Le investiture de' beneficj; le possessioni e ricchezze de' monaci, fautori naturali e propagatori dell'alta balía dei papi; i feudi e principati ecclesiastici, sparsi segnatamente per la Germania; i tribunali di mista giurisdizione; la Santa Inquisizione, e simili altre forme e maniere di potestà, io son dubioso di rassegnare tra le temporali prerogative di Roma, ovvero tra le spirituali. Ma, di qua o di là che si pongano, questo permane certo, ch'elle sono privilegj e mezzi di forte e generale dominazione, i quali scemano e scapitano tutto giorno, e a non lungo andare ne rimarrà piuttosto la memoria che il fatto. Di feudi ecclesiastici e della Santa Inquisizione non è più vestigio, eccetto che in Roma; delle giudicature miste sussistono assai pochi avanzi. Nelle principali provincie della cristianità, le frateríe (come testè si accennava) o soppresse o de' beni loro spogliate, e le ancora esistenti, voi le scorgete senza credito e senza valor morale, e ignoranti e goffe la maggior parte. Nè Roma in sì lungo spazio à saputo correggerle, addottrinarle, rigenerarle e renderle fazionate agli abiti nuovi e alle nuove tendenze del secolo. Sopra che io dico: avvi egli dimostrazione di vecchiezza e discadimento più chiara di questa, che il pontificato o non s'accorga o stiasi inerte ed inoperante a veder calare e discreditarsi per ogni luogo queste sue milizie e colonie, mandate un giorno insino agli ultimi termini della terra, e per mezzo a tutte le genti, a predicare la maestà del suo seggio, e la gloria della sua corte?
VI.
Ma la declinazione maggiormente esiziale al papato, e men comportevole, è quella accaduta nell'autorità e nella preminenza morale e civile; perchè interviene in subbietto più sostanziale, e proprio dell'essere suo. E per fermo, d'una potenza per al tutto immateriale e signora degl'intelletti e degli animi, è peculiare, innanzi ogni cosa, il dirigere ed informare i costumi, la scienza e l'educazione, e comporre e lumeggiare altresì nelle menti la ragione guidatrice e sovrana del vivere sociale.
Nel fatto, quantunque volte o il durare degli scismi, o l'imperversare delle fazioni entro Roma stessa con lunghe stragi e abbominazioni, non troncarono affatto i nervi al papato, e non gli tolsero di far sentire diuturnamente e con efficacia l'azione sua, questa si spiegò vigorosa e mirabile in ciascuno dei subietti testè mentovati, e riuscì splendida e prevalente, benchè non sempre pura e lodevole, nè ben condecente al carattere augusto del sacerdozio e agli spiriti del Vangelo. Voi sapete le storie, e una lettera non le può raccontare. Basti che riandiamo l'epoche e le date più insigni; e l'indole diversa dei fatti paragoniamo. La vera e pienissima primazia morale e civile, che Gregorio Magno (torna volentieri la penna a quel venerando Gerarca) e alcuni avanti e dopo di lui mantenevano in Italia e fuori, per ispontanea riverenza e adesione de' popoli, dimostra appunto quello che possa la religione, praticante con senno la carità civile, e incorporandosi con le arti e la sapienza del viver comune. Così accadeva, come notammo più sopra, che Gregorio, sfornito di principato e d'eserciti, conseguisse l'effetto medesimo che se stato fosse signore d'immenso imperio. Laonde lagnavasi egli con parole d'oro, che meno desiderava occuparsi nelle faccende secolaresche, come importune e disformi all'apostolico ufficio, più gli si moltiplicavan tra mano. Fatto è, ch'egli, il santissimo uomo, col senno migliore che portavano i tempi infelici e inselvatichiti, riparava alle carestie, combatteva i contagi, armava i popoli contra i barbari, il furor di questi placava, ottenévano tregue e trattati di pace. Qualche parte ancora della latina magniloquenza risuonar facea nel suo stile; ornava i templi ed il culto di belle pompe, e di nuove ed austere armonie, che da lui pigliarono il nome. Per sè e intorno a sè, lautezze e grandigie di corte non conosceva; e mitemente querelavasi con alcun suo castaldo, che l'avesse proveduto d'un sì sconcio palafreno, che cavalcar nol poteva senza noja e disagio. Imbattutosi un giorno in certi schiavi d'Ibernia, e forte ammirato di lor belle fattezze e bianchissime carni, fermò il proposito di render cristiana ed ingentilire tutta Britannia. E quella contrada fu convertita; e per lui e per alcuni suoi successori tante semenze di buoni studj, e massimamente di lettere greche, vennero quivi trasmesse, che tutta la sopravegnente barbarie d'Europa non le aduggiò, e Beda e Scotto d'Erigene ed Alcuino ne fanno prova.
