Ma il colpo, la sorpresa era troppo forte ancora per il giovane convalescente. Gli fu forza appoggiarsi a una sedia vicina, e poi cadervi e quasi venir meno. — Non vi dirò tutti questi particolari. Il risultato fu che Samuele, già cristiano nell'anima da non poco tempo, aperse a Carlo la sua intenzione di professarsi cristiano in breve pubblicamente; e, come già potete pensare, non ci essendo tra essi che questa difficoltà, gli diede la mano non isperata, non desiderata nemmeno della figlia. I dolori degli uomini sono difficili, ma le gioie non sono possibili a descriversi.

Nè vi dirò pettegolezzi, i cicalecci, i commenti che si fecero nella città. Poco mancò che da scomunicato Carlo diventasse un santo per certe persone che ora gli attribuivano [pg!213] tutto, e dicevano avesse fatto egli ogni cosa. Ma egli rispondeva a tutti che ogni cosa era stata fatta dall'amore, e l'amore stesso da Dio.

Il fatto sta, che anche prima che venisse Carlo in casa l'ebreo, questi aveva già molti dubbj sulla propria religione, e perciò studiava i proprj e i nostri libri, e volle avere Carlo. La conversione si può, anzi si dee dir dunque venuta da Dio più direttamente, senz'anche forse l'intermediario che diceva quell'innamorato.

[pg!214]

[LA MARCHESINA.]

«E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io al maestro, una di queste sere che tornando d'una camminata più lunga del solito, non so se fosse stanchezza della brigata, o quiete naturale a quell'ora e a quella luce crespuscolare, tutti stavamo da alcuni minuti in gran silenzio. «E il libro de' Cavalieri serventi?» diss'io per ridestar la conversazione. «Che libro?» rispose il maestro. «Quello che ci avete promesso, se non m'inganno, narrandoci la novella di Margherita.» «Che promessa? che novelle?» riprese egli. «Io v'ho detto per celia, che sarebbe a fare su ciò un bel libro; ma chi vorrà pensar davvero, che, bello o brutto, io sia per far un libro mai? E poi, massimamente questo.» «Il maestro ha ragione,» disse uno de' giovani. «Che se il far un buon libro dipende, prima d'ogni cosa, dallo sceglier un buon soggetto, e principalmente un soggetto nuovo, certo questo de' cavalieri serventi, degli amori illegittimi, è così pesto e ripesto in tutte le lingue, e in tutti i toni, che non credo ci sia verso non che di farne un libro ma nemmeno di dir nulla di nuovo oramai.» «Oh, in ciò parmi che v'inganniate;» dicemmo quasi a un tempo il maestro ed io; ma io vedendo che il maestro aveva a cuore la risposta, e sperando poi ch'ei la facesse, come succedeva sovente, con qualche novella, che buona o grama pur ci occupasse quel rimanente di serata, lo lasciai dire; ed egli difatto incominciò così; prima predicando e poi narrando, e di nuovo ripredicando.

