Sire

La Provvidenza per nuove ed arcane vie affretta e matura la salvezza d'Italia. Un popolo forte e animoso combatte sul Danubio quel nemico medesimo che noi sul Po e sull'Adige abbiam combattuto. Ecco nelle mani di Jellacich rompesi quella spada che dovea solo ringuainarsi dopo avere le membra del guasto impero tornate alla soggezione degli oligarchi. Ma questi non meno abborriti in casa che fuori, affogan di nuovo nel proprio sangue, e Vienna è testimonia d'una seconda e più terribile vittoria del popolo. Oltre di che, per confusione profonda dei Barbari, e consolazione non pure nostra ma di tutte le genti e dell'umana giustizia, egli piacque lassù che cagione, principio e sostenimento del notabile fatto fosse una schiera di quegl'Italiani sfortunatissimi che l'Austria a colpi di verghe costrigne a guerreggiare la patria e puntellare la sua tirannide. Ma la voce dei lontani fratelli penetrò nel cuor loro, e sentirono e riconobbero che il servaggio Ungherese saria primo anello alle dure catene d'Italia.

In tal guisa, o Principe, la Provvidenza ripara con patenti prodigi gran parte dei danni che il peccato non vostro ma della sola fortuna rovesciò sopra alle armi italiane, e che il vostro petto magnanimo con fermo e sereno coraggio sostenne. Noi sappiamo, o Sire, che ferve nell'animo vostro un'impazienza eroica di prontamente giovarvi delle prospere congiunture, e voi solo (sia lode al vero) o pochi altri con voi non avete guari dubitato delle sorti d'Italia: sicchè, aspettando tuttora dal congresso di Brusselle patti e proferte di pace, mai non avete tolta la mano d'in sull'elsa della spada, e mai non vi esce della memoria l'impavido precessor vostro Emanuele Filiberto; il quale assalito e spinto fuor dello stato, e perduta ogni sua provincia, non disperò, ma riebbesi animoso, e vinse e ricuperòlle. A voi, pertanto, debbe accrescere se non valore ed intrepidezza, conforto almeno e compiacimento lo scorgere a chiari segni, come non solamente ne' popoli vostri ma in tutti gli altri della Penisola sorge ora la stessa impazienza di ripigliare le armi, e romper col ferro i nodi e i viluppi dell'astuta diplomazia. Il Congresso della Società Nazionale per la Confederazione Italiana, che parla a voi rispettosamente per la nostra bocca, ve ne rende ampia e sicura testimonianza; imperocchè, componendosi esso di cittadini qui accorsi e adunati da ogni provincia del Bel Paese, fanno credenza interissima del volere e sentire di quelle. Di giorno in giorno, anzi, a dir più vero, d'ora in ora aumenta e moltiplica il desiderio e la brama ansiosa d'un nuovo conflitto; e una profonda voce dell'anima fa a tutti pensare e conoscere, che l'oscitanza e gl'indugi tanto sono funesti alla Causa nostra, quanto giovano quella degli avversarj. Lode a Dio, o Principe, comincia ad avvampare nei petti italiani una generosa vergogna di aver preso sgomento grave d'un subitaneo disastro, quale arrecano per ordinario le guerre ostinate e non brevi. Eglino, già ricreduti delle troppo vive speranze riposte in altrui, tornano con magnanima risoluzione ad aver fede unicamente in sè stessi. Tal fede, o Sire, riuscirà cotanto più salda e incrollabile, quanto, non di mobil fortuna, ma sarà figliuola di costanza e virtù; e quanto sono moltiplicate le ingiurie e le ferocie dei Barbari; quanto lo sdegno trabocca ora più veemente e legittimo; quanto l'onore delle armi, la gloria del nome italiano, il sangue dei fratelli non vendicato, il frutto di amarissimi sacrifici non ancora raccolto, la necessità stessa dei mali presenti e la certezza ed enormità dei futuri, ci costringono oggimai a combattere con salutare e invincibile disperazione. Il Congresso della Società Nazionale offre e promette alla Maestà Vostra di concorrere alla santa impresa con tutti que' mezzi che le facoltà proprie non solo, ma l'ardore, l'efficacia, lo sforzo e l'ostinazione d'uno zelo operoso e incolpevole sono capaci di porre in atto. La stella che la Maestà Vostra aspettava tiene il mezzo del cielo: trenta secoli di civiltà le hanno preparato il cammino.

