Il massimo de' misfatti è bagnare le mani nel sangue civile; e l'Italia (eterno suo dolore e rimordimento!) ha per secoli molti lacerato col proprio ferro le proprie membra. Però, chiunque non reputa le cose mortali essere governate dal cieco caso, dee nel contemplar le ruine e il disfacimento della patria comune, ridire a sè stesso: — Tremenda ma giusta è la tua ragione, o Signore! — Per giudizio dell'alto, il popolo stato per vigor d'armi e sapienza di leggi arbitro e reggitore di tutto il mondo agli antichi conosciuto, passò sotto il giogo di cento nazioni, le quali per insino a jeri se l'hanno diviso, mercatato e venduto, come torma di vili giumenti. Per giudizio dell'alto, la schiatta più gloriosa fra tutte le umane fu abbeverata a lentissimi sorsi di umiliazione e di scherno: e noi miseri che trascinammo per lunghi anni la vita in esilio, e vedemmo dappresso la boria dello straniero e gli occulti suoi pensamenti, noi vi testifichiamo, o fratelli, che il nome d'Italiano era sinonimo di codardo, e apponevasi a modo d'antonomasia al giullare ed al barattiere.

Ma infine, le luttuose partite della colpa e della espiazione sono pareggiate, e la pagina nuova che nel gran volume dei nostri destini sta ora aperta e spiegata, porta le solenni parole di riscatto e risurrezione. E perchè in nessun popolo viene ad effetto un profondo e durevole rinnovamento, salvo che per virtù propria e interiore, e gli Italiani scaduti e inviliti affatto innanzi al proprio cospetto aveano dolorosamente smarrito ogni fede e ogni coraggio in sè stessi, Dio, con consiglio amoroso e misericordievole, mandò loro un segno ed una caparra evidente e infallibile del patto rinnovato e del perdono largito. Allora scorgemmo in vetta al Campidoglio e a vista di tutte le genti cristiane apparire un Angelo col nome di Pio, apparire un Labaro sacro e vivente, in cui dall'Alpi al Lilibeo le serve e languenti popolazioni girarono attonite il ciglio, e lesservi giubbilando In hoc signo vinces. Nè questo solo prodigio ha mostrato il Cielo ad accertare i Popoli nostri della salvezza insperata.

Di voi, o Romani (lasciatemi parlare il vero), di voi fieramente si sentenziava e diceva: — Gli altri stanno distesi ed infermi, ma questi son morti e putono di cadavere; quadriduani ei sono, perchè da ormai quattro secoli, e propriamente dallo sfortunato Porcari che esalò l'anima sul patibolo, più non dettero voce nè crollo. — Ma Pio IX che penetrava gli occulti del vostro spirito, così non parlò, ed accostatosi a voi come Cristo Signore alla figliuola della vedova, esclamò pieno di fede: Non est mortua, sed dormit. E voi vi svegliaste, e nel tratto di soli pochi mesi faceste l'Italia meravigliare delle vostre civili virtù. Nel vero, parecchie di queste, a guardarle nell'abito solo esteriore, possono sembrare altresì accomunate a gente o guasta o incivile: l'amore di libertà è naturato coll'uomo, e non rade volte s'accende tra cittadinanze rozze e feroci; l'unione dei voleri può sorgere spesso da ferrea necessità, o dalla fiamma non durevole dell'entusiasmo; sprezzar la morte e i pericoli è dote eziandio dei selvaggi; ed alcune fiate negli ultimi eccessi della barbarie ribolle negli animi umani un valor disperato. Ma ciò che rimane peculiare e qualitativo dei popoli veramente civili, e forniti di alto senno e di sentire magnanimo, si è la politica temperanza; si è il reggere, come voi fate, l'impeto stesso degli affetti più generosi, e il voler che procedano d'ugual passo la moderazione e la forza, la prudenza e lo zelo, la ragione e l'istinto: ondechè in voi, si può dire, sono principiati in un dì medesimo e il possesso di parecchi diritti, e la difficile saggezza di saperli assai convenientemente usare. Ma v'è più oltre di bene. Imperocchè, o Romani, noi vi accusammo di angusti pensieri e di gretto egoismo, e che non iscorgevate nè mondo nè umanità di là da Ponte Molle e da Porta Carmentale: e voi, in quel cambio, chiamati appena a un cominciamento di vita politica, avete pensato sopra ogni cosa all'Italia, e ogni vostro atto e consiglio va sottomesso e coordinato pur sempre alla salute, al risorgimento, allo scampo di qualunque individuo della comune famiglia Italiana. Vi accusammo di basse superstizioni; e molti chiamavanvi per istrazio una congrega di pusilli e di bacchettoni: e voi, a riscontro, mostraste di avere in cima dell'intelletto e accogliere e serbare entro l'animo la essenza più pura e fruttifera del Cristianesimo; significaste coi fatti di professare la sua generosa e razionale moralità, scaldarvi degli spiriti suoi più progressivi e sociali, ed ardere al fuoco di libertà che tutto quanto lo investe e il vivifica; in somma, mostraste di aver in cuore segnata e scolpita la Religione Civile, maestra ed inculcatrice di tutte quelle virtù, quegli uffici, quelle annegazioni in che versa la carità cittadina, e le quali assommano la grandezza e la perfezione del saldo e verace Italiano. Per tante e inaspettate prove d'un sentire liberale ed altissimo, avete, o Romani, insegnato al mondo, che, contro a mille apparenze e mille sintòmi, le brutture e la corrutela rimanevansi esteriori e parziali, e, come a dire, solamente appastate all'intorno del vostro animo, e che mai la sostanza e il midollo non intaccarono e offesero: onde esso fu simile a quelle stupende sculture giacenti tra le vostre ruine o in alcun canto de' vostri trivj, calpestate dal passeggiere, coperte di lezzo e di mota; ma le quali rimesse appena in sustante, e lavate e deterse d'ogni immondizia, subito rivelano agli occhi maravigliati di ognuno la loro antica e non alterata bellezza.