[pg!215] Oh in ciò voi v'ingannate assai, se credete che questo soggetto de' cavalieri serventi sia stato trattato e consumato, e non vi sia più nulla a dire. Il Parini nella sua famosa ironia, e, se ben mi ricordo, Alfieri in una sua commedia ne hanno parlato in ridicolo. Ma questo è un solo aspetto della quistione, ed una sol'arma usata contro; ed arma poi che, spuntata contro tante cose sante e virtuose, più non ferisce nemmeno il vizio. Gli stranieri veramente ne' loro viaggi in Italia.... Ma chi legge i viaggi in Italia degli stranieri? Non noi certamente; e nemmeno quelli fra essi che hanno un po' di giudizio proprio; ma soli que' branchi di stranieri pecore chi ci vengono con in tasca lor giudizj belli e fatti; e scesi dall'Alpi col pensiero assoluto che l'Italia è decaduta tutta e in ogni cosa, le risalgono citando i segni di decadenza che hanno scoperto fin nelle opere d'Alfieri o di Canova. Ma sarebbe peccato guastar a costoro il compiacimento nella propria ignoranza. Benchè l'ignoranza a questo segno non si guasta. E del resto, le infinite calunnie accumulate su noi forse che sono una parte delle pene dovuteci pe' nostri vizj; appunto come le calunnie che cadono su una donna già perduta sono parte della infamia a cui è dannata giustamente. Ma che bella cosa sarebbe, e per me, s'io fossi giovane, mi vi vorrei dedicar tutto intiero, che bella cosa sarebbe a un Italiano far egli e poi scrivere un viaggio in Italia, in cui, dati biasimi e lodi con verità, si notassero non solo i nostri vizj pur troppo veri, ma anche le nostre sopravviventi virtù; dove le memorie de' tempi antichi fossero evocate non solamente a rimprovero, ma ancora a conforto o a speranza; dove gli esempj buoni presenti, che quantunque pochi pur ve ne debbono essere e vi sono, non fossero negletti, disprezzati, od anche menomati a volontà; dove in somma ci potessimo specchiare con vergogna pure talvolta, ma almeno senza disperazione!.... Ma che vi dicevo io? onde ho io preso le mosse?.... Dicevo de' cavalieri serventi, e volevo aggiugnere che voi, signor mio, che li mettete in un fascio con qualunque altra specie d'amori illegittimi, mi pare, con licenza parlando, che siate in un grande errore. Altro è il vizio isolato e volontario [pg!216] d'una donna o d'un uomo pervertiti per a tempo od a caso da' loro sensi, o lor passioni, altro quella disgrazia, somma di tutte per uomini e donne, di vivere in un luogo, in un tempo, in una società infracidita. La quale.... Ma, figliuoli miei, volete voi che vi narri un caso succeduto quasi in presenza mia da venti a trenta anni fa; quando ero, come credo avervi detto, precettore in una casa signorile, epperciò potetti allora conoscere i costumi del tempo e del mondo? Del resto è successo, che se ferì me, sì poco fatto a que' costumi, forse che parrebbe comunissimo e indegno di narrazione a chi v'abbia indurito il callo. Ma e spero che niuno di voi sia tale; ed anche ho udito dire che il mondo sia in ciò migliorato. Onde che voi giovani forse non ve l'immaginate come era allora. Ad ogni modo, ecco il caso.

