Non fu il caso allora della Marchesina. Trasportata dallo stanzino verginale alla camera, a ricchi quartieri nuziali, e dalla vita serena ma uniforme d'una fanciulla, all'allegria, al chiasso, al turbine, agli allettamenti d'una vita di mondo e alla moda, io credo, veramente, ch'ella non pensò nè alla mia distinzione dei tre diversi amori, nè poi a far quella comparazione del merito intrinseco suo o del marito. Tra l'abbigliarsi e gli innumerevoli affari che trae seco il provvedere a una elegante vestitura femminile; tra i divertimenti e le innumerevoli seccature che trae seco il divertirsi, tutto il giorno e mezza la notte di una giovane volano, senza dar agio a riflessioni di morale. E sovente, non che i giorni e le notti, passano così intieri gli anni, e le gioventù, e le vite. Così passarono due o tre anni della Marchesina, che aveva nome oramai della più bella ed elegante giovane di tutta Italia. E perchè l'eleganza s'accresce, e quasi poi prende più sapore per alquanto di singolarità; piaceva forse tanto più la Marchesina, perchè ella era, fra tanto splendore e bellezza, la sola quasi di sua città, per non dire di suo paese e di suo tempo, che fosse vissuta tanto tempo senza ciò che le nonne chiamavano ancora il Cavalier servente, e le giovani, pur conservando il verbo servire, chiamavano poi l'Amico. Di questa singolarità gli uni, e massime le une, cercavano la ragione appunto nella singolarità e nella voglia di distinguersi. «La signora Marchesina» dicevano elle «non si degna fare come le altre; non si fa servire nè al teatro nè al corso nè al ritrovo. Oh già, la signora Marchesina dee distinguersi in tutto. Ma si farà poi servire in casa, forse!» «Bene! dite bene! servire in casa,» ripetevan altre ridendo. «Quanto m'è antipatica costei!» aggiugnevano altre, facendo il grugno. Qualche giovanetto più generoso ne assumeva [pg!222] talvolta le parti; ma gli era dato sulla voce da tutte, e temendo tanto più guastarsi con esse, che poi non aveva speranza di rifarsene con Cecilia, era ridotto a tacersi. Dicevan altre: «Il marito è una bestia di gelosia; vedete! non la lascia mai.» «Oh per questo,» interrompeva taluno, «io vi so dire che il Marchese se ne dispenserebbe volontieri. Già si sa. Anzi, scusatemi, la vostra è calunnia. Il Marchese è uomo di mondo. Prima del matrimonio ben sapete chi serviva. Contessina eh! che dite voi? Credete voi da senno che il Marchese sia innamorato di sua moglie?» «Di costei?» ripigliava tal'altra, «di cotesta bacchettona? Eh giusto! Mai più! Non può essere. Ma il Marchesino, se ho a dir vero, gli è un uomo senza sale, senza forza; che fa quello che gli si fa fare. E come prima serviva l'altre, quando volevano darsene il fastidio, così ora, perchè così vuole la signora moglie, ei serve la signora moglie.» «Ah, ah, servir la signora moglie! Servir la moglie! bello, bello! Nuovo veramente! Servir la moglie!» E s'udivano poi, per finir il discorso, due o tre esclamazioni ripetute: «Quanto m'è antipatica!»
Ora, io che l'ho conosciuta, e a cui non era certo antipatica, vi dirò quale fosse la vera cagione di non aver essa cavaliere, nè amico. Non era gelosia del marito, che non aveva ragioni d'esser geloso, nè avrebbe avuta la forza d'opporsi all'uso quasi universale; non era nemmeno amore tale di lei verso di lui che l'avesse potuta trattenere dal seguir quell'uso, a cui era invitata da' tanti esempj ed allettamenti; e, non che bacchettona, ella non era poi nemmeno così occupata ne' pensieri e nelle buone pratiche di religione, da farsene schermo contro ai vizj del mondo. Era solamente una certa nobiltà ed altezza d'animo, in lei naturale e nativa, accresciuta dall'educazione, fors'anco da quel vedersi così ammirata e lodata da tutti. Perchè, io non so se m'inganni, ma ei m'è sempre paruto che nella gran bellezza e grazia d'una donna vi sia uno di que' compensi che alla potenza de' pericoli equilibrano la potenza della resistenza. Che se la bellezza o l'ingegno espongono le posseditrici a più tentazioni, elle danno forse più forza da resistervi. E [pg!223] una donna, certa d'essere adorata da chichessia, va più lenta ad accettare e ricompensare le adorazioni, che non forse una brutta e mal aggraziata che voglia provare se ella pure sarà adorata. Finalmente, Cecilia avea due bimbi, due veri angioli di Paradiso; un bel ragazzo di due in tre anni che ritraeva la madre dagli occhi neri; e una fanciulla d'un anno, bionda e bianca, e tutto il padre. E la Cecilia, contro il costume d'allora, che era di lasciar i bimbi, non solo di quell'età, ma anche più adulti, in mano alle balie e alle cameriere, la Cecilia era di continuo occupata in questi fanciulli; e, se usciva a comprar qualche bel vestito o qualunque eleganza per sè stessa, pur toglieva alcun che pe' figliuoletti; e, se andava a spasso, era il più sovente con essi; e in casa li aveva quasi sempre fra' piedi. Cose tutte che, non so donde, or vengon pure facendosi alla moda; ma che, poco usate allora, facevano più che mai ridire dall'altre: «Quanto è mai antipatica!»
