Io non so veramente se gli scellerati finiti e consumati si godano mai ne' loro delitti una vera felicità; questo sì è certo, che quanto meno è uno cattivo, tanto meno di felicità ei può trovare ne' vizii. La Cecilia era inebbriata, e come impazzita; e non solo la sua fisonomia, ma i lineamenti e quasi l'ossatura istessa del suo volto e di tutta la sua persona n'erano mutati. Ma erano fisonomia e lineamenti, ed ebbrezza, e pazzia, tutto triste. Arrigo poi partecipava alla ebbrezza e alla tristezza. Non certamente ch'ei fosse tenero ai rimorsi, com'ella, e nuovo nella carriera di tali amori; ma in questa, rado è che s'incontrino cuori scelti ed alti, come quello della povera Cecilia; ed incontrati da un cuore anche alto e generoso, impossibile era che non l'usurpassero tutto intiero, e nol traessero in tutta la sua miseria. E so che vi sono tali, romanzieri ed uomini di mondo, che dicono: che quanto è più forte un amore, e tra più scelti ed alti cuori, tanto più è scusabile, e tanto meno danno fa. Ma a me pare anzi tutto all'opposto. Chè, quanto a scusa, maggior peccato è deturpare un cuor alto, che un dozzinale; e, quanto a danno, troppo differenza è tra l'impressione leggiera non durevole di quegli amoracci d'ogni dì, e la mutazione, la rovina fatta da quelle che si dicono gran passioni tra due cuori forti. E se mi si mostrino di questi cuori pur rimasi forti ed alti a malgrado siffatte gran passioni, dico che è eccezione rara in ogni dove, rarissima poi, se non impossibile, in que' paesi, dove non vi ponendo ritegno i costumi lasciano i miseri colpevoli abbandonarsi, peggiorare, impigrire, annullarsi nella vita che segue di necessità.

Credo bene che chiunque mi vide allora in quella casa, e [pg!237] in que' frangenti, non mi accusò certo di parzialità per Arrigo; ed anzi duravo fatica a serbare per lui i sentimenti da cristiano, e a non odiare il seduttore della innocente. Tuttavia m'era forza vedere in lui non volgari qualità. Era di que' pochi Italiani a cui pareva che il servire coi conquistatori, l'imparar da essi le loro arti di guerra, l'addestrarvi le mani e i petti fosse il solo mezzo di alzarsi dal fango in che erano caduti; e facendosi rispettare da questi e da qualunque altri stranieri, diventar poi forti per sè, e capaci un giorno di decider le proprie sorti, anche a spese degli imprudenti maestri. Nè vo' esaminare se non entrasse forse un po' di tradimento celato in fondo a questo pensiero. Dico che tale era non che in lui, ma in moltissimi di quelli che si trovavano nello stesso caso. E, fosse questa nobil ambizione di servir poi un dì più direttamente la patria sua, o natural prodezza, e forza d'esempio, certo è che lo scolaro avea sì ben usate le lezioni da emulare i maestri; e in pochissimi anni era giunto già ai gradi superiori della milizia; e ciò che forse era anche più, era noto a molti de' primi generali, e, come dicemmo, allo stesso capo e principe di tutti, Napoleone. Era il tempo delle guerre corte e grosse, e quando contro la probabilità degli avanzamenti rapidissimi non v'era che un solo caso calcolabile, la morte. Ma questo a' venti anni non si mette guari in conto; e così Arrigo, non che speranze, aveva quasi certezza di arrivare in pochissimi anni, forse nella prima guerra, al grado desiderato di generale; quel grado, io mi ricordo d'avergli udito dire, dove comincia la possibilità di mostrar i proprii talenti militari, e dal quale per conseguenza si può salir senza intermediario all'altro grado dell'immortalità. Del resto, Arrigo di famiglia nobilissima, anzi illustre, aveva questo aiuto di più presso a quel governo che si diceva per anco repubblicano e democratico; ma dove la chiarezza de' natali era forse più vantaggiosa, che non in alcune monarchie. Napoleone, che apparecchiava tanta storia futura, amava pur la storia passata; ed era il tempo che già signore di fatto n'ambiva il nome, e nell'ozio d'una pace temporaria assumeva a poco a poco lo splendore d'un Re. Alcuni amici e compagni potenti [pg!238] d'Arrigo gli proponevano di farlo entrar nella corte militare del primo Consolo; oggetto allora di tutte le ambizioni, e via la più breve alla gloria ed alla potenza. Ma Arrigo, venuto in licenza per poche settimane, s'era fermo già non pochi mesi; e perduto poi nella sua gran passione, non che lecito, credette bello sagrificarvi sue speranze ambiziose; e non corrispose a quelle offerte. Intanto succedettero cose più gravi che mai.

