Alberto e Giulia avevano allora due figli in tenera età. Lasciarono questi al vecchio barone; perchè Giulia non volle ad ogni modo lasciare il marito, essendo, come diceva ella, prima sposa che madre. Non descriverò i disagi della via, [pg!276] nè il varcare delle Alpi in stagione impropizia; quel varcare delle Alpi che sempre strigne il cuore a un Italiano, anche quando si fa volontariamente; nè poi quell'arrivare al paese straniero che t'è aperto largo largo dinanzi a te, senza sapere dove andrai, dove poserai. Tutte queste descrizioni sono cose volgari che si trovano dappertutto. E poi, in questo secolo delle emigrazioni e degli esilj da tutti i paesi e per tutte le cause, un esule sperimentato dice in un suo libro, che non si vuole sgomentar troppo la gente, dell'esilio. La terra straniera non è più terra barbara, come al tempo dei Greci o dei Romani. Per ogni dove si trova incivilimento, e talora anche più fuori che dentro le frontiere di certe patrie. Quindi pare a quell'esule che l'esilio moderno non sia gran cosa. Ma ad altri parrà anzi che la moderna civiltà, rendendo anzi più cara la casa, la famiglia, la pace, gli studj e il miglioramento di essa, tanto più amaro debba essere l'allontanarsi da essa. Il fatto sta, che anche in ciò v'è la differenza dei gusti.
«Abbi in cuore almeno questa consolazione,» diceva ad Alberto la dolce donna, mettendogli la mano in mano, mentre la carrettella li portava lungi d'Italia, «la consolazione della propria coscienza. Ingiustamente perseguitato, mi pare che ti debbano essere tanto più lievi le disgrazie che ti toccano senza che tu ci abbia colpa nè rimorso.» «Giulia mia, scusa se ti dico che non te n'intendi. Voi altre donne pare che siate più fatte che noi per sopportar l'ingiustizia. Destinate pur troppo sovente a ciò, deboli, e senza potere di resistenza, Iddio ve n'ha data anche meno la volontà; e così, dico le buone fra voi, siete sempre disposte a patire, senza quasi disputare nemmen tra voi del diritto o del torto. Noi altri, all'incontro, non siamo e non dobbiamo essere così. La resistenza all'ingiustizia è nella nostra natura; la giusta ira che in noi si desta allora, c'è data, credo, da Dio stesso, per moverci a quella. Ma l'ira è pure un sentimento amaro; e più quando è unito all'impotenza di operare. Togli questo amaro sentimento da una disgrazia qualunque, ed ella si fa più sopportabile assai. L'altro giorno, partendo, m'incontrai con N...., sai, il capo dei sollevati [pg!277] che ha fatto tutto il male (secondo a me pare), ma l'ha fatto tanto in coscienza, e credendo pur nell'animo sempre di far bene. Vedendo ora fallita tutta la sua impresa, egli porta la sua disgrazia personale non solamente con coraggio e serenità, ma, per quanto a lui spetta, con vera allegria. — Già s'intende, mi diceva egli, incominciando, sapevamo che poteva riuscire a ciò: i vinti la pagano; fu sempre così. Se avessimo vinto noi.... anche i nostri esagerati avrebbero voluto far persecuzioni. Io mi sarei sforzato d'impedirle; ma chi sa se ci sarei riuscito. Chi sa in questo momento tanti anche de' nostri nemici s'adoprano inutilmente ad impedire queste persecuzioni contro noi. Dio faccia prosperar costoro, e perdoni agli altri.» «E tu pure, caro mio, dovresti dir così. Per quel poco che ho veduto o studiato nel mondo, mi pare naturale, è succeduto sempre che non solamente i nemici perseguano i nemici, ma sovente anche gli amici che confondono con quelli. E poi,» proseguiva sorridendo, «tu non sei poi nemmeno troppo amico loro; hai voluto dire le loro verità crudamente agli uni e agli altri. Porti la pena della tua sincerità. Anche questo mi par cosa molto naturale.» «Ma molto inutile per parte mia. Che bene hanno fatto le mie parole? E non le potevo io risparmiare? Non avrei io fatto meglio, poichè trovavo che gli uni e gli altri camminavano per una mala via, di lasciar stare gli uni e gli altri, di tenermi discosto del tutto, di non vivere se non con te e per te, sola buona credo a questo mondo, sola che mi capissi o mi volessi capire, sola che mi amassi.... e che pur traggo, misera, nella mia infelicità?» «Che infelicità? Vivere qua o là con te, non è per me lo stesso a dirittura? I nostri figli, sola cosa che ci mancherà, ci mancheranno per poco, e li potremo far venire con noi. E allora di che t'increscerà? Di quella patria che non ti conosce? Di quegli amici che ti tradiscono? Oh, Alberto mio, sempre siamo lì; amami come t'amo io, e non mancherà più nulla in nessun luogo alla tua felicità. Ma amami come vuoi o come puoi, nulla intanto manca alla mia.»