Una sera di luglio, i due sposi invidiati facevano una festa ad uno di que' casini o ville in città che sono una magnificenza e un lusso tutto italiano; dove tra i fiori e le frutta e i profumi meridionali, e gl'incanti della natura, e quelli di tutte l'arti, tutti i sensi insieme si trovano esaltati ed eretti; e l'animo stesso e il pensiero che voglia esser più serio, si trova inebbriato sin dalle memorie degli amori famosi succeduti in quelli quasi tempii di voluttà. La compagnia s'era ragunata per tempo alle tre o quattro dopo il mezzodì, per pranzare insieme verso le cinque, e, come si diceva, alla francese. Perchè era allora appunto il tempo che i Francesi ci portavano quest'uso nuovo; e quella sera una numerosa brigata avea voluto far la pruova in casa al Marchese, che per cuoco e confetturiere ed ogni eleganza di tavola non avea rivale in città. Difatti, il pranzo era stato splendidissimo, ed anche più delicato che splendido. I convitati Francesi ci facean l'onore di dire che parea loro per un istante trovarsi in Parigi; e infatti come se vi fossero stati, diceano al Marchese che veramente ei non pareva straniero; quasichè, tranne il senso del gusto, tutti gli altri più fini, della vista, dell'udito, ed anche dell'odorare non [pg!224] fossero le mille volte più soddisfatti ne' nostri paesi che non là su. Al pranzo era succeduto un passeggio ne' giardini; poi il ballo: ed essendo notte scura, uno de' Francesi propose di far venir colà la musica del suo reggimento a far una serenata nel giardino; ed, approvato il pensiero, uscì con altri giovani per veder di trovare i suonatori a' loro quartieri. Tornati poi poco stante: «Sapete voi,» disse uno de' giovani, «chi è giunto or saranno tre ore in città?» «Chi mai?» disse il Marchese. «Indovinate; un amico vostro e nostro, e un amico grandissimo delle belle signore; un elegante di Parigi, uno de' bravi ufficiali dell'esercito francese, uno degli Italiani che ci fanno onore fuori d'Italia.... Arrigo.» «Arrigo!» dissero tutti. «Oh! è egli vero? Arrigo giunto? Quando, come, dov'è? perchè non si vede? chi va per esso, chi ce lo porta qui? Oh bello, bello, il buon Arrigo! andiamolo a cercare; qui siam tutti amici suoi, gli è un peccato perder la serata senza riveder Arrigo.» Tutto ciò fu detto da molti, e come in coro; mentre due o tre uscirono per effettuare la proposizione fatta d'andar per Arrigo. I rimasti disposero di riceverlo con una specie di trionfo amicale, e musicale; ed essendo giunta intanto la musica militare fecero provar marce ed arie, e pur v'arruolarono la Marchesina, benchè ella non conoscesse Arrigo non ripatriato da più anni. Poco andò, e portato quasi sulle braccia de' giovani, precipitato in quelle del Marchese e degli altri suoi amici, preso or di qua or di là per la mano con franchezza da' militari francesi, da molti di quali era pur conosciuto, incontrato dalle donne che chi gli dava a baciar la mano, chi gli apriva le braccia, giunse Arrigo tra 'l chiasso degli strumenti e quel trionfo mezzo in celia, ma festeggiato poi da senno e da tutti, salvo la Marchesina che rimaneva dietro alla calca; e di cui egli per qualche tempo non s'accorse, finchè due o tre de' giovani lo trassero dinanzi a lei dicendole: «Ecco Arrigo;» ed a lui: «Ecco la padrona di casa.» Di Cecilia v'ho già detto che bellezza fosse. Di Arrigo v'aspettate forse che pure vi faccia un ritratto da porre in simmetria con quello di lei. Ma dirò sola una cosa; che men bello di molti di que' giovani suoi paesani e coetanei, [pg!225] aveva o per natura o per acquisto un portamento e modi troppo diversi da essi, e quasi accostantisi agli stranieri suoi compagni di guerra; onde pur si distingueva dal profilo più accennato, dagli occhi più ampii, dalla fronte più prominente, e poi da più serietà di fisionomia e men continua vivacità nelle mosse. Nè servirebbe poi, se io vi volessi tener in dubbio di ciò che già voi indovinate oramai. Ella fece a lui un'impressione grandissima come doveva, essendo così vezzosa, avendone tanto nome, e di soprappiù quello di ritrosa e non istata mai vinta. Ed egli a lei fece pure impressione, come uomo del tutto diverso da quanti avea fin allora incontrati; più amorevole, più semplice, e poi più affacentesi ad ogni suo pensiero ed affetto che non erano gli stranieri; più vivace, più brioso, più stimabile, più uomo in somma che non i suoi compatriotti.