La Marchesa diventò gravida. Il marito, paziente fin allora, turpemente paziente, pur infine si destò. Ma io non entrerò in particolari di queste turpitudini. Il marito non avea fatto scene fin allora per la sciocca paura d'esser tenuto geloso; fecene allora per la paura contraria d'aver nome di arrendevole. E tuttavia quell'uomo così disprezzabile, così disprezzato, riprendeva appresso alla colpevol Cecilia tutta la dignità di uno offeso; ed ella, precipitata dalla sua superiorità usurpata, già non ardiva nè alzar gli occhi su lui, nè trovarsi sola con esso, nè parlargli da paro a paro. Parvele insofferibile quell'umiliazione. Disegnò torsene ad ogni modo, e reclamò perciò l'aiuto di colui a cui aveva sagrificato ogni cosa; colui che avendo usurpato l'amore e i diritti maritali, era naturale che ne adempisse i doveri proteggendola. Ma gli è più facile sempre usurpar diritti che doveri. Arrigo impazzito d'amore avrebbe data mille volte la vita per trarla da quel colmo di disgrazia dov'ella era precipitata per lui. Ma qui il sangue, la vita, nè niuna qualità d'ingegno nè di cuore non servivano; ed all'incontro quanto avesse fatto avrebbe aggravato il male. Desiderava che il Marchese, provocandolo in qualunque modo, gli desse occasione di vendicarsi. Ma vendicarsi di che? Egli era l'offensore, egli il provocatore; egli contro cui si rivolgerebbe con esecrazioni tutto il mondo: quel mondo stesso de' viziosi che s'adopra tutto in aiuto de' suoi pari, finchè ogni cosa va loro bene; ma che li abbandona, li tradisce, li aiuta a precipitare, quando sono infelici. Ed è naturale, e come un disperdersi de' ladri dopo fatto un mal colpo. Il peggio era che ogni passo precipiterebbe più la sua amata. Che gli scandali soli precipitano le donne, è il gran principio de' viziosi. [pg!239] Quindi la necessità ai più generosi, ai più ben nati, ai più franchi fra essi, di diventar falsi, bugiardi, traditori, avviliti, avvilitori. Che differenza, a chi avesse potuto vedere e descrivere gli animi di Cecilia e d'Arrigo pochi mesi prima ed allora! Finalmente deliberarono torsi da tutto ciò, e fuggire. Lo scandalo sarebbe più grande; ma ei nol vedrebbono. Era disonore, ma non l'udrebbono. Ella aveva ad abbandonare i teneri figliuoli, a lei già così cari. Ma eran figliuoli dello oramai odiato tiranno; e poi le rimaneva quello che portava in seno dal suo amore. Egli aveva ad abbandonar la patria, le speranze, a tradir sua vita passata e futura. Ma che fare? oltre alla sua gran passione, era spinto ancora da quella specie di dovere assuntosi. Perdendo ella ogni cosa per lui, poteva egli dubitar di perdere la sua ambizione per lei? In somma avevano allestita ogni cosa; tempo, luogo, modo, tutto era disposto, quando, probabilmente per la grande angustia sofferta, l'innocente frutto dello scellerato amore fu in seno alla madre guastato. Il mondo, ingiusto calunniatore, ne disse orrori; ella fu per morire del male, dell'onta, del rimorso. D'Arrigo e del marito non dirò; non so che sensi potessero avere. Nè dirò che altre scene seguissero. Ma finirono con uno di que' patti taciti scelleratissimi, che pur piacciono al mondo, e che io ho pur udito talora lodare. Il marito tacque; tollerò: di nuovo persuadendosi che il mondo non avesse saputo nulla, si persuase che non era obbligato nè ad ira nè a vendetta; ovvero, pensò farne una degna, mostrandosi indifferente alla propria moglie, ed appassionato per le altrui. La avvilita Cecilia, abbandonata sempre più, sempre più s'abbandonò; e non avendo letto in volto altrui il disprezzo se non quando ella s'era vergognata, spogliò la vergogna, vestì quell'assicuranza, quella alterigia del vizio che è suo solo rifugio e suo colmo. E Arrigo.... Arrigo, da quanto buon cuore, da quanta generosità nativa o acquistata aveva mai avuto, o gli rimaneva, Arrigo era ridotto alla condizione, alla occupazione, al destino di Cavalier servente della Marchesina.