Qui, per l'ordine del tempo, intramettiamo l'opuscolo che venne in luce il 49 in Roma, e fu nell'anno medesimo ristampato dai fratelli Pagano in Genova, con Appendice e Documenti, e con una prefazioncella di mano dell'Autore. In questa nuova pubblicazione v'à di giunta alcun documento e parecchie note.

DUE LETTERE DI TERENZIO MAMIANI,

L'UNA A' SUOI ELETTORI,

L'ALTRA ALLA SANTITÀ DI PIO IX.

Le nuove accuse e persecuzioni dalle quali viene infestato e oltraggiato l'Autore di queste lettere, lo persuadono a ristamparle, e a meglio chiarirne il concetto con qualche nota e documento. E ciò, non perchè gli atti di sua corta vita politica valgano l'attenzione e considerazione del secolo, pienissimo di cose grandi; ma solo perchè coloro a cui giungesse voce di lui, de' suoi scritti e dell'altre opere sue, non disconoscano le intenzioni rette ed i fini egregi a cui sempre à mirato con integrità di mente e di animo. Egli non si dorrà mai di vivere oscuro, come comporta la sua mediocrità e insufficienza; ma non vuol tollerare che altri procacci di ucciderne per tempo il nome con la calunnia. Nè debb'esser lecito a coloro i quali ingrassano oggi delle sventure della Nazione, il mentire con impudenza, solo perchè spogliano l'avversario d'ogni facoltà di rispondere, e gli appuntano alla gola le bajonette forestiere. Lecito non debb'esser loro di accusare gli onesti senza giusto richiamo d'alcuno, e senza trovare chi li sbugiardi solennemente, e li disusi dal vezzo che van pigliando di attribuire il titolo di agitatori insidiosi dell'ordine[30] a gente la quale ogni cosa à procurato e tentato appunto per ricomporre l'ordine, far cessare le differenze, scansare gli eccessi. Il che a nessuno è più manifesto che ad essi medesimi detrattori, i quali nelle ultime rivolture d'Italia e di Roma, caduti in odio all'universale e però venuti in paura estrema di raccogliere alfine il merito loro, mai non finivano di ringraziare e lodare di moderazione, giustizia, bontà, modestia e ogni bene l'Autore di queste lettere. Del rimanente, egli stima che non dovrà correre moltissimo tempo perchè si veda chiaro ed aperto da qual sorta di cittadini si commetta opera veramente perturbatrice e sovvertitrice dello Stato: se da quella, cioè, che trascina oggi Pio IX sulle fallaci orme del suo predecessore; ovvero da quella che a mani giunte il pregava di compiere la ben cominciata impresa, separando al possibile le due potestà, e non avversando negl'Italiani il legittimo desiderio di costituirsi in pieno e sicuro essere di Nazione.

TERENZIO MAMIANI A' SUOI ELETTORI.

