ALLA SANTITÀ DI PIO IX, TERENZIO MAMIANI.

Duolmi, Padre Beatissimo, che la doppia persona la qual sostenete di Principe e di Pontefice non renda possibile di ragionare all'una siccome all'altra. Io m'inchino devotamente al Pontefice, e non ò per la santa persona sua se non parole di encomio, di riverenza e di religione. Al Principe non sento di poter favellare così umilmente; e nelle opere sue non iscorgo sempre la santità, e nei suoi giudizj la sapienza. Però, avendo intenzione con questo foglio d'indirizzarmi al Principe solo, io prego Vostra Beatitudine di non si sdegnare se i miei concetti saranno assai liberi, e le parole, quantunque assegnate e rispettose, non parranno tali abbastanza in comparazione del vostro augusto carattere.

Fu per benefizio di Vostra Beatitudine, che dopo sedici anni d'esilio (gran porzione della vita), io potei rivedere la provincia natale, e i pochi congiunti ed amici stati dal tempo e dalla fortuna serbati a que' tardi e desideratissimi abbracciamenti. Nè un tanto bene mi costò altra cosa se non di promettere alla Santità Vostra quello che gli onesti fanno ordinariamente per proprio istituto, cioè di ubbidire alle leggi correnti e di non perturbare lo Stato; il che importa, con altre parole, di mai non uscire nelle cose politiche dai termini della legalità. Vero è che, a riscontro di tal promessa, io mai non ottenni nè per iscritto nè a voce di vedermi sciolto affatto dal bando, e tornato in ogni diritto di cittadino. Solo mi si concedette di poter visitare i miei, e convivere con esso loro lo spazio di tre mesi. E per fermo, consumati che furono questi ed io tornátomi a Genova, il Console di colà ebbe ordine di non mi concedere da indi innanzi il passo per lo Stato Romano. Più tardi, e per effetto d'un grave infortunio domestico, ebbi licenza (chiesta per me dagli amici) di altri tre mesi; durante i quali avendomi la voce del popolo e la necessità delle cose chiamato al governo, quel resto d'insolito sbandeggiamento andò a forza in dimenticanza, mal potendosi conciliare la condizione di ministro di Stato e quella di esule. Io non erro, dunque, ad affermare che l'obbietto e l'intendimento per cui quella promessa fu pronunziata, rimasersi mezzo non adempiuti. Ma, come ciò sia, la probità naturale m'insegna di dover essere d'ogni promissione stretto e non cavilloso mantenitore. E in più d'un caso, Beatissimo Padre, io l'ò col fatto mostrato. E quel giorno che la Giunta Suprema di Stato, acclamando la Costituente Romana e la universalità de' suffragi, trascendeva i termini dello Statuto, ed anzi abolivalo virtualmente; io con piena spontaneità, e del contrario pregato e sollecitato, rassegnai l'incarico di ministro con atto assoluto ed irrevocabile.

Ma ciò non pertanto, io noto che l'ubbidire alla legge e l'accompagnarsi in qualunque atto con lei, sono un modo di operare il quale ne' governi assoluti à un carattere, ed un altro differentissimo ne' costituzionali. E per fermo, nei primi le scaturigini della legge stanno da ultimo nel volere e nell'arbitrio del Principe: quindi, chi mai non vuole scostarsi da quella, dee sempre alla volontà del Principe sottomettersi. Ma ne' reggimenti costituzionali, interviene tra il popolo e il suo Sovrano un patto sinallagmatico, che ad ogni legalità porge fondamento e principio: ed anzi, ogni legalità è quivi, come a dire, bilaterale, ed obbliga e stringe così il popolo come il Principe. Nè dove questi mancasse al patto e contraffacesse alle leggi, avrebbe diritto nessuno che il popolo dall'altra parte non travalicasse egli pure le convenzioni, nè trasgredisse le leggi che ne derivano.