E qui m'è forza tornar indietro, e dirvi che non pochi di quegli stranieri, non poche volte, già avevano tentata la virtù di lei, ma sempre in vano. Che se la sua ragione e il suo buon gusto naturale le facevano, volesse o no, scorgere in costoro uomini pur troppo dappiù che non il suo marito e il più de' suoi paesani, quel medesimo buon gusto e la sua alterigia le mostravano come un soprappiù di viltà nello arrendersi a quegli insolenti usurpanti vincitori. Ma ora pur troppo riunivasi ogni cosa ad assaltar la sua virtù. Riunivasi ogni cosa, ed ella pur resisteva. Il primo combattere che incominciò pochi momenti dopo averlo veduto, le fece tremar la voce quando ebbe ella stessa, secondo il convenuto, a cantar per Arrigo. Si ritrasse quella notte più turbata che non fosse stata mai dopo niuna festa o ballo rumoroso; di mal umore contro sè, contro gli altri, e principalmente contro il marito.... il marito che le avea fatta fare quella sconvenienza di cantar quasi in lode d'uno sconosciuto e nuovo.... Che cattiva figura avea dovuta fare con questo sconosciuto! che idea potea prender questi di lei! quale smacco per la sua alterigia!.... e tornava alla sciocchezza fattagli far dal marito.... ed indi alla sciocchezza, alla dappocaggine del marito stesso.... e allora riandava tutte le qualità di lui; lo comparava a sè stessa, e per la prima volta lo trovava [pg!226] dammeno di lei; lo comparava ad Arrigo, e lo trovava anche più dammeno d'Arrigo. Arrigo, il marito, ella stessa, le tornavano a mente e nella fantasia, in mille strane, diverse, fantastiche combinazioni, durante l'affannata notte che passò.
Il mattino appresso si svegliò con un sentimento indefinibile di nullità, di mancanza, di mediocrità in tutto ciò che vedeva o udiva. Il giorno che al solito le era così riempito, or le pareva vuoto, o inutile a riempire di quelle nullità. Essendole portati i figliuoli, prese quasi involontariamente e guardava in volto il fanciullo, ed esaminava se pur anch'egli avessevi scolpita quella nullità, quella fiacchezza.... ch'ella non avrebbe ardito per anco pronunciare, ma lo pensava pure.... paterna. «Deh così potess'egli mai assomigliarsi a quella figura quanto più virile, quanto più nobile, più forte!...» e le passava come un barlume d'un pensiero nella mente, che scuotendo il capo si sforzava di cacciare. Mirava alla figliuola, e vedendola così dolcemente bella, pensava poi più chiaro: «a te stanno bene le fattezze paterne;» e l'accostava a sè, ma l'abbracciava di mal cuore. Alzatasi, attendeva mal volontieri all'usate occupazioni. Parevanle tutte dappoco. Infatti, quando il marito non prosegue, non conosce egli stesso, se non occupazioni donnesche, non ne rimane alcune affatto per la donna. Nei giorni che seguirono, o per appigliarsi ad una occupazione più forte, o per distrarsi, volle leggere; e cercò libri d'ogni donde. Ma fossero storie o romanzi o chechessia, i libri facendola riflettere, la portavano sempre più a conoscere la dappochezza del marito; ed all'incontro, quanti v'eran lodati, esaltati, tutti più o meno s'assomigliavano ad Arrigo. «Dunque,» diceva ella lasciando cadere il libro sulle ginocchia, «dunque io non conosco il vero amore; dunque è tutt'altro amare questi uomini virili, questi uomini attivi e forti, questi Dei superiori nostri, invece di quegli altri, mezzo omicciatoli, impigriti, avviliti, impauriti, troppo dammeno di noi stesse. Ma è egli vero ch'io non conosca quest'amore? E la mia ammirazione non è ella foriera, nunzia di tal.... disgrazia,» diceva ella, e diceva bene; ma in fondo al cuore ella sentiva [pg!227] e voleva dire felicità. Riscuotevasi ella allora ed usciva. Ma, se andava al corso ella incontrava Arrigo in divisa su un furioso cavallo, che è bello d'un uomo come un vezzoso ballare d'una donna; ovvero lo vedeva alla parata, agli esercizj militari, che è forse anche più bello; e lo scorgeva rispettato, obbedito da quelli stessi stranieri così disprezzanti per gli altri Italiani. Se andava alle conversazioni, lo udiva lodare; e narrare come, trasportato da sua precoce e guerriera natura, otto o dieci anni innanzi era fuggito di casa per irsi ad arruolar da semplice soldato; come poi aveva affaticato e combattuto più anni; come acquistati varj gradi sul campo di battaglia; e come in somma si era distinto per prode in quell'esercito dei prodi, e fatto conoscere dal loro stesso capo Napoleone primo Consolo; il quale presentandolo egli stesso d'un'arma d'onore, e saputo chi era, aveva aggiunto che, se fossero pochi Italiani pari suoi, non tarderebbe a risorgere la gloria di lor patria. Cecilia, nobile, spiritosa, altiera Italiana, aveva fin sue proprie virtù cospirate contro essa, per farla vivere come inebbriata e fuor di sè tra una nuova e a lei non più conosciuta atmosfera d'amore.
