Ora, di codesto decreto, Pio IX à lasciato scrivere al suo segretario di stato Cardinale Antonelli, essere un'enormità, e la protesta delli 17 di Dicembre lo dichiara e lo pubblica un attentato sacrilego. D'altra parte, i liberali di larga cintola l'hanno chiamata un'occupazione temeraria, e un'usurpazione violenta dei diritti del popolo. Non farò risposta nessuna all'accusa della Protesta, ove scorgesi un abuso grave e patente della parola sacrilegio, e rinnovasi quella perpetua e funestissima confusione dello spirituale col temporale. A riscontro della seconda censura, dirò breve quel che bisogna. In tutto ciò che il Ministero, e con esso i Consigli deliberanti vennero ponendo in atto dalli 17 di Novembre al giorno che altri impresero di governare, che fu il 23 di Dicembre, ciascuno riconoscerà issofatto la pienezza del giure e la legalità perfettissima, qualora gli risovvenga che negli estremi frangenti sorge e prevale una legalità e un diritto superiore a tutti gli altri, e il qual domandiamo necessità sociale e politica. Non può il consorzio umano disgregarsi e disciogliersi mai, nè cessare un attimo solo di correre ai fini santissimi pei quali è costituito. Di quindi nasce che sempre nei popoli è necessario un governo capace di tutelare assai competentemente le proprietà e le persone, e indurre obbedienza alle fondamentali leggi divine ed umane. Ogni volta, pertanto, che i casi portano la cessazione in fatto d'un governo legale e che altro governo legale e attuale non gli succede, a qualunque magistrato quivi presente e il quale per ordine di gerarchia è primario, tocca il debito e viene il diritto d'instaurare l'autorità e reggere lo Stato finchè altrimenti non si provveda. Il suo mandato, più che dagli uomini, procede da Dio; e la potestà di lui, non che regolare e legittima, è sacra e divinamente provida. Ma questa sua direm naturale dittatura, come dalla necessità deriva, così prende da lei confine e misura esatta: il perchè le costituzioni, le leggi e i diritti attuali di ognuno per ogni parte son rispettati e osservati, o tanto solo s'immutano quanto lo impone la urgenza dei casi, vera, estrema e in guisa alcuna non simulata. Or chi chiama tutto ciò occupazione dei diritti del popolo, non considera che per usare dei suoi diritti, fa innanzi mestieri al popolo di esser salvato, salvandosi la società civile e politica; e chi vuole che in siffatte emergenze abbia voce ed imperio non altri che tutto il corpo dei cittadini, sembra dimenticare che non può tutto il corpo dei cittadini unirsi e deliberare ordinatamente, e secondo ragione e giustizia, se a ciò non à provveduto o una legge anteriore divenuta comune usanza, o un governo temporaneo di già formato e insediato; essendo che manca agli uomini la virtù istintiva dell'api di congregarsi e in comune operare quel che bisogna con puntualità e concordia maravigliosa e immutabile.
Insomma, così il Ministero come il Parlamento fu savio e operò legalmente; e ambedue iniziavano un metodo tale di difesa e di resistenza, e una tal forma di reggimento, che povero è del giudicio chi non ne scorge i larghissimi effetti, e il fine raggiunto con quiete e con sicurezza non isperata.
