Tale è il sistema e tali gli adagi e le massime che sino a jer l'altro (può dirsi) ànno governato la sovranità temporale dei Papi; la quale, segnatamente negli ultimi tempi, quanto più scorgeva sè stessa debole e minima a rispetto dei gran potentati, e sentivasi combattuta e scossa nell'interno suo seno da incessanti macchinazioni e congiure, tanto più si opponeva con ira profonda allo spirito di libertà, ed all'apparenza perfino delle liberali istituzioni.

Ora, i popoli sempre facili a sperar bene e il passato dimenticare, credettero (voi vel ricordale, o concittadini) che tutto ciò dovesse mutarsi all'assunzione di Pio IX. E certo egli accadeva così, dove avesser potuto bastare all'impresa la bontà specchiata, le intenzioni purissime, la infinita soavità e mitezza di quella bell'anima; e d'altra parte, fosse stato presente agli spiriti più caldi e animosi, come non si spianta in un giorno solo quello che i secoli ànno radicato, e come l'impeto e la violenza non ajutano a consumare le cose le quali si reggono nella fede.

Ma lasciando ciò stare, certissimo è, che i nuovi e risoluti pensieri dei nostri popoli doveano presto venire in lite con quel sistema di cui ho discorso, e i cui settatori nè per le mutazioni sopravvenute in tutta Europa, nè per le riforme di già compite, nè per lo Statuto medesimo promulgato, erano tanto o quanto disposti a modificare le lor viete dottrine, e sopprimere una sola di loro ambigue giurisdizioni. Voi ben sapete che il primo patente conflitto scoppiò al pubblicarsi dell'allocuzione pontificale del 29 di Aprile, in cui venia riprovata e interdetta la guerra vivissima che le truppe nostre e il fiore de' nostri giovani, mescolati con Subalpini e Toscani, combattevano di là dal Po contro gli stranieri, a fine di riscattare l'Italia e in essere di nazione rivendicarla. I Romani, che tra le file de' Volontarii annoveravano chi il figliuolo, chi il padre, ognuno un parente o un amico, fieramente se ne sdegnarono. La città turbata e sconvolta diè di piglio alle armi, s'impossessò del Castello, mise guardie a tutte le porte, ad ogni crocicchio; proruppe in minacce di morte contro ai prelati che s'imputavano di avere mal consigliato il Pontefice, e sulle piazze e per tutto parlavasi aperto di dare al governo altra forma e altro capo.

Allora fu, come vi è noto, che la Santità Sua si degnò di chiamarmi, e dopo seguito un lungo colloquio in presenza dei cardinali Altieri e Antonelli, mi diè quella il carico di comporre un Ministero tutto di laici, e dal quale fossero per concessione nuova trattati eziandio gli affari esterni secolari. Io, quantunque conoscessi assai nettamente che il conflitto era per rinnovarsi infinite altre volte, e nessuna vittoria formale essersi guadagnata sulle pretensioni e le massime del sistema sopradescritto; pure, volendo la fortuna che il nome mio avesse in quei giorni arbitrio di racquetare la città e ricomporre l'ordine pubblico, e considerando la gran ruina che cagionava l'abbandonarsi affatto da noi Romani la guerra dell'Indipendenza, accettai la datami commissione; e mercè della cortesia ed annegazione degli onorevoli miei colleghi, venne il dì dopo costituito il nuovo governo, e la città e le provincie quasi per incantesimo ricondotte all'usuale tranquillità. Fu in sulle prime nostra gran cura, non potendo mettere in atto se non la minima parte delle riforme ed innovazioni che i tempi chiedevano, di significare almeno e dichiarare in faccia all'Italia ed al mondo cattolico, qual modo noi credevamo più razionale insieme e più pratico per conciliare le differenze, mettere in buon accordo lo spirito dell'autorità assoluta e quello della libertà, convertire tutte le forze dello Stato al fine massimo e santo dell'Indipendenza nazionale, e cavare dalle condizioni speciali di Roma e della civiltà sua un principio eterno ed universale d'inconcussa moralità e di vero sociale perfezionamento: conciossiachè io scorgeva assai manifesto, che alle tante ed inopinate rivolture d'Europa mancava la fede profonda nel bene e nella giustizia, il concetto chiaro degli uffici e delle virtù cittadine, e il sentimento vivo, operoso ed assiduo del dovere.