A me le sorti non concederono il privilegio e l'onore di nascere dall'augusta vostra sementa, ma però scorremi dentro le vene il puro sangue latino; e voi, voi pure, o Romani, siete un latino rampollo, e di gente latina crebbe e si allargò questa Città eterna e fatale. A gloria poi ed a singolare compiacimento mi reco l'essere stato in mezzo di voi e alle medesime vostre scuole allevato; e il Calandrelli, il Conti, il Gasperini, il Folchi, ed alcuni altri ingegni debitamente cari ed illustri, furono i primi balj e nutricatori della mia povera mente. Da ciò pensate se mi tornò in somma dolcezza il rivedere queste mura, lo spirar di nuovo queste aure, fissare gli occhi negli occhi vostri, e, più che tutto, con voi conversare d'Italia e di libertà. Da ciò pensate se mi s'imprime forte nell'animo una perpetua riconoscenza dei larghi favori, dell'ospitale affabilità e della fratellevole tenerezza con che vi piace di accogliermi; nè valgo a significarvi a parole, quanto l'affetto abbondi e moltiplichi nel cuor mio considerando tra me le splendide dimostrazioni e le segnalate e invidiabili testimonianze d'onore con cui volete esaltarmi quest'oggi. Il qual onore voi intendete per certo di conferire non alla mia persona oscurissima, non ai meriti di buon cittadino in me troppo scarsi, ma sì bene ai principj e alle massime generose e civili sempre e invariabilmente da me professate, e all'amore e al desiderio di questa nostra gran madre Italia, che m'hanno continuo infiammato, e da cui, in sedici anni di amarissimo bando, mai non ho divertito l'animo un sol dì e un solo istante. E ciò tutto voi fate perchè sia indizio e pegno certissimo ed universale del come intendete premiare e onorare coloro che non di sole parole e consigli (mio vano e sterile pregio), ma sì bene avranno con tutto l'animo e con tutto il sangue ajutata e affrettata la italiana rigenerazione; la quale (giova ripeterlo) voi, Popolo Romano, avete iniziata, per voi s'avanza, da voi si sostiene, e senza l'opera vostra mai non potrà riuscire nè santa, nè feconda, nè duratura.

SULLA TOSCANA.

(Dall'Italico, semestre II. — Roma 23 settembre 1847.)

Da lettere di Firenze raccogliesi, che la nuova legge colà pubblicata circa all'ordinamento della Guardia Civica, non tragge seco l'adesione e il suffragio di tutti, ed anzi qualche porzione di popolo ha fatto perciò dimostrazioni sconvenevoli e tumultuose. Noi desideriamo che quelle lettere sian cadute in amplificazioni: ad ogni modo, teniamo per fermo che qualora si apponessero in tutto al vero, la stampa periodica della Toscana, anzi dell'Italia intera, non mancherà al debito suo, e rivocherà gli avventati e gli sconsigliati dalla via funesta dei tumulti e delle sommosse.

Certo, noi non daremo per questo cominciamento di male in escandescenza e in furore, e non ingiurieremo nessuno col titolo di fazioso, di ribaldo, di demagogo. La storia e il raziocinio c'insegnan del pari quanto sia facile entrare in possesso d'alcuni diritti, e quanto difficile saperli saviamente serbare ed usare. Compatiamo in generale all'inesperienza de' giovani e all'ardore impaziente delle moltitudini, e ci sentiamo dispostissimi a ravvisare ne' lor moti disordinati più presto un eccesso di zelo, che un effetto di male intenzioni, e ne' lor capi e guidatori un subito accendimento di fantasia e una baldanzosa presunzione di sè, di quello che mire personali e ambiziose, e voglia vera e deliberata di perturbare e sconvolgere.