Ma, secondo che io notava più sopra, non potevano questi accorgimenti e queste arti di civile prudenza permaner molto saldi e operare con efficacia. Il Ministero, quantunque non partecipe delle sommosse e delle violenze, pareva da esse procedere; e il titolo di democratico che gli fu apposto, quanto poco chiaramente definiva quel che voleasi ch'egli fosse, tanto più faceva aspettare da lui cose straordinarie e ben consonanti coi desideri degli esaltati. Nè la immoderanza di questi poteva essere temperata dal Ministero con alcun'altra forza morale; poichè le opinioni appresso di noi non sono avvezze ancora a pigliare animo e farsi valere, sostenendo ciascuna con energia le pubbliche controversie, e ordinando intorno al proprio vessillo le schiere de' suoi seguaci. Così avveniva che accanto agli esaltati nessuno parlasse e contraddicesse; ed elli soli tenevano il campo con tanta maggiore sicurezza e maggiore arbitrio, in quanto lo Stato, così pel mutare continuo dei Ministeri e l'incertezza d'ogni cosa, come per l'odio alle leggi antiche e il difetto di nuove e migliori, avea rallentato più che mai tutti i nodi ministrativi e infiacchita oltremisura l'autorità. L'ignoranza de' negozj politici era piena ed universale; inveterato l'abito delle sètte e delle cospirazioni; poche le armi e indisciplinate; profondo e furioso l'odio contro la Casta prelatizia. Al che tutto si aggiungeva la ferma determinazione mia e de' miei colleghi di non trapassare in nulla i confini della stretta giustizia e delle pubbliche libertà, e di non accettare per uscire di quelli il pretesto specioso della salute del popolo. «Tolga Iddio (proferiva io dalla ringhiera del Parlamento il dì 21 di Decembre) che noi, i quali in tutta la vita nostra abbiam travagliato e sudato per vedere alfine spuntar sull'Italia il sole della libertà, noi che nell'esilio profondamente odiammo e abborrimmo le disposizioni violente e tiranniche di cui si giovavano le polizie de' nostri governi dispotici, veniamo ad imitare oggi que' miseri, que' colpevoli procedimenti. Per conseguente, senza lo scudo della legge, no, questo Ministero anche ne' suoi estremi momenti mai non vorrà supplir coll'arbitrio al diritto, mai non farà pensiero nè atto, per quali che siano salutari compensi, contrario agli eterni principj di libertà che ha scolpiti nel cuore.»
Il fatto sta, che in quei giorni medesimi in cui il Ministero, di buon concerto colle Camere, riparava alle più triste e pericolose occorrenze con senno e gagliardia insieme, una voce uscita da alcuni circoli popolari acclamò la Costituente Romana. Quella voce, ripetuta nelle Provincie dagli altri circoli, crebbe tanto di suono, che parve e fu giudicata un comando espresso ed universale del popolo. La Giunta suprema di Stato confermò quel comando, e il Ministero nuovo da lei creato ne fece proposta formale al Consiglio dei deputati; e perchè mostravansi questi renitenti e mal soddisfatti, l'uno e l'altro Consiglio fu in apparenza prorogato, in sostanza disciolto.
A voi non è ignoto, o concittadini, ch'io nel nuovo Ministero non volli aver parte, sì per mie private ragioni, e sì per gran dubbio che la Costituente Romana tentando forme nuove politiche, non crescesse oltre modo i pericoli dello Stato e la divisione degli animi, e maggiormente non implicasse le faccende italiane in quel mentre che il ricominciare la guerra sembrava imminente ed inevitabile. Oltre di che, io sempre avea proceduto in accordo col Parlamento, e la mia ragione di stato era similmente la sua; da lui gli applausi, da lui i suffragi, da lui conseguito aveva ogni mezzo e ogni autorità per ben governare: parvemi onesto, pertanto, di ritirarmi quando egli veniva annullato, e davasi cominciamento ad una politica nuova, con metodo e con principj molto diversi dagli anteriori.
