è dato ancora di vivere senza essere colpevoli. E colpevoli non dobbiamo essere, nol saremo. Ciò solo importa. Il vivere o morir poi importa poco; dico non solamente il morire, ma nemmeno il vivere poi anche infelici molti anni, che in somma è poco tempo.» Io le promisi di pensarci, od anzi di obbedirle fra pochi giorni; non mi ricordo precisamente quale dei due, tra la confusione di quel momento, ed i pensieri che mi straziarono quella notte e i giorni che seguirono.

Al mattino appresso scendendo allo studio di Samuele, mi parve preoccupato, e come se mi volesse parlare. Più volte s'appressò al mio tavolino guardando il mio lavoro e me, e finalmente mi domandò con interesse della mia salute. [pg!204] Non avendo chiusi gli occhi tra il deliberare e il combattere di quella notte, il mio volto doveva ritrarre più che mai i miei patimenti. Due e tre volte ricominciò in quella mattina quel discorso tra noi, ed ei ci mescolava domande della mia famiglia, de' miei interessi, della mia vita passata e futura, e per la prima volta entrava in discorsi delle nostre religioni. Parlava senz'odio della nostra, con ardore della sua, con amore paterno di me. «La vostra salute,» disse finalmente «richiede cure speciali, e la vita rinchiusa che qui fate, non ve la lascia ristabilire. Tuttavia nulla preme, e fra alcuni giorni ci riparleremo poi.» Che dovevo fare? era ciò troppo d'accordo co' miei desiderj. Indugiai.

Regina non mi diede più occasione di parlarle. I suoi occhi, la sua persona tutta erano al cielo più che mai. Se non che mi parve incominciare a patire ella stessa; e allora risolvetti di terminare. Riparlai io il primo a suo padre, ed egli fu allora che indugiò. Intanto fra quelle ambasce le mie notti erano insonni intiere intiere. La febbriciattola, che avevo d'alcun tempo ogni sera, diventò continua e violenta: fui costretto a tenere il letto; un medico fu chiamato che mi trasse sangue più volte, dichiarando grave il mio male, e m'aggravai.

Che volete? dacchè sono infermo è il tempo più felice che non solo io m'abbia vivuto, ma che io m'abbia imaginato o potuto imaginar mai. Dal giorno che tenni il letto, Regina venne con suo padre, e con una delle sue donne a vedermi ogni giorno, a rimanere prima un ora, poi parecchie ore, gran parte del giorno a mio lato; e da lei, da sua mano, e confortato dalle sue parole, ricevo sovente le dolci cure di una tenera sorella. Il padre la accompagna, e la conforta a ciò. Le mie ambasce continuano, e s'accrescono ad ogni dì, ad ogni ora, e mi sento venir meno la vita or con dolore, or con ineffabil piacere di terminarla così.»

Qui finiva il giovane la sua narrazione. Ed io (continuò il maestro) non potevo se non compatire e quasi ammirare l'uno e gli altri, quasi egualmente, cristiano ed ebrei; e poi venerare il decreto inesplicabile della divina provvidenza, che traeva così inevitabilmente tutti questi innocenti od anzi virtuosi [pg!205] per la via dell'infelicità e della morte. Oh! come in casi simili appare chiaramente la inferiorità, la subordinatezza di questa nostra vita terrena e materiale, rispetto a quell'altra celeste ed eterna, che c'è promessa! E quando non fosse promessa, impossibile è che non ci fosse, se non altro per saldare i conti di questa vita; per non fare definitivamente la virtù più infelice che il vizio, e non che inutile, nociva; per non fare di Dio certamente, inevitabilmente giusto, poichè è Dio onnipotente legislatore, un Dio tiranno e creatore d'ingiustizia. Questi pensieri ritrassi e sviluppai alla mente del povero afflitto. La sua infermità era grave assai; e, quando nol fosse stata ancora, la mia lunga esperienza m'insegnava che i mali fisici, complicati co' mali morali, e massime coll'ansietà e col pensiero dell'impossibilità di scioglierli in bene, sono mali mortali, perchè appunto la morte sola scioglie i problemi troppo difficili di quaggiù, e dà il rimedio del cielo a chi non ne può trovar sulla terra. Un pensiero angosciava particolarmente il buon giovane. Costui trattato da apostata e rinegato nel mondo, costui scandalo di tanti che non valevano lui, e passavan per santi, costui tra la felicità d'essere amato e la disperazione di dovere, vivendo o morendo, abbandonare il suo amore, era pure così fermo, così penetrato della sua fede, che il suo maggior dolore era forse quello, non di lasciare, ma di lasciar nell'errore la sua innamorata. «Agli altri che abbandonano morendo il loro amore, o che ne sono anche così abbandonati, rimane pure una consolazione, una immensa consolazione a questi momenti, dove la vita pare così corta e sì poca cosa, dove l'eternità sola par tutto, che è viver disgiunti alcuni giorni per raggiugnersi poi e riabbracciarsi per tutta l'eternità.... Ma io, oh io posso io avere sifatta speranza? oh ditemi, ditemi, padre mio, che non è perduta, che m'è permessa sifatta speranza! Ditemi che un'anima non solo innocente e pura, ma così forte e virtuosa come la sua, non può a meno di non trovare, di non impetrare grazia e compassione appresso Iddio, il Dio, il padre pure di tutti gli uomini, di tutte le creature, il Dio massime degli spiriti fatti a simiglianza di lui. Io ho studiato queste materie, [pg!206] già con indifferenza, non immaginando che diventerebbero il mio primo, il mio solo pensiero; ma il mio pensiero è debole in questa occorrenza, e non mi regge nelle inestricabili complicazioni, con che si rivolge nella mia mente ora infiacchita.»