Già v'ho detto che per rimanerle appresso egli aveva ricusata l'offerta d'essere addetto alla corte militare di [pg!240] Napoleone primo Consolo. Poco dopo, e quando era Cecilia nella maggior miseria, e in punto di fuggir con lui per America, egli aveva ricevuto l'ordine di partir immediatamente pel campo di Bologna sull'Oceano dove s'apparecchiava la discesa in Inghilterra. Non volendo, non potendo lasciar Cecilia, tolse un pretesto di sanità, se n'esentò, e si fece dare un destino nella città dove s'era così malamente incatenato. E gli riuscì tutto ciò tanto più facilmente che quel campo non era guerra assoluta ed aperta; ondechè non era chiaro disonore rifiutar d'andarvi; ed era poi destino così ambito, che se ne trovavan dieci desiderosi da sottentrar ad uno dubbioso. Ma poco andò, e seguì quella guerra d'Austria che fu la prima di Napoleone Imperadore, e l'apice forse delle sue meraviglie militari; quel levar il campo di Bologna, quella marcia così precipitosa, così regolare dalle sponde dell'Oceano al cuor di Germania, quelle operazioni, quelle battaglie succedentisi di dì in dì, e in pochi mesi terminanti oltre Vienna colla gran giornata d'Austerlitz. Arrigo fece quella campagna.... da bracciero della Marchesina al teatro ed al corso. Non che non arrossisse, non arrabbiasse sovente di sua mutazione: ma prima, alieno d'ogni altro pensiero, e già avendo tralasciato le amicizie e le relazioni che aveva, non seppe, se non incominciata già, la mossa dell'esercito e il principio della guerra. Saputala, ne dubitò, come si suole di ciò che non si desidera; e massime di ciò che mette in impiccio. Non dubitandone già più, esitò pure, benchè brevemente; ma determinatosi, egli ebbe a sostener una dura contesa coll'amata; l'amata, perduta di riputazione, così allora sepp'ella dire, abbandonata dal marito, non più moglie, non più madre quasi per lui. E vinse bensì presso a lui il suo sangue, il suo ardor militare, e scrisse per domandar servizio; ma la domanda andò a Parigi, mentre il padrone era a Vienna. E il padrone non amava gl'indugiatori. Fecesi la pace intanto; e allora Arrigo ebbe risposta ricevendo un destino di pace, da ufficial di stato maggiore d'una divisione militare nel cuor della Francia. L'ira, la vergogna, il dispetto, l'amore, non lo lasciarono adattarsi al giusto castigo. Perduta l'occasione d'una campagna [pg!241] col grande esercito, e d'una battaglia come Austerlitz, per rimanere al suo amore, nol lascerebbe per andar a tener registri di situazioni militari in una cittaduzza oscura. Mandò sua dimissione. Fu accettata. Ed Arrigo, prima di venticinque anni, ebbe fisso il destino di tutta sua vita.... Cavalier servente in titolo della Marchesina.

