Per rispetto poi all'intenzione amorevole che tutti manifestate di onorare in me non le opinioni solamente le quali ò sempre mai confessate, e la santissima causa a cui son devoto, ma eziandio la mia persona e quello che di lodevole a voi par di trovare nell'animo e nell'ingegno mio, sinceramente vi affermo, che delle vostre onoranze ed encomj io sento di meritare appena una minima parte, e che pur questa io debbo da voi riconoscere. Imperocchè voi, come se tutti mi foste padri e fratelli, m'avete con amorosi consigli e con blandimenti e lodi ed esortazioni continue e infinite avviato al bene, e, mediante una specie di cortesissima e affettuosa violenza, m'avete fin dalla puerizia sospinto a desiderare la celebrità delle lettere. Così da voi s'è mostrato, con bello e utile esempio, che non riesce dannoso, come pensano molti, al primo svegliamento dell'intelletto e dell'altre nobili facoltà il nascer discosto dalle grandi e rumorose città capitali; perchè pure alle aquile, innanzi di avere spiriti e gagliardezza per volare in cima dell'alpi e affrontar le bufere, fa d'uopo di crescere quietamente nel piccolo nido, e con tenue cibo venir nudrite. E similmente da voi s'è mostrato, come quello che suol domandarsi oggidì spirito municipale, quando sia ben temperato e commisurato all'amore e servigio che tutti dobbiamo alla patria comune, divenga sorgente perpetua di profitto e virtù, massime in questa nostra Italia, in cui la potenza individua di ciascun uomo tiene spesso del prodigio; quando che altrove le grandi cose si operano solo per virtù collettiva, come sforzo e peso di masse, il quale in ciascun atomo componente non apparisce e non ha valore assegnabile.

Ma perchè lo spirito municipale non nuoca ed anzi giovi e fruttifichi, egli è grandemente mestieri non solo di connettere e subordinare ciascun atto della vita del proprio Comune all'universal vita della nazione, ma di stringere quanti più legami si possono di socialità e di fratellanza con le città finitime e prossime, affinchè un flusso perenne di scienza e di civiltà corra e ricorra per esse tutte, come sangue per ogni vena di corpo animato. In cotal guisa, o Signori, poco avremo ad invidiare a quelle nazioni in cui li sparsi raggi d'ogni bene comune e d'ogni specie di scibile radunansi tutti in un punto solo sfolgorantissimo: conciossiachè i lumi del viver nostro civile, non ostante la picciolezza e tenuità di ciascuno, congiungendosi spesso e rischiarandosi mutuamente e a simiglianza di specchi l'uno nell'altro riverberando, cresceranno da ultimo sì fattamente e di numero e d'intensione, da soverchiare ogni forma e grandezza di umano splendore. Dalla qual cosa procederà fra gli altri beni questo prezioso e singolarissimo, di convertire l'astio profondo e le misere nimistà antiche in emulazione ardente e operosa. Nè a voi, Pesaresi, dee fare apprensione e paura l'entrare in simile competenza con mille altre città; dappoichè la natura v'à di raro ingegno e di non comune gentilezza privilegiati, sicchè picciolo popolo siete, ma glorioso e caro alla nostra gran madre Italia. Deh vogliate, o giovani, serbare a questa città natale il titolo suo invidiato di culta e di gentile, e non vi piaccia di confondere mai l'austerità e la valentía con la salvatichezza e con la ferocia, e di scompagnare dall'uso dell'armi gli studi gravi e gli ameni. Ben conoscete che l'armi indòtte sono barbare, e in guerra non durano e non prevalgono; come, per lo contrario, la scienza imbelle e indifesa appiccolisce sè stessa e muor nel servaggio. E a cui non è noto il simbolo esatto ed elegantissimo per via del quale rappresentavano i Greci l'alleanza perpetua e necessaria dell'armi e delle lettere? chi non sa che Minerva, figliuola della mente di Giove, usciva dal capo del Dio brandendo l'asta e imbracciando lo scudo? Ma perchè m'andrò io ravvolgendo tra le favole greche, mentre la storia vera d'Italia offre a noi Metaurensi, e ai popoli tutti compaesani, uno specchiatissimo esempio del sapere alle armi contemperare gli studi, e fare scorta e governatrice d'ambedue la sapienza civile? E che altro erano le città famose di Metaponto, di Crotone, di Taranto, di Locri, di Reggio, se non collegi e famiglie di filosofi e di guerrieri? Quale altra parte del mondo à saputo a un tempo medesimo e con l'ufficio degli uomini stessi trovar le scienze e fondar le repubbliche; eccellere nell'arte della poesia e della musica, come nell'arte del difendersi e del battagliare? A chi non entrerà in cuore una giusta e durevole ammirazione, considerando quell'alternare continuo delle ginnastiche e delle meditazioni, quel passare di frequente dalle accademie al campo, dalla investigazione profonda delle fisiche e delle matematiche all'apprendimento disagiato e severo della milizia, e dalla quiete e solitudine contemplativa al maneggio e all'uso delle faccende politiche? Sono d'ogni cosa i padri nostri stati trovatori e maestri, nè mai ci bisogna di trarre altronde gli esempj e gl'insegnamenti. Nè dicasi che tutto ciò è antichissimo, e troppo remoto e diverso dalle condizioni moderne. Conciossiachè, a rispetto della natura, noi siamo sempre i medesimi, e nulla à cangiato sostanzialmente in Italia, salvo che la tempra degli animi; a ricomporre la quale ci basterà oggimai il fermo e saldo volere. Nulla nell'ordine delle cose mondane è più resistente e meno mutabile che i germi primitivi e le forme ingenite delle specie; e da voi non s'ignora per che serie innumerabile d'anni, tra quali forze nemiche e pertubatrici, si serbano integre e incorrotte le minute semenze di mille gracili pianticelle: or quanto più forti riescono, quanto più perdurevoli i germi primitivi ed originali delle umane famiglie! Noi siamo, ripeto, e ciò ne serva d'orgoglio insieme e di vergognoso rimprovero, noi siamo li stessi che i padri nostri; e la invasione de' barbari altro non à pur fatto, che insinuare piccioli rivi d'estrania vena nel regal fiume delle razze latine; e que' rivi o sono già dileguati, o, come insegnano i fisici, servito ànno a ravvivare la virtù e l'efficacia delle antichissime stirpi. Nè a chiunque s'ostini di ciò, negare dobbiamo rispondere altra parola, se non invitarlo a girare gli occhi verso le sacre sponde del Tevere. Là veggia, là contempli la forza e generosità indomabile delle vecchie progenie. Essendochè quella misera plebe, giaciuta in sonno, in gelo e in torpore di servitù e d'ignoranza pel voltare di qualche secolo, e dopo aver tollerato lo sprezzo oltraggioso non che degli strani ma de' medesimi compatrioti, ecco si vien riscuotendo alla voce soave del suo Pontefice, e fa l'Italia e l'Europa maravigliare de' pensamenti e delle opere sue. Ella così stramazzata nel fango e l'ultima giudicata fra le plebi italiane, già sorge e procede animosa, già entra innanzi a noi tutti, e pianta in Campidoglio un Labaro nuovo promettitore di certa vittoria e in cui, dallato al nome augustissimo dell'autore e principiatore di nostra risurrezione, potrà, senza paura di scandalo e con approvazione e contentamento del mondo intero civile, riscrivere le famose e tremende parole Senatus Populusque Romanus.

