«Io sono forse quella che v'ho impedito i vostri disegni, Alberto mio,» dicevagli talora la dolce e non ambiziosa donna, in quelle ore di reciproca confidenza in che ella era, anche con vantaggio, sottentrata alla madre d'Alberto. «Se non aveste sposata me, povera derelitta, senza attinenze, senza protezioni, senza nemmeno poter andare alla vostra Corte, avreste un grande ostacolo di meno a que' vostri disegni, che non capisco ma pure veggo che vi renderebbero felice.» Alberto non gli lasciava nemmeno terminare quelle parole, e colla mano od anche meglio gli chiudeva la bocca strignendosela al seno, l'assicurava, e diceva il vero, che la felicità di possederla era incomparabilmente superiore a qualunque altra ch'egli avesse sognata o potuta sognar mai. «Ma una felicità,» continuava, «non impedisce l'altra. E vuoi tu negarmi che non fosse una grandissima per me l'accerchiarti di quello splendore che tu meriti, che ti si appartiene tanto più che a tutte queste altre? Tu adempi il dovere che ti sei fatto, il tuo dovere d'immenso amore verso di me. Adempio io il mio al medesimo modo. Tu giugni a quest'ora felice della nostra giornata, contenta di te, della tua giornata, di quanto hai fatto e dovevi fare; hai nudrito il caro fanciullo; hai tenuta in ordine la casa, ricevuto gli ospiti, comandato dolcemente nel tuo impero, e trovato il tempo fra tutto ciò d'adornare per me il tuo ingegno e la tua persona di quanti vezzi ed incantesimi la tua ambizione donnesca abbia potuto immaginar mai. Vengoti io a quest'ora parimente contento di me, parimente adorno di seduzioni per te? M'avessi tu veduto almeno una volta a capo de' miei prodi, su un ardente cavallo, condurre almen per celia agli esercizj di guerra che sono il nostro ballo, il nostro trionfo, il nostro modo di sedurvi e farci amare da voi! Se tu udissi almeno ripetuto il mio nome con qualche lode, con qualche invidia dalle tue compagne! Ma no, mobile inutile, destriero riformato e mandato al pascolo.... non oso dire a che altro; l'abbandono, il discredito, la nullità in che giaccio [pg!265] e in che ognuno mi vede, finirà per essere veduta pur da te, mio amore, mio rifugio, mio tutto; ed allora....»
Questa volta era essa a chiudergli la bocca: «E sarò io dunque a rimproverarti io stessa quella che tu chiami nullità, e a che ti sarai ridotto in parte per me? Benchè troppo male mi conosci ancora, e mal conosci noi altre donne; non è vero che abbiamo questi bisogni, o desiderii, nè per noi nè nemmeno per voi. Benchè non so dell'altre, e forse ci son donne ambiziose; ma io certo no 'l sono. Tu, tu certo basti al mio amore, il tuo amore mi basta.... così bastasseti il mio, così empiesse il tuo cuore da non lasciarvi luogo ad altro affetto o pensiero. Oh Alberto, Alberto mio, tu m'ami, certamente lo so; ma non per anco come t'amo io. Tu m'ami sopra ogni cosa; io t'amo unicamente, senz'amare credo altra cosa al mondo, no, nemmeno il mio bambino, se non per te ed in te, no, mio primo, mio solo amore.» Il resto della scena lo lascierò supplire dal discreto leggitore.
