Noi di queste massime e di queste pratiche, le quali tutte furono fin da principio espresse e acclamate dal buon senso della nazione, saremo indefessi propugnatori. E non è nostra colpa se torna utile ed opportuno, per non dir necessario, il ripetere e raccomandare all'Italia verità così ovvie ad un tempo, e così salutevoli. Noi aderiremo con fede a tutti i governi che mireranno con zelo instancabile ad effettuare l'indipendenza e il patto d'unione; a tutti i governi aderiremo non ripulsivi ed intolleranti, non agitati e predominati da focoso amore di parte, ma professanti equità, moderazione, assennatezza, e capaci di annegazione e di sacrificio.
Da tutto ciò si raccoglie, che noi poco o nulla ci occuperemo in questo Periodico delle forme di reggimento politico, e assaissimo della bontà delle leggi; e però con diligenza e studio ne indagheremo e invigileremo l'applicazione e l'esecuzione. Noi (per venire in ispecialità a Roma e al suo Stato) in qualunque atto dell'Assemblea, e in qualunque del Comitato esecutivo e del Ministero, esamineremo anzi tutto e con massima cura le attinenze che avrà col bene comune d'Italia, con la guerra del riscatto e col bisogno e l'aspettazione del patto confederativo; poi con le condizioni particolari di queste nostre provincie, e sempre con gli eterni principj della moralità, della libertà e della giustizia.
Gli uomini passano, le istituzioni non buone si posson mutare, le leggi oppressive abrogare. Ma le basse cupidigie svegliate, il credito affatto spento, i nodi ministrativi disciolti, ogni principio d'autorità sbandito, il dispotismo sotto nome di libertà, le coscienze violentate, l'odio, il sospetto, la diffidenza, la discordia in ogni canto seminate, sono mali tanto peggiori e più profondi e durevoli, in quanto che rendono inefficaci e tardivi i rimedj, e corrodono e guastano la tempra stessa degli animi e la probità universale, che è il primo e l'ultimo fondamento del viver civile.
Il tempo è giunto che l'opinione dei moderati si mostri aperta ed intera, smettendo le reticenze ed i blandimenti. Tempo è giunto che la lor falange numerosissima raduni e stringa ordinatamente le proprie file, e proceda innanzi a bandiere spiegate, usando per la sua Causa, che è la Causa d'Italia, quell'attività e quel coraggio che gl'immoderati adoperano per la loro.
Tuttociò, rispetto al generale sistema, e alla franca e ferma ragione di Stato che noi professiamo. Venendo ai casi del dì d'oggi, il che vuol dire alla guerra santa di già scoppiata, le parole e i pensieri nostri non possono nella sostanza differire in nulla da quelli d'ogni buon patriota e d'ogni vero italiano, qualunque sia l'opinione e il partito al quale s'accosta. La guerra è il gran fatto, il nobile scopo, il supremo interesse di tutti; e quanto l'opera della penna, quanto l'ufficio d'un'effemeride la può ajutare e giovare, tanto sarà da noi praticato con sempre viva e premurosa sollecitudine. A noi non istanno in cuore gelosie e sospetti dell'altrui fede ed ingrandimento, nè si fa gravosa e terribile alcuna delle conseguenze della vittoria. Non potrà Carlo Alberto profittare mai tanto de' suoi trionfi per sè e pel monarcato, che non riesca infinitamente maggiore il bene e il profitto recato dalla sua spada all'Italia, dandole seggio fra le nazioni, e arbitrio e impero sopra sè stessa.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
DEL PARTECIPARE ALLA GUERRA LOMBARDA.
27 marzo 1849.
Jeri dal rappresentante del popolo Pietro Sterbini era consigliata l'Assemblea di non punto inviare in Lombardia le nostre milizie, se il governo di Piemonte non dichiarasse prima di riconoscere la nova sovranità della Repubblica Romana. A questa opinione singolarissima noi non avremmo neppur pensato di contradire, se non ci fosse da più bande riferito, tale essere altresì la sentenza del Comitato Esecutivo, o almeno di parecchi de' suoi. Nè per questo, vogliam credere ancora allo strano proponimento. Imperocchè troppo doloroso riuscirebbe all'animo nostro di vedere Roma ed il suo governo in sì basso stato caduti, da patteggiare e mercanteggiare, quando trattasi del riscatto de' nostri fratelli, trattasi dell'indipendenza italiana, anzi di questa medesima libertà nostra, che siam gelosi di dilatare e di mantenere.
E che? la guerra di Lombardia è forse agli occhi dei Triunviri una faccenda monarchica, e non una guerra nazionale e italiana? Se il re Carlo Alberto fu primo a sguainare la spada per la patria comune, gloria a lui in perpetuo, gloria a' que' generosi che fra i cimenti e i pericoli lo seguitarono. Ma ciò non toglie l'obbligo formale e rigoroso a noi tutti di accorrere, almeno secondi, alla comune difesa.