E allora quando il mondo intiero e le stesse virtù paiono cospirate contro una donna, allora è che le sarebbono d'uopo sentimenti veri e profondi di religione. Cecilia non ne era senza; ma, avvolta nel turbine del mondo, li avea trascurati. Ed io che l'avevo conosciuta bambina, e l'amavo non solamente per cagione di suoi genitori, ma pur di lei stessa e di sua buona semplice natura, io me n'accorsi allora; non so se appunto pel grande amore che le portavo, o per una ispirazione del cielo che mi fece veder ciò che non veggo al solito; essendo io di quelli che vivono gli anni in mezzo a queste cose senza accorgermene guari mai. Ma ora vedevo la mia povera Cecilia perdere ogni dì la sua dolce spensieratezza e semplicità, e quell'abbandonarsi alle gioie innocenti, e massime alle materne, che sono in una donna quando non s'affettino, come una guarentigia ch'ella non conosce e non pensa agli illeciti piaceri. Ad ogni volta che la vedevo, era più mutata, più accigliata, più pensierosa. [pg!228] E un mattino, sendomici trovato mentre entrava Arrigo, e avendo a caso gli occhi su lei, la vidi non che arrossire, e balbettare, ma accasciarsi, avvilirsi, e cader tutta da quella sua altezza consueta, ad una espressione quasi di vinta o di vittima già devota. Allora mi diedi, quanto potevo, a venirle più sovente in casa; anche a seguirla dove coll'abito mio potevo decentemente; e quante volte mi trovavo solo con lei, a ravviare la sua mente ai pensieri ed agli affetti di religione che credevo opportuni. Una volta tornavamo appunto in carrettella da una finta guerra militare, dove Arrigo aveva comandato alcuni squadroni di cavalleria. Il marito (non so se a caso, o per indifferenza, o che anzi cominciando ad accorgersi della preoccupazione della moglie, ei volesse comparire anch'egli alla meglio dinanzi a lei), il marito lasciandola con me, era ito pur a cavallo. Ma che differenza, anche a' miei occhi, che non me n'intendo! con quel suo cavallo leggero leggero, dalle gambe sottili, dal collo lungo, ed egli in mezzo quasi in bilico colle gambe larghe e colle mani affaticate intorno alle briglie ogni volta che il cavallo moveva il capo o l'orecchio; mentre quell'altro giovane dal volto maschio, dagli occhi arditi, dalla mano pronta, con un cavallo quasi una fiera fra le gambe, lanciantesi di carriera or a un lato or all'altro della sua truppa, or traendosela tutta dietro contro l'altra che figurava il nemico, con tanta furia, che pareva ci fosse pericolo, epperciò gloria nel giuoco stesso. Che sarebbe stato davvero! Povera Cecilia! non ne sapeva tor gli occhi; e con essi seguiva Arrigo tra quel labirinto d'evoluzioni e mosse, e quella nube o que' lampi di polvere e di fuochi. Le palpitava il cuore evidentemente; ansava, anelava, arrossiva, impallidiva; chè più volte io mi lodai che non vi fosse il marito, nè niun altro meno amico di lei che non ero io. Ad una posa di alcuni istanti partendo egli a sciolta briglia, ed attraversando il campo di battaglia, e poi facendosi via tra la calca de' cocchi e di cavalli, giunse fermandosi a un tratto allo sportello del nostro legno. Tutti gli occhi eran rivolti verso di noi; tutti gli occhi, e non pochi sorrisi; ma Cecilia non vedeva quelli, nè altro, nè nulla fuori di lui; incontravansi gli occhi.... e [pg!229] certo gli animi e i cuori in quell'istante; ed ella tracannava a gran sorsi il veleno. Tornando in città, non era già più nè trista, nè pensierosa come ultimamente. Parvemi segno cattivissimo. Tentai ritrarla a' pensieri serj. Ma già non era possibile. Tanto sarebbe stato dar un problema di algebra a un ubbriaco; o dettar filosofia a una baccante.
