Ma le vostre valli e colline situate come si veggono fra il Trasimeno ed il Tevere, son tutte piene altresì di romane memorie; onde gli antichi libri raccontano che fino a quando stette e durò la Repubblica, stette e durò prosperevole il vostro Comune; e il ferro e il fuoco che per le mani scelleratissime dei Triumviri l'ardeva e lo smantellava, annunziò al mondo il prossimo disfacimento del maggiore degl'imperi. Ma l'Italia è sacra e non può perire, e di voi similmente fu decretato che alle ruine etrusche ed alle romane sorvivereste; e quando per lo crescente splendore del pontificato il nome d'Italia ridivenne temuto e onorando, e i vecchi municipj latini sentirono di aver riacquistata la balía di sè stessi, la città vostra, o Perugini, fu in quella nuova e maravigliosa costellazione di repubbliche un astro sereno e cospicuo: il perchè leggesi lungamente in tutte le storie patrie quanto la bravura di Fortebraccio, le armi e le astuzie de' Baglioni, l'autorità e la prepotenza di sommi gerarchi, faticassero e travagliassero ad assoggettarvi e a sbarbare dal vostro suolo la pianta divina della libertà. Ed essendo che la generosa vostra natura dovea farvi partecipi d'ogni ragione di gloria italiana, allato al valore di Niccolò Piccinini e d'altri gagliardissimi condottieri usciti del vostro sangue, nacque per gentil contrapposto quel miracolo d'arte Pietro Vannucci, la cui fama, avvegnachè grande e perpetua, sarebbe massima e sola, dov'egli non avesse nudrito del proprio senno e allevato nelle proprie sue scuole colui al quale voleranno secondi tutti i contemplatori del bello e gl'imitatori della natura.

Nell'età più bassa, voi pure, o Perugini, con tutta insieme la nazione italiana siete caduti, e il comune peccato espiaste delle guerre fratricide. I Genovesi nel sangue pisano e veneto, i Veneziani nel genovese e lombardo, voi tingeste le infelici armi vostre nel sangue fulignate e aretino: di quindi le miserie e le umiliazioni, di quindi la cresciuta ignoranza, e le pessime leggi, e la tirannia straniera e domestica.

Ma l'Italia (giova ridirlo) è terra sacra, e dai destini privilegiata; conciossiachè si racchiudono nel grembo suo infinite semenze di civiltà sempre nuova e ripullulante; e sembra che a ciò a punto il consiglio supremo di Dio lascila di tempo in tempo incolta ed inoperosa, perchè ristorata di forze quanto bisogna e purgata delle male erbe, faccia altra volta maravigliare il mondo universo de' peregrini frutti di sociale sapienza, che in modo affatto insperato produce e matura, e de' quali nudrisce di poi molto volentieri le menti di tutti i popoli. E che noi siamo al presente in questo ricominciare il glorioso cammino, e che la benignità dei cieli conceda a nostri occhi di rimirare i primordj fortunatissimi d'una quinta epoca d'italiano incivilimento, il dicono assai manifesto la letizia de' vostri aspetti, la concordia e meschianza di tutti gli ordini di cittadini, la significazione di queste scritte e di questi emblemi, le parole calde e leali che a voi ed a me or si fa lecito di pronunziare e di udire, il vedermi io stesso in mezzo di voi e da voi festeggiato dopo la lunghezza e l'acerbità d'un esilio più che trilustre. Ma forse meglio di qualunque altro indizio, e con chiarezza ed efficacia maggiore di tutti i segni da me notati, ciò che afferma, persuade e assicura qualunque intelletto del certo nostro risorgimento, si è lo scorgere qui presenti gli stemmi e l'effigie dell'Augusto e Ottimo Pio; il quale voi, o Perugini, con sublime antonomasia e con un senso profondo di verità, chiamar solete il liberatore, e ch'io credo altresì, senza pericolo niuno d'adulazione, poter domandare il Divino ed il Taumaturgo; perciocchè la subita trasformazione ch'egli ha operata nell'essere delle cose e nel cuore degli uomini, à, più che d'altro, natura e qualità di prodigio.

