E che? dopo avere sì altamente gridato la guerra del popolo, e riempiuto di frasi magnifiche gazzette e proclami, macchina forse il governo della repubblica di vilmente disertare dalla Causa Nazionale? No, noi ci ostiniamo a non crederlo, e respingiamo con grave sdegno le parole acerbe e ingiuriose che ne' giornali di Francia scagliavansi sopra il Mazzini ed i suoi seguaci, accagionandoli di codardia, e di cessarsi ognora dal luogo dove ferve il combattimento e sovrasta il pericolo. A noi sovviene con gran diletto, come parecchi fra loro marciassero alla guerra lombarda, e d'ésservi prove di bel coraggio e di ardore vivissimo per la indipendenza comune. Ma ora ch'elli soli timoneggian lo Stato, ora che desso il Mazzini col voto unanime dell'Assemblea viene acclamato cittadino romano, e ch'egli è tantissima parte dei pensamenti e provedimenti del nostro governo; che cosa farebbe dire e opinare di lui, che cosa de' suoi proseliti, quando Roma e chi la regge non operasse a questi giorni con la prestezza, lo zelo e la veemenza, che il rinnovarsi della terribile lotta ricerca e vuole dagl'Italiani?
Un sol ricordo daremo al Governo, ed è questo: che se Roma e le sue provincie lasciarono buttare a terra la potestà temporale dei Papi a cagione principalmente che non sembrò fervorosa e infiammata abbastanza per la Causa Nazionale, non rispetteranno certo il potere e i diritti della Repubblica, s'ella mostrerà o lascerà indovinare la benchè menoma esitazione ad ajutare con tutte le forze e tutto lo ingegno la santa guerra Italiana.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)
SULLA VERITÀ NELLA POLITICA.
28 marzo 1849.
Una sentenza magnifica si va ripetendo da molti; e questa è, che il fondamento d'ogni sistema politico e d'ogni forma di governo debb'essere la verità. Noi pigliamo volentieri in parola tutti coloro che pronunziano e propagano oggi con gravità e sussiego, tale aurea sentenza, e desideriamo forte che i fatti non vengano a contraddirli giammai. Intanto prenderemo arbitrio di far loro qualche discreta interrogazione, per levar di mezzo i dubj e gli scrupoli che ci molestano, e forse contro ragione.
E prima, chiederemo se certi repubblicani, quando parlano di libertà, esprimono il vero od il falso; perchè da una parte accusano ogni governo costituzionale di fondarsi sulle finzioni, e d'impedire e sopprimere molte preziose franchigie; dall'altra, pervenuti essi al comando e póstisi alla prova del maneggiare lo Stato, si vede troppo sovente che la violenza occupa il luogo del diritto. Chiediamo di poi, se operandosi e favellandosi sempre in nome del popolo, qualora la grande pluralità di questo o non curi o dissenta o dispregi, sia mettere innanzi una verità od una menzogna. Chiediamo se lo spacciare per effettivo e legittimo il suffragio universale, qualora in moltissimi luoghi consista nel voto di poche dozzine di uomini, e in altri venga indettato e manipolato dai capi soli di un partito, non debba considerarsi come una certa e patente finzione. Chiediamo se le ballottazioni e se gli scrutinj parlamentarj, eseguiti con pochissima libertà e sotto l'influsso prepotente e continuo di un clamoroso uditorio, debbansi reputare sinceri e spontanei, o rassegnare anch'essi più giustamente nel novero delle finzioni. Chiediamo se l'imporre ad un popolo alcuna forma di politico reggimento, alla quale si sa e vede che la più parte di lui mal volentieri aderisce, e per la quale non è per niente apparecchiato e disposto, sia un recare ingiuria alla verità od un soddisfarla. Infine, ci sentiamo astretti di chiedere con istanza e premura, se da un lato il gridare guerra e indipendenza della patria comune, e dall'altro il produrre uno stato di cose che a quella guerra non si confà, e sturba e difficulta l'unione di tutti gli animi, venga a fondare la Causa italiana nel vero o nel falso.
Noi frattanto non taceremo, che da questo cumulo appunto di dissimulazioni e menzogne nasce lo sconforto e il disdegno generale dei buoni; perlochè temiamo con gran ragione che il popolo se ne stanchi, e pigli ad odiare ed a fastidire la libertà; od almeno si lasci andare al dubio, all'indifferenza, all'irrisione e allo scherno, rinfacciandoci mille superbe promesse, e gridando ad una voce: d'ogni cosa i liberali ànno mentito; promettevano la libertà e ci dierono la violenza; promettevano un buono e santo governo, e ci dieron lo scredito, la povertà, la discordia e l'universale scontentezza.
(Dalla Speranza dell'Epoca.)