Ed una di queste verità, dicevo io, figliuol caro, ella è l'efficacia del sacrificio. Come il sacrifizio incomparabilmente maggiore di tutti, quello della divinità incarnata paziente e morente, valse a redimere l'umanità intera, così i sacrifizj de' suoi discepoli, i quali per imitazione di Cristo immolano sè stessi al dovere, servirono sempre, e servono e serviranno dall'uno all'altro, come quello della divinità servì all'umanità intera. Il sangue de' martiri convertì i pagani, il santo merita pel peccatore, un uomo per l'altro. Sta in nostra facoltà l'applicare il sacrifizio più specialmente all'uno od all'altro; e colui, al quale Dio diede l'occasione di immolarsi, può meritare per colei che Dio pure gli ha data occasione di amare santamente. Figliuol mio, questi sono ben altri che quelli volgarmente detti sacrifici di roba, di pericoli, od anche d'onore, che si fanno tutto dì l'uno all'altro gli innamorati. Questa è comunanza ben altra che dei beni terreni, od anche di tutta la vita mortale. Accomunando la virtù e i meriti, può l'uno e l'altro aprire il cielo senza dubbio, e far così felici al suo amore, non i pochi e sempre guasti giorni di quaggiù ma gl'innumerabili ed inalterabili giorni di tutta l'eternità. Questi sta in voi di dare alla vostra innamorata; questi gli potete dare con un solo atto, con una sola aspirazione di volontà rassegnata. Vogliate morire, abbandonare, quelli quanti e quali che fossero [pg!208] giorni di vita mortale a voi destinati, per comprare, sì comprare da Dio che mai non si ricusa, se è permesso dire, a simili contratti, i giorni eterni della vostra innamorata, a cui a un tempo si congiungeranno indubitabilmente i vostri in virtù del medesimo, d'un solo atto, tanta è indubitabilmente quantunque incomprensibilmente la bontà del creatore padre comune.»

Il giovane mi parve commosso alla esposizione di quelle verità. Il giovane era ottimo di natura, ben preparato dalla educazione, e maturato dalli sforzi già fatti e dai dolori già sofferti per la virtù. Si confessò, si preparò molto bene a ricevere il viatico. Aveva qualche timore che non gli si volesse portare là in mezzo alla casa dell'ebreo. Lo rassicurai: conoscevo l'ottimo sacerdote che aveva in cura quella parrocchia. Rimaneva al giovane un dubbio. Aveva promesso di non far mai sforzo per trarre nessuno di quella casa alla propria religione. Pure non si sentiva il coraggio, o per dir meglio parevagli anzi un dovere di dire almeno a Regina qualche parola della speranza che aveva di rivederla almeno in cielo. «Non è tempo,» gli diss'io, «di vedere se la vostra promessa fu allora imprudente, e fino a che punto v'ho da assolvere dell'imprudenza, o da consigliare di ripararla. Lasciatene la cura a me. Voi con mostrare a questi non cristiani come muoia un cristiano, voi cogli atti vostri farete, se mai, più impressione che nol potrebbe fare nessuna parola. Rimettetevene a Dio; sia fatta poi la sua volontà.»

Il rimanente seguì come l'avevo pensato, senza difficoltà, e con iscandalo de' falsi buoni, con edificazione de' veri. Peggiorava evidentemente il giovane, non fu possibile di ritardare; che anzi dopo il viatico, poc'ora dopo fu il caso di dare l'estrema unzione; i sintomi di debolezza e di sfinimento crescevano di momento in momento. Dopo finite le solenni e benchè meste confortanti funzioni, il buon parroco a mia richiesta rimase con me appresso al moribondo.

Gli ebrei, cioè tutta la casa, s'erano rinchiusi, durante le cerimonie, in un'ala discosta del casino. Era avversione, rispetto, o riguardo? Niuno di noi era stato in caso di domandarlo [pg!209] o deciderne; s'erano ritratti da sè, e ne avevano manifestata l'intenzione fin dapprima. Del resto, e la fanciulla e il padre mostravansi alle cure, all'ansietà, al dolore non diversi da ciò che sarebbero stati, se, non solamente della medesima religione, ma della stessa famiglia, e padre e sorella fossero stati del giovane moribondo. Io solo sapevo poi che Regina era anche più che sorella. A me solo era ammirabile: non vidi mai così evidenti segni di disperato dolore, con sì evidenti segni di forza fatta a reprimerli.