Il seguente scritto usciva dai torchi verso il finire dell'anno 47, e in quel mentre appunto che in Roma si congregavano i deputati ad una Consulta in cui ponevano le città dell'Italia media speranze più che grandi. Desiderò l'Autore che il Municipio del suo paese natale porgesse l'esempio di addirizzare al proprio deputato parole utili e pubblicamente espresse, affine che da pertutto l'opinion generale dei popoli avesse comodità di farsi sentire e valere. Al Municipio gradì molto il pensiere, e l'Autore concittadino ebbe carico di porlo in atto. Ogni cosa è qui assestata alle circostanze, e parecchi concetti nuovi si meschiano ad altri comuni ed elementari di scienza politica.

IL MUNICIPIO DI PESARO AL SUO DEPUTATO APPRESSO IL PONTEFICE.

ALLOCUZIONE.

I.

Noi crediamo debito nostro e utilità e profitto di questi popoli Metaurensi l'aprire a Voi pubblicamente, o illustre signore, i nostri pensieri circa que' negozj gravissimi, a trattare i quali siete chiamato in Roma dal glorioso Pontefice. E del manifestarvi la mente che abbiamo e i desiderj e le speranze che vi accompagnano, ci sembra tanto maggiore la opportunità e la convenienza, quanto che noi non siamo per via diretta e per suffragio proprio e immediato i committenti vostri; tuttochè a noi sia gran cagione di stimarvi altamente e di confidarci nel vostro zelo e sapere la scelta che à fatto di voi il sovrano. Questi, nell'ultimo suo Motuproprio delli 15 ottobre, col quale à recato gioja sì viva nell'animo de' suoi popoli e in cui definisce gl'incarichi e le pertinenze dei deputati, rassegna fra esse l'ufficio di determinare le regole che la Consulta di Stato debbe tenere in trattare, deliberare e sindacare gli affari. Noi, dunque, v'invitiamo per prima cosa a compiere quell'ufficio in maniera, che la manifestazione della mente dei deputati e qualunque altro esercizio di lor facoltà e prerogative sia franco e spontaneo quanto bisogna, ed abbia per testimonio e per giudice quotidiano e debitamente istruito la pubblica opinione.

E voi potete ciò facendo chiarire altresì ed estendere alcune disposizioni di esso Motuproprio, le quali noi desidereremmo e più larghe e meglio determinate, affinchè le pubbliche guarentigie che vi si attengono, riescano da nessun lato apparenti e vacillanti, ma reali, ferme ed irrevocabili in ogni parte.

II.

Il Santo Padre, nella circolare delli 19 aprile mandata dal cardinal Gizzi a tutti i governi delle provincie, raccomandava più specialmente alle cure e meditazioni dei fedeli deputati l'ordinamento nuovo de' Municipj. E di vero, con gran senno il principe nella riformazione dello Stato prende le mosse da quella che ragguarda i Comuni; imperocchè, come puossi dare assetto, figura e vita all'intero corpo, qualora non sieno per innanzi ben composte e figurate le membra? Noi vi preghiamo, pertanto, se pure di ciò è mestieri pregarvi, che vi occupiate con tutto l'animo nella costituzione nuova dei Municipj; e intendiamo che ciò si faccia da voi con mente affatto imparziale e con estesi e generali concetti, badando sempre alle condizioni ed all'esigenze comuni, e non alle minute particolarità e pretensioni di tal luogo o di tale altro: imperocchè noi non vogliamo che il bene della città e provincia nostra sia per privilegio e per eccezione, e meno vogliamo che torni a scapito di qualunque altra parte dell'intero corpo della patria; ma sì domandiamo che ogni riforma ed innovazione nostra particolare avvenga per effetto di leggi comuni, e si accordi perfettamente con l'universale prosperità. Verso tre punti principali debbe addirizzarsi la perspicacia vostra nella materia dei Municipj.