Tra le cose che mi diedero maggior pena nella mia vita, rispetto a tante altre non disgraziata, ella fu questa. Quando io venni qua, lasciando il reggimento, e ripigliai la mia antica professione di maestro di scuola, perchè erano tempi di turbamenti e guai, ed io era quasi sconosciuto nel paese, gli uni dissero bene di me, gli altri male: e benchè gli uni e gli altri sbagliassero, sovente, quando a me stesso non parlavano, io li lasciava dire. Una sera il fattore del signore che era stato fuori tutto quel giorno, incontratomi in piazza, mi si accostò e dissemi che in quella terra dov'era stato, aveva veduto il sior Domenico che gli avea domandato di me, e, benchè non mi conoscesse, gli avea imposto che molto mi salutasse, e mi dicesse ch'egli pure era filosofo. Io lo ringraziai de' saluti; ma quando alla seconda parte della commissione, non intendendo che significasse, incominciai a domandargli chi e quale fosse quel sior Domenico, a me affatto ignoto, il quale mi mandava tal ambasciata. Il fattore risposemi, il sior Domenico esser il padrone di quella casa là, una delle più cospicue del paese; e non molto innanzi lo era pur anco di molti beni or venduti: ed era poi il marito di quella signora, e padre di quella fanciulla, che dimoravano in quella medesima casa. E non bastandomi siffatti particolari, e domandandone più, seppi come il sior Domenico era già stato il più ricco signorotto della terra e de' contorni, e felice in casa ed in tutto; finchè, venti e più anni addietro, al tempo de' primi turbamenti, e' capitò in mano di [pg!247] alcuni mal compagni e scellerati uomini, i quali abusarono di lui, e più della sua fortuna. Ondechè, adulato da costoro, incominciò a credersi un grand'uomo, e dispregiar sua casa e sua famiglia, e a poco a poco lasciolla, e lasciò sua moglie, e tolse casa da sè, ed un'amanza. La moglie ebbe a vivere sola come vedova; e la figlia riuscì a male, che avrebbe potuto riuscir a peggio; perchè ella s'incapricciò d'un suo servitore onesto e lo sposò, che avrebbe potuto farlo di qualche scellerato uomo che l'avesse messa in piazza e rovinata. Il sior Domenico, credendosi uomo letterato e sapiente, ma non sapendo che altrimenti far di sua sapienza, fece il medico, senza aver mai studiata medicina; ma, perchè anche mezzo rovinata sua fortuna gli rimaneva onde vivere, non che farsi pagare da chi veniva a consulta, egli li pagava; e perchè i contadini, diffidenti, a' medici veri e savj, sono confidentissimi a' ciarlatani, egli non mancava mai d'accorrenti, non ostante il cattivo esito che avean avute molte delle sue cure. Intese le quali cose, incominciai finalmente ad intendere di che sorta fosse la sua filosofia, e quella che a me pure attribuiva.
E' m'era certo paruto increscevole altre volte che alcuni buoni mi avesser tolto per cattivo; ma parevami più allora l'essere da un cattivo tolto per buono, e degno compagno suo. E cattivo pur troppo io vedeva essere questo sior Domenico. Chè il lasciar andar a male i proprii negozj, ed anche la moglie e i figliuoli, e viver con cattivi compagni e le amanze, e far il ciarlatano, tutto ciò è malissimo, ma pur in qualche modo scusabile, finchè l'uomo non sel voglia egli stesso scusare; ma quando la debolezza e l'amore al vizio cresce a tanto che il colpevole, anzichè lasciar il vizio, sceglie lasciar la sua ragione e la sua religione e il suo Dio, e se ne fa di quelli da sè che possano adattarsi a que' suoi vizj, allora riman poca speranza che si ricreda, allora è colpevole di colpa maggiore; e senza giudizio temerario nè difetto di carità si può dire cattivo. Nè avrei ardito dir tale il sior Domenico, se fosse stato tacitamente vizioso e stolto; ma perchè tale essendo, invece di vergognarsene, si diceva filosofo, e nutriva il vizio e la stoltezza in abito mentito, fra [pg!248] me stesso decisi che pur troppo era cattivo. Restava che io scoprissi perchè, così essendo, egli mi credesse compagno suo. Ma io era uscito volontariamente dal reggimento a un tempo che molti ne furon cassati, capitato qui incognito al tempo che molti si nascondeano; io cattolico sincero, io prete, ma nemico de' bacchettoni, degli ipocriti; io gran dilettante, fatto il dovere mio, di solitudine, e di lunghe passeggiate con un libro in mano; amico delle compagnie, ma di quelle dove più si parli che non si beva o non si giuochi, dove più si ragioni che non si mormori, dove più si cerchi a farsi buoni gli uni o gli altri in particolare, che non a piagnere sulla perversità del mondo in generale: tanto bastava e forse sopravanzava, perchè molti per odio e disprezzo mi dicesser filosofo; e intendesser filosofo cattivo; ed altri poi, come il sior Domenico, il ridicessero per amore. Perdonando io volentieri a quelli, io doveva perdonar a questi con tanto più amore: e così faceva io verso il sior Domenico; e volli tentare che non gli fosse inutile il saluto ch'egli mi avea mandato.