E la scena si ripetè più volte con molte varietà; e sempre finiva molto bene tra i due; ma in somma c'era la differenza ch'ella era e si mostrava compiutamente contenta e felice, egli come uno a cui pur manca qualche cosa. E sì che gli mancava una importantissima cosa, l'attività proporzionata alle abitudini prese in gioventù. Già si sa; noi siamo macchine mosse dall'abitudine: questa è per noi ciò ch'è l'istinto per gli animali. Gli animali non hanno altro in sè che possa vincer l'istinto; noi, cioè l'animo nostro colla nostra libera volontà infinitamente superiore, possiamo certo vincere l'abitudine. Lo possiamo, ma ci è difficile; e sovente questo o quell'atto, che agli occhi dello spettatore sembra indifferentissimo, costa una fatica, una lotta grandissima, a chi lo fa, solamente perchè è contrario alle sue abitudini. Per esempio, coloro appunto i quali sono venuti su nella gioventù a quel tempo così attivo dell'Impero, quelli massimamente, che avendo un po' d'ingegno e un po' d'ambizione s'erano precipitati volentieri in quella attività, e così lavoravano otto o dieci ore al giorno (perchè così si lavorava allora), e poi studiavano forse ancora due o tre altre [pg!266] e poi, sendo giovani e in un mondo tutto giovane e vago di divertimenti, volevano anche divertirsi, immaginate che abitudini di attività, che economia di tempo, che abito di far presto ogni cosa dovevano avere! Ora mirate costoro in tempi, luoghi e condizioni diverse, con poco o nulla da fare, e in quella che ad altri pare beatitudine del non far niente. Costoro, dico, non saranno compatiti certamente dai beati vicini loro. Eppure certo è che compatibilissimi sono e se mostrano talora seccatura od impazienza; stimabili od ammirabili forse, se la loro forte volontà fa loro comprimere questi moti inutili ma naturali della loro parte animale.
Alberto poi era uno di quelli nei quali or vince l'abito, ora la volontà. Se vedeva in altrui qualche atto troppo sguaiato dell'abitudine, se sentiva per esempio uno degli antichi commilitoni regrettare la Francia (come dicevano infrancesati anche nelle parole), e soffocare nel lor piccolo paese, e non trovarci buono nulla, e unicamente lodare i modi, la lingua e perfin le donne straniere; allora Alberto si rivolgeva contro essi, ed usando la superiorità della sua ragione e della sua eloquenza naturale, li confondeva, e pareva il più ragionevole, il più tranquillo uomo del mondo, il più adagiato alle condizioni, alla pace, e se mai anche alla nullità del proprio paese. Tanto che i brontoloni da lui vinti se n'andavano sovente biecamente guardandolo e tra lor dicendo: «Costui, vedete, vuol essere impiegato.» Pochi giorni dopo, o talora poc'ore, lo stesso giorno, cambiando salotto, se veniva incontrato da Alberto per esempio una di que' faccendoni di nulla, gran maestri d'inezie, uomini profondi nei pettegolezzi, abili nell'arte dell'ozio, della inattività e della aspettativa; — e qui, come vedete non accenno se non i men cattivi, e passo gl'intrigantucci e gl'intrigantoni, gli adulatori e i piaggiatori sfacciati, gl'invidiosi, le spie e i calunniatori; — allora avreste veduto farsi Alberto tutt'altro, e in vece di ragionar bene come testè, e dire tra sè con pazienza: questi son spini naturali del terreno che produce quegli altri buoni frutti, e si vogliono perciò prendere con pazienza; in vece, dico, di continuare egli stesso così i proprj ragionamenti ed il proprio discorso, [pg!267] Alberto mutava discorsi e modi, passava dal campo de' ragionevoli e pazienti agli impazienti ed arrabbiati, ripetendo, od anche esagerando le cose stesse ch'egli aveva testè combattute. Una siffatta contradizione sta male e malissimo, lo so, lo confesso, ma lo dico e lo ripeto, non vi do Alberto per una perfezione.
Non fa mestieri ch'io dica dopo tutto ciò, che Alberto osservato dapprima con gelosia, invidiato poi quando si mostrava felice, criticato quando si mostrava impaziente, diventò a poco a poco incommodo, sospetto, inviso ai potenti. Del resto era la condizione di molti a que' tempi. Chi aveva torto? I malcontenti troppo malcontenti? o i potenti troppo sospettosi di essi? Gli uni e gli altri avean torto; ovvero nessuno avea torto. Sosterrei le due tesi a piacimento, appoggiato per la prima alla teoria che tutti vorrebbero esser buoni; e per la seconda alla pratica che nessuno lo è mai compiutamente. Ma ciò ci metterebbe in dispute di politica o filosofia, e i miei leggitori mi direbbero che non è questo il luogo da ciò. Lascio adunque la disputa eterna del bene o del male, e vengo ai fatti.
