A coloro cui mette spavento l'udir parlare di mutazione e di novità nella Chiesa, io maraviglio forte come non faccia alcuna apprensione nè svegli alcun dubio questa verissima e sostanzialissima alterazione insinuatasi nell'orbe cattolico. Per fermo, ei non negheranno che l'elezioni de' vescovi a popolo da prima si diradassero, e poi si stringessero all'ordine solo dei preti, più tardi ai soli capitoli delle cattedrali, e da ultimo cadessero tutte o in mano al pontefice, ovvero in mano de' principi, con ciascuno de' quali (rimosso ed escluso affatto il popolo e il clero) patteggia quegli di pieno arbitrio e stipula i concordati: il cui primo esempio infelice quello fu tra Leone e Francesco I, ove molto guadagnò il papa, moltissimo il re, e perdè invece ogni cosa il clero, usato a richiamarsi ai principj e ai diritti della Prammatica sanzione.
Per simil guisa, come in principio ogni vescovo perveniva alla risoluzione de' negozj con l'ajuto e consiglio del presbiterio suo; e i Patriarchi, i Primati e i Metropolitani, con quello dei Vescovi suffraganei e de' Sinodi Provinciali e talvolta de' nazionali; e il Papa, infine, con l'assistenza, autorità e consultazione di tutti essi: in decorso di età, i vescovi pigliarono avviso o dal proprio senno o dai mandamenti di Roma; e i papi, sempre meno solleciti di adunar concilj, e raccolta ogni potestà consultiva nel Collegio de' cardinali, terminarono col non molto inclinare ed attendere a questo medesimo, non ostante i capitoli ristrettivi e severi giurati innanzi da Martino V e da Eugenio IV, poi da Paolo II, e da talun altro lor successore. E dove peraddietro ogni faccenda di momento deliberavasi in Concistoro, e si pubblicavano le risoluzioni come fatte de consensu Fratrum, oggi quel consentimento o non è domandato, o vien presupposto, o piglia valore ed uso di cerimonia. Oltre di ciò, il titolo arrogatosi dai pontefici di patriarchi d'Occidente; le riserve senza misura moltiplicate; le cause avocate a Roma da tutte parti del mondo; i legati nelle provincie spediti con facoltà imperiose e superlative; le fraterie dall'obbedire agli ordinarj esentate; le dispense copiose e gli innumerabili privilegi e favori che dal Quirinale tuttogiorno provengono, sottraendo, come può scorgere ognuno, e derogando l'un di più che l'altro alla giurisdizione propria dei vescovi, ànno altrettanto aggrandita ed esagerata quella dei papi. La quale, d'altra banda, di semplice esecutrice e custode di leggi, sembra ascesa e trapassata alla gran potestà di quelle creare e mutare. E veramente, da lunghissimo tempo le decretali e le bolle competono di materia, di maestà e di forza, coi canoni più vetusti e solenni. Il perchè, la legislazione ecclesiastica, guardata e avvisata negli usi suoi cotidiani e nel concetto de' moderni, tende a convertirsi in un Editto papale perpetuo, come di già nel civile l'Editto imperatorio pigliava il luogo dei Senatoconsulti e dei Plebisciti.
Nè già si nega che questo condursi pian piano il Pontificato a più stretti ordini di monarchia, fu condizione e incremento naturale di cose, meglio che arte e ambizione di prelati e curiali. Conciossiachè, lasciando stare l'altre ragioni, ei si fa manifesto per sè medesimo, che in un gran corpo sociale composto di membra diverse, interessi discordi, comunità orgogliose, superiori gareggianti, appena scema e rallentasi quella caritevole unione che le virtù e lo zelo primitivo ed eroico annodarono, bisogna o correr pericolo di scissure e dismembramenti, o che cresca e pigli nerbo una forza interiore, unitrice e moderatrice. E tanto è ciò vero, che al forse smoderato predominio papale, ognuno, dopo lo scisma germanico, cedette luogo, e lo reputò salutevole e necessario, singolarmente in Italia, fatta provincia spagnuola, e dove il Papato serbava ancora alla nostra nazione alcun titolo di preminenza. Io voglio unicamente notare fra voi e me, che per lo stesso naturale procedere delle cose, la potestà monarcale, ed anzi ogni potestà di governo, sia in uno o in pochi o in tutti raccolta e compiuta, rischia di disfarsi e perire tuttavolta che a sè medesima non procura un limite, una competenza ed un sindacato. E si affermi pure, che il pontificato romano non possa disfarsi e perire; può nondimeno infiacchirsi e scadere, e tutti i danni e gli sfregi patire della infermità, della decrepitezza e dello scredito universale. E però, con gran senno parlava quel vescovo di Granata ai Padri di Trento, che s'egli con ardore venia fiancheggiando i diritti e le giurisdizioni dei vescovi, ciò era appunto perchè volea salva e integra in futuro l'obbedienza e l'ossequio de' popoli inverso la Santa Sede. Per fermo, se al presente travagliare della Roma spirituale sono da attribuirsi altre molte cagioni oltre l'imperio di lei eccessivamente assoluto, questo, per lo meno, la reca ad un'accidia e ad un languore funesto ed immedicabile, e rendela insufficiente ad ogni gran gesto, e incapace per niuna guisa di restaurarsi e di rifiorire. Attesochè non ferve la vita e non si mantiene rigogliosa e operante laddove alle facoltà e doti de' valentuomini non è lasciato libero spazio e sicuro; nè dove i premj e gli onori poco dipendono dalla virtù e molto dal patrocinio; e dove, alfine, tutto si compie o col regolo di viete prammatiche o col maneggio de' cortigiani.