Io lasciai, prima anche di quel tempo, quella città e quel paese. E dacchè ci avevo veduta inutilissima l'opera mia, avevo pur tralasciata quella casa. In quel pericolo delle scene col marito, ella s'era pure affidata a me; e m'aveva domandata consiglio. Io avevo dato quello della franchezza, della confessione al marito. Ma ella aveva già il cuor troppo ammollito per risolversi a tal forte partito; e troppo guasto poi per ridursi a pentimento e mutazione. Così finirono nostre relazioni, non l'interesse mio alla infelice. Di tempo in tempo nelle mie lettere domandai nuove di Cecilia, e seppi con gran dolore che continuavano tutti eglino sempre nel medesimo modo. L'ultima volta che ne chiesi a un vecchio signore di quel paese, che passò di qua, ei mi rispose: «Ah, la Marchesa Cecilia! sì la Marchesa Cecilia, è persona veramente rispettabile, persona rara. Quello è un cuore, una costanza, una costumatezza esemplare! Immaginatevi, che son più di venticinque anni che ha sempre il medesimo amico. E il primo, sapete voi, il primo, e solo che abbia avuto mai! Non è di queste che mutano ogni dì, nè che si faccian servire da quanti forestieri capitano in casa con una lettera di raccomandazione; oppure senza distinzione di nobiltà, mezzo ceto, od anche peggio. No eh; la Marchesina non è mica di queste. E che differenza, Maestro mio, che differenza con queste giovani che ora non vogliono l'amico, non vogliono il cavalier servente! Certo non può esser altro che per averne dodici, o se non gli hanno, tant'è come se li avessero; il mondo lo dee credere di una che è senza servente. Perchè, vedete voi, per esempio, il cavalier Arrigo, per la Marchesa, è come un marito che....» «E il marito vero, il Marchese?» diss'io interrogando. «Il Marchese gran galantuomo, davvero. Credo bene che foste ancora da noi quando il Cavalier Arrigo cominciò a servir la Marchesa. E [pg!242] ci fu allora un po' di garbuglio; e chi disse una cosa, chi l'altra. Eh... Eh... ma voi ci eravate, e dovete sapere.... Basta, d'allora in poi non s'è udita più una parola cattiva di tutta quella famiglia. S'è riaperta la casa, buoni pranzi, belle cene al Casino, due o tre balli all'inverno; e vi posso dire che il Cavaliere serve anche al marito, perchè, avendo viaggiato assai in gioventù, ei conosce gli usi, le eleganze straniere, e gli fa far una figura stupenda con chichessia che gli sia raccomandato da Parigi o da Londra. E principalmente certi vini! Eh vi sono in quella casa certi vini, che io non avevo mai udito nominare altrove. E poi fa venire i bronzi, cristalli.... che è uno spettacolo, una cosa, dico anch'io come questi stranieri, da stupire di trovar tanto in Italia. E vedete voi, è tutto il Cavaliere; perchè il Marchese non ha mai viaggiato; e vuol bensì far all'amore or con questa or con quella, ma non ha mai potuto prender quell'aria di mondo, quel non so che.... Già adesso ci è il Marchesino.... e poi la Contessina....» «Ah che? È maritata adunque la bimba?» «La bimba? Oh bello, la bimba ha i suoi venti o ventidue anni, ed è maritata da quattro; bella donna anche lei, bella donna, ma un po' pinzocchera, un po' bacchettona, di queste giovani sempre col marito, giovani alla moda.... già, educata in un convento.» «Oh, in convento? E la madre so che facea conto educarsela in casa, e se ne faceva un piacere, una felicità....» «Oh questo poi, scusate, Maestro; ma voi non ci pensate. Il Marchese è un galantuomo, vi dico io; e quantunque sappia vivere come si deve nel mondo, ha religione, buoni costumi, e non sarebbe stato capace poi, di lasciar per casa una fanciulla a veder certe cose.... Capite bene.... E poi, Maestro mio, io so quel che mi dico quando dico che a mio tempo si faceva bene ogni cosa. Viver bene, civilmente, nobilmente, non da frati, scusate, ah scusate, Maestro, che credo voi siate stato frate; ma altro è il convento, altro è il mondo; e nel mondo si vuol vivere, si vuol far come tutti. Ma i figliuoli poi, e massime le ragazze, non si vogliono lasciar per casa a veder queste cose. Omnia tempus habent. Non so io pur bene ancora il mio latinuccio, Maestro mio? Nol so io pur bene? E credo [pg!243] che vuol dire che in questo mondo ci è tempo per tutto. Dunque viver civilmente in casa come persone civili e nobili del mondo, e metter il più presto che si può i figliuoli al collegio, e massime le ragazze al convento.» «Oh voi avete ragione! Più sovente che non si crede da taluni, è ben fatto mettere i figliuoli al collegio, e le ragazze al convento, ne' ritiri, ai convitti, dove che sia, piuttosto che in casa. E avete ragione di nuovo; il Marchese ha fatto da galantuomo facendo così. Ma la mia povera Cecilia! la mia povera Cecilia se ne faceva pure una sì gran festa! — Guardatela, Maestro, — diceva ella alzandola sulle sue ginocchia, guardate com'è bellina; come le sta bene questa cuffietta che le ho fatt'io; e quest'abito bianco che le ho ricamato. Vedete; ogni cosa che veste, glie la fo io; e questi bei capelli ricciuti, niuno glie li tocca se non io; e così vo' fare, così farò sempre. Al mio Ernesto è impossibile che attenda io; sarà forza dargli un maestro, metterlo in educazione, e separarsene sovente; ma costei, questo mio gioiello, questa cara creatura ella è tutta mia; ella sarà sempre mia; io le insegnerò ogni cosa. Quando io canto, o suono il cembalo, ella sta lì le ore intere ad ascoltarmi. Son certa ch'ella avrà un orecchio come nessuna; e quanto alla voce, poverina! ella è già dolce fin quando piange. Oh, Mariuccia mia, tu sei e sarai la cara creaturina; la più bella, la più buona, la più dolce fanciulla di tutta la città, e la consolazione, la felicità, la gloria della mamma. Oh, vien qua, Mariuccia mia, che ti baci, che ti stringa, che ti mangi, amor mio, creatura mia....» «Bravo, bravo Maestro,» ripigliò il vecchio signore, «questo è pure un bel pezzo di romanzo. Ma la realità non va così.» «Oh,» dissi io, «non fate ingiuria alla realità, al mondo, e massime alle donne. Non sempre così; ma pur talvolta grazie al cielo. Ed Arrigo, mi direste voi?....» «Il Cavalier Arrigo sta bene, benone: è ingrossato alquanto; ma un bell'uomo ancora. Poveruccio! ha pensato succedergliene una brutta, anni sono; ma poi.... basta, son di quelle cose che non se ne parla. Benchè già voi non ridite nulla. E sapete che questi antichi ufficiali.... Intendete bene.... s'annoiano talvolta.... ricordano la gioventù.... non son mai contenti del presente.... [pg!244] Capite eh?.... Ma la Marchesa, il Marchese, tutti si sono adoprati.... E in somma ei vive tranquillo oramai.... E di nuovo vi dico che egli e la Marchesina sono un par di persone come ce n'è poche, anzi, forse come non ce n'è più.» «E così sia, Amen,» diss'io, e lasciai la conversazione.