E il fatto fu, che una sera trovandosi Alberto nella corsia di mezzo del teatro, e conversando con altri giovani compagni suoi, di quelli che erano o passavano per malcontenti, ed udendo una di quelle scappate grosse che gli parevano troppo sragionevoli, egli, per non compromettere colà in pubblico colui che la pronunciava, non prese veramente al balzo la disputa, come avrebbe fatto altrove, ma non potè trattenersi di non dirgliene a bassa voce una parola di riprensione quantunque amichevole, e poi se n'andò. Al mattino stavasi tranquillamente in veste da camera e pianelle, i piedi al camino e fumando (gran conforto agli oziosi per forza), quando vide entrare l'amico interlocutore della sera innanzi. Al quale offerta una bella pipa turca, che è come il calumet di pace dei selvaggi, tanto seguiamo anche noi il costume antico romano di prendere dovunque, anche dai barbari, le nostre usanze, tutti e due incominciarono amichevolmente a fumare e parlare. «E, scusate» disse tra poco l'interlocutore, «voi avete fatto ier sera, se non altro.... [pg!268] una grande imprudenza; non sapete voi chi e quali fossero tutti quelli che ci stavano intorno ier sera?» «Qualche spia forse?» disse Alberto, «già s'intende.» «Forse anche ciò; e così forse feci male anch'io a dir quel che dissi; benchè.... tutt'altro che spie.... erano certo coloro tutti che ci accerchiavano. Dove diavolo vivete voi, che talora parete un poeta o un astronomo che non viva a questo mondo? Voi avete più talento che un altro; eppure talora non ci vedete un palmo al di là del vostro naso. In somma non vedete voi tutto ciò che si fa, ciò che succede all'intorno?» «Veggo di molte cose che non vorrei vedere di qua e di là. Ma che ci ho a far io? Non ci posso rimediare, nè altro posso se non esprimere di qua e di là, come n'ha diritto ogni uomo indipendente, o come anzi ne ha dovere, la mia avversione a tutte le esagerazioni. Forse lo fo con poca prudenza....» «E con poco senno,» riprese l'altro. «Il mondo è sempre andato e anderà sempre tra l'una e l'altra di quelle che voi chiamate esagerazioni. Non nego che non vi sia una via di mezzo più giusta tra due. La moderazione è più giusta che le esagerazioni. Chi ne dubita? È un assioma in etica, in dottrina cristiana, e se volete anche in filosofia. Ma in politica, cioè come va il mondo, non è così. E nel mondo al fatto, al tandem, è inutile, e nocivo a sè e agli altri, è colpevole anzi il voler tenere quella via di mezzo che nessuno tiene, e dove per conseguenza l'orgoglioso che la vuol tenere si trova poi solo o con pochissimi. Tu che pizzichi del letterato, non ti ricordi tu di quella legge di Solone che faceva impiccare i moderati di Atene, coloro che non sapevano prendere partito nè di qua nè di là?» Sorrideva Alberto, e ripigliava: «Solone faceva se non impiccare solamente coloro, che, quando fossero scoppiate le parti, non si decidessero per troppo amor di riposo nè per l'una nè per l'altra. E Solone faceva bene, massime in una repubblica. Perchè quando sono scoppiate le parti, e si viene ai ferri, non è possibile che l'una o l'altra non abbia un po' più di ragione, e allora è dovere di ogni cittadino di far trionfare quella che n'abbia un po' più, e di dare perciò la mano e il sangue. Ma bada bene a questa distinzione, [pg!269] poichè vuoi disputare; prima che scoppino le parti non c'è il medesimo obbligo, non c'è ragione di attizzarle perchè scoppino. E massime se le due parti non fossero buone nè l'una nè l'altra; che è il