Consigliatomene col buon parroco, parvemi fosse tempo da richiamarli in camera al letto del moribondo. Poco tempo pareva rimanerci assolutamente. Il desiderio del giovane era stato chiaramente espresso; era giusto, era di dovere. Non doveva entrare in conto l'affrettargli forse la morte coll'agitazione che ne doveva seguire, e del resto anche a lui se ne facevano più dolci i suoi ultimi momenti e il momento del passaggio. Furono chiamati, introdotti. Samuele prese da sè la sedia al capezzale; stendendo la mano sotto le coltri prese la mano del moribondo, lasciando cader poi il capo, che mi parve in quell'atto venerando, sul petto a suo malgrado ansante. Regina non fece se non un passo dalla porta ai piedi del letto, dove prostrata s'inginocchiò. Non fecero nè l'uno nè l'altro una parola. Il giovane la perdè intieramente in quel punto. Il parroco ed io accendemmo le candele, ponemmo il crocifisso sul petto, aprimmo gli ufficj, e incominciammo le preghiere dei moribondi. Le parole dei santi, e quelle massime del santo dei santi, ci parvero, come di ragione, più sante, più opportune, più necessarie ad ogni modo a dirsi in quel punto, che non nessuna che avessimo potuto dir noi. Le nostre voci sole s'udivano alternate; poi fra breve alcuni singhiozzi; e quando finimmo, silenzio.

Sedemmo un momento più discosti dal letto. I due alzarono il capo e gli occhi più volte al capo, agli occhi chiusi del moribondo o del morto. Due o tre volte li rivolsero a me, come per domandare se era vivo o morto. Noi ci riappressammo; e credo un medesimo pensiero ci venne a tutti e due, che non dovevamo restare discosti, lasciando i due ebrei ad accogliere l'ultima espirazione. Era un pensiero [pg!210] materiale quasi superstizioso, lo so; ma venutomi, almeno a me, mi riappressai; e ricominciammo le preghiere dei moribondi. Finitele di nuovo, non ci parve di scostarci e le ricominciammo una terza volta.

Non vidi mai alcuno rimanere in quegli ultimi così a lungo. Eravamo stanchi già, e non importava ciò; se non che temetti per la giovane, ed anche per il vecchio.... e poi un'ombra di speranza, una tinta leggera di sangue mi pareva che tornasse sulle guancie smorte, e già cadute del giovane. Diressi finalmente alcuna parola al padre ed alla figlia; espressi quel poco di speranze che mi venivano. Li persuasi ad alzarsi, e poi in breve, crescendo le speranze, a scostarsi, e ad andarsi a riposare alquanto altrove, pur promettendo riavvisarli al ritorno del pericolo, che pur troppo pareva non che probabile ma inevitabile. Intanto si richiamarono i medici, che secondo l'uso avevano abbandonato l'infermo al momento appunto dove la vita e la morte dipendendo più da un errore o un rimedio opportuno parrebbe meno inutile e più obbligatorio il loro officio.