V.
Non accadono molte parole a mostrare la depressione estrema e finale di Roma a rincontro delle potestà civili del mondo. Cominciò il Papato con assai modestia e prudenza, vivendo a quelle sottomesso e obbediente, pure allorquando assalivano ed invadevano alcuna libertà vera e legittima della Chiesa: testimonj que' Cesari che nei negozj conciliari e nelle discipline clericali più del debito s'intramettevano. Dal che appare, che mentre con gli anni, migliorandosi la fortuna e crescendo le forze del Pontificato, si pensò di mescolare la facoltà ecclesiastica con la civile, e rendere questa grado per grado suddita a quella; ne' primi secoli, invece, lo sforzo e l'ambizione de' papi stringevasi tutta a dividere quant'era possibile l'un potere dall'altro: e Papa Gelasio affermava, opera di Gesù Cristo essere la lor divisione, e del Diavolo il lor meschiamento. Disfacendosi, poi, d'ogni lato l'impero orientale, e quello dei barbari smembrandosi in minuti regni, mantennesi il Papato per molti anni indipendente ed illeso ne' proprj officii spirituali. Alzò la speranza e l'ardire con le sacre dei re e de' nuovi Augusti, abilmente intervenendo ad autenticare diritti dubiosi ed incerta legittimità di possesso. In tal guisa pian piano ascendendo, e vinta più tardi la lite pertinace e terribile delle investiture, trovò in fine arbitrio di sentenziare, ch'egli era principio e fonte d'ogni potestà eziandio politica e laica, e Cesare stesso ricavare da lui l'origine della propria.
E come in sul primo alla elezione dei papi occorreva l'assentimento imperiale, nel procedere del tempo fu bisogno invece agli imperatori di chiedere per sè medesimi conferma e consecrazione ai papi; e quindi stimarono i popoli, che da solo il consiglio e l'autorità di Gregorio V venisse in Germania ordinato il modo di eleggere i Cesari, corretto e sancito dipoi dalla celebratissima Bolla d'oro. Tantochè, Innocenzo III (spirito alto e magnanimo) negò da ultimo di riconoscere nel Vicario dell'impero alcuna signorile giurisdizione, se dal pontefice non n'era investito e dalle sacerdotali mani non ne pigliava le insegne.
Magnifica esaltazione fu questa, ma non duratura; e Bonifacio VIII, che del generale e rapido mutar dei pensieri non ben s'avvedeva, lottando con Filippo IV di Francia, cadde nel conflitto e trascinò seco l'universale teocrazia; la quale mai non potè riaversi della guanciata sacrilega e vile del Nogarette. Non la guarirono di quel colpo le sottili teoriche del Bellarmino e della scuola di Salamanca intorno al giure divino e sociale; non le ristampe e promulgazioni reiterate per tutta Europa, e massime da Pio V, della bolla in Cœna Domini. Essendo principalmente che re e signori, senza destar rumore e mover querele, si difendevano e schermivano abilissimamente, negando alle stampe e alle intimazioni di Roma il placet e l'exequatur; e in quel mentre stesso che commettevano ai giuristi di corte di far valere appresso la pontificia segreteria l'escusazioni o i privilegi o i diritti di lor corone, minacciavano di prigione e di forca il primo prete che ne zittiva. Tanto poco furono meritati i pontefici di essersi posti in lega strettissima col principato, abbandonando quasi al tutto la causa de' popoli, e di guelfi facendosi ghibellini, e sforzandosi con gran zelo di far sentire ai monarchi quanto necessario era di accordarsi bene insieme, e mettere impedimento alle novità temerarie che d'ogni banda prorompevano.
Così declinarono rapidamente nel mondo cattolico l'idea e la pratica dell'universale teocrazia: benchè la corte di Roma ne venisse poi con diligenza, industria ed ostinazione incredibile, conservando e ristorando parecchie parti, le quali sminuzzate e particolareggiate sotto nome e titolo di giurisdizioni ecclesiastiche, le davano ad ogni poco buona entratura nelle faccende temporali dei regni; e con lo Stato civile, con le cause miste, con le dispense, con le clausole dei concordati e con simili altri intermettimenti, ella occupava per tutto e sempre una porzione notabilissima sì del dritto publico generale e sì dello speciale e proprio di ciascun popolo.