caso, vedi, che accade sovente pur troppo. Dico almeno per colui il quale abbia la disgrazia di vederle tutte due così nella sua coscienza. Allora è coscienza, e non orgoglio, di non volere mettersi nè in una parte nè nell'altra. E, bada bene, è poi anche meno viltà. Perchè già si sa che chi sta in mezzo così la paga poi in ogni caso; e non mi negherai che ci sia più coraggio a veder ciò e perseverare nella propria opinione in coscienza, che a correre solamente, come fate voi altri esagerati, un solo almeno dei due rischi, compensato per voi almeno dalla speranza di prendere la vostra porzione dei frutti della vittoria. A noi altri moderati non c'è mai questa possibilità favorevole, epperciò è tanto bello e forte l'essere moderati.» «Tutto ciò sta bene in teoria,» ripeteva l'altro, cocciuto come tanti in chiamar teoria tutto ciò che non entra nella loro pratica, «sta bene in teoria. Ma qui oramai non si tratta più di tutto ciò; e se aspetti per deciderti che ci siano i fatti, i fatti ci sono da gran tempo, e tu solo, buon uomo, non li sai vedere. Odi, io sono amico tuo; e....» e in ciò lasciava la pipa, s'appressava a lui e parlava più sommesso.... «tutti costoro che ci stavano intorno, e là in mezzo alla gente, alla folla ed alle spie, sai tu chi fossero e che facessero? Erano.... tanti membri d'una società segreta, che per ora a te profano non ti dirò il nome nostro, e là, e in piazza, ed incontrandoci, e sciogliendoci, o raunandoci dove il diavolo non ci troverebbe, teniamo alla barba di tutti, che non ce lo possono impedire oramai, i nostri consigli. E chi ce lo potrebbe impedire? Se tutti quanti son de' nostri! Negli ufficii, nei magistrati, nell'armata, ed alla corte, dappertutto ce n'abbiamo, dappertutto siamo, vediamo, operiamo. Come diamine con tanto spirito non l'hai veduto fin adesso? E come diamine colla tua moderazione ti vai tu mettendo male con tanta gente colle tue strapazzate come quella che mi volevi fare ier sera, e non mi facesti tu, ben vidi, per la buona intenzione di non compromettermi, mentr'eri [pg!270] tu povero uomo che ti compromettevi tanto più; epperciò io lasciai stare per riguardo a te.... e fui io allora il moderato.»
Che una tale scoperta così fatta allora da Alberto lo stupisse e lo lasciasse muto un istante, non è certo da stupire. Era come un passeggiero in una nave che tratto dal silenzio e dalla meditazione del suo camerino in sul ponte vegga inaspettatamente accumularsi da tutte le parti del cielo una furiosa tempesta, la quale minacci l'esistenza della nave e di quanto v'ha dentro. Per quanta prontezza di coraggio egli abbia, e' ci vuol pure un momento d'intervallo per passare dalla tranquillità in che era alla attività a cui è chiamato nel pericolo comune. Nè sa nemmeno a che rivolgere quella attività, nè quale abbia ad essere il suo ufficio, il suo dovere. Se il capitano è buono naturalmente, il meglio è porsi a sua disposizione, e offrirgli due braccia e un cuor forte. Ma se e il capitano e gli ufficiali principali non han cuore, o l'han perduto? che, se nell'urgenza appunto si sono di ciò avveduti i marinaj? Che, se ciò succedesse in una nave dove fossero tenuti al remo una ciurmaglia nemica già, ed or ribelle? Raccomandarsi a Dio, è forse la sola cosa che rimanga; se non che, volendo Iddio che ognuno ne' pericoli aiuti sè stesso e gli altri, forza è pure far qualche cosa anche quando non si sa che cosa fare. Ma, già si sa, non si può fare se non all'occorrenza quando non c'è più ordine nè ordinanti.
