Ora, ponete che i Sinodi diocesani ed i provinciali moltiplichino; le discussioni sdrúcciolino quivi bel bello in tale argomento, e il discorso popolare se ne occupi e se ne infiammi; ponete che l'esigenze dei tempi s'aggravino; le strettezze di Roma s'addoppino, le sue sorti precipitino, la sua smoderanza e gli errori spesseggino, come suole avvenire ad ogni istituto scassinato e cadente. Fate che i Sinodi, come par naturale, assicurino ai meno arrischiati e più circospetti libertà onesta di parlare e di consigliare; e che l'oscitanza e l'ignavia di gran porzione del clero sia vinta e sforzata, e la sua muta e timida sottomissione abbia termine; ed ei si risenta alcun poco, e parli e supplichi con voce riverente bensì, ma concorde e robusta, e non mai discontinua: tutte cose, chi ben le stima, che il secolo nostro apparecchia e trae seco quasi per mano. Fate che da alcuni reggimenti più popolari (e già gli Svizzeri ne ragionano) venga restituito alle parocchie il diritto di eleggere o di proporre per lo manco i proprj rettori: esempio ne' nostri giorni impossibile a tenere occulto, e senza efficacia d'imitazione. Fate, da ultimo, che a ciascun uomo, ed ai governi e ai principi, non meno che alle popolazioni compaja verissimo, siccome pur troppo è, nulla concessione, riforma ed innovazione, potersi più oltre aspettare da Roma, quasi per paura e viltà impietrita; e questa sola ed unica via che noi indichiamo, rimanere sgombra e non intercisa, e dare varco e passaggio ad ogni ammenda, ad ogni salute, ad ogni conseguibile grado di perfezione nella Chiesa e nel mondo; e la cosa, da speculativa e ipotetica, piglierà certamente aspetto compiuto di certa e non transitoria realità.
Io stringo, mio riverito Signore, ogni concetto in uno, e concludo: o nessun partito e nessuna prudenza è buona e bastevole in tale materia, perchè l'agita e la governa lo sdegno di Dio: ovvero è bisogno che la presente prelatura romana si rimpasti e rinsanguini tutta, e muti gran parte degli ordini suoi; e però faccia luogo a un santo e dotto sinedrio, scelto e inviato alla città eterna da tutte le Chiese cattoliche, per essere squille di verità, e nell'universo intero dispanderla e celebrarla.
Crispo Salustio, interrogato da Cesare sul riformare lo Stato e il governo di Roma, provavagli con gran saldezza, doversi cominciare, anzi tutto, dal condurre in quella nuove schiatte di cittadini. Ora, io dico ed affermo: chi vuol correggere e riformare la Roma moderna pontificale, dia nuovi abitatori a Monte Cavallo.
Di Genova, li 10 di novembre del 1850.
APPENDICE.
Il vivere appartato ed oscuro non bastò sempre all'Autore di queste prose per sottrarsi alla indiscrezione di certi libri e gazzette, che alcuna volta il maltrattarono e con menzogne l'assalirono. Ned egli se ne risentì; perchè le ingiurie sconcie ed immeritate si spuntano; le accuse zoppe cascan per via. Ma quando parlano scrittori probi, diligenti ed assai reputati, il silenzio non è scudo buono, e può parere confessione del torto.
Ora, l'Italia annovera con gran ragione tra que' probi, diligenti ed assai reputati, il chiarissimo dettatore degli Ultimi Rivolgimenti italiani, nel primo volume de' quali raccontasi, in fra l'altre cose, la Convenzione fatta in Ancona il 26 marzo del 1831, tra il cardinale Benvenuti e il Governo Provvisorio delle provincie unite italiane, e vi si leggono le infrascritte parole: «Questo atto però fu causa di recriminazioni anche fra i liberali. Terenzio non lo aveva voluto firmare, credendo le cose tuttavia non disperate. Gli eventi non giustificarono le sue speranze; ed egli con questo rifiuto, che chiarivalo uomo più immaginoso che pratico, trovossi tra i meno temperanti collocato: ciò era certamente più per eccesso d'immaginazione, o piuttosto per voglia di primeggiare, che non per radicali principj che nudrisse in cuore. Il fatto però dee notarsi.»
Che il Mamiani nel 1831 si chiarisse uomo più immaginoso che pratico, non fa maraviglia; perchè, oltre all'essere egli il più giovine di tutti que' suoi colleghi, ignorava interamente i maneggi politici, e i maggiori negozj ministrativi, dai quali erano i sudditi laici del papa gelosamente tenuti discosto. Se non che, sotto tal rispetto, non sembra che fossegli da contrapporre l'ingegno e l'arte de' suoi colleghi; imperocchè ad essi pure gli eventi non giustificarono le speranze, e poca pratica dimostrarono, presumendo, contro la storia e contro ogni buon giudicio, che alla convenzione da loro fatta in quel caso e in que' termini avrebbe Roma tenuto fede. Ad ogni modo, l'abbondare di fantasia per sè non è male, e la coscienza non se ne grava, potendosi riversare la colpa sulla natura. Ma perchè promovere il dubbio che il Mamiani dissentisse da' suoi colleghi per voglia di primeggiare? non si conveniva egli o tacere l'accusa o fornirla di qualche prova? Se pigliamo arbitrio di parlare poco lodevolmente delle intenzioni altrui senza obbligo di citarne i segni e gl'indizj manifesti, nessuno andrà esente d'errore; e si scriverà, per esempio (ed anzi fu scritto), che i colleghi del Mamiani si unirono in quell'accordo non per prudenza ma per paura. Del resto, il Mamiani (come vedesi dal Documento A stampato qui appresso) ricusò di soscrivere la convenzione solo perchè ne avea biasimato il concetto quando se ne tenne particolare consiglio e deliberazione. Nel qual parere egli venne per due ragioni. La prima, che reputava il patto insufficientissimo, e da non essere mai serbato e osservato. La seconda, che gli sembrava poco onorevole il dar quell'esempio agl'Italiani di chiedere venia ad un cardinale che, mandato a sollevare le plebi delle Marche e delle Romagne, avea costretto il Governo a trarselo dietro prigione da Bologna ad Ancona; e falso è che venisse prosciolto prima del trattare la convenzione. Aggiungeva a tutto ciò il Mamiani, doversi ad ogni modo aspettare l'arrivo dello Zucchi, nè risolvere tanto affare senza che s'intendesse la mente del capo delle milizie. Vero è peraltro, che la grande umiltà di quell'atto rimase come velata agli occhi del popolo; ma non per industria del Governo, bensì per quella del cardinale, che, divenuto a un tratto, di prigione che era, padrone ed arbitro d'ogni cosa, mostrò maravigliosa modestia e mansuetudine, e degna al tutto d'un santo vescovo.
Pel rimanente, il Mamiani ringrazia il signor Gualterio del non avergli attribuito opinioni eccessive, e del lodare che fa le nomine allora avvenute dei prefetti e vice-prefetti, le quali procederono tutte da esso Mamiani, che reggeva il ministero degli affari interiori, e che nella scelta almeno delle persone mostrò di tenere in briglia la fantasia.
Quanto poi al giudicio che leggesi nel primo volume dei Rivolgimenti circa la sollevazione del 1831, non riuscirà forse inutile di paragonarlo all'altro conciso, ma schietto, che ne dava il Mamiani or sono parecchi anni, e il quale riferiamo sotto la lettera B, togliendolo dal secondo volume delle Memorie del generai Pepe, ove primamente venne inserito.