Ora, appresso di noi lo Statuto fondamentale, quel gran patto di fiducia e d'amore voluto e sancito dalla Santità Vostra, segnava per tutti il cammino certo e drittissimo della legalità. Del qual vero parevano più che gli altri guardiane gelose ed osservatrici esatte le Camere legislative, siccome quelle che riputavano di aver trovato nell'osservanza dello Statuto una salda difesa contro l'enormezze passate, e un adito piano e legittimo ad attuare a grado a grado le speranze dell'avvenire. Perciò, quando lo Statuto fu sì profondamente scrollato dalle violenze del dì 16 di novembre, e di poi dalla infausta ed inopinata partenza della Santità Vostra, i due Consigli deliberanti, misurando l'opera loro da un lato con la necessità, dall'altro con la legge e il diritto, mostrarono di volere salvo a ogni modo il patto fondamentale; ed eziandio nelle novità transitorie che vennero ad introdurvi, imitarono il più strettamente che fu possibile gli esempj e le pratiche d'altri paesi costituzionali. Di presente, la forza del vero mi stringe a dire alla Santità Vostra, che illusi e sventuratissimi furon coloro i quali mossero Voi, e il cuor vostro sì temperato e benigno, a riprovare con parole tanto assolute e sdegnose le savie deliberazioni de' due Consigli, alle quali tutte mi onoro e compiaccio di aver largamente partecipato. E che giudicio recherete, Beatissimo Padre, d'altri men discreti cittadini, e quale fiera appellazione cader lascerete sovr'essi, quando pure le Camere sono accusate di fellonia e di sacrilegio? Sacrileghi, adunque, e felloni que' cospicui prelati e quegli onorandi patrizj che siedevano nell'Alto Consiglio, e alle anzidette deliberazioni non ricusarono il lor suffragio?

Tanto è sembrato all'universale più dura cotale sentenza, quanto tutti ànno visibilmente riconosciuto nelle due Camere uno zelo e una cura diligentissima di non uscire dai termini del patto fondamentale; dove, per lo contrario, nelle tre proteste non brevi della Santità Vostra neppure un cenno s'incontra, e neppure il nome di esso Statuto, e delle pubbliche libertà e guarentigie; le quali il popolo, affatto innocente degli eccessi e ingiurie di pochi, à diritto patente e pienissimo di veder conservate; massime da Colui il qual dee porgere a tutti i Principi chiaro e continuo esempio di lealtà, e di fede gelosa e incontaminata. Laonde, qual maraviglia se in tempi pieni di dubbio e sommamente corrivi, quel silenzio (al certo stranissimo) induce le moltitudini a credere che il vostro ritornare non avverrebbe senza la morte delle libertà, e l'annullazione delle franchigie costituzionali? Di queste tacciono tutti gli scritti che giungono di Gaeta; e, per amaro compenso, dei diritti del principato ragionano magnificamente, e con tali sentenze e con siffatta forma di stile, che sembrano pensati e dettati quando i regni si governavano con l'autorità del giure divino, e qualunque concessione rimanevasi revocabile; atteso che niuna d'esse riconosceva i diritti del cittadino, ma ogni franchigia era privilegio, e ogni privilegio era grazioso largimento dell'assoluto signore.

Nè mosse, del sicuro, da altro spirito quel consiglio pure infelice dato alla Santità Vostra di sopprimere dentro di voi la gentilezza innata dell'animo, la pronta compassione, l'affabilità e modestia che sempre mai vi governano, e di rispingere indietro non ascoltati, non veduti, i messaggi delle due Camere e del Senato Romano. Che se ciò era contrario alla naturale benignità di qualunque Principe, sembrava poi importabile e fuor del diritto movendo da un Principe, come voi siete, Costituzionale. E dove è più la Costituzione, tuttavolta che gli organi diretti e fedeli del popolo, gli autori e conservatori delle leggi, i primi e inviolabili patrocinatori di qualunque cittadino aggravato ed offeso, trovano interdetto l'accesso e chiuse le orecchie del Capo e moderatore dello Stato?