«E inestricabili sono a prima giunta,» diss'io, «siffatti pensieri, anche alle menti più sane e più forti. Ma ricordatevi dell'angelo che Iddio manda quaggiù a posta, se è necessario, anzichè lasciar perdere un'anima sincera e di buona volontà. Tra gli articoli di fede che dovete credere tutti, credete ora, fissate il vostro pensiero su quello della infinita bontà di Dio; meritate, fate forza, per così dire, voi stesso a quella bontà, costrignetela, che è possibile, a concedere quella grazia che ella vuole, desidera concedere ella stessa... Un articolo di nostra fede, un dogma di nostra religione è quello dell'efficacia della preghiera, massimamente unita a generoso sacrifizio fatto per amor di Dio; un dogma il più consolante che possa essere per tutte le anime innamorate; un dogma che noi soli abbiamo, e che innalza a chi lo sa intendere l'amore delle anime anche quaggiù ad un'altezza celeste, cui non può arrivare assolutamente chiunque non abbia tal fede. Pur troppo hanno abusato tanti di questa come di tutte le altre verità; ei l'applicano alle cose materiali di questo mondo, e fanno del sacrificio, della espiazione, anche non volontaria, una sorta di barbara compiacenza e di vendetta indegna assolutamente d'un cristiano. Non entriamo in queste difficoltà; ma non lasciamo che le difficoltà, od anche gli errori inevitabili in che cade l'inferma mente degli uomini ogni volta che vuol trarre conseguenze, e conseguenze di conseguenze troppo lontane dalle verità inspirate o rivelate; non lasciamo, dico, che questi errori infermino, diminuiscano in noi la luce primitiva di quelle verità. Il mondo materiale ci può servir d'esempio: esso è simbolo, se volete, del mondo spirituale. L'occhio nostro percepisce tanto più facilmente una luce quant'ella è più viva; ma quanto ella è più viva, tanto meno egli può affissarla per esaminare i suoi elementi. La luce spirituale non è diversa; le verità che ci sono concedute dal [pg!207] creatore, ci si presentano chiare e lucide in modo che è non solamente errore ma bugia il negarle. Ma il paragonare poi queste verità fra loro, il dedurne altre, incomincia ad essere difficile e men certo; e quanto più si scende poi di deduzione in deduzione, le verità che ci paiono anche più rigorosamente dedotte, tanto meno ci appaiono chiare e finiscono con essere oscure del tutto, od anche contradicenti. Atteniamoci dunque alle verità primitive, e più chiare; elle ci bastano per questa vita e per l'altra, ci bastano perchè Dio l'ha detto; e che ci bastino, che Dio non esiga, non possa esigere oltre alle facoltà che egli stesso ha date ad una creatura gelosa di conservare la sua innocenza, ella è anche questa una di quelle verità primitive e chiare che non possiamo rinegare.