Il caso di Alberto era molto simile a tutto ciò. Mentre taceva stupito, l'altro ebbe agio a spingerlo e parlare. Questi momenti di stupore d'un uomo superiore sono buone fortune per gli uomini da meno che ne sogliono profittare per trionfare o parer trionfare un momento. Quell'altro espose le forze, più che i progetti della società. Mostrò la facilità dei disegni, qualunque fossero all'incirca. Nominò apertamente persone potenti, e ne nominò forse più che non ce n'erano in tutto ciò. Tutto ciò non riscoteva Alberto, che non era di quelli che si muovano perchè gli altri si son mossi. Mentre l'interlocutore pretendeva mettergli sott'occhio la facilità dell'impresa, egli ne pesava entro l'animo suo la [pg!271] giustizia, e il bene o il male che ne risulterebbe per la patria. E con quella mente sana e pronta ch'egli aveva naturalmente, e gli si era ancor più fatta tale nell'esercizio della professione militare, che avvezza a giudicare freddo e pronto nell'azione, giudicò di quella giustizia e di quella utilità, e risolvette di non entrarci assolutamente. Mi scusino i leggitori, se non do qui le ragioni, buone o cattive, di Alberto; che oltre al non voler fare un trattato di politica, non è intenzione mia lasciare scorgere il luogo della scena, il quale pure risulterebbe chiaro da tal discussione. Questo sì osserverò: che la risoluzione di Alberto potè essere influenzata da una sua speciale avversione che aveva sempre avuta e mantenuta per ogni sorta di società segrete. Si sa che queste pullulavano nell'esercito francese; e ce n'erano di quelle che parevano innocentissime, e come fatte per celia e per ridere e non più, ed altre che erano anzi utilissime a chi c'entrava, e per avere aiuto ed appoggio dai compagni, anche nemici, ne' varj casi di guerra, e per aiutarsi scambievolmente negli avanzamenti. Ma Alberto aveva sempre avute due ragioni di non voler entrare nelle società; una che, quantunque non fosse certo un devoto, e nemmeno nel calore della prima gioventù un esatto osservatore della sua religione, tuttavia ei ne teneva sempre in cuore la fede e l'obbedienza; e se le disobbediva, era per passione, e non mai per disprezzo o per interesse proprio. Onde che, sapendo che quelle società erano proibite, egli fin dall'infanzia le aveva abborrite, e continuava ad abborrirle. Perchè questo è il gran bene de' sentimenti infusi anche per semplice abito ne' cuori giovanili, che quantunque siffatti sentimenti siano talora fatti tacere dal bollor dell'età, tuttavia riman loro sempre come una voce sommessa e continua in fondo al cuore anche il più sviato. Laddove coloro che sono stati allevati all'uso di quel sommo scrittore, infimo ragionatore, di Giovanni Jacopo Rousseau, cioè quelli a cui non s'è data nè religione nè massima nessuna se non per la via del ragionamento, epperciò molto più tardi nella loro giovinezza, a misura solamente che si sviluppava in essi la facoltà del ragionare, non hanno nè la religione nè niuna [pg!272] buona massima infusa come nel sangue, e passata in abitudine; e sempre sono così durante tutta la loro vita titubanti, dubbiosi, scettici, come quel loro capo e patriarca lo fu fino all'ultimo. L'altra ragione di Alberto contro le società segrete era una di quelle molto semplici, che occorrono a tutti, e che persuaderebbero tutti, se serbassero quella semplicità di ragionare che è così preziosa, ma così rara, fra gli uomini alquanto innoltrati nella vita. Il mistero, la segretezza, era cosa particolarmente