Restami di accennarvi alcuni atti non volgari da me operati nel breve spazio di questo secondo mio Ministero, durato solo ventotto giorni. E quanto alle corrispondenze esteriori, le Gazzette ànnovi ultimamente riferito il disteso di una mia Nota Ufficiale, in cui mi studiava di fare intendere ai Diplomatici la vera e propria significazione degli avvenimenti di Roma, e il nessun frutto che nascerebbe dalla prepotenza e dall'armi de' forestieri.(E) Similmente, avete letto ne' fogli la protestazione mia e de' miei colleghi contro alla minacciata occupazione francese; e alla quale non pure il Parlamento fece gran plauso, ma da me invitato, levòssi a protestare ancor egli con dignità e fermezza italiana, oltre all'approvare le súbite risoluzioni e disposizioni affin d'impedire, a nostro potere, lo sbarco delle truppe di Francia, e la forza respingere con la forza.(F) Ma ciò che non avete raccolto dalle pubbliche stampe, si è l'altra Nota indiritta da me al Bastide, con la quale temperandosi convenientemente l'effetto della protestazione, mostravasi la buona disposizione di questi popoli inverso la nazione francese, il desiderio sincero di averla collegata, non che amica; e come all'interesse e alla dignità di Lei convenisse effettivamente di proteggere la libertà nostra, invece di opprimerla e di turbarla; e che però, non trovando la Francia ragione legittima e presentanea d'intervenire con l'armi nel nostro Stato, spettava alla forza e grandezza sua di vietare vigorosamente ad ogni altra nazione il poterlo fare sotto colore e pretesto di religione. Non furono, dunque, come vedete, da me negletti, da un lato, i diritti sacri del territorio italiano e l'oltraggio recato alla dignità nostra comune; dall'altro, quella prudenza e quell'accortezza che il debole nostro Stato richiede, e le quali procacciano di voltare a profitto proprio l'interesse medesimo altrui e l'altrui albagia. Quel linguaggio e quei blandimenti potean valere, e valsero in fatto, per tutto il tempo che noi non uscimmo dal diritto costituzionale, e dalle vere e strette esigenze della sociale necessità. Per vero, l'ordine d'imbarcare truppe a Tolone fu revocato; alle prime acerbe impressioni succedevano altre più miti e più ragionevoli, e qualche pratica potea condursi fra le due parti, fondata sopra termini di giustizia e moderazione.
Quanto ai negozj interiori, farò menzione sol di due cose come notabilmente utili e degne: delle altre tacerò volentieri. La prima è l'aver presentato al Parlamento un disegno compito della legge sui Municipj. La utilità e l'importanza di simil legge è grande in ogni paese, ed è massima nel nostro Stato; conciossiachè, dove le libertà politiche sono combattute e mal ferme, possono le municipali supplire a buona misura. A questa nuova costituzione dei Comuni confesso di aver posta una singolar cura; e lo studio e la diligenza furono pari così per determinare i principj e le massime direttive di essa legge, come per rivedere e secondo l'uopo mutare e modificare la compilazione fattane dal Consiglio di Stato. Giova sperare che nessun consesso deliberante chiamato a discutere e giudicare quella proposta di Legge, sia per attenuare e impedire lo spirito largo e fecondo di libertà che tutta la informa.(G)
Il secondo subbietto degno di venir ricordato è l'avermi la fortuna conceduto il bene e la contentezza di proporre io primo, dall'alto di una tribuna e fra le lodi e gli applausi di un congresso legislativo, la Costituente Italiana. Ed io chiamo ciò dono e grazia della fortuna; sì perchè nel primo mio ministero ogni fatica e diligenza dal conte Marchetti e da me quotidianamente usata per istringere una forte lega fra i principi nostri era rimasta infruttifera, e sì perchè dalla sola Confederazione Italiana aspetto conforto e rimedio ai mali della patria: da lei sola può fra' popoli della Penisola ingenerarsi concordia durevole, unione sincera e spontanea, fratellanza operosa, impeto e vigore di guerra, fondata fiducia in noi stessi e nell'armi nostre. Per lei debbono tutti gli altri minori interessi lasciarsi in disparte; e ciò che mena all'effettuazione sua debbe con ogni sollecitudine venir procurato; e colui è più benemerito dell'Italia, che più sa spianare le vie a quel fine: conciossiacchè, come prima bisogna essere, e poi