Io mi ritrassi disperato, e fui la domane a casa di lei. Era tornata la tristezza; parvemi dovermene valere. Ma entrati in discorso, ella non nomò una volta mai, non che Arrigo, ma nemmeno la rivista, la sera di prima, nè nulla che mi potesse istradare. Pure scoppiò sua ira repressa rispondendo alla mia semplice domanda, se anderebbe quel giorno al corso? «Sì,» diss'ella, «al corso; che tranne jer sera, sempre si va al corso. Jer l'altro vi si è andato; il giorno prima, duo, tre giorni prima, e sempre, vi si è andato: e sempre vi si anderà. Bella vita davvero!» «Bella vita sicuro,» diss'io. «E che vorreste voi, Marchesina mia? E che? vi viene ella a noia la vita tranquilla, la vita uniforme? La vita uniforme, ah Marchesina mia, è pur la più felice che vi sia: quella in cui l'uomo avendo meno a badare alle cose materiali, grossolane, estrinseche di questo mondo, ha più tempo da pensare, raccolto in sè, a sè stesso, al suo bene, al suo migliorare, e poi anche può abbandonarsi a' suoi affetti di quaggiù e di là su; può meglio amare i suoi cari, e il suo creatore. La vita uniforme è una felicità perfin all'operaio, che guadagnandosi il pane colla fatica di tutto il giorno, se la fatica non è soverchia ed ei vi ha l'uso, pur può ir pensando ed amando secondo la potenza del suo animo e del suo cuore. Ma quanto più alti per natura od educazione sono l'animo o il cuor di ciascuno, tanto maggiori sono per lui i piaceri della vita tranquilla, uniforme.» «Piaceri e vita da prete, da vecchio, da letterato, o filosofo che vi vogliate dire, Maestro. Ma voi non vi volete mai figurare che vi sieno persone più giovani, e in altra condizione che voi. Ricordatevi, vi prego, de' miei venti anni, di mia condizione.... od anzi ch'io non sono altro che una donna la quale.... E del resto qui non si parla di me.... Dicevo così per dire, in generale.... E forse per le donne [pg!230] dite bene; la vita uniforme è la sola che possiamo menare. Sia pure. Ma gli uomini? I giovani? Direte voi, che quella vostra vita uniforme, che questa vita del corso, del caffè, del teatro, del casino, e poi di nuovo del casino, del caffè, del corso, del teatro, cioè di nulla dopo nulla e sempre nulla, direte voi che sia una bella vita; una vita da uomini, da giovani? La vita uniforme! Io non so davvero che v'abbiate voi questa mattina; anzi da alcuni giorni, che parete voler contraddire a ogni cosa; ed anche a voi. Perchè v'ho pur udito io le cento volte predicar a modo vostro contro questa vita scioperata, oziosa de' nostri uomini, de' nostri giovani, de' nostri signori. Ed ora, ora l'avete colla vostra vita uniforme. Oh bella, bella cosa davvero!» «Figliuola mia, voi non m'avete inteso, od anzi sono io che mi sarò spiegato male; che forse c'intenderemmo ragionando. Io pure fo questa distinzione vostra delle donne, o degli uomini per età o per condizione dati alla contemplazione, ed a cui sta bene la vita uniforme e tranquilla; e di quelli poi che essendo giovani.... starebbe loro meglio, lo confesso, una vita un po' più attiva. Ma, figliuola mia, credevo che parlaste di voi, e l'avete pur detto voi stessa: alle donne sta bene la vita tranquilla.... Ed anche gli uomini poi, non è sempre colpa loro se son ridotti a questa vita. Non tutti possono o debbono fare ciò che uno fa. Mal sia pure di coloro.... cioè voglio dire, Dio perdoni a coloro che allevano o riducono un uomo a questa nullità. Benchè, figliuola mia, appunto perchè siamo tra una donna e un prete, questi son discorsi inutili tra noi. Il discorso che a noi sta sempre bene è quello della rassegnazione, quello della contentezza, anzi del ringraziamento di ciò che abbiamo, senza mai