E qui lascio la mia narrazione, aggiunse il Maestro, domandandovi scusa d'avervi trattenuto tanto, in una storia che ora che è fatta intendo bene che non ha sale; ma quando le cose ci hanno colpito assai, ci par sempre di poterle narrar in modo da colpirne altrui; ed è solamente dopo la pruova che uno si ravvede. — Ed essendo già stata recata la lucerna, e i tarocchi, ognuno si dispose a giuocare. E il Maestro, che, a malgrado di ciò che n'han detto taluni dal ritratto, non seppe mai tener le carte in mano, preso il cappello, s'avviò alla porta, ed io seguendovelo mentre usciva, «Maestro,» diss'io; «questa storia poi non la dite dove che sia; qui la potevate narrare senza pericolo, ma non vi sarebbe sempre prudenza.» «Che?» disse egli, «avete voi paura che mi strazino le donne come un nuovo Orfeo?» «Oltre le donne, so molti uomini che se n' offenderebbono, e....» «E s'offendano pure; così potessero le mie parole romper uno solo di questi brutti vili accoppiamenti che perdono, avviliscono, impoltroniscono tanti Italiani, che altrimenti sarebbero utili a sè, ai fratelli, al principe, alla patria: potesser massime corregger coloro che quasi scherzando li aiutano; e sarei contento di qualunque inimicizia mi procacciassi con ciò.»

[pg!245]

[IL FILOSOFO.]

Non so perchè, nè veramente se succeda da tutti come a me: che certi vizj m'accorano più assai, se mi ci abbatto in contado che non in città. Forse viene da quell'idea, che, giusta o falsa, tutti pur più o meno abbiamo, delle corruzioni delle città, e della innocenza della vita villereccia; onde là i vizj non ci stupiscono, e qua sì. Fra que' vizj poi che in villa mi paiono, per così dire, più contro natura, egli è quello di ogni sorta d'ipocrisia. In città, dove ognuno vuole accostarsi a una parte e per essa alzarsi a far fortuna, è naturale che si affettino da ogni uomo or queste or quelle virtù affettate dalla parte. In villa, dove si vive più solo, e dove ci è meno a perdere e meno a guadagnare a non mostrarsi quale uno è, pare che sia anche più sozzo: appunto, come un tradimento par più vile, quanto più vile è il prezzo che se ne raccoglie.

Delle ipocrisie ce ne sono tante sorta, quante sono le virtù; anzi, quante sono le qualità anche viziose ma da taluni tolte a virtù. E così ci ha non sola ipocrisia di costumatezza, ma anche di dissolutezza; e non solo affettazione d'indipendenza, ma anche di servilità e finalmente ipocrisia di religione, ed ipocrisia d'irreligione. Queste due ultime poi sono così frequenti, che tal uomo di mal umore contro il mondo avrebbe a dire ch'elle quasi se lo partono. Nol vo' dir io; e credo che Iddio buono è conosciuto ed amato [pg!246] da molti uomini sinceramente pii, e pur troppo anche sconosciuto da molti sinceramente miscredenti. Infelicissimi questi, nè innocenti del tutto; perchè io credo ch'Egli si faccia conoscere qualunque il cerchi con ischietto e puro cuore. Ma lasciando al buono e sommo, e misteriosamente ma certamente giusto Iddio, il giudicio di ognuno, noi, con quel cuore ch'Egli ci ha dato, non possiamo altro che compatir tanto più a qualunque è più presso alla sincerità, e tanto meno a coloro che per istolta vanità e rispetti umani affettano quell'empietà che non hanno. E' ci ha a un di presso la medesima differenza che tra un musulmano nato e sincero; ed un cristiano rinegato.