Posta, dunque, tal natura di casi e tale singolarità di opinioni, agevolmente se ne cavava ciò che il Governo dovea volere e tentare. Alla crescente discrepanza degli estremi partiti conveniva procacciare un termine molto sollecito, affine ch'ella non trascorresse tant'oltre da giungere tardo qualunque rimedio. All'incertezze e agli arrischiamenti di quel viver politico, ed alle speranze perverse che fondavano gli avversarj sugl'intestini sconvolgimenti, doveasi opporre una gran cura dell'ordine e quiete pubblica, e l'unione e consenso massimo tra tutti i magistrati e rettori. Alle accuse maligne e alle nemiche intenzioni della diplomazia facea mestieri rispondere con la ragione patente del dritto, e con l'osservanza continua e gelosa della legalità, e serbando scrupoloso rispetto e favore alle cose singolarmente di religione e di culto. Infine, ogni altra diligenza e fatica era d'uopo voltare alle armi, ed apparecchiar gli ajuti alla guerra non evitabile e già soprastante. Tutto ciò per appunto facemmo, od almeno iniziammo e tentammo io e gli ottimi miei colleghi; e tanto parve opportuno e assennato questo operare all'universale, che le Camere, il Municipio ed ogni ordine di cittadini con noi s'accostò e si strinse; nè mai s'è veduto concordia tale in congiunture tanto strane e pericolose; e nulla valse a spezzarla finchè stettero quelle massime, e il Governo lor tenne fede.(D)
Ben vi è nota, o concittadini, la prima protesta di Pio IX, data in Gaeta il 27 di Novembre e giunta in Roma il 3 del seguente mese. Da lei era invalidata qualunque cosa pigliava radice dai fatti tumultuosi del 16 di Novembre; e a dare poi un capo al Governo, rimasto tronco e spartito, chiamavansi a reggerlo sette persone, di cui sole quattro stanziavano in Roma, e di queste una sola non si occultò. Io ed i miei colleghi, appena fummo sicuri che il Santo Padre infirmava ed aboliva l'autorità nostra, subito rassegnammo per lettera gli uffici ministeriali al Pontefice, e da questo lato ogni difficoltà era rimossa. Ma durava l'altra infinitamente maggiore della Commissione nuova governativa, la quale non adunatasi mai, e mantenendosi inoperante e invisibile, avea più forma di sogno che di realtà; tenea nascosto il mandato e gli altri carichi ricevuti, nè in verun modo eseguivali; non parlava, non iscriveva, e interrogata e pregata non rispondeva. Così la città, così le provincie senza governo alcuno si rimanevano. Il che non potendo stare, massime in tempi straordinarj e scomposti, le Camere affrettaronsi a provvedere in buon accordo col Ministero; e questo continuò in via temporanea a reggere la cosa pubblica; quelle decretarono che una deputazione di ottimi cittadini scelti ne' due Consigli fosse mandata al Pontefice, e l'istruisse della condizione vera della città. — La protesta di lui non avere fatto ricredere alcuno, e invece avere inaspriti gli animi e dato ansa agli esagerati: volesse tentare le vie di conciliazione, restituirsi alla sua metropoli, o scegliere alcuna città dello Stato ben accomodata all'uopo. Ciò non volendo, creasse almeno una Giunta di Governo effettiva e non apparente, e le cui facoltà bastassero a farle tenere il luogo del Principe, giusta i diritti e gli usi costituzionali. Non potersi ai due Consigli addirizzare rimprovero alcuno fondato e legittimo. Se le forme costituzionali valevano, le Camere dovere accettare que' Ministri che presentavansi loro con lettera di nomina sottoscritta dal Cardinale Segretario di Stato; ma se il Pontefice avea ceduto alla forza ed all'apprensione del peggio, questa medesima apprensione occupare l'animo dei due Consigli, e scusare gli atti di adesione con cui si evitavano mali ed esorbitanze molto maggiori. L'Europa intera e la più parte de' suoi Monarchi non essere stati esenti da simili coazioni, ed anzi da assai più fiere e più sanguinose.
Ai deputati delle Camere, il Municipio romano volle aggiungere i suoi, l'un de' quali fu il senatore stesso Tommaso Corsini. Ma e questo e gli altri tutti ebbero impedito l'accesso al principe, non per qualche accidente o per arbitrio di subalterni, ma per comando espresso di Pio IX, significato da lettera del Cardinale Antonelli, nuovo segretario di stato. Fu nel parlamento allora vinto il partito, che si elegessero commissarj i quali, congiunti col Ministero, pensassero a proporre alcuna provvisione e risoluzione proporzionata alla gravità e straordinarietà degli avvenimenti. Io posso affermarvi, o concittadini, che da noi ministri e dagli eletti del Parlamento fu, non ostante la cortezza del tempo, ricercato ogni modo di accomodamento, e fatto fare appresso il Pontefice gli ultimi uffici e l'ultime supplicazioni. Alfine, convenimmo nella determinazione di proporre ai Consigli la creazione di una temporanea Giunta di Stato, le cui ragioni, la cui necessità e le cui pertinenze io non mi confido di farvi conoscere con brevità e chiarezza maggiore di quella che appare nel testo medesimo del decreto da noi promosso nelle Camere, e il quale io trascrivo qui tutto intero, perchè confèssovi di averlo per un dettato non indegno della prudenza civile degli Italiani.
«Governo Pontificio — Considerando che gli Stati Romani si reggono a governo rappresentativo, e godono dei diritti e delle guarentigie di uno Statuto costituzionale.
Che lo Statuto ha per fondamento la distinzione e insieme la connessione di tre poteri, e che ove uno di essi faccia difetto, il reggimento costituzionale è manco e non può adempire i suoi fini.
Che nella notte del 24 Novembre scorso, il Pontefice si è allontanato da Roma, e non à lasciato alcuno a tenere le sue veci.
Che il foglio dato in Gaeta il 27 Novembre, in cui si nomina una Commissione governativa, manca delle debite forme costituzionali, le quali servono anche a guarentire l'inviolabilità del Principe.
Che la Commissione governativa nel sopradetto foglio nominata, non à palesata la sua accettazione, e in niun modo e per niuna parte à esercitate le sue funzioni, e neppure si è costituita di fatto.
Che i due Consigli deliberanti, d'accordo col Ministero e col Municipio, ànno procacciato di riparare a tanta perturbazione col mandare messaggi al Principe, chiedendogli istantemente di tornare a reggere la cosa pubblica.
Che i messaggi stessi non solo non furono ammessi nello Stato Napoletano, ma invano adoperarono pratiche per essere dal Principe accolti, e che altre pratiche più recenti, e altri uffici compiti appresso di Lui sono riusciti affatto frustranei.