In una città d'Italia, che al solito non vi nomerò, erano un padre, una madre, e una figliuola, nobili, ricchi, buoni, in ogni sorta di fortune, compresavi quella che Cecilia era la più bella e graziosa fanciulla di sedici anni che là fosse. Aggiugnete (ciò che si dee dire anche più merito de' genitori che fortuna) che la giovanetta era pure la meglio educata di tutte le compagne e coetanee sue. E dico, bene educata, tanto in buoni principii di religione e virtù d'ogni sorta, e principalmente quella ch'è di quel sesso e quell'età, una dolcissima modestia, come anco poi in tutte le grazie e qualità femminili; istruzione varia e moderata, da non farne pompa ella, ma da poter intendere ed apprezzar le conversazioni anche serie, e il valore anche sodo di qualunque uomo; e poi maestria di lavori donneschi, i quali quantunque così diversi ora da quelli delle patriarchesse e delle cavalieresse antiche, pur quando vediamo attendervi destramente una donna, ella ci sembra partecipare di quelle età e virtù prische, e in ultimo la grazia del ballo, e l'incanto d'una voce divina, e pur quell'eleganza del vestire e del muovere e del parlare, che quando è sola e scompagnata è la più sciocca qualità di cui si possa gloriare od uomo o donna, ma che quando accompagna l'altre, od anzi par venire naturalmente e conformarsi da esse, è compimento ed ornamento [pg!217] di tutte quelle di una giovane. — Già si sa — direte voi altri, — Cecilia era una perfezione, una eroina da romanzo; e così debb'essere, che anche i novellieri n'hanno il vizio, e il maestro l'ha più di tutti, o non ci sa descrivere una donna senza farne un angiolo. — Signor sì, — rispondo io, — così è, e così debb'essere per varie ragioni. Prima, perchè sia caso o grazia del cielo, o mia virtù ammiratrice, certo è che ho conosciuti e conosco non pochi di questi angioli in terra; ondechè la descrizione di essi non che falsa mi riesce naturalissima; e se la facessi bene non sarebbe altro che come una giustizia oscura e coperta sì, ma pure resa loro ad ogni mia possa. In secondo luogo poi, vi dirò che agli storici corre l'obbligo dir il brutto come il bello degli uomini; ma chi inventa o sceglie una narrazione grande, stolto è se non sappia riposar sè e gli uditori su tali fatti e persone che abbiano pure in sè un po' di bello. In terzo luogo.... Ma che serve tutto ciò? Io vorrei che aveste veduta Cecilia, come l'ho veduta io più volte alla sera nel salotto dov'eravamo varie persone ed amici di casa, uscir dalla camera di sua madre, vestita, ornata tutta dalle mani materne per portarla a qualche ballo, ed ella il viso ed ogni atto tra ritrosia verginale e gioia giovanile, or arrossire e ritrarsi e incantucciarsi, ora alzarsi come a partire ed anticipar gli innocenti piaceri; certo allora avreste detto come dicevamo tutti, che ella era per comparire la più bella agli occhi invidiosi dell'altre donne, e a quelli ammiratori di tutti gli uomini. Nè dirovvi del suo canto. Già sapete, che questa è la mia smania; e il più gran divertimento che io m'abbia mai goduto quaggiù gli è quello che ho avuto sovente in quella famiglia, e grazie alla benedetta giovane, di star le intere ore d'una sera su un buon seggiolone o all'angolo d'un sofà, non disturbato, non interrogato, non avvertito da persona, ad ascoltare qualche pezzo di buona musica eseguito da maestri, o dilettanti che vaglian maestri, senza le cerimonie, senza il freddo dell'accademie d'invito, e senza altro scopo che d'inebbriarsi di buona musica. Ed io allora m'inebbriavo con essi; massime quando usciva fuori più sovente dell'altre quella bella voce di [pg!218] soprano femminino, che allora sì che pareva proprio un angelo vero. E sì, che non ci era allora Rossini; ed era gran danno: perchè, dicano che vogliano coloro che non sanno intendere nè amare quanto è cresciuto da tant'anni in qua; dicano che vogliano, il maestro, benchè vecchio e ammirator di Paesiello, e Cimarosa, e Zingarelli, e poi di Guglielmi, di Paer, di Maier e massime di Mozart, è pur diventato ammirator grande di Rossini; ed anzi, se mai vive, diventerà di qualunque faccia a Rossini l'ingiuria ch'egli ha fatto agli altri, di farli passar di moda.[1] Benchè, per me, niuno buono non passa di moda mai. I buoni, uditi in mia gioventù, mi fan rivivere in quella. I buoni, sorti in mia vecchiezza, me la fanno dimenticare. Peccato, solamente, sia detto con vostra pace, signore mie, peccato non sia fra voi qui una Cecilia, da farci udir Rossini in vece di novelle. Ma torniamo a lei.

Ben potete pensare che non le mancò marito. I più belli, i più ricchi, i più buoni giovani del paese volevano esser quello. Ma, o per ciò, o perchè i genitori, di cui ella era tutto l'amore e la gloria, durasser fatica a spogliarsene, certo è che non avevano fretta nè eglino nè ella, costumata e amorosa a loro, e felicissima con essi e della vita che faceva adorata da tutti. Ma era giunta ai diciott'anni; che è tardi in que' paesi. Tuttavia, non che amore, ella non aveva nemmeno una preferenza. La quale poi non so perchè sia tanto proibita alle fanciulle, e parmi anzi che potrebbe prevenire le preferenze assai peggiori che hanno molte maritate. A ogni modo deliberarono, scelsero i genitori; acconsentì, approvò essa; e si conchiuse il matrimonio con un giovane ch'era il meglio, la perla di quella città. Ma hovvi a dir io ciò che era il meglio, la perla di quella città? Era un giovane erede unico e sostenitore d'uno di que' nomi storici portati già con più o meno gloria da' famosi cittadini delle nostre repubbliche, tiranni di città e condottieri di compagnie, che non vorrei aver da scusar tutte le loro azioni e la loro vita, ma si vuol confessare che empieron le loro [pg!219] vite di azioni virili, ed ebber animi, cuori, corpi e mani da uomini. All'incontro, il discendente aveva un corpo gracile e delicato, e di quell'apparenza che appunto si chiama signorile; certe mani ammorbidite sotto i guanti, che sarebbero state belle anche a una donna, e che al più sapevano destramente far di scherma, giuocar al trucco,[2] al volante, od anche condur bene al passeggio una carrettella o un cavallo ben maneggevole; un ingegno adorno d'un po' di latino, un po' di aritmetica, un po' più di poesia, un poco meno di storia, e poi un po' di musica e di lingua francese; ultimamente un cuor buono e ben addestrato a far quel poco di bene che si può senza sconcertarsi, ad esser utile altrui senza mai nuocere nè far correr pericolo a sè stesso, a trarsi da banda e scansare, se è possibile senza compromettersi, una viltà. E in sommo, era un uomo che apprezzato al valore degli uomini in generale, e classificato insieme con quelli di ogni età e d'ogni paese, sarebbesi certamente trovato nella classe dei mediocrissimi; ma in quel paese, in quella città, in quel tempo, in quella condizione, era senza dubbio.... la perla de' mariti che si potesse dare a Cecilia.