Le quali tutte cose noi pronunziammo in uno scritto che, il 9 giugno del 1848, aprendosi per la prima volta i Consigli deliberanti, leggemmo pubblicamente dalla tribuna, e fu domandato il programma del Ministero. In esso proposesi quella sola ed unica forma di concordia e armonia sincera e durevole fra la libertà e il papato, la qual consisteva principalmente a distinguere e separare al possibile nella persona medesima il regno spirituale dal temporale; e che il primo si esercitasse dal Pontefice immediatamente con ogni pienezza di autorità, l'altro fosse delegato in massima parte e lasciato all'arbitrio delle due Camere, e dell'opinione più generale e più savia. Il perchè, «se il governo rappresentativo (diceva il Programma) non esistesse in niun luogo, inventar dovrebbesi per queste Romane Provincie.» Dalla quale separazione leale e profonda sarebbersi in ultimo originati quei due gran beni che il mondo moderno desidera e spera di effettuare; cioè a dire, che la religione s'adusi a vivere in mezzo alla libertà, e che questa si purghi, s'infiammi e nobiliti nella religione. In tal guisa poteva da Roma procedere un influsso nuovo e universale di civiltà, e noi Italiani ripigliare qualche insigne porzione della preminenza antica. Essendochè «non sempre (affermava quel nostro scritto) la grandezza dei popoli è da misurare dall'ampiezza del territorio e dalla potenza delle armi. Imperocchè ogni vera e salda grandezza scaturisce dall'intelletto e dall'animo. Epperò, in questa nè molto ampia nè formidabile provincia italiana, noi tuttavolta siamo chiamati a grandissime cose.(A)[32]

Ma tutto ciò non fu che un voto, e una professione accademica di principj: nel fatto, il Ministero che da me prese il nome, sostenne dai partigiani del vecchio sistema tal guerra e così contumace e furiosa, da rendere vano ogni accordo e impossibile ogni transazione. E perchè v'abbiate, o concittadini, un saggio della tenacità e ignoranza con cui le intenzioni nostre e i disegni e le opere si combattevano e denigravano, vi basti di sapere quello che dissero e fecero contro una delle più pure e sante e insieme delle più civili e lodevoli istituzioni da noi proposte, io vo' parlare del Ministero della pubblica beneficenza. Qual cosa, in nome di Dio, era più conveniente a un Pontefice, che dare al mondo l'esempio di reputare la pubblica beneficenza e l'educazione del popol minuto una materia sì degna e pia e sì grave e sollecitosa, da doversi raccogliere in un ministero speciale e a quella sola materia applicato? Massimamente che, nella nostra proposta di legge, gli ordinamenti, i metodi e le pertinenze date a quel ministero mostravano con quanta saviezza (sia lecito dirlo) erano scansati i due scogli in cui rompe il presente secolo; di accettare, cioè, come praticabili e vere mille funeste utopie; o, per lo contrario, di non degnare neppur di uno sguardo quelle quistioni che versano peculiarmente sulla condizione e la sorte delle classi più disagiate, quasi bastasse per attutire e sopprimere i fatti il non tenerne conto e il non ragionarne. Ma gli avversarj nostri ci accusavano al Principe di favorire e promuovere il socialismo, e che era mio pensiero ripetere in Roma le prove sfortunatamente fatte dal Blanc in Parigi.(B)