Con tali considerazioni, noi pigliamo speranza che la voce dei buoni e degli assennati levandosi viva e concorde per biasimare codesti eccessi, vedremo di corto i giovani ravvedersi e le moltitudini rinsavire. A gente così ingegnosa, avvisata e penetrativa come i Toscani sono, gli è impossibile che non apparisca chiarissimo il danno grande ed inestimabile, che recherebbe alla causa italiana questo rompere in clamori e in violenze ad ogni atto ministrativo che non gradisca (poniamo pur con ragione) a molti ed eziandio all'universale. Per gran ventura, àvvi oggi in Toscana rimedj regolari e pacifici ai cattivi provvedimenti. Tanto manca che il buon Principe voglia o possa al presente imporre a popoli suoi triste leggi ed improvvide, che ha messo a tutela della giustizia e dei diritti, e a lume e scorta sicura e comune del progresso civile, la libera e quotidiana esaminazione e discussione della cosa pubblica. Or vuole essa la plebe, vogliono essi i giovani inconsiderati preoccupare e sforzare il giudicio della stampa periodica, rompere l'equo e difficile sindacato degli atti ministrativi, la lenta e laboriosa maturazione delle riforme e dei nuovi istituti? Per tutto dov'è conceduto il venir componendo una mente ed un senso pubblico, e dov'è lecito all'opinione migliore e più generale il manifestarsi ed il prevalere non subito nè senza fatica, ma pure in modo efficace e perfettamente legale; il ricorrere a' mezzi violenti e il far mostra d'ammutinarsi, e dirò anche il solo turbar di frequente la quiete comune con atti sconci e rumori e grida minaccevoli ed ingiurose, fa pensare al mondo che il popolo il quale opera di tal guisa, mentre offende la propria sua dignità, disconosce la forza suprema della ragione e del vero; rinnega altresì coloro che tuttogiorno nelle stampe fannosi organo delle giuste querele e dei comuni desiderj; abusa da selvaggio e da barbaro de' naturali diritti; e merita di ricadere nell'ignobile stato di servitù e di codardia ove la smoderatezza e i vizj e le colpe de' padri suoi il cacciarono. E se questo in generale è vero, torna verissimo per noi Italiani, a cui tanta maggior prudenza e moderazione abbisogna, quanto le condizioni nostre sono state le più infelici del mondo, e permangono tuttora le più pericolose e difficili. A voi Toscani è bellissima gloria l'essere entrati primi o quasichè primi nell'aringo dell'italiana rigenerazione: ma di quindi, a voi procede un obbligo vie maggiore di porgere agli altri fratelli esempio salutare d'un'ordinata, prudente e incolpabile risurrezione. Non udite voi l'Italia, la nostra madre comune, la gran Donna di provincie, ancor tutta bagnata di lacrime e coi solchi delle catene nelle braccia e ne' piedi; non l'udite voi, ripeto, raccomandarvi affettuosamente la vita sua, la sua salvezza, lo scampo estremo di tutti i suoi figli? Fra questi, Ella dice, v'ha chi infinitamente più di voi tollerava e soffriva, chi ha dato prove molto maggiori e malagevoli ad imitare di carità cittadina, costanza magnanima, vigore indomabile, amore santo e animoso di libertà. Eppure, vedete ch'ei sanno temperare i lor desiderj, e tenersi stretti e quieti nelle vie della legge e dell'ordine. Perchè, dunque, sarete voi più insofferenti ed immoderati? Deh, a che riuscirebbe, o figliuoli, la vostra sconsigliatezza, salvo che a sbarbicare del tutto le riforme bene iniziate, e la speranza che acquistan del meglio i fratelli vostri subalpini, dal cui coraggio e dalla cui disciplina io aspetto, quando che sia, d'essere fatta signora di me medesima? E non son del mio sangue, e non sono viscere mie quegl'infelici, che pur mentre io parlo, cadono laggiù trafitti dal piombo e dal ferro su ciascuna riva dello Stretto? I vostri savj e ammisurati portamenti, la vostra ragionevole discrezione e longanimità, il lieto spettacolo del vostro riposato e concorde vivere civile, può far cessare quelle morti e quel sangue, chiudere quelle larghe ferite, cambiar la mente e il consiglio di chi tiene in mano le sorti della Sicilia e del Regno. Il contrario (ahi misera!) procederà del sicuro dal disordine, dai tumulti e dalle violenze. In qualunque atto, o figliuoli, e in qualunque deliberazione, pensate ai profondi sospiri, pensate alle lagrime occulte e amarissime di tanti vostri fratelli men di voi fortunati, non però meno cari e men diletti al cuor mio.

(Dal medesimo-Roma, 7 ottobre 1847.)