contraria al naturale d'Alberto; onde che, per gli affari suoi, non faceva mai segreti, e diceva di volerli condurre tutta sua vita in modo da non avere mai bisogno di segreto; e quanto a segreti altrui, ei ci si metteva il meno possibile, e li fuggiva anzi con quel medesimo ardore che altri usa a cercarli. Ma quanto poi al promettere il segreto d'una cosa a lui ancora ignota e non ancora rivelata, come s'usa all'entrare in tutte quelle società, ei pensava e diceva, che non è lecito assolutamente, che è assurdo, mettendo al rischio di violar poscia il segreto o di lasciar scannare, per esempio, il proprio padre. Nè si lasciava abbindolare da tutte le distinzioni e risposte che gli si facevano a ciò; che non era probabile nè possibile che l'incognito segreto tenuto da tanti fosse una simile scelleratezza: «Simile o no, maggiore o minore, può essere un male; ed io solo ne voglio giudicare, ne debbo giudicare prima di prometterne il segreto. Non prendo,» diceva, «in prestito la coscienza di nessuno; la mia è fatta a modo suo, e vuol giudicare da sè. In tutte queste vostre società dove ci son gradi di segretezza, e il gran segreto non è saputo, dicesi, se non da pochi ne' sommi gradi, o da uno solo, io non trovo innocente ed in coscienza se non que' pochi o quel solo, che soli sanno l'ultimo scopo della società. Che più, se ve l'ho da dire? trovo che questo solo sommo capo ha senno e ragione, sapendo egli solo dove va; gli altri all'incontro mi sembrano, scusate, tanti minchioni, andando innanzi con tutto lo sforzo senza saper dove, e come ad occhi chiusi, al cenno, all'occhio, secondo il modo di vedere di uno solo. Che modo è questo illiberale di cercare libertà? Sacrificare anzi intieramente la propria libertà d'azioni, il [pg!273] proprio libero arbitrio, che i peggiori tiranni non ci possono togliere nemmeno coi ferri e co' maggiori supplizj! Per Dio! Dio nemmeno non mi ha domandato nè mi domanda mai simile sacrificio; e certo che nol farò di vita mia a nessuno uomo al mondo, e che intiero mi porterò meco quel dono di Dio alla tomba, o, per dir meglio, all'altro mondo a restituirlo a chi me l'ha dato, che ne farà poi, lo sa egli, quel che vorrà.... Sentite,» aggiugneva egli poi sorridendo a quest'ultimo fra quelli che l'avean pressato d'entrare in una simile società, e dopo avergli risposto con quegli argomenti generali.... «Sentite, caro mio, per mostrarvi che non ho paura, nè di coloro da cui vi schermite, nè nemmeno di voi altri, io vi propongo di queste due cose l'una. L'una d'andare senza giuramento alla vostra società; mi conoscete abbastanza, non sono un delatore. Parlerete, parlerò, e c'intenderemo, o non c'intenderemo; ma almeno, finchè non c'intendiamo, rimarremo liberi da ambe le parti, io d'agire a modo mio, voi d'ammazzarmi, se volete e se è ne' vostri statuti. La seconda proposizione, che, capisco, vi parrà per parte mia soverchiamente ambiziosa, è di farmi sommo capo delle vostre società, di porvi a' miei ordini, di lasciarvi condurre dove piacerà a me, di non aver segreti per me, mentre io n'avrò uno, e il più importante di tutti, per voi; in somma, di far voi i minchioni verso di me, mentre io solo no 'l sarò verso di voi. Capisco che tutto il vantaggio è mio, che ci avrete le vostre difficoltà a far così verso di me; ma io assolutamente non voglio così fare per nessuno di voi, e tanto meno per uno che non so nemmeno chi sia.» Naturalmente sifatte proposizioni fecero terminare senz'altro il discorso.