Con tutto ciò, io non mancava, o concittadini, nè alcuno de' miei colleghi, di sostenere la lotta animosamente, e di proporre in Parlamento profittevoli leggi, seguendo una ragione di stato schietta, generosa e manifestamente amica d'ogni legale progresso. Avanzarsi all'acquisto di più larghe franchigie, svolgendo e applicando le già conseguite, e avvezzando i popoli all'osservanza scrupolosa della legge e del dritto. Iniziare la vita politica vera, sì con l'esercizio intero e comune delle libertà municipali, e sì faticando all'educazione delle povere plebi, e attraendole col benefizio e con l'istruzione inverso i nuovi istituti. Comprimere le sètte, fomentar la concordia, in nulla cosa operare come fazione, ma sempre e in tutto come tutela comune e imparziale. La diplomazia, franca, leale e severissima osservatrice dei patti; come fu mostrato nella capitolazione di Vicenza e Treviso, contro il volere di molti, e il fatto e le suggestioni d'altra Provincia italiana. Primo d'ogni mezzo governativo, la moralità e l'esempio. Suprema cura, l'Indipendenza nazionale e ajutare l'armi di Carlo Alberto senza gelosia e secondi fini, con fede e disinteresse di buoni italiani.(C) A queste mire salutevoli ed alte io volgea la mente e l'azione, allorquando sopraggiunse il gran disastro di Custoza. Il quale richiedendo partiti forti e ricisi, furono dal Ministero risolute alcune proposte di legge da recarsi ai Consigli, vigorose, efficaci ed ai casi proporzionale. Ma dal Principe non vennero consentite. Perlochè apparendo chiaro a me ed ai miei colleghi di non potere più oltre servire lo Stato senza diservire l'Italia, uscimmo dal Governo, e commettemmo quel dì medesimo ad alcuni amici e fautori di recare invece nostra quelle proposte dinanzi alle Camere. Così ebbe fine il Ministero dei 2 di maggio, al quale insino all'ultimo durò ostinato e fedele il favor popolare. Tornato io ai semplici uffici di deputato, credo che non vi siano cadute della memoria parecchie provvisioni da me suggerite e discusse nel Parlamento, e da esso accettate, con sempre un fine medesimo, il quale era di por mano dal lato nostro a tutti i mezzi operabili e a tutti gli spedienti arditi ed insoliti per ristorare la fortuna delle armi italiane Io fo conto che tra voi, cittadini, non sia nessuna di quell'anime fredde e accidiose cui parve allora cosa ridevole che, per virtù d'una mia proposta, le Camere e il Ministero invitassero le moltitudini a crescere e raddensare le file de' nostri soldati, e a combattere tutti alla disperata e per ogni dove contro gli Austriaci. Ma che io non proponessi e le Camere non approvassero alcun concetto vano e fantastico, ben lo provarono i Bolognesi, che soli, inermi e disordinati, cacciarono pur nondimeno dalle porte loro molte migliaja di Tedeschi agguerriti, e per fresca vittoria orgogliosi e feroci. Dal qual fatto è lecito di trarre misura di quello che l'ardore de' nostri popoli avrebbe adempiuto se ajutavali prontamente e gagliardamente il Governo.

Ma i nostri avversarj avevano fermo in cuore di non dare alcun esito alle deliberazioni del Parlamento; il quale, perchè non mai desisteva dal suo proposito e sempre ragionava d'Italia, d'indipendenza e di guerra santa, venne alfine prorogato. Io non mi spiccherò punto dal mio subbietto per raccontarvi come tornato, o compaesani, in mezzo di voi, e fatto pensiero di ripigliare gli antichi studj, mi giungesse invito di recarmi in Torino per assistere di persona a un congresso promovitore della Confederazione Italiana; e come ciò parendomi cosa di gran momento e promettitrice di sommo bene alla patria nostra, io reputassi di dovermi subito metter in via, e sostenere nuovo disagio e fatica.

A voi debbo unicamente e insino alla fine dar conto esatto del vostro mandato. E però vi dico, che giacendo io infermo in Genova di non leggier malattia, pervennemi notizia, che in una grave e sconcia sommossa accaduta in Roma il dì 16 di novembre, s'erano al Santo Padre proposti dal popolo alcuni nomi per un Ministero nuovo, e che il mio era in capo di lista. Colpito dalla singolarità del caso più che da altro pensiero, mossi affrettatamente da Genova, e per via fummi recapitata la lettera in cui, per dispaccio dell'Eminentissimo Segretario di Stato, io veniva dal Papa chiamato a reggere il ministero delle corrispondenze esteriori. Similmente, m'istruivano le gazzette, che i desiderj del popolo non erano andati più oltre di quel Programma che io leggeva già in Parlamento; e solo, facevasi domanda calorosa e formale di vederlo eseguito con lealtà e per l'appunto. D'altra parte, osservando io che nella lista proposta dal popolo il Principe avea cancellato alcun nome e supplito con altri in essa non designati, e che similmente in luogo dell'Abbate Rosmini non accettante avea posto il Decano di Rota Monsignor Muzzarelli, mi recavo a credere che Sua Beatitudine volesse con tali mutazioni mostrare, non avere in ultimo nella formazione del Ministero preso consiglio da altri che da sè stesso. Ma giunto in Roma (il che fu otto dì incirca dopo i tristi casi del 15 e 16), mi avvidi subitamente, che niuna cosa era concordata e accettata, quantunque molte apparenze il contrario annunziassero; e però, non volendo io tornare con eziandio peggior condizioni al conflitto e travaglio del primo mio ministero, mi risolveva del tutto a non consentire all'offerta; quando il 25 a mattina, Roma fu piena della subitanea e soppiatta partenza del Papa. Allora, considerando il pericolo grave in che rimanea lo Stato di non avere chi lo reggesse, e di nuocere notabilmente al successo della Causa Italiana; e considerando più ancora, che il Papa, in luogo d'ogni ordinamento e d'ogni disposizione acconcia al bisogno, erasi ristretto, partendo, a raccomandare al Ministro Galletti e a tutti gli altri Ministri l'ordine e la quiete della città, secondo che vedesi scritto nella lettera autografa al signor Marchese Sacchetti; a me parve quasi atto di pusillanimità il persistere nel rifiuto, e quel dì medesimo entrai al governo.