Sfavilli, adunque, d'amore e di gratitudine l'anima nostra verso un tanto Pontefice, al quale ha piaciuto con l'ultimo atto di sua saggezza di sollevare questi popoli alla giusta partecipazione della politica potestà; e incominciando in tal guisa fra noi un ordine vero legale, per addietro sconosciutissimo, e ponendo a principale custodia e difesa di esso non l'armi forestiere e le mercenarie, ma le proprie e libere de' cittadini, ha restituito a noi tutti il senso dell'umana dignità, l'uso dei naturali diritti, l'alterezza del nome italiano. Però, il modo più acconcio e migliore di mostrarsegli grati e nobilmente rimeritarlo, si è per lo certo di proseguire, con ispirito animoso insieme e prudente, la impresa grande e magnanima da lui cominciata, e volere e operare l'universal bene com'egli l'opera e il vuole; cioè a dire con cuor mondo e labbro verace, e con interissima annotazione e rinunciamento de' nostri privati profitti. Affratelliamoci tutti con franco e devoto animo, tollerando le differenze delle opinioni e le ombre e le nebbie de' pregiudizj, spegnendo (se fia possibile) per sino il nome di fazioni e di sètte, e accettando non che per vera ed eterna, ma per benefica e salutare altresì quella massima la quale afferma starsene effettivamente gli uomini spartiti e schierati in due vasti campi; ma che nell'uno già non sono adunati i conservatori e i retrogradi, e nell'altro i liberali ed i progressisti; nel primo i solleciti e gl'impazienti, e nel secondo i moderati e i prudenti; in questo il clero ed i nobili, in quello i laici e la plebe: ma sì veramente nell'un campo stanno attendati gli onesti, e i disonesti nell'altro; imperocchè la virtù e il vizio soltanto hanno facoltà di spartire il genere umano, e inconciliabili sono fra loro pur solamente la bontà e la tristizia, la leanza e l'ipocrisia. Ogni onesto pertanto e ogni buono, qual veste o nome o condizione o pensieri ch'egli abbia, venga lietamente da noi ricevuto, ed anzi ricerco e sollecitato. Ma chiudansi perpetuamente le nostre porte agl'ipocriti ed ai malvagi, poco badando che per avventura liberali sien detti e liberali opinioni professino. Cademmo per le discordie e la corruttela, e per li soli contrarj loro potremo risorgere. Inebriamoci, a così dire, della carità cittadina, e un qualche tempo almeno viviamo dimentichi di noi stessi e ricordevoli unicamente della patria comune: ed io vel giuro per gli spiriti sacri e immortali dei martiri della libertà, noi salveremo l'Italia, e tutta la salveremo e per sempre.

Quanto è poi alla mia persona e alle cagioni ed al fine di questa lieta vostra adunanza, io pensando alle lodi veramente superlative che di me ho ascoltate, e guardando a queste singolari dimostrazioni di osservanza e di affetto, onde a voi, Perugini, gradisce di onorarmi e fregiarmi oltremodo; io debbo, siccome fo, ringraziarvene con tutto l'animo, e conoscente rimanervene fin di là dal sepolcro; e sempre dinanzi agli occhi della mia mente dimoreranno le vostre sembianze e la dolce e cara memoria di questo giorno: ma io non posso in guisa alcuna ritrarne, come vorrei, una gioja sincera e un profondo compiacimento, conciossiachè io mi riconosca di tali onori e di tali fregi immeritevole affatto, nè piglio speranza per l'avvenire di crescere tanto nella bontà e negli altri pregi, da molto scemare la sproporzione coi vostri encomj e con la vostra ospitale cortesia e larghezza. E per fermo, io m'avvedo di non aver operato a rispetto d'Italia altra cosa degna e lodevole, fuorchè l'alimentare nel chiuso petto una infruttifera intenzione e un desiderio inerte ed inefficace di sua salvezza, e l'aver sostenuto con dignità conveniente la comune sventura: nel che è piuttosto da lodare la rimozione del male che l'adoperazione del bene, la quale appresso i popoli civili e magnanimi non dee consistere mai nel nudo e semplice adempimento di ciò che è debito universale d'ogni cittadino non reo e non vile. Perlochè, giovandomi pure della calda affezione che mi portate, e del non poco di autorità che ripor volete nel mio ragionare, sostenete che io vi consigli e vi preghi ad essere di tali mostre e testimonianze d'onore più parchi dispensatori, e serbarle tutte per quei generosi che in tempi ancor più difficili, tra prove molto più ardue e laboriose, tra cimenti di grave ed anzi d'estremo pericolo, sapranno, con forti spiriti e con la spontaneità e religione del sacrificio, fermar le sorti ancor vacillanti d'Italia, e pareggiar gli avi nostri nella grandezza loro più malagevole ad imitarsi; io vo' dire, lo spregio magnanimo d'ogni rischio e d'ogni infortunio, e il far getto sì degli averi e sì della vita perchè della patria carissima sia la vita eterna e gloriosa.

DISCORSO RECITATO AL BANCHETTO CHE I PESARESI OFFERIVANO ALL'AUTORE CONCITTADINO
il dì 31 di ottobre del 1847.

Fratelli e concittadini.