Le Camere sono dal presente Ministero state prorogate, o, a dir più giusto, disciolte; dappoichè invece loro vien convocata un'Assemblea generale, a cui si commette il pieno riordinamento delle pubbliche cose.[31] A me corre pertanto l'obbligazione, o concittadini elettori, di dichiararvi, almeno in compendio, come abbia io sostenuto il nobile ufficio che mi affidaste, eseguito il geloso vostro mandato, raccolte e interpretate le vostre opinioni, difese in ogni frangente le prerogative e i diritti che vi appartengono Ma innanzi ogni cosa, perchè a voi sia fattibile il giudicare equamente dei consigli e delle opere mie, pregovi di ricordare, che queste provincie romane vivono in condizione civile e politica affatto speciale e straordinaria, e si differenziano perciò da tutte le altre del mondo. A noi popoli dello Stato Ecclesiastico, il conseguire od il conservare quegli istituti liberali di cui l'Europa e le Americhe godono oggimai con saldo possesso, è impresa non pure assai malagevole e travagliosa, ma non mai compita e non mai sicura dell'avvenire. Ciò accade principalmente perchè altrove, presupposta la generalità e maturità di certe opinioni, le libertà pubbliche sono conquistate e fermate per sempre, mediante la mutazione d'alcuni fatti, e abbattendo l'armi prezzolate e l'altre materiali difese che il dispotismo si tiene intorno. Ma contro di noi, sta tutto intero un sistema antichissimo di dottrine e d'interessi, il quale si vuol far parere da molti una seconda religione, ed un tessuto mirabile non di pensieri e credenze assai controverse, ma di dogmi assoluti e intangibili. E, per esempio, è dogma assoluto ed irrepugnabile per cotestoro, che la sovranità temporale dei Papi abbia origine miracolosa, e proceda dai più alti e profondi decreti della Provvidenza, la qual vuole con essa difendere e tutelare la Chiesa, e accrescerle autorità e splendore. Perciò, in quel mentre che in qualunque contrada civile cessa ai dì nostri di venir confessato e creduto il diritto divino dei principi, la potestà temporale dei Papi ne rimane necessariamente e perpetuamente investita. Perciò pure, ogni libertà e franchigia costituzionale che godano o sien per godere i popoli dello Stato Romano, non muove da alcun diritto naturale in essi riconosciuto, ma è dono e largimento spontaneo e revocabile del principe, il quale in sostanza permane mai sempre arbitro supremo e signore assoluto del tutto. Un altro dogma da cotestoro professato si è, che alla sovranità temporale dei Papi conviene una ragione di stato ed una politica diversissima da quella di ogni altro monarca. Nel vero, i Papi, ricordevoli delle prove guerresche riuscite loro quasi sempre infelicemente, non muovono l'armi al dì d'oggi contro a nessuno, non si stringono in leghe, non entrano a parte di alcuna impresa generosa o di terra o di mare, e serban sè stessi in una perpetua neutralità ed immobilità; laonde avviene che gli Stati della Chiesa si separano affatto dalla sorte degli altri regni e non appartengono propriamente ad alcuna nazione, ma tutte le genti invece si debbono accordare a rispettarli e a difenderli; e dove non succeda l'accordo, essi vanno in fascio senza rimedio; e dove succeda, rimangono alla discrezione di chi li ajuta. E però, conviensi porre gran cura che vicino a loro non sorga alcun potentato così poderoso ed armigero da tenerli in sospetto e timore continuo di dipendenza; considerato che alle loro popolazioni tocca di rimanere perpetuamente inermi ed imbelli, e le provincie sono aperte ed apparecchiate ad ogni invasione. Forse l'Italia spartita in più regni e incapace di farsi nazione giova all'indipendenza degli Stati Ecclesiastici; come lor giova assaissimo che i principi più formidabili sieno disposti a proteggerli, in contraccambio del gran sostegno che l'autorità regia e assoluta riceve ora dal papato. Del rimanente, sentenzian costoro, il dominio temporale dei Papi à da natura e per debito d'informarsi tutto quanto della potestà spirituale, ed intendere in ogni cosa a favorire e servire la Chiesa, ed essere il suo braccio e il suo scudo. Perlochè quei fatti e quelle opinioni che la Chiesa censura e altrove non può colla forza impedire, ben li dee impedire con la forza nel proprio Stato; e similmente, quei precetti spirituali che altrove legano e stringono le sole coscienze, la Chiesa nel proprio Stato fa ubbidire e osservare con tutti i mezzi prepotenti di cui il principe si vale e dispone. Laonde v'à certe libertà sostanziali e che dell'altre son fondamento, come, exempligrazia, quella dello stampare e del divulgare, e quella del non soffrire costringimento nella scelta nè nella professione del culto, ambedue le quali in Roma non possono entrare; ed anzi vi sono dannate ed abbominate, e l'encicliche pontificie ne scrivono ogni maggior male e chiamanle detestande. Del pari, di quelle altre franchigie civili e politiche, e di quelle istituzioni popolaresche che dovunque ora vanno sorgendo e convalidandosi, una porzione molto scarsa e in rigido modo temperata ed attenuata può accettarsi da Roma; alla quale veramente, per la libertà pienissima della Chiesa, occorre una libertà pienissima di comando. In fine, per questa ragione medesima della lega e contemperanza dello spirituale col temporale, ogni moto politico il quale intendesse a mutare le forme ministrative e a sottoporre il principato a leggi e ordini ristrettivi, à negli Stati della Chiesa nome e valore di sacrilegio, e sacrileghi ne sono tutti gli autori, e sul capo loro balenano minacciose le folgori del Vaticano.