Non però ch'io non presentissi la guerra che d'ambo i lati avrei sostenuta, e il difetto pressochè intero di autorità e di forza per superarla; il che mi piacque più d'una volta di esprimere e dichiarare dalla tribuna, e giunsi perfino ad assomigliare quella trista vita ministeriale ad un'agonia:[33] ondechè, lasciando a ciascuno l'arbitrio di giudicarne a suo modo, a me la coscienza testimonia e confessa, che quell'entrare al governo fu dal mio lato un penoso atto di annegazione. Gli ultimi nodi di amore e fiducia tra il popolo e il principe erano spezzati; niun dubitava che a Gaeta i partigiani del vecchio sistema avrebber tenute ambo le chiavi del cuore di Pio IX, e sbanditone a poco a poco i pensieri più miti e più al secolo confacenti. La fuga di Lui dava principio ad un gagliardo e vasto macchinamento di repulse, di proteste, di monitorj, da quei partigiani apparecchiato, e intorno al quale travaglierebbersi con tanta maggior passione, quanto le umiliazioni in Roma sofferte erano state più numerose e pungenti. Scomparso il Pontefice, lo Stato, speravano essi, traboccherebbe nell'anarchia: quindi la stanchezza e lo sdegno dei popoli; quindi un piano e naturale ritorno all'antica dominazione, senza bisogno d'armi straniere; a peggio andare, quelle armi chiamate e sollecitate verrebbero. D'altra parte, accanto a questi errori e perfidie della corte di Gaeta, crescevano in Roma le smoderanze dei democratici; a molti dei quali la sommossa del dì 16, ch'elli chiamavano rivoluzione, pareva non aver recato frutto nessuno; e, secondo l'usato, accusavano il Ministero di timidezza e d'ignavia: attesochè, a giudicio loro, il sol fatto da farsi era proclamar la repubblica; il rimanente valea come nulla. Le altre Provincie Italiane non si attentavano ancora di giudicare; ma la diplomazia europea s'inveleniva contro di noi ogni giorno più. E per vero, un Pontefice stato non molto tempo innanzi il Dio degli Italiani; chiamato da essi tutti Salvatore e Liberatore; creduto un vivente miracolo della Provvidenza, e levato al cielo con lodi tanto superlative, che mai sulle bocche degli uomini non suonarono le maggiori, doveva a forza destare in Europa gran compassione della mutata fortuna, correndo voce per tutto, ch'Egli era costretto a riparare e salvare in terra non sua non pure la maestà del pontificato, ma la persona propria e la vita. S'aggiungeva a questo l'interesse per ciascun potentato di non dispiacere alle sue provincie cattoliche; poi la voglia d'ingerirsi nei fatti nostri, e tirarli ognuno al suo pro. Forse a tali ragioni accompagnavasi un'altra migliore e di più rilievo. Chi regge gli Stati sente più al vivo il bisogno di fondarli in cosa ferma e inconcussa; e tanto esso desidera di conservare e di ristaurare, quanto il popolo, impaziente e voltabile, di demolire e mutare. Meraviglia non è, pertanto, se negli uomini d'alto affare, sgomentati dall'accumularsi rapidissimo di tante rovine, è subito nata una grande sollecitudine per le potestà e prerogative temporali del Pontefice; giudicando che solo dalla religione possa oggimai rampollare alcun principio di autorità, e alcuna virtù permanente, capace di architettare più tardi e ricostruire sul sodo l'ordine intero sociale. E perchè poi non si avvedono come la religione stessa, immobile nella sostanza e nelle forme mutabile, dee con le nuove condizioni civili o innovarsi o scadere, tutta la prudenza loro a rispetto di ciò consiste a voler serbare intatto e inviolato (se fia possibile) ogni muro e ogni pietra della fabbrica antica, e mostrarsene zelatori poco opportuni e poco creduti.