V'à parecchi onesti e timorati, ai quali ogni pensiero d'innovazione, tuttochè ristretta alle condizioni esteriori e non sostanziali del Papato, sembra arditezza e profanità incomportabile, e uno sdrucciolo all'eterodossia e alla miscredenza. Ma perchè non può accadere a' dì nostri ciò stesso che più d'una volta à la Chiesa veduto e approvato senza scandalo e nocumento, e rimanendosi intatta nell'essere proprio e ne' suoi principj di scienza e di pratica? Ei si conviene o tener chiuse tutte le storie, o lette dimenticarle, perchè risolutamente si neghi le forme del Papato e la costituzione della gerarchia suprema cattolica, non avere sostenuto mai mutazione profonda. Ma il vero è pur questo, che tra le forme e disposizioni del Papato quale esercitavasi da Gregorio Magno, e l'altre che incominciarono ad attuarsi e valere per opera segnatamente di Niccolò II e Gregorio VII, interviene assai più differenza di quella che, al mio sentire, ricercherebbesi oggi a ricondurre in concordia piena, e d'infiniti beni ubertosa, la civiltà e la religione. Parlo di notizie ovvie e non peregrine; pure è necessità ricordarle a chi non le ignora, ma le dissimula. Gregorio Magno poteva ogni cosa; e i maggiori negozj e le più dure discettazioni d'Italia e dell'Occidente venivano trattate da lui, e con autorità e sapienza composte. Ma tutto ciò, non per diritto di principato, non perchè sudditi avesse nè esercito nè navile nè publico erario, ma sì mediante un sommo arbitrato che i popoli nelle differenze loro gli concedevano, per caldo di religione, e per la gran sicurezza ch'entrava negli animi del senno civile di lui, non uguale solamente ma superiore al secolo tralignato e ruinante a barbarie. Ildebrando, in quella vece, aggiungeva al pastorale lo scettro; e non contento delle provincie le quali già tenevano i papi da Carlo Magno, rifermava i Normanni sul trono di Napoli con titolo di suoi tributarj, e pretendeva diritti regj altresì sull'Ungheria, Danimarca, Croazia e Dalmazia; e a Guglielmo il conquistatore ingiunse di riconoscere da lui solo il reame d'Inghilterra, e di fargliene omaggio. Parvi egli, illustre Signore, poca e leggiera trasmutazione, passare nel temporale dallo stato di soggetto a quel di monarca, e la mansueta autorità dei Vangeli armare di mondana potenza, fornirla di soldati, di balzelli e di giustizieri? Ma vi è più oltre di novità. Gregorio Magno non solo piacevasi di riconoscere i Cesari a sè superiori nelle faccende del secolo, ma li comportava tali in molta porzione altresì della polizia esteriore ecclesiastica; e obbedivali eziandio (quello che importa assai di notare) ne' comandi che gli parevano gravosi al clero, e, sotto qualche rispetto, dannosi al far prosperare la religione: come testimonia quella lettera sua, mille volte citata, a Maurizio imperatore.[47]
In quel cambio, Gregorio VII e i suoi prossimi successori stimarono a sè inferiori e soggetti i Cesari e tutti i monarchi del mondo, i quali (uso della comparazione che leggesi nelle bolle), come la luna piglia splendore dal sole, pigliano dal pontefice, sole della cristianità, l'autorevole lume proprio. Quindi ai papi venne pensato di ben potere (dove occorresse estremo castigo) deporre i monarchi dai seggi loro, e dispossessarli d'ogni diritto, e dal debito di sommessione e obbedienza disciogliere i popoli, ed anzi armarli alle volte contro quelli e crocesignarli. Là, pertanto, con San Gregorio, un pontificato affatto spirituale e che nulla del mondano s'arroga; qua, con Ildebrando e coi proseguenti l'opera sua, un pontificato provisto di regale giurisdizione, e divenuto signore ed arbitro delle corone. Là, due potestà divise ed indipendenti ne' proprj ufficii; qua, una sola, suprema e impartibile, che tutte l'altre soggioga, e la quale fabbrica e innalza al colmo la universale teocrazia. Nè perciò tutte le differenze peranco sono avvisate ed annoverate. Gregorio Magno era dai suffragi del popolo, con liberi e appropriati comizj, eletto ed alzato allo splendore e alla santità della tiara. Gregorio VII, invece, veniva scelto e salutato pontefice nello stretto collegio de' cardinali, istituzione singolare e novissima nella Chiesa. D'altre minori varietà e differenze fra i due tempi paragonati, me ne passerò con silenzio; parendomi che alle testè ricordate non se ne possano trovare e neppur pensare delle maggiori.
Al presente, io mantengo essere al Papato sopravvenuta una indeclinabile necessità di cambiare in sè stesso parecchie condizioni e costituzioni; ed, al creder mio, nessuno fa guerra più pericolosa e spietata al bene di quello, quanto chi si ostina a volerlo intatto ed immobile in ogni sua forma attuale.