Che v'ho a dir io? Io credo ai miracoli, e credo anzi che non è possibile che non ci siano stati, e non sieno miracoli tuttodì. Perchè, se s'intende per miracoli l'intervenzione del creatore nelle cose anche materiali di questo mondo, bisogna per forza che ci sieno miracoli, se non si vuol fare del nostro Dio il Dio pigro e indifferente di Epicuro, o il destino impotente degli antichi idolatri. Se non ci fossero miracoli, se Iddio non si piegasse a mutare talvolta, in modi a noi sconosciuti, le leggi abituali della natura, sarebbe inutile pregar Dio; poichè già sarebbe detto che Iddio non può o non vuole mutar nulla; che, dico, sarebbe inutile venerar Dio, e, se è lecito così esprimersi, Iddio non sarebbe venerabile, adorabile, non sarebbe Dio potente e libero, non varrebbe in potenza l'uomo, che ha pure la libertà e la potenza di variare ciò ch'egli stesso fece. Sarebbe, torno a dire, nulla più che il dio Destino degli antichi, cioè non-Dio. Della natura materiale di questo mondo noi intendiamo poco, meno ancora intendiamo delle nature immateriali che sono nel mondo e fuori. Che se ci [pg!211] solleviamo all'infinito, il nostro intelletto si atterra; il cuore solo manda un'aspirazione come verso il suo fine; e quando vogliamo esprimere i nostri presentimenti della verità, ci mancano persino le parole, niuno le trova per enunciare ciò che pur gli sembra di vedere. Adunque, il difficile non è di credere che ci sono e ci debbono essere miracoli; ma di sapere che cosa è miracolo, cioè, che cosa è nell'andamento regolare della natura, che cosa eccezionale; cioè, che cosa secondo le leggi divine che noi conosciamo, e che cosa secondo le altre che non conosciamo; le leggi degli spiriti tra essi e Dio, tra essi l'un coll'altro, tra esso e la natura materiale. Quindi è che bisogna andar adagio prima di gridar miracolo; e la Chiesa cattolica, tanto accusata di credulità da' suoi nemici e sovente da' suoi proprj figli, ci dà l'esempio di siffatta cautela; e il fatto sta che i tre quarti dei miracoli che si mettono in ridicolo nelle relazioni di viaggi e siffatti libriciattoli, non che essere creduti e approvati, sono anzi condannati come superstizioni dalla Chiesa. Fra i miracoli poi, niuno credo sia così frequente, niuno è così difficile a constatar come miracolo, quanto le guarigioni degli infermi. A quel modo che dissi poc'anzi della grande efficacia buona o cattiva che può avere un menomo rimedio agli ultimi momenti, chi può dubitare che anche un menomo pensiero, una menoma inspirazione possa, anzi debba avere una forte influenza sul corpo allora così eminentemente sensitivo, epperciò sull'andamento e sull'esito finale della malattia? Ma dove sta il miracolo? C'è, o non c'è? È pensiero naturale, o inspirazione? Chi lo può sapere, chi lo può dire, chi può pur pensare che ci sia mai un modo di saperlo? In questa, come in tante altre cose, crediamo, crediamo pure, ma rinunciamo a sapere.

Fattavi la mia professione, non mi dimanderete, spero, se ci fosse o non ci fosse miracolo nella guarigione del giovane segretario dell'ebreo. Il fatto sta che svegliatosi da quel sonno o sopore, che tutti avevamo creduto esser l'ultimo, incominciò a respirar meglio, poi a parlare, e via via a nudrirsi, a sentirsi sollevato dal male, ad esserlo veramente, a guarire. Non dirovvi la gioia di tutti intorno a lui, [pg!212] e massime della fanciulla, che reprimeva quella gioia anche meno che non avesse fatto del dolore. Come avevo veduto l'infermo, continuai a vedere il convalescente. Volevo mantenerlo nelle buone risoluzioni prese al momento della morte: e già sapete che non si mantengono sempre. Povero giovane! Era naturale che gli dolesse sempre più lasciare quella casa e quella persona massimamente, da cui vedevasi ora così evidentemente e fortemente amato. Io lo lasciava intieramente ristabilire, prima di pressarlo allo scioglimento di tutta la difficoltà. Ma questa volta Samuele stesso ebbe più fretta.

Appena fu uscito due o tre giorni dalla camera, e un giorno solo all'aria aperta, Carlo fu chiamato al mattino nello studio dell'ebreo. E domandatogli appena delle sue nuove, e saputele buone, dissegli Samuele con volto serio e sereno: «Carlo, ora tu puoi uscire, e non hai più bisogno di me, di noi. Io nemmeno non ho più bisogno di te. I lavori che mi facevi, lo scopo di essi almeno è compiuto. È tempo che tu prefigga il prezzo di essi, di che mai più non parlammo. Poi.... poi, noi ci siamo troppo intimamente conosciuti (e in ciò Samuele guardavamo fisso fisso in volto), noi ci siamo troppo intimamente conosciuti, perchè non ci venga forse a tutti il desiderio di rivederci talvolta. Non è così anche in te? Dimmi il tuo pensiero, i tuoi disegni, che farai, dove sarai uscendo di qui...»