Trovata una occasione o pretesto, feci una gita da quelle parti, e capitai a casa sua. Nè occorre ch'io dica come feci cadere il discorso a ciò ch'io voleva, nè che discorsi gli feci poi, che sarebbero cose troppo serie per istar bene qui. Del resto, o le mie parole non fossero per sè stesse feconde, o Dio buono non le volesse allora fecondare, o troppo asciutto o mal apparecchiato il terreno, certo è che allora non fruttarono nulla, nemmeno a me la speranza che rimanesse nascosto il seme da germogliare in appresso. Feci in breve al filosofo la mia professione di fede di buon cattolico apostolico romano: ma non so s'ei mi credesse, o forse non s'ostinasse a tenermi, a mio dispetto, per confratello; ed io ci guadagnassi altro che soprappiù la taccia di timido e vergognoso, non ardito a confessare le proprie nascoste opinioni. Ma queste son delle cose dove più occorre il fiat voluntas tua, nè era la prima volta che io me n'era dovuto consolare.
Un anno appresso, un giorno ch'io aveva appuntamento col detto fattore per non so che, e lo aveva aspettato tutto [pg!249] il giorno, l'incontrai la sera ch'egli tornava, in vista molto affaccendato, e come uomo contento di sè; e appena ei m'ebbe scorto da lungi, venne a me, e senza dirmi o lasciarmi dir parola dell'affare che avevamo insieme: «Signor Maestro, ogni cosa è andata bene; ha fatto tutto ciò che si doveva fare, ed or ora gli mando la donna, e va benissimo; ma ci vuol fretta, perchè non può passar la sera, e questa notte certo ei morrà.» Io non intendeva una parola di tutto ciò, e volli fermarlo, ma non ci fu verso; ei si fuggì e fu in casa alla moglie e alla figliuola del sior Domenico, e fecele partir pur alla volta della terra abitata da questo; ed allora di nuovo venuto a me, che non richiesto non me n'ero impacciato, mi fece sapere come essendosi gravemente ammalato il sior Domenico, egli n'era stato avvisato il mattino per tempo, e subito ci era corso; ed arrivato, e trovatolo presso a morire, l'aveva voluto far confessare, ma quegli dapprima non acconsentiva; ma che avendo poi egli, il fattore, ragionato con lui, e parlatogli come si dovea, finalmente questi s'era fatto capace, e chiamato un prete s'era confessato, e stava per fare le sue divozioni, ed avea fatto testamento; e dove prima voleva diseredar la figliuola, ora le perdonava, e lasciavala erede di ogni cosa; anzi, poi erasi risoluto di voler abbracciare moglie e figliuola, e riconciliarsi con esse. Il fattore respirava, narrato tutto ciò, e «Ei ci è pur voluto fatica assai,» aggiugnea; «ma io gli ho parlato come si deve, ed ha fatto ogni cosa bene; non ha lasciato in povertà quelle povere donne. Io ci scapito, perchè se si vendeva la casa sua, io la comprava, e già ne avea la scrittura, in pagamento di un piccolo credito che ho con lui; ed ora non avrò la bella casa, e sarò anche gran tempo a riscuotere i quattrini; ma non importa, amo meglio così; hogli restituita la scrittura, e son nominato io esecutor testamentario. Ora addio, signor Maestro; riparto in fretta, e vado a vederlo morire.» Egli diceva tuttociò in tono frettoloso ma allegro anzi che no. Io gli prendeva la mano come per ringraziarlo, o almen lodarlo; ma egli fuggiva in fretta: poi, fatti alcuni passi, rivolgevasi, tornava a me più grave e serio assai, e, ripresami la mano e tiratomi appresso, ed [pg!250] accostata la bocca al mio orecchio, in tono basso e questa volta veramente funerale, «Signor maestro,» disse, «egli era.... C....»
Il mattino appresso vidimi comparire in camera il fattore, e disse entrando: «Egli è ito, e grazie al cielo ogni cosa par bene;» poi, scostato alquanto: «s'è abbruciato ogni cosa, libri, carte e che so io, certe minchionerie che s'è trovato. Hovvi portato solamente questo libraccio stampato, dove ci son nomi credo che ben vorrebbero ora non istar qui.» «E che ne volete far voi?» dissi, «questo prima d'ogni altro volevasi abbruciare; se no, portatelo al Curato; egli ne giudichi.» «E se vi han messo lor nomi,» riprese lo schietto contadino, «perchè non s'hanno eglino a vedere? Benchè avete ragione, e sarà bruciato.» Il libro stampato mostrava ch'egli era non C...., ma M.... Io meravigliavami come siffatte scelleratezze o scempiaggini fossero pervenute a infracidire anche il contado e le ville; e finiva d'intendere quale fosse la filosofia di quell'infelice; e sopra ogni cosa poi ammirava Iddio buono, che pur talora volevasi servire di tanto più rozzi stromenti, affinchè si veda ogni bene procedere direttamente da lui.