E che? sembrami già udir gridare i Farisei d'oltremonte, avresti tu animo d'assomigliare la Roma spirituale moderna a quella di Nicolò e d'Alessandro II o del suo magnanimo succeditore? Dove oggidì le fazioni che si accoltellano e uccidono sulle piazze per tirare a sè col sangue civile la elezione d'un papa? Dove oggi il concubinato del clero, le simonie cotidiane, la feudale oltracotanza che invade il tempio santo di Dio, e trasforma i prelati in baroni e le badie in castelli? Dove la generalità dei preti e dei monaci oppressa e tiranneggiata dai Vescovi fatti principi, e sì potenti divenuti di terre e vassalli, che rendevano necessaria in Gregorio VII quella specie di dittatura, e quelle arti medesime di cui più tardi usarono tutti i monarchi per isciogliere e disfare le aristocrazie? Rispondo (se mi si concede lingua), che i corpi morali infermano siccome i fisici di malattie strane e diversissime infra di loro, ma pur simili in ciò che annullano con effetto uguale la sanità; e posto che sieno gravi ed assai radicate, ricercano pronto ed eroico rimedio. Nella età d'Ildebrando e d'altri che il precedettero, il Papato ammalava d'ardente e acutissima febbre; oggi è infermo di languore e di cascante vecchiezza. Roma allora farneticava, oggi decrepita bamboleggia. L'un caso è dall'altro differentissimo; ma in entrambi fanno mestieri farmachi vigorosi e solleciti, sebbene di diversa natura e virtù.
Che manca ora al discorso? Certo, che si dimostri il vero di tanto decadimento. Ma per gli uni è cosa manifestissima; per altri non basterebber volumi a provarlo, perchè il vero che s'odia, quanto più splende, con più sfrontatezza è negato. Fra le due schiere avversarie rimangono molti non preoccupati e però imparziali, ma poveri di notizie e impazienti di far ragguaglio minuto ed esatto fra tempi e cose tanto diverse e lontane; e ad essi un compendio appunto di quelle notizie tornerebbe, io credo, gratissimo e profittevole. Lasciatemi, dunque, o Signore, delinearlo per sommi capi e com'io l'intendo. Userò parole da storico, e forse più magistrali che una lettera non comporta; ma da niuno scrittore e con nessun'arte si può combattere le necessità del suo têma. A comparazione, poi, della vasta materia, sarò brevissimo. Darò dei fatti poc'altro che un giusto elenco, ma tutti veri e palpabili; quindi sufficientissimi a costruire buona dimostrazione.
IV.
Da chiunque conosce fiore delle storie ecclesiastiche verrà confessato, che in tutta quasi la età di mezzo nessuna maniera di potenza e nessuna specie di grandezza civile conobbe il mondo, la quale non rilucesse in massimo grado nel Pontificato romano. E può dirsi anzi, che la civiltà tuttaquanta foggiavasi allora e informavasi unicamente delle fogge e forme che le porgeva la cattolicità, e però i capi supremi di questa. Ai dì nostri, per contrario, è visibile che alcune di quelle potestà e maggioríe sono affatto scomparse, e in tutte le rimanenti è precipitosa declinazione; quando pure non se ne voglia eccettuare quella tendenza perpetua della Roma papale, a ridurre di più in più il reggimento della Chiesa a stretta forma di monarcato. Nel che io concedo Roma non essere declinata; ed anzi, i modi del suo governo tenere assai più del regio e dell'assoluto quest'oggi, che non ai tempi (poniamo) d'Ildebrando e di Bonifacio. Perchè, sebbene ai giorni loro niuno sospettasse dell'autenticazione e veracità delle false Decretali, e tuttochè le sentenze d'un libro che ascrivesi comunalmente a Gregorio VII[48] ricevessero confermazione dalla Sinodo ch'egli convocava appo sè in Laterano nel 1076, e ponessero con ciò il colmo all'autorità dei pontefici, così per la giurisdizione come per gli uffizj nell'Ordine; purnondimeno confuse e mal definite e dubiamente applicate si rimanevano in molta porzione quelle dottrine, e vi ostavano tuttogiorno usanze e possessi antichi, privilegi e prepotenze di principi. E però, all'arbitrio pieno ed incontroverso che le più volte esercitavano que' pontefici nel reggimento della Chiesa, si vuole assegnare per cagione principalissima l'altezza di mente, l'energia propria e fortunata di parecchi di loro; e la ignoranza, lo scompiglio e la dissoluzione estrema dei tempi.
Non vi sia di tedio, o Signore, lasciarmi alquanto discorrere questa materia in cui giova insistere per maggiore dichiarazione del nostro subbietto.
Dico, dunque, che il dominio assoluto dei papi trovò conferma e sanzione solenne più tardi, e particolarmente dalla Sinodo tridentina, la quale nol contradisse, e, fuori assai dell'aspettazione comune, contradisse invece le massime ristrettive dei concilj di Costanza e di Basilea. Vero è che alquante cose ne tagliò e corresse; ma con ciò appunto a tutto il gran rimanente pose suggello, e stimò di rimarginare le piaghe mortali aperte nel Papato dalla servitù avignonese e dallo scisma durato non meno di quarant'anni. Più modernamente non sostenne quel dominio assalti e guerre pericolose; imperocchè le dichiarazioni del clero francese nel 1682 non vennero dall'Europa imitate, e l'opposizione di Porto Reale affogò nella teologia.
A me non compete il giudicio del fatto. Ma sembrami utile assai che il mondo se ne ricordi, e si noti con più diligenza il trapassare che à fatto la comunione cattolica dagl'istituti (come in politica si direbbe) popolari e misti, a quelli di monarchia poco meno che intera e arbitraria.