Quella medesima già detta intenzione mia di non accennarvi altrimenti il luogo della mia istoria, mi fa passare sopra i varj accidenti della congiura e del suo risultato. E del resto non importa guari ciò all'istoria istessa, la quale è di accidenti e sentimenti privati più che di pubblici. Dei quali ultimi tocco e toccherò sempre quanto solo sarà necessario a fare intendere i primi. Nè lezioni di politica, nè lezioni al tutto nemmeno di morale privata, non sono queste. [pg!274] Vorrei sì, se l'animo mi reggesse, o in quanto mi regge ancora, e così narrando e discorrendo senz'arte, senz'ordine, senza sforzi, riandare nell'ozio della mia mente, e porgere agli oziosi miei leggitori alcune scene della vita comune dei nostri tempi; lasciando poi che ognuno a talento suo ne tragga quelle conseguenze che gli parrà. Quindi, non mettendo nelle mie narrazioni nè casi strani, nè situazioni cercate ad arte ed uniche o rare, ma anzi quelle che ho vedute io in realtà, e di quelle che hai tu pure vedute, o leggitor mio, tuttodì; ei può succedere che tu ci trovi poco interesse, e ti paiano pettegolezzi e non più, di quelli che fai ed odi fare sovente, se hai per fortuna qualche intima persona con cui conversare in confidenza. Ma e che ci ho a far io, se, non avendo più tal fortuna, prendo te, leggitor mio, per mio confidente, e vengo teco così pettegolezzando nelle mie narrazioni? Non ti lagnare; chè hai almeno questo grandissimo vantaggio con me sopra ogni altra persona che ti voglia stancare colle sue confidenze: che sovente non puoi interrompere o lasciare questi incomodi confidenti di viva voce, mentre me, ridotto in libro, mi puoi porre da lato quando t'annoio, e fin d'adesso, se ti parrà. Che se continui, soffri ancora una avvertenza; è meglio intenderci fin di qua. Le mie narrazioni sono vere, verissime quant'altre mai ti siano fatte: ma invano cercheresti gli originali che ho ritratti dal vivo, o di memoria; che, non volendo ciò, io t'ho fatta questa sola infedeltà frammischiarti i luoghi, i tempi e le persone in modo, che invano tenteresti di cavarne il costrutto. Il principale originale poi di tutti i narratori in versi o in prosa, dicesi che sia sempre il narratore stesso. I pittori (secondo dice Leonardo da Vinci in que' suoi meravigliosi avvertimenti che possono servire d'estetica anche per gli scrittori), i pittori ritraggono sovente sè stessi, e non solamente le bellezze, ma i proprj difetti, onde chi ha la mano, o un'altra parte brutta della propria persona, dee badare a non far brutta quella parte abitualmente nelle sue figure. Ma ciò sta bene per li pittori che corron dietro alla bellezza ideale. Io no, non son di questi; son pittor di genere, come si dice, tutt'al più; voglio ritrarre la natura, [pg!275] bella e brutta com'ell'è, o almen mi pare. Più sovente brutta o bella poi? Se ne disputa, a creder mio, molto inutilmente, e se ne disputerà senza fine; perchè in ogni fatto, in ogni azione umana, c'è quasi sempre il male e il bene misto; c'è l'oppressore e l'oppresso; il sacrificatore e la vittima; e l'azione, brutta per l'uno, è bella per l'altro; onde si può guardare dall'uno e l'altro lato, e dir bella, secondo quello in che si guarda.
I due sposi furono vittime in quegli avvenimenti. E furono vittime pienamente innocenti? Certo, ella sì. Egli poi, se non avesse fatto mai un'imprudenza, se fosse rimasto contento del suo raro destino di possedere una amorevole ed innamorata compagna, senza guardare al di là della camera nuziale, dove per lui si raccoglieva ogni felicità, forse che avrebbe potuto andar esente da tutti i mali che seguirono per amendue. Ma poi? Sarebb'egli stato innocente quel raccogliersi in sè ne' pericoli comuni, quella indifferenza ai concittadini, alla patria, quel ritrarsi da ogni pensiero comune per l'interesse della propria tranquillità? Altro è ciò, altro è ritrarsi dagli affari pubblici perchè uno vede di non potervi far nulla di buono. Quella è prudenza privata, questa comune; quello egoismo, questo, anzi, pubblico amore. Questo fece Alberto; e bastò per non deturparsi nè di qua nè di là nella propria coscienza; ma fu anzi per lui personalmente, ciò che già aveva preveduto, la massima di tutte le imprudenze. Perciocchè, passato quel tempo, come che fosse di congiure e rivoluzioni, vinte queste, e venuto il tempo delle vendette, delle indagini, delle persecuzioni, Alberto, già sospetto da gran tempo, e pei suoi antichi servigj, e pel suo matrimonio, e pel suo malcontento, e per le sue critiche e suo libero parlare, e per le amicizie che aveva con tanti simili a lui nelle circostanze dissimili nell'ultimo operare, fu confuso, messo insieme con questi, e non meno di questi perseguitato, e costretto a lasciare la patria.