E il fatto sta che con tal reciproco sollievo era almeno portabilissima la loro qualunque fosse infelicità. Giunti in [pg!278] Francia, e fatta una gita alla capitale, che Alberto volle mostrare alla compagna, elessero poi per dimora una delle provincie meridionali, in cui il clima e la natura più s'accosta a quella d'Italia; oltre che le loro entrate, scemate ed incerte, lor ne facevano una necessità. Ivi poi incominciarono una vita molto tranquilla, ed allora anche felice. I ricchi che non hanno provato mai nè gli stenti nè nemmeno la necessità di computare o compensare tutti gli agi della vita, non sanno i piaceri pur grandissimi della economia. Non conoscono il diletto di tôrre un agio a sè stesso per dar quello o un altro alla persona amata; di nascondere la propria privazione, di fare quel solo inganno a chi non ce ne fece un altro mai; le dolci dispute che nascono da ciò; il più dolce rappattumarsi promettendo di non più far così, e ricominciando il giorno appresso, per rimproverarselo dolcemente di nuovo. E poi, chi fu in simili circostanze mai in Francia,
In Francia dove in pregio è cortesia,
il quale non abbia provata la amorevole ospitalità francese? L'ho detto altrove, e lo ridico volentieri, non si conoscono i Francesi se non a casa loro. Quelli che abbiamo avuto in Italia, erano, salve poche eccezioni, la peggiore spuma della loro nazione. I francesotti oppressori, soverchiatori, prezzatori di ogni cosa non loro, così frequenti da noi, non si ritrovano più a casa loro. Che anzi, là sono amanti degli stranieri, e d'ogni cosa straniera; vaghi di novità, larghi d'ogni cosa loro, e massime della loro compagnia: non c'è gente che usi più delicatezza ad adattarsi ai modi tuoi; e ciò che pare più strano, essi, gli allegrissimi tra gli uomini, sono anche quelli che sappiano meglio compatire ed alleviare i mali altrui. La loro pietà è forse la sola al mondo non offensiva. L'adattarsi a casa altrui, quasi fosse la loro propria, che parve forse talora alquanto incomodo da noi, si rivolge a gran comodo nostro quando ci aprono colla medesima facilità le loro case, l'interno delle loro famiglie. Gl'Inglesi ne sono più gelosi assai. La home, il fire side degli Inglesi sono di rado aperti allo straniero. Lo Spagnuolo veramente, appena ti conosce, ti dice: mi casa está á la disposición de V. M.; [pg!279] ma questo per lo più è un complimento e non più: e poi, la casa d'uno Spagnuolo è cosa tanto diversa da quella di tutti gli altri Europei, che questi di rado ci si trovano bene per gran tempo. Il chez nous francese è confortable quasi tanto come la casa inglese, ed è poi molto più francamente offerta che la spagnuola. L'ospitalità francese è in tutto la più compiuta nell'attuale condizione della società e dell'incivilimento.