Sempre è dolcissima cosa rivedere la patria; e per poco ch'ella sia stata lungi dagli occhi nostri, un attraimento soave ed irresistibile a lei ci rimena. Ma rivederla dopo compiuti sedici anni, che sono sì gran porzione di nostra vita; rivederla dopo l'esilio, e per cessazione di quel divieto crudele che il desiderio di lei raccendeva nell'animo e rinnovava senza conforto ogni giorno; rivederla, infine, e ricuperarla quando la speranza n'era affatto venuta meno, quando parea cosa certissima dovere il povero rifuggito lasciare in terra straniera le sue ossa non lacrimate da alcuno, ciò reca tale e tanta squisita dolcezza e abbondanza di gaudio, che le parole non vi arrivano, e l'arte del dire smarrisce ogni sua facoltà. Ora, questa per appunto è la condizione e la insufficienza in che trovasi di presente la mia lingua e il cuor mio. Nè con tutto ciò, io v'ho ancora ricordato e dinumerato l'altre cagioni vive e gagliarde di mia profondissima commozione, e della piena impossibilità di significarvela. Conciossiachè io pensava che a' miei sospiri e al mio dolore trilustre fosse unico testimonio Iddio, e solo qualche amico d'infanzia dentro nel chiuso animo se ne compiangesse; laddove voi mi dimostrate, o fratelli, con mille prove, che tuttaquanta la mia città e provincia natale partecipava al mio lutto e dolore. Vollero i nemici del bene, e più specialmente nemici d'ogni libertà e grandezza d'Italia, non che sbandeggiarmi per sempre e togliermi ogni cosa cara e diletta quaggiù; ma eziandio alla pena aggiunger lo sfregio, darmi appellazioni piene d'ingiuria, svegliarmi contro non l'amore e la compassione de' popoli, ma bensì l'odio e lo sprezzo. E voi in quel cambio, o miei Pesaresi, voi m'accogliete con quegli onori che non alla umile mia persona, ma sì starebbero bene a un uomo illustre e magnanimo; voi vi compiacete di me come s'io fossi augumento di vostra gloria, e passar mi fate, per così dire, dall'oscurità alla fama, dall'esilio al trionfo.

Tutto questo, o concittadini, versa sulle piaghe che m'aprì la fortuna un balsamo soavissimo, ed anzi elle sono già tutte chiuse e rimarginate. Se non che, per la necessità ineluttabile in cui vivesi l'uomo di sentire nelle cose più liete e felici la fralezza di sua natura, una qualche stilla d'amaro si sparge eziandio nel pieno di tal contentezza. Imperocchè io mi partiva di questa terra carissima vigoroso e fiorente di età e di salute, ed ora mi vi riconduco assai cagionevole e prossimo alla vecchiezza. Il sedere e conversare tra voi e con voi m'è somma gioja e compiacimento; ma quando io giro lo sguardo ne' vostri aspetti, troppe sono le sembianze amatissime e nel mio cuore scolpite che io cerco ed, ahi! non ritrovo. Irreparabile caducità delle umane sorti! Nello spazio di sedici anni, oh che dolorose trasmutazioni si compiono, quante memorie soavi s'estinguono, quanti sepolcri si schiudono, quanta parte della coetanea generazione vi scende!

Non però di meno, perchè lasciomi io rapire a sì triste meditazioni in ore sì belle e sì fortunate? E che può mai importare la mia soprastante vecchiezza e le mie infermità, quando io rimiro che la patria nostra ringiovanisce, e che lo spirito di libertà cominciando a scorrere nelle sue vene, tutta maravigliosamente la risana e rintegra? Parecchi dei miei prediletti amici ànno chiuso gli occhi nel sonno mortale: ma più non riposano in terra di schiavitù, ma il piede dello straniero non potrà oggimai calpestare le tombe loro, e la viva riconoscenza del popolo inverso ciò che vollero ed operarono a bene di lui, a bene d'Italia, più non fuggirà paurosa li sguardi de' vilissimi spiatori; ed anzi, mentre esso popolo verserà su quelle tombe dolce e ricordevole pianto, le mani de' sacerdoti leverannosi a benedirle, e le lor sante bocche pregheranno la pace de' giusti alle anime infiammate di carità cittadina: imperocchè il maggiore de' prodigi e il più profittevole al mondo che la sapiente bontà di PIO IX conduce in atto, si è del sicuro quel caldo e fratellevole abbracciamento che vediam farsi in modi così impensati e sublimi tra la virtù privata e la pubblica, tra la libertà e la religione, tra l'incivilimento e la Chiesa. Io vi dichiaro, o fratelli, con gran fermezza, che quando anche i miei disagi e le mie afflizioni state fossero intrise di molto maggiore assenzio, quando incontrato avessi non pure un esilio quale ho sofferto, ma dieci altrettali ed ancor più acerbi, queste nuove sorti d'Italia porgerebbermi una mercede e un compenso oltre misura superiori; e la letizia che me ne procede, esser dee riposta tra le cose veracemente ineffabili, e tra quelle divine pregustazioni delle delizie celesti, che alcuna ben rada volta sono agli uomini concedute affin di aprire il loro intelletto e crescere il lor desiderio inverso le bellezze sovramondane ed eterne.