Andò di quel medesimo giorno a far visita all'ex-barone; trovollo, come uomo di senno ch'egli era, non troppo diverso nella diversa fortuna. Diversissima sì la fanciulla; più bella che mai, o almeno gli parve tale; ma seria, soda, composta, tacita, e timida. Sarebbesi avvilita della disgrazia? Alberto nè toccò delicatamente con qualche parola; la fanciulla parve alzarsi come in trono, il trono dell'avversità, dal quale non meno forse che da ogni altro si mira ogni cosa dall'alto al basso. Alberto aveva un animo gentile; è dire che rispettava sopra ogni cosa la sfortuna e la sua alterezza.

Avrebbero naturalmente avute mille cose da dirsi. Non se ne dissero una. Anche gli animi più aperti si sentono imbrogliatissimi al ritrovarsi in situazioni tutto diverse da quelle in che già si lasciarono. Alberto non poteva più trattare Giulia come una bambina, e una bambina allevantesi e sbocciante tra le felicità e gli allettamenti. Forza era trattarla bene o male da fanciulla matura d'anni e di cuore. Era forza amarla o disprezzarla. Alberto l'adorò.

Fra pochi giorni si seppe in tutta la città. Alberto non ne faceva mistero; addobbava la casa, correva i mercanti, scriveva a Parigi per far venire mode, stoffe e gioielli. Le nozze parevano dover essere delle più splendide ed allegre. Tanto più chiasso, tanto più invidia nelle cittaduzze. E quella città era tale, a malgrado della Corte. Che anzi, la Corte era quella che faceva il grande impiccio. «Come mai non ci aveva egli pensato Alberto? La sposa non era nobile. Era impossibile, sarebbe stato inudito che una pari sua, una borghese [pg!259] fosse presentata a Corte. Eppure entrerà ella senza poter esser presentata una donna nella casa illustre dei....? «Ma Alberto domanderà la grazia,» dicevan gli uni. E gli altri: «Non la domanderà.» E i terzi: «Quando la domandasse, non l'otterrà. Ma se vi dico ch'ei non ci ha pensato. Che s'è incapucciato come se fosse un giovanetto di diciott'anni, e n'ha pur vent'otto.» «Gli è quell'astuto ex-barone che gliel'ha fatta. Quei liberali son più furbi di noi. Ei se l'è accattato; e la fanciulla anche non sta indietro in furberia nemmen ella, e chi sa...» Questi ed altri caritatevoli generosissimi discorsi si tenevano dalle nobilissime e più brave persone della città.

E dall'altra parte i borghesi, nella cui classe era di nuovo entrato l'ex-barone, non si restavano nè gridavan forse men forte. «Costui,» dicevano del barone, «ha sempre avuta ambizione. S'è fatto titolare negli anni scorsi, ed ora, distitolato egli, vuol titolare almen la figliuola. Che smania d'uscire dalla propria condizione! Sempre costui ha praticato, s'è ficcato co' nobili. Che non fa come noi, che li lasciamo stare, quanto almeno ci lasciano? Che bisogno abbiamo noi di costoro? I nostri scudi vagliono i loro, le nostre donne son belle quanto le loro....» «E per Dio,» aggiugneva un giovane, «anche le nostre spade, o le nostre pistole.» Scusa tu, o lettor mio; so anch'io che questi discorsi non avrebbero dovuto entrarci per nulla. Ma c'entrarono e si fecero, epperciò io fedelmente te li ripeto. Orgoglio di qua, orgoglio di là; non so quale il primo o il più urtante. So ch'è un gran peccato di qua e di là, che le persone bene educate di ogni città non si veggano, non si parlino, non si amino, non si maritino, direi così, a perfetta vicenda, e senza ammetter mai altra distinzione che quella vera e buona della più o men buona educazione; gran peccato che di una città, sovente già piccola, si voglian fare e si facciano, a danno comune, due diverse e troppo piccole città.

Ad ogni modo, così era a quel tempo in quel paese di che io vi parlava. Tanto che quelle nozze, che s'erano annunciate così splendide ed allegre, furono anzi serie e guaste, [pg!260] e quasi solitarie. Mancaronci molti parenti di qua e di là, e fu un disappunto grandissimo per quei pochi che ci andarono. Quanto poi a Giulia e ad Alberto, essi se ne accôrsero veramente; che non sarebbe stato possibile non udire gli strilli, o non vedere le smorfie di tanti intorno ad essi. Ma se n'accôrsero il meno possibile, e, per così dire, materialmente soltanto: e quanto alla loro interna gioia, quanto al reciproco amore principalmente, ei non ne fu guasto nemmeno d'un atomo, nè per un momento. Gli innamorati hanno un così buon naturale! Direi che è disprezzo di quanto può guastare la loro felicità; ma non è nemmeno disprezzo, che in tal sentimento entra di necessità un poco d'odio, e di questo nemmeno un briciolo è possibile alle anime veramente e felicemente innamorate. Giulia ed Alberto erano in tal felicità da non potersi guastare da nessun pettegolezzo, e non s'accôrsero se ci fosse poca o molta gente nel salotto, quando il lasciarono di soppiatto per ritrarsi insieme amendue.