I due anni furono così dolcemente passati da Giulia e d'Alberto, e sì che una sola cosa mancava veramente alla loro felicità; i loro teneri figliuoli. Era loro stato assolutamente impossibile portarli con essi nell'urgenza di quella, che lascierò incerto anche qui se fosse stata fuga o cacciata. Ed allora erano tranquilli i due parenti sui loro figliuoli lasciati in cura al vecchio loro nonno. Ma questi infelicemente morì; e i due fanciulli passarono in mano ad alcuni parenti discosti, che non avevano loro il medesimo amore, e che addetti intieramente al governo condannavano con esso Alberto, e tenendolo per cattivo suddito, cattivo cittadino, pur lo tenevano per conseguenza per cattivo padre di famiglia; e pensavano che nella disgrazia fosse almeno fortuna che i figliuoli, continuatori futuri della illustre famiglia, rimanessero così discosti dalla perversa educazione del padre loro. Quando questi e la madre scrissero ansiosamente per avere i loro figliuoli, fu loro risposto con indugj, dubbj e difficoltà. La stagione, i pericoli del viaggio, e poi, chi sa, non s'era verificato nemmeno se il governo permetterebbe questa espatriazione dei figliuoli già cresciuti, e in breve giovanotti. Volevansi dunque educare nell'esilio, agli usi stranieri, all'avversione della patria? Si contentassero i genitori di ciò che era toccato loro, se non altro per la loro imprudenza; non ne facessero portar la pena alla seconda generazione. Del resto, sarebbe anche peggio per il padre e la madre. Questo chiamare i figliuoli fuor di paese, questo spiantare la casa e la famiglia del tutto, li metterebbe in sospetto e in odio più che mai; allontanerebbe forse per sempre il loro ripatriare. Pensasserci bene, non s'affrettassero; e via via simili sragionate ragioni. La disgrazia maggiore di Giulia e d'Alberto [pg!280] era quella di non aver più i proprj genitori; che avrebbero verso essi avuto tutt'altri sentimenti; e, padri, avrebbero sentito e capito gli affetti di padre e di madre. Non è nella sola infanzia per li bisogni materiali, non nella gioventù per li consigli e le direzioni morali; ma anche nell'età più inoltrata, e quando s'è noi stessi padri di famiglia, la maggior fortuna è quella di serbare quanto più tardi i proprj genitori; è una guarentigia, un accrescimento di felicità nella felicità; il maggior rimedio delle disgrazie, quando queste succedono.
La povera Giulia era quella che ne diceva meno, e ne pativa più. Volle partire per la casa, e per la prima volta sentì anch'essa in fondo al cuore quella specie di rimorsi, o se si vuole di scrupoli, i quali sono tanto più amari nei cuori migliori. E il vero è, che non c'è forse più grande assurdità che quella così sovente detta della tranquillità di coscienza dei giusti. Appunto perchè son giusti, hanno la coscienza più tenera. Ciò che non costa nemmeno un pensiero, non dirò allo scellerato, ma allo spensierato ed immorale, costa spasimi e rimorsi, ed interminati esami di coscienza, e giorni in ciò logorati, e notti invano passate a cercar sonno e riposo, e coloro, che, per non avere azioni da rimproverarsi, si rimproverano le omissioni, i pensieri, e talora gli affetti stessi. «Non ho,» pensava Giulia tra sè talora le mani incrocicchiate in grembo, pendente il capo sul petto e lente sgorgandole le lacrime dagli occhi, «non ho sacrificato forse il mio dovere di madre al mio piacere, al mio amore di sposa? Non era il posto mio, primo forse, appresso a quei derelitti? E poi, come almeno ho ritardato tanto ad andarmeli riprendere, quando il padre me gli avrebbe donati? E quel povero vecchio, orbo padre, non l'ho lasciato morir io?».
(Non continuata.)
Coi tipi di F. A. Brockhaus, Leipzig.