guardare oltre o sopra. Chi è che guardando oltre o sopra ciò che ha, non trovi l'infinito che gli manca? E di nuovo, non dico che non vi sieno uomini, condizioni intiere di uomini che debbono guardar oltre; e pensare non solo a sè ma ad altrui; uomini che hanno doveri complicatissimi, ed a cui la rassegnazione è anzi la minima delle virtù, o non è virtù. Ma noi, noi ringraziamo Iddio, figliuola, d'essere in tal condizione che non potendo mutar gli altri, la rassegnazione [pg!231] è la sola virtù che possiamo avere. Buonissima, dolcissima condizione e virtù. Non tocca a tutti. Ma a chi tocca, a cui sta bene, a chi è conceduta, gran peccato sarebbe verso Iddio buono, gran danno a sè stessi, ad altrui, non approfittarsene.» La giovane parevami tocca, e pensierosa: e, tacendo ella, io pur continuai: «Del resto, ei mi pare che una donna compiuta.... E sapete voi ciò ch'io chiamo una donna compiuta.... Una donna come voi, Cecilia mia, che abbia la fortuna grandissima, la fortuna non data a tutte, ed onde perciò avete a ringraziare Iddio ad ogni dì, ad ogni ora, la fortuna d'essere a un tempo figliuola, moglie e madre. E dico che una donna la quale abbia tal fortuna, ella può vivere e pensare ed amare non solo il presente, ma il futuro anche lontano, il tempo de' suoi figliuoli. Ecco il vostro Carlo, che non avendo or tre anni, la sua vita incomincierà solamente fra diciotto o venti altri. E, non so s'io m'inganni, ma tra diciotto o venti anni... rado è che questi Francesi faccian le ossa vecchie in Italia.» «Questi Francesi» interruppe ella, «io n'ho quasi bevuto l'odio col latte; mi si è fatto paura di essi come della Befana; ed ho creduto fermo allora ch'ei si mangiassero i bimbi, ed avessero il piè del gallo come il Demonio. Ma diciamo il vero, o Maestro. Questi Francesi sono pur quelli, che vanno qua e là risvegliando l'uno o l'altro de' nostri. E se i loro partigiani sono in generale, come dicesi, traditori, scellerati.... pur ve n'ha alcuni che spinti dal proprio ardore.... dall'impazienza dell'ozio.... dall'amor della guerra.... od anche da uno ben o mal inteso, ma pur vero amor della patria.... Per esempio....» E qui ella si fermò; ed io non la volendo lasciar arrossire, o mostrar d'avvedermene, «No,» dissi «non cominciamo una disputa di politica. Ma senza penetrare il futuro, dico che ad una madre tenera come voi è una consolazione poter isperare pel figliuolo ciò che manca a' suoi padri; poter educarlo, aiutarlo, istradarlo a ciò....» «Sì,» disse ella, «sì voglio che Carluccio mio sia militare; voglio fin d'ora a guisa di trastulli mettergli in mano gli schioppi; fargli insegnar l'esercizio. A' sett'anni lo farò cavalcare: e voglio poi che impari quanto può ornar l'ingegno [pg!232] d'un uomo. Od anzi impari pure che vuole; ma tolga l'abito dell'imparare, dell'occuparsi, dell'attendere ad alcun che, del desiderare, del promuovere, del fare alcun che....» «Avete ragione, Cecilia,» diss'io, «questo è l'importante. Che gli uomini s'avvezzino, e poi attendano a qualche occupazione. La quale non essendo cattiva, sempre è buona; e se sono infiniti gradi di bontà, si può salir poi dall'uno all'altro. Ma e' si vuol cominciar a salire. Ed ora vedete che gran carriera abbiate voi stessa davanti a voi pel vostro figliuolo; ed anche per la vostra figliuola, che se l'educate simile a voi, potrà poi ella ancora educar figliuoli come fate voi, ed anche meglio, se i tempi son migliori. Perchè questo è pure un bel destino di voi altre donne, se bene l'intendiate, poter migliorare, rinforzar non meno gli animi che i corpi, o il sangue delle generazioni. Destino nobilissimo, che innalzandovi ed eguagliandovi....»
