Ecco i fondamenti e i principj secondo i quali il Ministero proponesi di entrar di subito in accordo coi varj Stati della Penisola intorno al disegno d'un Congresso Costituente. Se a voi gioverà di approvarli, noi, troncando ogni indugio, inizieremo il trattato prima col Governo Toscano; siccome quello che è gran zelatore della Costituente Italiana, e pur testè ci à fatto sapere che assai di buon grado porrà alquante modificazioni e restrizioni alle massime da lui promulgate intorno al proposito, essendo egli desiderosissimo di conciliazione e concordia. Venuti esso e noi in perfetto convegno (la quale opera non credo nè lunga nè malagevole), useremo entrambi ogni studio e tutte le forze dell'intelletto e dell'animo per accostare al nostro disegno e a tutte le nostre comuni intenzioni il Governo Piemontese.[40]
Ciò conseguito, il Ministero tornerà innanzi di voi col risultamento dell'una e dell'altra pratica; e il vostro terminativo giudicio porrà in atto alla fine il desiderato e sospirato Congresso Costituente.
Dirò schietto e franco, che sta molto discosto da noi il dubio che voi non siate per impartirci le facoltà le quali chieggiamo. Conciossiachè voi discernete, del sicuro, nella nostra proposta un gran mezzo (forse anche l'unico) per ovviare ai mali d'Italia, e i già cominciati e presenti ispegnere e riparare. Troppo la nostra Patria comune è mutata in questi ultimi tempi, ed anche in peggio è mutata. Un primo e solo disastro, rammentatelo o cittadini, sull'armi Subalpine caduto, una sola battaglia non vinta riuscì bastante a gittare per terra le anime nostre; ed ora eccediamo, per quel ch'io ne giudico, nello scoramento e nell'abbandono di noi medesimi, quanto eccedemmo da prima non in ardire generoso, ma in giovanile baldanza e in temerità sconsigliata.
Signori, egli è grande necessità di provvedere alle condizioni sempre più misere di questa Patria comune, che a noi drizza gli occhi e tende le braccia, e mostra i campi Lombardi nel servaggio ricaduti, e Venezia stretta da fiera ossidione, e Napoli insanguinata e la Sicilia piena di strage civile.
Io non mentirò all'animo mio, e dirò che la discordia, il sospetto, la diffidenza e l'orgoglio ànno la massima parte di que' mali su noi rovesciata, e ricaccian l'Italia nelle antiche sventure. Nè v'à oggimai provincia della Penisola che sia sana ed intera, non un palmo di terra in cui le sètte e i partiti ferocemente non si combattano. Eppure, a me sembra di udir tuttora il suono degli inni caldi e infiammati di fratellevole amore. Stannomi ancora dinnanzi agli occhi quelle giojose dimostranze, quei raduni senza tumulto, quei congressi senza contese, quelle feste piene di pura e fiduciale letizia, e in cui gli ornamenti, gli addobbi, le insegne, i simboli, le iscrizioni e ogni cosa ricordava e ammoniva la somma necessità dell'unione; ed anzi, la voglia testimoniava e il proposito fermo e inconcusso della concordia generale e perpetua. Ma tutto ciò è durato quanto la fragranza dei fiori e delle ghirlande che ai fraterni banchetti c'incoronavano, quanto il fumo degli incensi che ardevano per le chiese a ringraziare Iddio del risorgimento italiano. E però io v'annunzio col più ponderato giudicio e col più profondo convincimento dell'animo, che la unione e concordia nostra o per sempre sono perdute e distrutte, o non possono rigermogliare e rinascere che dal seno fecondo della Costituente Italiana.
Nota I, pag. [364].
A prova di ciò, ricorderemo un sol fatto tra molti. Durante il Governo Provvisorio, vennero le truppe Svizzere comandate, per volere espresso del Pontefice, di lasciare Bologna, dove stanziavano, e condursi in Roma. Le popolazioni, com'era da tenersi per più che certo, insorsero a mano armata per impedire il passo alle truppe; le quali non altrimenti potean forzarlo, che empiendo quei luoghi di molta strage. Vinse negli Svizzeri un sentimento di umanità, e non osarono di partire. Il quale atto così è giudicato dall'Allocuzione del 20 aprile: — Quae (Helvetiorum copiae) huic nostrae voluntati haudquaquam obsequutae sunt, cum præsertim supremus illarum Ductor in hac re haud recte atque honorifice se gesserit. —
Del resto, se la bontà di Dio più che la prudenza umana ci preservò dal sangue civile, tutti gli altri mali dall'Autore presentiti e temuti fanno guasto e strazio crudele delle sfortunate Provincie Romane. L'oppressione e la servitù loro è già piena e consumatissima, e svaniron con essa le speranze magnifiche di tutta Europa, anzi di tutta Cristianità, di vedere il papato rigenerarsi, e la Chiesa procedere al fine di pari passo con la civiltà e gli alti concetti del secolo. Torna ostinato e funesto, come per innanzi, il dissidio antico tra il pontificato e la libertà, tra gl'interessi dello Stato Ecclesiastico e quelli della Nazione Italiana; e alla mente di ciascuno si riaffaccia con dolore la terribile comparazione di Machiavello della pietra incastrata fra le labbra della ferita, sì che mai non può guarire nè chiudersi.
All'autore di questo scritto rimane, per ultimo, il debito di protestare, siccome fa, con tutte quante le forze dell'animo e tutta l'efficacia e la santità del diritto, contro l'abolizione violenta, perniciosa, illegale e per ogni modo ingiusta e tirannica delle libertà costituzionali nelle Provincie Romane. Egli, afflittissimo del presente e oltre misura spaventato dell'avvenire, non può non ripetere spesso in cuor suo, con angoscia affannosa e divinatrice: — Sventurata Roma, sventurato Pontefice! —