Ma verso il mezzo del secolo andato, le cose cambiarono e si rinvertirono di maniera, che l'ingerimento indiscreto e illegittimo, e la voglia immoderata d'usurpazione passò di nuovo, e con molto minore scusa, dai pontefici ai principi. In mano di questi ridotto l'eleggere i vescovi, e dispensare altri ufficii e onori da chiesa; abolite le immunità; cacciati a forza i Gesuiti; soppresse in più luoghi le mani morte; imposte regole al noviziato monastico; vôtati più conventi e distribuítone altrui l'avere; sottomessi a forza i frati alla giurisdizione de' diocesani; annullate le decime; salariato il clero; occupata in gran parte la collazione de' beneficj; dappertutto aggravata la suggezione del sacerdozio alla autorità laicale; un pontefice vecchio méssosi in lungo viaggio e, contra tutte usanze, venuto egli stesso a Vienna ad implorare da Cesare di non più oltre manomettere le facoltà e i diritti della Chiesa Lombarda ed Austriaca, e tornatosi inesaudito: e ciò tutto avanti del gran conquasso che i rivolgimenti strani e vertiginosi di Francia recarono alla fiacca e logora Europa. Confesserò bene che i tempi sembran da capo mutare, e appresso molti governi si va moderando il proposito antico di assoggettare la Chiesa allo Stato. Ma ciò accade per virtù d'un principio avversato ed astiato oltremodo dalla Curia Romana, ed i cui medesimi beneficj le sono sospetti e le san d'amaro. Io intendo discorrere sì delle libertà politiche, e sì di quella preziosa ed inviolabile, che domandano di coscienza. La massima odierna si è, che il comando civile non penetra negl'intelletti e nelle coscienze; e però essendo la Chiesa nella sua vera sostanza una spirituale potestà che non dee voler dominare salvo che ne' cuori e negl'intelletti, e con forze prettamente morali e persuasive, lo Stato non à ragione nè titolo alcuno d'inframmessa e d'impero nei negozj di quella. Concetto santo ed alla religione medesima salutifero; ma Roma non se ne accomoda, e i frutti buoni che or ne coglie, teme di dovere scontare più tardi a grandissimo prezzo. Nè in tali apprensioni e paure ella piglia inganno. Chè, per lo vero, il termine ultimo della libertà di coscienza è pareggiare innanzi allo Stato e alla legge tutte le confessioni e i culti cristiani, e far trapassare la Chiesa Cattolica dalle ampiezze e privilegi del dritto pubblico che ancor le rimangono, alla modestia e alla ugualità del dritto privato, come alla Chiesa Cattolica Americana di già interviene. Per fermo, le attinenze varie e gelose e le mutue obbligazioni tra Chiesa e Stato, che al presente sono dubiose, implicate e in contesa acerba ed interminabile, diverrebbero allora nette, piane, agevoli ed accettabili d'ambo i lati. Ma il Cattolicesimo dovrebbe, in tal presupposto, maggioreggiare per virtù e luce soltanto di sua dottrina, e per l'efficacia degli esempj e dell'opere. Al qual cimento andranno fidanti e sicuri gli schietti e mondi e fervorosi cattolici, ma la Curia romana vi andrà trascinata e come la biscia all'incanto.
Io penso che da voi e da qualunque discreto lettore sarò prosciolto affatto dall'obbligo di provare lo scadimento compiuto ed irreparabile del potere temporale dei papi. Chi dice di nol vedere, o s'infinge, o è talpa dell'intelletto, o vive fuor del mondo e del secolo. Oggi più che mai sta vero ciò che il Machiavello scriveva, trecent'anni or sono; cioè a dire che il papa à Stato e non lo difende, à sudditi e non li governa. Ma più non è vero quel ch'ei soggiungeva, e cioè che li sudditi, per non essere governati, non se ne curano, nè pensano nè possono alienarsi da lui. Oggi se ne curano tanto, che per fuggire lo sgovernato regno de' chierici, darebbersi in braccio, io stava per dire, al Russo od all'Ottomano; e stimo che non si dia fra le nazioni cristiane un reggimento, e così odiato insieme e così spregiato: però è debolissimo e disordinatissimo. Nè senza l'armi de' forestieri può star su in piedi, ed esso le accetta insieme e le abborre con tutta l'anima; onde particolarmente fra l'Austria e lui sembra da lunghissimi anni durare l'un di que' patti che le leggende raccontano essere più d'una volta seguiti tra l'uomo e alcuna potenza infernale, con iscambievole necessità e detestazione. Quanti passi à fatto il mondo in questi ultimi tempi nella scienza delle leggi e nell'arte del governare, di tanto s'è lasciata scoprire la inabilità e inettitudine dei prelati, la quale ora è veramente spettacolosa all'Europa. Nessuno poi (stimo io) può indursi a credere che ciò non sia effetto insieme e cagione assai ponderosa dell'affrettato e continuo abbassare del Vaticano. Nè la cosa è mai per mutare: e sappiano i Diplomatici, qualora ei s'infingessero d'ignorarlo, che niuna loro industria, preghiera, esortazione ed ammonizione trarrà il governo ecclesiastico a qualche termine di bontà e di saggezza civile e politica; ed i suoi sudditi continueranno senza posa ed interruzione ad impoverire, e la plebe ad ingaglioffarsi, e tutti a scadere più sempre e miseramente in ogni qualità e modo del vivere privato e publico.