AI SIGNORI DIRETTORI DELL'EPOCA.

Ricordevole della calda affezione e della stima particolare e costante onde vi piace di onorarmi, io vi chiedo di far luogo nel pregiatissimo vostro foglio alla infrascritta dichiarazione, a dettar la quale sono mosso dalla stretta necessità di difendere l'onor mio; e chiedo insieme a voi ed a' vostri lettori infinite scuse dell'intrattenervi per alcun poco della mia inutile persona in giorni così gravosi e minaccevoli per l'Italia.

Molti o ingannati o maligni vanno spargendo da più tempo, che nell'intimo del cuor mio sta l'intenzione deliberata di rovesciare i presenti ordini dello Stato, e giungere alla fondazione d'un Governo provvisorio; a tale occulto ed ultimo fine rivolgere io le cure e i maneggi, ed alla preparazione sua essermi giovato per ogni guisa del Ministero che da me pigliò il nome. A voci così bugiarde e ingiuriose io non poneva, secondo mia costumanza, nessuna mente. Ma ora mi vien riferito da gente proba e autorevole, ch'esse suonano eziandio all'orecchio d'un personaggio, inverso del quale debbemi stringere, oltre a molti altri nodi, quello soave e perpetuo della gratitudine.

Impertanto, a me corre obbligo di formalmente dichiarare, siccome fo, che a quelle voci manca ogni sostegno di verità, e mai non sono state le mie intenzioni quali si fingono dai tristi o si credono dai corrivi, e che tutto è falso e calunnioso ciò che intorno al proposito si va divulgando.

A due fatti poi si accenna più specialmente da' miei detrattori ed accusatori, siccome a prove e testimonianze delle affermazioni loro; e nemmanco di tali due fatti moverei qui o altrove alcuna parola, quando non fossero raccontati nelle anticamere del Quirinale, ed ancora in più secreti ed alti colloquj. Il primo si è d'avere io questi giorni passati concluso un discorso alla Camera con questa frase per appunto: proporrò ad un estremo male un qualche estremo rimedio. Sopra che, affine di dissipare ogni sinistra interpretazione, bastimi di asserire con pienissima lealtà e fermezza, che i rimedj estremi a' quali pensavo non erano nè un Governo provvisorio nè altra cosa somigliante.

Convertonsi da taluni in secondo capo di accusa le parole che io dissi, e i partiti che io proposi nell'adunanza privata la qual si tenne in Monte Citorio la sera del primo agosto.

Ora, come in quell'adunanza si annoverarono non meno di trenta deputati, e ch'ogni varietà d'opinione e di sentimenti ebbevi rappresentanti ed interpreti, ciò ch'io vi discorsi e proposi mai non si potrebbe nè nascondere nè alterare; quindi alla comune testimonianza di que' deputati mi rimetto compiutamente. Di Governo provvisorio nessuno fece motto, nessuno fiatò; e quelle proposizioni che io metteva innanzi molto risolute e gagliarde come i casi portavano, tanto erano legali e accettabili, che vennero il dì poi con leggier differenza approvate e accettate da entrambi i Consigli deliberanti.

Scrissi, è già oltre a un anno, al Segretario di Stato Cardinal Gizzi e promisigli sull'onor mio, tornando nello Stato Romano, di astenermi da qualchessia modo violento di mutazione, e che avrei con sincerità ed esattezza obbedito alle leggi correnti. Quel che promisi ho attenuto e non cesserò di attenere, sì per debito di onestà e sì per utile della patria comune, a cui nuovi sommovimenti e scompigli farebbero danno e ruina.

Se in Roma si tenne proposito di Governo provvisorio, e nacque rischio fondato di vederlo costituito, fu certo ne' primi di maggio del vertente anno; e non si ignora, credo, da alcuno chi fosse colui il quale contribuì con maggior efficacia e prontezza a rimovere ed a cessar quel pericolo.

Terenzio Mamiani.