Ei pare (e tutti i buoni se ne rammaricano) che nella corte di Gaeta o non s'intenda o non si curi di intendere la ragione e l'essenza d'un Governo Rappresentativo, la qual consiste principalmente nella mutua limitazione dei poteri e dei diritti, e nell'impero assolutissimo della legge, che obbliga tutti, e non privilegia neppure il Principe. Che se la intendessero e la curassero quella ragione, non farebbero forza alla Santità Vostra per tirarla ad atti illegali, e di diretto contrarj allo spirito dello Statuto. Certo, ai tempi di Niccolò V e di Giulio II, od a quelli più antichi e più tenebrosi di Adriano IV, nei quali il Principe era lo Stato, e ogni mezzo tornavagli lecito per rimenare al giogo i sudditi sollevati, perchè in lui solo credevasi raccolto il giure di tutti; potea non parere indegno e sleale chiamare l'armi forestiere, e col sussidio di quelle ripigliarsi la corona. Ma ne' dì nostri, e nel reggimento Costituzionale, nessun'azione si può commettere maggiormente odiosa e illegale, ed anzi più sovvertitrice dell'ordine e della giustizia. Conciossiachè, quando nel Principe Costituzionale fosse l'arbitrio di chiamare a sussidio proprio, e senza il consentimento spontaneo della nazione, le armi straniere, niuna libertà troverebbe difesa contro alla material forza; le pubbliche guarentigie sparirebbono tutte dinanzi all'ardore e all'impeto soldatesco, e il giudicio della spada risolverebbe le questioni del buon diritto e della ragion civile; senza qui discorrere l'oltraggio che recherebbesi alla dignità della patria, e il mettere a repentaglio estremo la sua indipendenza. Eppure, v'à di molte persone, Beatissimo Padre, in cotesta corte, le quali non contente di avere interrotta fra voi e il popolo vostro ogni corrispondenza, e frustrato ogni tentamento di composizione e d'accordo, studiansi con ostinazione d'indurvi a chiamare le armi straniere, ondunque vengano e quali che sieno. Tolga Iddio che mai questa persuasione possa entrare nell'animo vostro, e sostener vogliate di rivedere Roma ed il Quirinale circondato da bajonette che non sien quelle de' vostri figliuoli. Ma non è poco errore, Padre Santissimo, il lasciare i popoli in dubbio e in trepidazione sopra tal cosa. Imperocchè mi si condoni la soverchia franchezza, a Voi principe legato a un patto Costituzionale correva l'obbligo di dichiarare e di pubblicare, come, per sentimento e dovere di buon italiano e di buon cittadino, l'animo vostro leale abborra dall'intervento armato di qualunque straniero, e però averne sollecitamente ringraziato le corti che il proferivano. Ma in luogo di ciò, spandesi notizia che sono giunte carissime ed accettissime le esibizioni spagnuole, e che ànno mosso a vivo dispetto le offerte di Francia, da prima sì larghe e sì pronte, poi diversamente spiegate e venute a nulla.[35] Perlocchè, io replico, cresce di giorno in giorno l'apprensione e il timore de' popoli; e si giunge persino a credere dalla moltitudine, che la Corte di Gaeta, disperata d'ogni altro soccorso, non ricuserebbe da ultimo quello stesso dell'Austria. Al quale torto giudicio del volgo porge occasione, pur troppo, il vedere accettato e riconosciuto appresso della vostra sacra persona un ministro e rappresentante della odiata Casa d'Ausburgo, come pegno e testimonio della concordia e amicizia che corre fra li due Stati. Fatto, che la più comunale prudenza doveva almeno indugiare ad adempiere, affine di non avversare ed esacerbare in modo così irritativo il sentimento degli Italiani, e quello in ispecie de' Romagnuoli popoli vostri, ed ancora in considerazione della legalità; essendo che i due Consigli deliberanti ànno sempre, ne' lor discorsi e nelle proposte di legge e negli scrutinj, dichiarato in modo aperto e solenne, essere infensi nemici dell'Austria, e consistere il sommo de' lor desiderj nel vederla sconfitta, e gli avanzi dell'esercito suo costretti di rivalicare l'Isonzo ed il Brennero.

D'un altro gran male e d'un'altra offesa profonda alla legge e al diritto comune vorrebbe cotesto aulico comitato tentar di macchiare l'anima vostra, la quale tutti siam certi che fieramente resiste e diniega. E per fermo, ella è impossibile cosa, che Voi, generoso principiatore del risorgimento nostro; Voi, il più mansueto degli uomini e il più benigno e amorevole, tanto che per abborrimento dal sangue e per affezione uguale a tutte le genti cristiane non sosteneste di muover guerra neppure ai nemici eterni del nome italiano; ora siate per consentire, non dico alla guerra civile, ma sì al pericolo di suscitarla. Non permettete, dunque, o Santissimo, che il nome vostro intatto e glorioso si spenda in impresa ed in trama così scellerata, della quale appajono segni e testimonianze ogni giorno, e le cui fila sono distese e introdotte non pur nelle mura di cotesta città, ma nelle stanze dove abitate.(I)

Costoro, del rimanente, pajono sì forte occupati in tali pensieri e disegni, che dimenticano di ajutare Vostra Beatitudine al reggimento dello Stato, e vi fanno sembrar negligente in cosa senza la quale lo Statuto è lettera morta, e del Principe si dee giudicare o ch'egli intende di cedere altrui il governo, o d'operare fuor della legge e contra la legge. Il fatto è questo, che in tempi di continuo minacciosi e scomposti, la Santità Vostra, qual ne sia la cagione, lascia da ormai due mesi lo Stato senza capo e senza governo. E veramente, la Commissione governativa chiamata da Voi col Motu-Proprio delli 27 di Novembre a comandare ed amministrare, nè mai si è adunata, nè à compito alcuno de' vostri comandi e de' suoi ufficii; ond'ella è rimasta, può dirsi, un desiderio ed una proposta; e l'azione sua invisibile ed impalpabile, dove presumesse di reggere i popoli e di venire obbedita, ricorderebbe la favoletta di quell'ostiere che nudrendo altrui dell'odore dei cibi, fu pagato del suono delle monete.