Qui entrò il Marchese. «Gran nuova, gran nuova, Marchesa mia; gran nuova sta mattina in tutta la città.» «Che è?» diss'io, «forse si riaccende la guerra?» «La guerra,» sclamò la Marchesa, «di nuovo la guerra? Come? Quando?....» «E che guerra? Che guerra?» ripigliò il Marchese, «che v'importa la guerra, a voi o a me?... Per questo carnevale la Imperatrice Sessi, David, e Crescentini. Crescentini, udite voi? Che vi pare? Che opera, che opera stupenda! Che impresarj! Bravi impresarj! Già si sa, io l'ho sempre detto, bravi Francesi; e le idee nuove, le idee nuove sopra ogni cosa. Ah questi Francesi, queste rivoluzioni non fanno poi sempre male. Guardate un po' se queste direzioni di Cavalieri, queste anticaglie sarebbero mai state buone a darci Crescentini, David, e l'Imperatrice Sessi? Oh massime Crescentini! Beato Crescentini! Voi non l'avete mai udito, Marchesa? Oh quando udiate Crescentini! Bravi impresarii! oh benedetti Francesi! Bravi, bravi! Manca ora un buon maestro per iscrivere l'opera. Non è il più importante; ma anche questo fa. Ma chi vuol Guglielmi, chi Paer, chi Maier; così va. Questi partiti guastan tutto. E poi i pregiudizj di quelli che non vogliono Mozart, perchè è straniero. Ma è scioccheria; io dico che Mozart è stupendo. [pg!233] Che dite voi? Non vi pare ch'io segua bene i vostri principii, Maestro? Chè il bello è sempre bello; e il buono, sempre buono; e i virtuosi son sempre virtuosi dovunque sieno, e di qualunque paese vengano. Oh! io esco; perchè già, sapete, quando ci è qualche cosa a fare, io non posso reggere nè capir entro la pelle, e mi vuol attività per vivere. E se mi ci metto io, se ne prendo l'impegno, quando bisognasse andar dal generale francese, quando bisognasse scrivere a Parigi.... lasciate fare a me; o avremo un maestro di prima riga, o vi fo dar quel Don Giovanni che v'è arrivato l'altro giorno da Vienna, e che vi piace tanto, Marchesa.... Eh? che dite voi di questo pensiero?» Ma nè la Marchesa nè io avremmo potuto pronunziar ciò che pensavamo. L'attivo uomo se ne andò, ma egli avea guastato quant'io avevo fatto a suo pro. E, uscito appena, la Marchesa or ardente come brace, ora pallida quanto il suo abito bianco, e portando le mani agli occhi a nascondere qualche lagrima d'ira o vergogna, mi pregò di lasciarla; e, suonando alla cameriera, mi vi sforzò.
Tuttavia, a malgrado della sciocchezza, della dappocaggine del marito, e della comparazione col seduttore, forse, non dirò pe' miei conforti, ma per quelli che per mia bocca e per altri modi le mandava Iddio pietoso; e poi per li buoni consigli che le avrebbero dati i genitori, se ella li avesse chiesti, e per la consolazione de' suoi figliuoli; e in somma per tutti quegli aiuti che mai non mancano a chi li sa desiderare; forse, anzi certamente, sarebbesi salva la mia povera Cecilia. Ma qui è, o signori, dove non mi è possibile rattener l'ira, ricordandomi le sguaiatissime usanze, gli scellerati costumi, le nauseanti compiacenze ed arrendevolezze di tutti, in tutti i luoghi, ad ogni momento. Perchè, appena Arrigo aveva incominciato a girarle attorno, a seguir suo cocchio, a mostrarsele in palco, e poi in casa, che parve come una congiura generale di uomini e donne a pro de' suoi disegni, e contro la mia povera, la mia allora innocente Cecilia. Parevano, le giovani, rallegrarsi di non aver più un rimproccio vivente in mezzo ad esse, le vecchie, aver una scusa di loro passate laidezze. Veniva l'una, e, con destrezza [pg!234] infernale, tesseva le lodi d'Arrigo; l'altra le narrava ogni fatto, ogni passo, ogni parola di lui; e le facevano ad ogni ora del dì udire quel nome che la traeva di senno. Veniva un'altra ancora, e le lasciava intendere che Arrigo avea guardata o lodata la tale; e che dicevasi ne fosse innamorata; e le metteva la gelosia in cuore per farle proromper l'amore. «Ma non è vero, non crediate ciò,» aggiugneva poi una di quelle vecchie scellerate serbatrici delle tradizioni viziose, che non potendo più esercitare, aiutano il vizio, vere stipendiate del Demonio ad arruolare per lui. «Non è vero, non lo crediate mai. Arrigo è innamorato di voi. Innamorato morto, povero giovane! Il più bello, il più elegante giovane d'Italia! Sapete voi che la principessa tale quasi