Ma il male dei pettegolezzi gli è che non restano sempre pettegolezzi, e, crescendo a poco a poco, prendon forma e fronde, e portan frutti finalmente d'invidia. Alberto fin dal domane delle nozze s'era portata via con seco la sposa novella ad una sua villa discosta quasi una giornata dalla città, per passare colà, tranquilli o inebbriati d'amore, la loro luna di miele, secondo l'espressione e l'uso straniero, molto più opportuno certamente che non era l'uso antico da noi, di passare que' lieti e soavi giorni a salire e scendere in visite le scale di tutta la città. So che v'ha chi dice, anche fra gli stranieri, che siffatto uso non è buono, e che quel trovarsi così faccia a faccia per sì gran tempo l'un coll'altra ti fa discoprire subitamente i difetti reciproci, ti sfiora l'amore, ti noia insomma prima che il mese sia compiuto. Non decideremo la lite; la quale forse non si può decidere in generale per tutti i casi; benchè, tra uno ed una di poco amore e di poco divertimento, credo che anche senza la luna di miele verrà la freddezza e la noia; ma tra uno ed una in cui sia abondante il capitale d'amore e d'ingegno, siffatto capitale, col contraccambiarsi, non può a meno che [pg!261] aumentarsi. Ma lasciamo ognuno, principalmente in queste cose, fare a modo suo; anche le visite, se a lui piace.

E il fatto sta che al non farne c'è pure un grande inconveniente. La gente oziosa, a cui le visite servono pure (vedete se son da compatire!) di occupazione o di divertimento, non vi posson perdonare di defraudarle di questo. Supponete una vecchia vedova solitaria che non ha affari al mondo, che non lesse o non legge più una parola, che va in chiesa come andava al teatro, e per tutto conforto vede nel giorno tre o quattro vecchi, scapoli o vedovi come lei; non è ella una buona fortuna, una vera festa giustamente desiderabile per lei, l'aver a vedersi venire in quella camera solitaria ed invecchiata, due giovani freschi, allegri, agli abiti, al volto, alle parole, e fino ai passi e al modo d'entrare ed uscire? Se è buona la vecchierella, è un vero piacere per lei quello spettacolo dell'allegria e della gioventù, che le ricorda, senza rimorsi, i suoi giorni più felici. Se è cattiva, e se tal vista desta in lei amare memorie, rincrescimenti ed invidia, è pure un piacere vedersi presentare due novelle prede delle sue triste passioni, ed è perciò un disappunto, un dispiacere il vedersene frustrare. Potrei moltiplicare assai siffatti esempj; e vi capaciterei facilmente di questa nuova massima di politica sociale: che chi non fa visite s'espone a gran rischj.

Or mettete sul conto di Alberto e Giulia, oltre siffatta imprudenza, quella tanto maggiore d'aver, a malgrado del doppio veto reciproco, voluto accoppiare ed effettivamente accoppiato in loro le due diverse, se non avverse, condizioni di nobili e borghesi; più il peccato originale in lei d'esser più bella dell'altre; in lui d'essere, se non più ingegnoso, almeno di un ingegno più sviluppato, e se non più coraggioso, almeno d'un coraggio più provato; più il peccato, che era grosso allora agli occhi di molti, d'aver servito in Francia; più l'imprudenza con che Alberto ardiva talora criticare alcune antiche usanze, che gli fece subito dar l'epiteto, allor novissimo, di liberale; più.... le mille conseguenze e peccati veniali provenienti o accompagnanti quelli altri mortali od originali; e facilmente immaginerete che quando Giulia ed [pg!262] Alberto tornarono senza pensiero, e tutto preoccupati ancora dell'unico pensiero che avevano avuto nella loro dolce solitudine di parecchi mesi, essi furono accolti in città con visi arcigni, sorrisi sforzati, e scantonate e scarti per le vie, riverenze composte, ed alzarsi dal loro lato nei salotti, con cicaleggi poi a bassa voce, ed occhiate, e risi amari, ed esser ridotti sovente, in mezzo al mondo, a conversar tra l'uno e l'altra men lietamente che nella loro solitudine.