Di quello che il pontificato valesse, a rispetto della civiltà, sorgendo pian piano, e durando colma e gloriosa la teocrazia (e, poniamo, da Adriano I a Innocenzo III), quasi non fa mestieri tener discorso, perchè la notizia n'è ormai volgare; e in questo secolo ragionatore ed incredulo, la storia più di rado commette ingiustizia, ed ànno gli scrittori avuto senso e intelletto vivissimo dello smisurato animo e degli altissimi intendimenti di alcuni papi, altre volte disconosciuti e frantesi. Al presente, accordasi ognuno a credere che quella, diremmo, dittatura in istola ed in cámice, fu rimedio e schermo terribile ma pur salutare contro alla feroce e superba ignoranza dei barbari. Per quella lo spirito disarmato comandò alla materia, e l'ingegno domò la forza, e in mezzo agli istinti ciechi e disumani della conquista, rampollò l'idea del vero e del giusto: per la teocrazia il poco di scienza rimasta agli Occidentali scampò nelle scuole dei monasteri, e molti avanzi della civiltà latina durarono, e il giure canonico, di romano giure impregnato, prevalse al crudele diritto feudale. Per quella a cagioni infinite di slegamento e contesa, e alle disgregate e minute sovranità dei Teutonici, fu contrapposta la grande unità cristiana, il diritto collettivo d'ogni sorta congregazioni, e il vivere e il deliberare a comune: per quella, in fine, alla schiavitù rinnovellata sotto nome di vassallaggio, posero freno e compenso le franchigie ecclesiastiche, e qualunque grado e altezza di gerarchia mantenuto accessibile a tutto il popolo.
Non fu adulazione e lusinghería chiamar da Leone il secolo d'oro delle lettere e delle arti nuove italiane, se con quel nome si volle contrassegnare la Roma pontificale che apparve e fiorì, mettiamo, da Nicolò V a papa Boncompagni od a Sisto V. Perchè forse nessuna città dominante primeggia e sopravanza oggi tanto le altre per civiltà e splendore di lettere, di quanto Roma in que' giorni eccedeva il rimanente d'Europa, in gentilezza di arti, eleganza di vita, varietà di sapere, copia e peregrinità delle cose ajutatrici degli studj; nè in Italia medesima Firenze e Venezia potevano starle a petto. E ancora che prevalesse il culto del bello, la filologia e l'erudizione, nessuna parte ragguardevole dello scibile era trasandata, nè avuta in sospetto (innanzi almeno allo scoppiare della Riforma), nè impedita di speculare con ragionevole libertà il proprio subbietto: siccome vedesi (a citar pure un esempio) dall'opera del Copernico dedicata ad esso il pontefice, e dove l'antico sistema di Filolao veniva rifatto e spacciato per vero; il medesimo che poi condusse Galileo nelle prigioni del Sant'Officio. Ed ognun sa che infino all'anno 1549 stampavansi le opere del Machiavelli, e publicavansi per l'Italia con ispeciali privilegi della corte romana. Poi le proscrisse sì fattamente, che sempre da ogni licenza del leggere libri inibiti venivano escluse.
VII.
Dopo ciò, se dal raccogliere insieme e dal contemplare questi tre aspetti, ed epoche grandi e solenni della civiltà e gloria papale, voi conducete, illustre Signore, lo sguardo sugli ultimi anni e sugli ultimi concetti e proponimenti del Valicano, una grave maraviglia e una secreta pietà, non vi stringe egli il cuore, in pensando a che novissimi termini di decadenza sia trapassata la più insigne, al sicuro, e più veneranda e magnifica delle istituzioni apparse sul mondo? Nè solo è venuta in fiacchezza e in decrepità, ma, per mio sentire, giacerebbesi affatto spenta e annullata, e incapace di uscir del sepolcro, quando l'alito vitale del cristianesimo e la virtù delle tradizioni quel moribondo corpo non sostentasse. Imperocchè, per ragioni diverse e sotto molti diversi riferimenti, sempre torna adatta a Roma la novelletta del Giudeo convertito, che il Certaldese raccontava cinque secoli fa.
Dinanzi all'ultime sollevazioni delle Romagne, s'accorgeva egli il mondo, che v'à il papato, salvo che per le continue renitenze o censure con cui si sforza di contrastare al general moto degl'intelletti e all'affrancamento de' popoli; e nega e sconosce pressochè tutte le sembianze e gli abiti nuovi del viver civile? Qual ingerimento paterno, accetto, eminente e degno del sacerdozio, esercita Roma a' dì nostri ne' gran negozj del mondo? In quali è chiamato arbitro e giudice il papa? Avvi potentato, avvi popolo che si comprometta in lui? Avvi guerra nessuna da lui impedita, discordia civile cessata, patto di tregua e di pace concluso? Trovo che l'ultimo atto d'intervento efficace della potenza papale, fu sul cadere del secolo sedicesimo, rappattumando in Vervino Francesi e Spagnuoli. Non molto dopo, nel trattato di Vesfaglia, comecchè vi fossero mescolate materie gravissime di religione, i nunzj pontificj non valsero con nessun'arte a mettere le negoziazioni nella via desiderata e segnata da Roma, ed ella se ne querelò e protestò senza frutto. Alla pace de' Pirenei, Mazzarino, quantunque prete e cardinale di Santa Chiesa, rifiutò i benigni ufficii offertigli dal pontefice; e nel trattato di Utrecca non parve insolente e indebito ai contraenti il disporre a lor modo d'alcune provincie reputate soggette e tributarie di Roma, senza pigliare accordi con lei, e nemmanco far menzione de' suoi diritti.
È strano eziandio e maraviglioso, che quella medesima potestà la qual sommoveva e tragittava, unite ed armate, d'Europa in Asia poco meno che intere nazioni; e sconfitte di poi nelle guerre, e dalla fame mietute e dalle pestilenze, persuadevale tuttavia a ritentare l'impresa, oggi non possa allegare un sol fatto notabile per cui si dimostri, com'ella riesca pure almeno a proteggere con successo le genti cattoliche, ovunque o gl'infedeli o le Chiese eterodosse le opprimano; ed anzi in que' luoghi stessi di antico pellegrinaggio, e ch'erano fine e cagione delle Crociate, cresce di dominio e ricchezza il culto scismatico, e soprafà ed ingiuria il culto latino.