In risposta a un discorso pronunziato dal Ministro Odoardo Fabbri, a dì 14 d'Agosto, per dare notizia dello stato delle Romagne e d'Italia, dopo che la città di Bologna ebbe valorosamente respinto l'assalto degli Austriaci; il Mamiani così parlò:
Le parole che abbiamo udite sono, o Colleghi, degnissime di quell'uomo che per tutta la sua vita non breve combattè, resistette, e travagli e prigionie e proscrizioni sofferse per la libertà e l'indipendenza italiana. Io sentomi lieto ed altero il doppio in questo momento d'essere stretto con esso lui dell'onorevol nodo dell'amicizia. Debbono le sue parole eziandio rinvigorare ed accendere tutti coloro che l'ànno ascoltate, e coloro a cui verranno fuor di questo palagio con fedeltà ripetute. Conciossiachè elle suonano in sostanza, che se gl'Italiani non vogliono con le proprie mani atterrare ed abbandonare la causa comune, questa non sarà mai per cadere.
E che? potea forse la malagevole e contrastata risurrezione del nostro paese consistere tutta in una catena non mai spezzata nè rallentata di felici successi, e dovea forse tenere sembianza d'un marciar trionfale cominciato colà sul Mincio e terminato in pochi giorni sulla vetta del Campidoglio? E in quai libri, in quali storie abbiamo noi Italiani letto e imparato cosa a ciò somigliante? Forse nella storia antica di questa Roma, quando i Galli la saccheggiavano o Pirro ne sconfiggeva gli eserciti, o Annibale la sbigottiva con la vista delle prossime insegne cartaginesi, o la guerra sociale le rivoltava contro tutta l'Italia? E lasciando l'antichità come troppo diversa da noi, troviamo forse miglior condizione di fatti nelle guerre nazionali moderne? in quella di Spagna, per modo d'esempio, o in quella d'America, o nella più recente ancora e terribile della Grecia? V'appellate voi alla fortuna della rivoluzione francese, vale a dire del maggior fatto che si compisse dal popolo più bellicoso e più formidabile e unito del mondo moderno? Eppure a Tournay, in sul cominciar della guerra del novantuno, le truppe incodardite e non vinte d'ogni parte sbandaronsi. L'anno dopo, alla mala prova dell'armi in sul Reno aggiungevasi tutta la Vandea insorta, insorti i Lionesi, sconvolte e riluttanti parecchie provincie, padroni di Tolone gl'Inglesi. Più tardi, a molte e belle vittorie succedettero nuovi disastri; ed era perduta la Francia se il Genio non soccorreva di due sommi italiani, trionfando l'uno a Zurigo, l'altro a Marengo.
No, signori, l'inestimabil bene della indipendenza e della libertà non s'acquista con mediocre fatica, con poco sangue, con poche sventure. Imperocchè è necessità e ragione che sia pagato tanto caro, quanto è grande e infinito il suo pregio; e così tenacemente sia poi custodito, quanto fu duro e difficile l'occuparlo.
Io non venni qui certo per farla con voi da erudito, e rimettervi in mente i gesti gloriosi de' popoli che ognuno conosce ed ammira sin dall'infanzia. Nientedimeno, permettetemi che di passata io vi ricordi quel pugno di gente che abita le ultime arene del mare Germanico; quel picciol popolo Olandese che per la causa nostra medesima insorse e pugnò, ed ebbe ardimento di tener campo contro tutta la potenza spagnuola, tremendissima allora e pressochè smisurata. Quel pugno di gente, o colleghi, proseguì vent'anni la guerra, sostenne rovesci senza numero, tribulazioni senza esempio, e vide con occhio asciutto e spirito fiero ed intrepido diciotto mila de' suoi montare quando i roghi e quando i patiboli. Questo ferocemente vogliono ed operano le nazioni, allorchè ànno vero e santo proposito di sottrarsi al giogo de' forestieri.
Che a questi giorni la Causa Italiana corra pericolo grave non è dubbio; ma ch'ella sia già perduta o prossima ad essere, come osa taluno affermare, io risolutamente lo nego: e qui ciascuno di noi giudica e sente che ciò non è vero; imperocchè ciascuno di noi dispone e sottomette il cuor suo al debito primo ed indeclinabile di tentare ogni prova, reggere ogni travaglio, affrontare ogni rischio per la salvezza comune. Ed è natura di tutti i cimenti, e condizione e legge di tutte le forze morali; è decreto di giustizia, necessità di ragione, ordine di provvidenza, che la ostinata, coraggiosa e magnanima volontà di redimersi e di combattere le oppressioni, esca coronata e felice dal lungo conflitto.
Io so molto bene, che parecchi di noi sarebber saliti in tribuna a pronunziare oggi coteste massime con migliore loquela e con più faconda e potente persuasiva. Ma, d'altra parte, io considero, e i vostri applausi réndonmene certa testimonianza, che la bocca mia ragiona in questo punto e dichiara ciò che ragiona e pensa l'animo di tutti gli astanti. Però son sicuro che a rispetto della Camera intera, io adempio in questo punto non altra opera che quella d'un araldo fedele, il qual riferisce alla moltitudine radunata ciò che viengli commesso di dire, con precisione e semplicità.
Signori, tempo è giunto che noi assumiamo tutta la nostra dignità e la nostra maggioranza, e leviamo l'animo e il senno ad uguagliare l'altezza dei casi, e quella dirò puranco delle sventure.
Roma è virtual capo d'Italia, e nel Parlamento romano è la naturale potestà d'un ingerimento legittimo e salutare in tutti i fatti comuni di tutte le provincie italiane. Se ciò è vero, e la storia e le tradizioni e la pubblica voce e le nostre coscienze e l'universale consentimento il conferma, noi non saremo così vili da ricusare la gravità, le malagevolezze e i pericoli del grande e solenne ufficio.
Prima d'ogni cosa, è debito nostro, o uomini del Parlamento romano, di dichiarare dall'alto di questi scanni e in faccia a tutta l'Europa, che eziandio in vista dell'infortunio di Custoza, in noi non s'è menomata d'un atomo solo la fede piena e inconcussa che abbiamo nella salute d'Italia e nel coraggio de' suoi figliuoli. Per la seconda cosa, o signori, egli appartiene a questo consesso di spegnere affrettatamente le nuove faville di quell'egoismo antico e funesto che à cento volte procurato la ruina della patria, ed è insieme una colpa enormissima e un troppo visibile errore. Quell'egoismo, intendo, che fa credere per passione alle varie provincie d'Italia, e per empietà le fa sperare di salvarsi ciascuna da sè, e nel naufragio comune trovare per sè sola un porto e un asilo. O tutti salvi o tutti perduti; ecco il vero, colleghi onorandi: e il conformarvi i pensieri e le opere non solamente è giustizia e dovere, ma è riconoscere altresì un assioma patente ed irrepugnabile. Egli s'appartiene, per tanto, a noi di svellere con prestezza i germi di cotale egoismo, che pullulano di già e ribarbano in diverse contrade d'Italia; e nel tempo medesimo, spetta a noi di persuadere agli spiriti apprensivi ed irresoluti, ch'ei non v'à cagione niuna di disperare, ma solo di crescere e centuplicar l'energia, il coraggio e l'annegazione. Sopratutto a noi s'appartiene, o colleghi, di dare impulso veemente e dar direzione e coordinazione (quanto in sì fatte cose è possibile) alla sollevazione dei popoli, che qua e là serpendo e avvampando e come vasto incendio allargandosi, supplirà con miglior fortuna alle arti non sempre felici della strategia, e alla sola guerra dei battaglioni.