Maritati che furono, Cecilia amò il marito. E dicendo che l'amò, certo non vo' dire che fosse nè di quell'amore furente che s'apprende in pochi quasi dal cielo a ciò devoti, che nasce in circostanze straordinarie, che non arriva a suo colmo se non per le difficoltà, e che, al solito, perde e consuma chi vi si è abbandonato; nè nemmeno quell'altro amore tutto pace e stima e crescente di dì in dì tra due felici, e degni di appartenersi e possedersi l'un l'altro. Era solamente quell'amore comunissimo, anzi quasi inevitabile, impossibile a non trovarsi tra uno ed una, giovani e nuovi, accozzati l'uno all'altra: quell'amore che delle cento volte novantanove si trova tra gli sposi durante quella che gli stranieri chiaman luna di miele; amore che è l'oggetto degli epitalamj, delle raccolte in versi, e delle celie fatte in troppo chiara prosa, al dì delle nozze, da' parenti ed amici di casa. [pg!220] E questo pure, perchè tutti gli amori non cattivi sono buoni, questo pure è un amore buonissimo, messoci in cuore da Domeneddio per provvidenza sua, pel caso frequentissimo d'un uomo e d'una donna che si sposino, senza aver prima spasimato l'un per l'altro. Ma questo amore, buono pe' primi giorni e per quella luna di miele, non è più buono, non serve, passata questa, nè a lungo; se non gli sottentri quello della stima, della pace e della confidenza reciproca crescente. Ora, potevano eglino, il marchesino e la marchesina (così era chiamata la bella coppia, per antonomasia, da tutta la città), potevano eglino, dico, aver l'un per l'altro questo amore, e crescerlo? Forse avrebbe potuto averlo egli per lei. Perchè, notate questo, figliuoli miei, se non v'incresca delle mie riflessioni; in un paese dove non sia molto buona l'educazione, nè molto bene occupata la vita, il vantaggio è tutto delle donne. Le quali, come sono vezzose, e sanno porgersi e parlare con grazia, e adempiono ai doveri della famiglia, elle hanno ciò che debbe avere qualunque donna in qualunque paese del mondo: e sovente anche sono più piacevoli, che non quelle che infuriano ed arrabbiano non femminilmente tra le parti e le dispute di filosofia o di politica. Ma ad un uomo, ei ci vuol altro che quelle qualità esterne o private! E dico che ci vuol più, non solo per dirsi essenzialmente uomo di merito, ma anche per la apparenza della buona grazia virile agli occhi della donna che lo ha ad amare. Perchè l'amore della donna, così portando sua natura, è quasi come un compiacimento, un riposo della propria debolezza sulla forza e robustezza altrui; una necessità di trovar un protettore, un sorreggitore, un consigliero più forte, più attivo. E tant'è vero, che ho vedute donne dappiù che i mariti, non saperselo, non volerselo confessare, per non aver quasi a rinunciar l'amore che elle loro portavano; ed altre, che non potendo chiuder esse gli occhi alla propria superiorità, si sforzavano pure di nasconderla agli occhi della gente, per non perder quella grazia e dignità della debolezza femminile. È infelice il marito, a cui la condizione propria o de' tempi o de' luoghi non concedano mostrar mai alla donna qualche pruova vera delle [pg!221] sue virtù, e del suo animo virile. Ben può dir egli, quantunque amato egli sia, che non è amato quanto potrebbe essere. È infelice la donna che la dappocaggine del marito o la vanità propria fanno tenersi dappiù di lui nelle qualità che dovrebbero essere di lui. E guai, cento volte guai a colei, che tenendosi e vedendosi tenuta tale, lo confessi una volta a un altro uomo.