è morta di dolore d'esserne lasciata? Egli la lasciò per una cittadina di mezzo ceto; perchè, vedete, non è di quelli che cercano i titoli, o servono per vanità; egli ama la bellezza e lo spirito; epperciò dire che muore per voi. Oh se l'aveste udito, come parla di voi! Dice che non ce n'è un'altra in tutta Italia; che il meno è la vostra bellezza. E nemmeno non è la vostra voce che l'innamori; benchè dice che è divina, e non ha mai udita l'eguale: ma è il vostro spirito, il vostro cuore ch'egli ama; perchè, dice, non ce n'è nessuna come voi che gusti, che apprezzi le belle azioni, i bei fatti, a cui sia un piacere narrarli, e vedervi piangere od esaltarvi per essi. Se si fosse al tempo de' Cavalieri, ei vorrebb'essere il vostro, e portar vostri colori, vostra divisa e vostro nome sulle mura di tutte le capitali d'Europa; ma ei non ne dispera, dice, anche in questi tempi; e lo farà quando ci avesse a morire, che sarebbe bello per voi.... Eppure.... vedete il buon giovane!... voi gli fate una paura, che, daccanto a voi, non è più umile il vostro cagnolino.... Ed io glie l'ho pur detto l'altro giorno, che è un gran buon uomo. Non si tratta di morire; meglio è vivere e farla vivere, dicevo io. E in somma, anche voi siete di carne e d'ossa, e avete occhi, e un cuore quanto più bello, tanto più fatto per l'amore. L'amore, l'amore, figliuola mia, non si può vincere. Non si resiste alla simpatia, non si combatte una gran passione....» E simili scempiaggini e [pg!235] scelleratezze di parole, seguite poi da fatti peggiori; ora invitarli insieme a pranzi e cene, e in villa; e farli seder l'uno allato all'altro a tavola; e metterli ne' medesimi legni nell'andare e venire; accoppiarli, ordinando i balli; lasciar il luogo daccanto a lei nel palco, quando entrava egli, ed uscir tutti prima del fine, perchè le facesse il bracciero; e tutte quelle altre usanze e convenienze o sconvenienze de' teatri, che sono più di tutto la perdizione d'uomini e donne. Perchè, voi lo sapete bene, figliuoli miei, che io non sono in nulla teologo o moralista severo, e, quando una cosa non è dannata, io dico che è lecita, e tengo lecito il teatro, ed anche buono relativamente al peggio, che ci è sempre in ogni città grande. E direi forse buono anche in modo assoluto, se fosse da noi, come presso ad altre genti, maestro di alti sensi, o correttor de' costumi, in buone tragedie o commedie. Ma dico il vero, a malgrado del mio amor per la musica, quelle eterne opere, sovente così cattive, non sono quelle che traggono, o almeno al mio tempo traevano le donne in que' teatri allora oscuri, e in que' palchi troppo sovente vere culle di pettegolezzi, d'ozio, di nullità e di turpi amori. Ma lasciamo ciò. Quando tutti que' corruttori l'ebbero spuntata con lei, ed egli fu proclamato cavaliere servente e l'amico suo, invece di scapitarne ella nella riputazione, invece di udir rimproveri, o di veder visi severi, o il ritrarsi della gente, parve, all'incontro, come un giubilo, una congratulazione generale, e i volti le sorridevano, e le braccia e i cuori le s'aprivano; che non credo sia peggio il tripudio dell'inferno, quando ha tolta un'anima al paradiso.
Forse a voi parrà strano; che credo bene che ora non sia così nemmeno nelle città più corrotte d'Italia. Ma là, e in quel tempo, era la corruzione tale e così sfacciata, che ho veduto io più volte tutta la nobiltà andar quasi in gala e alla fila far le visite di condoglienza a una donna a cui partiva l'amico; e di congratulazioni a tal'altra a cui tornava. E il colmo poi e l'estremo danno di tal corruzione, è quando ella toglie ai mariti l'aiuto della pubblica opinione, e il cuore di opporsi virilmente. Il Marchese si risentì con un po' di mal umore; ma resistendo ella, ammaestrata [pg!236] oramai dal seduttore, quegli, per non far iscene, chiuse gli occhi, o tollerò. Io avrei voluto perderci la vita, se avessi potuto giovarci. Ma che farci io? Provai due o tre altre volte ad entrar in discorso; ma non mi venne fatto, scansandolo ella. Diradai mie visite; nè ella mel rimprocciava. Ma non le dismessi del tutto; parendomi non doversi mai abbandonar una persona caduta, per la speranza che rimane d'aiutarla a risorgere, o per quella di trattenerla dal cader più giù.