Ci giungono di Toscana notizie certe ed esatte, dalle quali siam confermati nella speranza che avemmo, che le molte lettere mandate di là in cui parlavasi di fatti tumultuosi avvenuti per la pubblicazione del Regolamento intorno alla Guardia Civica, eran cadute in amplificazioni, ed entrate in paura non ragionevole di scompiglio e sommosse. La saviezza della plebe (ci scrivono di colà) e la discrezione e arrendevolezza de' giovani non è minore in Etruria che nello Stato Romano, e l'antichissima urbanità e la universale e pressochè ingenita educazione delle moltitudini toscane non lascian temere ch'elle trascorrano di leggieri in atti violenti, e in riprovevoli e licenziose dimostrazioni dei proprj desiderj.
A noi vengono carissime queste notizie, e con piacere ci affrettiamo di farle assapere al pubblico. L'ufficio di ammonir con modestia, e correggere con amore le moltitudini, è forse il più ingrato di quanti competono al giornalista; il qual conosce assai bene non essere quello il modo di andare a versi nè del popolo nè de' giovani, cui piace naturalmente il sentirsi sempre lodati ed accarezzati. Ma la stampa politica, a riguardarla nell'alto suo ministero, e sceverandola da ogni basso fine di lucro e di ambizione personale e smodata, tien luogo oggidì in gran parte di quella solenne censura che fu il magistrato più austero e imparziale dell'antichità, e che mai non si sgomentava di dispiacere ai sommi ed agl'infimi, ai governati ed ai governanti.
La rigenerazione nostra vive una vita ancor tenerella e infantile, e può ammalare così di languore come di febbre. Noi, secondo le nostre forze, combatteremo sempre ambedue quelle infermità, quante volte non pure discoprirannosi apertamente, ma daranno indizio e sospetto di sè. Sui fatti possiamo ingannarci; le intenzioni sentiamo di avere diritte e generose.
(Dal medesimo-Roma, 14 ottobre 1847.)
(Precede una lettera sottoscritta da molti Toscani di eletto nome, nella quale si fa alcuna rimostranza sul penultimo Articolo.)
Appena da nuove lettere di Toscana fu dissipata la grave apprensione in che molti vivevano intorno alla quiete ed all'ordine di quella provincia, io mi affrettai con vivissima compiacenza di ciò pubblicare in questo giornale medesimo. con data dei 7 di ottobre. Il foglio che giungemi di Firenze e leggesi qui stampato, riconfermando la buona novella, riconferma me nella gioja e consolazione ricevutane. V'ha molti casi nei quali la parola eccitata dalle notizie correnti, perde opportunità ed efficacia qualora s'aspetti che il tempo o cancelli appieno o raddrizzi ed emendi il racconto dei fatti. In cotali casi, chi non vuol mancare al debito di scrittore e di cittadino, e d'altra parte non vuol censurare senza buon fondamento, parla e ragiona per via di supposti, dichiarando di avere ferma speranza che le cose narrate o non s'appongano al vero o di molto l'amplifichino; e ciò appunto faceva io nell'articolo del 23 di settembre: l'impeto dell'affetto e la vivezza dei tropi debbesi unicamente recare all'indole dello scrittore e all'importanza suprema della materia. Come si propalasse la voce di disordini gravi accaduti e il sospetto di cose molto peggiori, io non so; ma che ciò si scrivesse in più luoghi e da persone assennate e di credito, è certo e noto ad ognuno. Nè il raziocinio valeva a mostrare e provare quegli avvenimenti come impossibili; conciossiachè, mancando a noi Italiani da troppo gran tempo la vita politica, ci vien meno similmente il criterio e l'abilità di presumere con molta certezza quello che siamo per operare. Ed anzi, considerandosi bene la inesperienza comune, l'ardore delle fantasie, i tempi difficilissimi, è più forse da maravigliare della universale prudenza e saviezza, che del loro contrario. Ma d'altra parte, io confesserò volentieri che nessun prodigio di senno civile è insperabile dai Toscani, privilegiati fra tutti i popoli italici per altezza d'ingegno, e gentilezza d'animo e di costumi. Del che mi sembra fare testimonianza molto notabile questo foglio medesimo che tanti egregi Toscani sonosi degnati mandarmi. Perchè non poteasi con parole più mansuete e cortesi, e con più squisita urbanità dimostrarmi l'errore in cui venni indotto, e il quale son quasi tentato di amare e di carezzare, dappoichè mi ha procacciata una manifestazione di benevolenza e di stima superiore oltre modo e, a meglio dire, senza proporzione veruna coi pregi della povera mia persona. Voglia ciascuno di que' degnissimi soscriventi riconoscere in queste mie parole un atto sincero di scusa, di ringraziamento e di ossequio a lui particolarmente indiretto, e il quale io adempio con la solennità che posso maggiore, per segno durevole di osservanza e di gratitudine.[6]
PAROLE DETTE IN PERUGIA
NELLE STANZE DE' FILEDONI li 18 di ottobre del 1847.
Fratelli e Compatrioti.
Quante solenni memorie, quanti affetti gagliardi, che immagini varie di grandezze e ruine, di trionfi e cadute mi si adunavano intorno al cuore, mentre io saliva (or son pochi giorni) questi famosi Apennini, e scorgeva torreggiar di lontano la città vostra, antica e quasi naturale regina dell'Umbria!
E per vero, io discerneva quivi da ciascun lato i vestigi ed i testimonj d'infinite umane generazioni, e di più forme e procedimenti di civiltà; e di quindi io raccoglieva come a dire un compendio e un ritratto della storia intera d'Italia, in quel modo appunto che ne' più profondi scoscendimenti o dell'Alpi o de' Pirenei avvisa e riconosce il geologo la storia tutta quanta del globo terraqueo e de' paurosi suoi cataclismi. Certo è che voi, Perugini, col solo indicare gli avanzi che qui tuttora grandeggiano dell'opere ciclopee, e con l'aprire que' sepolcreti non da molto scoperti e tornati alla memoria degli uomini, ove intorno alle ceneri de' Lucumoni dormono gli antichissimi vostri padri, voi potete, insieme con l'altre metropoli etrusche, darvi titolo e gloria di progenitori veri dell'occidentale incivilimento; imperocchè appo voi le arti, la religione, le leggi, le leghe, i commerci già si attuavano e si spandevano, quando la Grecia medesima rozza rimaneva e selvatica. E però, in fra le nazioni tutte moderne, a voi si compete una specie di nobiltà naturale e di legittimo patriziato, conciossiachè va ormai pel terzo migliajo d'anni da che siete usciti di stato barbaro e entrati a iniziare l'umano perfezionamento.