procacciare di essere felicemente, così ai popoli fa bisogno avanti l'indipendenza e quindi la libertà e gli altri beni civili; e però quei mezzi debbon venire più ricercati ed usati, che meglio e più drittamente conducono a conseguire l'indipendenza e l'essere di nazione. Ma che diremo del Congresso Confederativo Italiano, il quale ad ambedue i fini dell'indipendenza e della prosperità civile parimente conduce; e non pure fa esistere la nazione e le porge animo e facoltà di combattere e riscattarsi, ma le presta quella forma e quell'assetto politico che può unicamente confarsi con l'indole sua, e rimove tutte le antiche e ostinate cagioni di lite e di divisione? Io sempre ò pensato che i due cardini del risorgimento italiano sono, da un lato, le franchigie municipali larghissime, e dall'altro, la massima unione confederativa; e però ad ambedue ò rivolto principalmente le cure e i pensieri. Voi già conosceste, o concittadini, dai pubblici fogli, qual natura di principj e quali modi discreti e conciliativi venissero per la mia bocca dal Ministero romano proposti affin di attuare il più speditamente che sia fattibile e in maniera accettevole a tutti i Governi la Costituente Italiana; onde alla cosa dovete por mente, non all'appellazione impropria ed amplificativa e di cui la voga popolare stringevaci a fare uso. Poche Note da me mandate al Ministero toscano e poche da esso a me, erano bastate per risolvere ogni difficoltà, e condurre i due Governi ad un solo e medesimo fine pratico. D'altra parte, le dubbiezze, gl'indugi e gli ostacoli d'ogni maniera, che il Piemonte sembrava porre alla santa idea, caddero tutti (or fa un mese) al pigliare che fece le redini dello stato il sommo cittadino Vincenzo Gioberti. Ora, voglia Dio che le ultime mutazioni sopravvenute in queste nostre Provincie, e il tenore della legge toscana testè promulgata in ordine a tal materia,[34] non tardino e non difficultino la tanto sospirata convocazione di un Congresso Confederativo.(H)
Questo è il racconto esatto e sincero, benchè semplice sopramodo e conciso, del civile adoperamento e profitto che parvemi bene di fare del vostro mandato, o concittadini elettori. Nè mi concedevano di star silenzioso il senno e la dignità d'un Collegio del cui suffragio due volte in pochi mesi sono stato onorato, e a cui mi legano durevolmente l'amore e la gratitudine. Dal qual racconto io non ispero che si possa e voglia ritrarre alcun giudizio migliore sull'opere mie, salvo che in nessun tempo mi sia mancata l'onestà e il buon desiderio, e che la custodia delle libertà pubbliche sia nelle mie mani riuscita la più vigilante e la più scrupolosa del mondo. Alli 2 di Maggio dell'anno scorso, nell'atto di assumere il ministero, la guardia civica, pigliandomi bene in parola, volle che io promettessi di governare secondo un programma da me dettato non molto tempo innanzi a nome di un Comitato per le elezioni, e in cui le speranze nostre migliori d'ogni libertà e d'ogni progresso erano assai minutamente registrate e descritte. Ora, chi farà confronto di quel programma colle azioni mie posteriori, troverà ch'elle nol rinnegano in niuna parte e in niuna cosa: il qual fatto non è agli uomini di Stato molto comune. Onesto, adunque, e osservantissimo delle libertà presumo di essere: per ogni altro rispetto io confesserò volentieri la mia insufficienza, grande per sè stessa, e grandissima in comparazione del secolo, il quale domanda ingegni ed animi così vasti e gagliardi, come son vaste, improvvise e terribili le rivoluzioni sue. Oltre di che, ben si può dire, e segnatamente in politica, che nulla ha fatto e nulla ha compiuto colui il quale non si è nè poco nè molto accostato al fine. E il fine, a rispetto di Roma, era concordare la libertà con l'autorità, e il Sacerdozio col Principato; per l'Italia, è l'Indipendenza e l'Unione; per tutto il mondo civile, la riedificazione dei principj e delle credenze. Tutte le imprese che non raggiungono quell'alte mête e neppure le approssimano, forza è giudicare o che mal conoscono quel che fanno, e per la poca utilità loro si confondono con le azioni volgari; o che solo possiedono il pregio incompiuto ed ormai comune di affrettare la distruzione di leggi e istituti già mezzo logori dal tempo e dai nuovi costumi.
Roma, li 15 di gennajo del 1849.