Tutto ciò non fa piacere a nessuno. Ma già si sa che i dispiaceri son più sentiti dagli uni che dagli altri. E il maggior male è, che i naturali i quali sentono più i dispiaceri, sono appunto i meno capaci di evitarli, o rimediarli. Un uomo freddo, tardo, serio e poco socievole, non si sarebbe accorto quasi, o, se mai, avrebbe portato con impenetrabile dignità quella ingrata situazione. Alberto la sentì forte, e la portò male. Quando vedeva quelle principianti sgarbatezze, in vece di parere non avvedersene, ei s'accigliava e le rompeva, andando francamente incontro ai mezzo sgarbati; i quali, per lo più, diventavano a un tratto garbatissimi. Fu detto una volta sola, che uno di quelli perseverasse nella sgarbatezza; e fu detto allora che s'incontrassero al mattino appresso, e fosse data al perseverante una lezione di civiltà. Ma che serve? Si possono impedire le sgarbatezze, non si possono esigere le amorevolezze; e queste mancavano sole alla felicità dei due sposi. Tra i due, Alberto era quello che ne pativa più. Le donne, quegli angeli in terra, quando amano e sono amate, non vedono più in là del loro amore. L'uomo, all'incontro, vuol sempre proteggere il suo amore, e s'esagera sovente siffatto dovere. Vuole che la sua amata sia amata, rispettata, ammirata, e gli pare di mancare a sè ed a lei, di non rivendicare per lei ed effettuare i suoi diritti. Aggiugni che Alberto, vivuto tanto lungi del paese, era pure amante sviscerato di esso. Era di quelli che in mezzo ai compagni francesi aveva sempre sostenuto che Napoleone era italiano di schiatta, di sangue e di nascita; ei l'aveva servito tanto più volentieri per ciò; non l'avrebbe lasciato mai, se fosse stato possibile; non l'essendo, aveva molto volentieri veduto tornare i proprj principi, a cui la propria [pg!263] famiglia era sempre stata devota, e aveva veduto poi con sommo piacere ritornare di provincia a patria indipendente, sebben piccola, il suo piccolo paese. L'inconveniente de' grandi, quel non aver più nè lingua, nè memorie, nè interessi, nè affetti comuni tra i sudditi dell'immenso impero, quel perdersi ogni individuo tra i milioni accumulati, se gli erano fatti sentire alla prova, e l'aveano se mai guarito d'ogni entusiasmo per la gran nazione, il grande impero, la grande armata, il gran padrone. Aveva, come tanti altri, salutata d'un inno di gioia l'aurora delle restaurazioni.

Già v'ho detto che Alberto non è un eroe da romanzo, e che ve lo dò qual era in natura co' suoi vizj, come colle sue virtù. Alberto era ambizioso. E tanto, che mancandogli un oggetto o un modo di ambizione, ei s'era facilmente rivolto a un altro. Aveva troppo ingegno per non vedere a un tratto che colla caduta di Napoleone eran cadute le gran carriere, le grandi avventure, erano sparite le larve ed i bastoni di marescialli, i sogni di glorie europee. Rideva egli stesso alcuni anni più tardi di que' sogni; ad uno che per burlarsi di lui gli diceva: «Confessate il vero, voi non speraste meno già che d'avere un giorno un esercito intiero ai vostri ordini, e di dare un giorno o l'altro a capo di esso qualche gran battaglia come maresciallo?» «No,» rispose sorridendo, «ma come re; ce n'erano allora degli altri venuti da più lontano.» Ma celiando egli stesso dell'antica sua ambizione, non celiava della nuova. Aveva pensato, ripatriando, di riprendere nel suo piccolo paese tutti i vantaggi che ci avean trovato i suoi maggiori addetti sempre al servigio del principe, ed aggiugnervi quelli personali che sentiva in sè del proprio ingegno e della propria esperienza. S'era consolato, come diceva all'incirca che si consolerebbe Cesare; aveva mutato le speranze di essere uno de' grandi d'Europa in quelle d'essere uno de' primi del suo paesuccio. È vero che l'ambizione d'Alberto non era di ricchezze, di titoli o di nastri; aveva tutto ciò, e, se non l'avesse avuto, il suo animo era più ambizioso che di tutto ciò. Sia meglio o peggio, egli ambiva il potere. Con questo [pg!264] voleva fare il bene della sua patria; ma già s'intende a modo suo; e con ciò urtava i modi altrui.