[pg!251]
[L'UFFICIALE IN RITIRO.]
Vidi il mutarsi del destin fugace,
Vidi che gloria in servitù declina,
Vidi che solo nella tomba è pace.
Diodata Saluzzo.
Alberto era figliuolo d'un signore ricco; ma più che ricco, nobile e potente alla corte di.... al tempo dell'invasione de' Francesi in Italia. Scappato il suo Principe, deposto egli dei suoi impieghi, e rimasto in sospetto dei repubblicani possessori della potenza, fu anche in breve arrestato e tenuto in castello quasi ostaggio. Quei repubblicani utopisti, come li chiama il Botta, erano così poco sicuri del popolo sovrano, in nome di cui reggevano, che erano anzi obbligati a prendere precauzioni contra la sua indocilità a lasciarsi liberare e far felice. Alberto aveva allora di dodici in quattordici anni. Allevato signorilmente alla moda d'allora, cioè, come si dice volgarmente, nella bambagina, aveva studiato tanto bene che male; ma del resto era indietro di quattro o cinque anni in ogni cosa rispetto ai figliuoli di ogni buon borghese od artigiano, che non avessero tre o quattro persone da mettere intorno al preziosissimo erede. Usciva poco di casa, non aveva forse mai preso nè pioggia, nè vento; di rado il sole, non certo quel di febbraio o di marzo, micidiale, come si sa, ai figliuoli dei signori, quantunque cercato avidamente, e continuamente provato da [pg!252] quelli delle razze più grossolane. Le rivoluzioni mutando cose più gravi, mutò anche questa, che tuttavia non è forse così piccola. La madre di Alberto, ansiosa del marito ed inferma in casa, lo mandava su e giù al castello a portare e riportare le commissioni; e non c'era a pensare da mandarlo accompagnato dall'abbate o in carrozza, chè i Giacobini si sarebbero burlati di questi modi aristocratici, e gli avrebbero chiuse in faccia le porte. La rivoluzione apportò dunque ad Alberto la libertà; la libertà forse più effettiva che apportasse. E bisogna dire che tutte le regole ammettono eccezioni, perchè Alberto non ne abusò. È vero che la madre lo faceva seguire e vigilare da lungi, e che il giovane, anche quando l'avesse voluto, non avrebbe potuto fare grandi scappate. Ma i sorveglianti non poterono impedire ch'ei si trattenesse sovente a far conversazione alle porte del castello coi militari che le guardavano, conversazioni che si prolungavano sovente assai pel reciproco piacere del fanciullo avido di quelle novità, curioso e vivo per naturale, e di quei militari già vecchi di servigj ma giovani d'età, e a cui perciò era grata per qualche momento la vista, il cicaleccio d'un bello e vivace giovanetto, il quale ricordava all'uno il fratello, all'altro il figlio, lasciato come dicevano ai focolari. Tutti i maestri di studio del fanciullo, ma quelli principalmente di latino, si lamentarono d'allora in poi della svogliatezza e della dissipazione del fanciullo. La madre si lamentava del nuovo chiasso che facevasi in casa. Non era altro più che tamburi, esercizio, e bastoni rivolti in fucili, e grida di comandi militari gettati al vento.
Andate giù le repubbliche, prima per le vittorie austro-russe, poi per quelle stesse del Primo Console della repubblica francese, cattivissimo repubblicano, come si sa, il padre di Alberto rimase tranquillo ma disimpiegato, per propria volontà e fedeltà al suo principe cacciato. Ma uomo savio ed amorevole del figlio, non era di quelli che come la vecchia Elspat di Walter Scott vogliano imporre ai figliuoli i proprii odii od amori, od anche i proprii doveri che mutano colle generazioni e le età. La smania militare di Alberto era venuta crescendo cogli anni. Suo padre vedeva [pg!253] ciò tanto più mal volentieri, che l'entrare al servigio militare non era allora una celia come in tempo di pace, nè una carriera simile alle altre, ma anzi una successione di fatiche e pericoli gravissimi. Alberto era unico; onde che, non solo erano raccolti in lui tutti gli affetti paterni e materni, ma anche quel po' d'egoismo che entra naturalmente e debbe entrare in ogni affetto anche migliore, e che fa amare tanto più una persona che sia unico sostegno o conforto o speranza. Per altra parte, il padre di Alberto era uomo forte e domatore di ogni esagerazione o debolezza degli affetti suoi stessi; e provando egli tutto il piacere del riposo in vecchiezza, non credeva perciò l'ozio utile o nemmeno possibile alla gioventù; e vedendo il figlio vago della vita militare, dopo fattegli le dovute osservazioni e raccomandazioni, finalmente lo lasciò ingaggiarsi e partire, usando quel po' di credito che gli rimaneva a farlo raccomandare ai suoi superiori.