Domenico Carutti.
PARTE PRIMA. TEMPI DI RIFORME.
Venne in luce questo Parere nel 1839 in Parigi. Ma, come ne avvisa lo stesso Autore, i Documenti Pratici contenuti nella seconda parte uscivano l'anno avanti, ed erano, a quanto sappiamo, la prima scrittura italiana che significasse il concetto di porre in disuso le temerarie cospirazioni, e volgere tutto l'animo all'educazione delle moltitudini, ed a persuadere ai governi riforme e miglioramenti. Dell'altra parte dell'opuscolo la principale intenzione si fu d'indurre a calcare la nuova via non pure gl'ingegni molto assegnati, ma i fervidi ed impazienti, e che pigliavano ancora speranza in certa setta famosa e ne' suoi disegni fantastici. Ma pochi de' moderati conobber lo scritto; i cospiratori lo dispregiarono, e nessuna menzione ne venne fatta in istampa, salvo che in un Articolo della Revue des deux Mondes, ove fu censurato con brevi e sentenziose parole.
Dopo quattordici anni e tanti casi sopravvenuti, riesce ancora acconcissimo il pensamento più generale del libricciuolo, che è di educare noi stessi e il popol minuto, e tutta la gran famiglia italiana infiammare nel sentimento di nazione. Scorgeva sin d'allora l'Autore, che le moltitudini non educate, e con civile e bene ordinata carità non soccorse e non provvedute, o rimarrebbono fredde e incuranti dell'opera dei liberali, o gitterebbonsi in braccio degli utopisti fanatici. Su molte cose peraltro che in questo scritterello sono annunciate come operabili, l'Autore à corretto alquanto il giudicio suo, e riconosciuto maggiori e più numerose le difficoltà che l'attuazione di quelle impediscono. E d'altra parte, egli ragionava di speranze remote e d'ultimi perfezionamenti sociali.
NOSTRO PARERE INTORNO ALLE COSE ITALIANE.
I.
Qualora con occhio diligente si osservino le condizioni dello Stato lombardo, del toscano, del pontificio e del piemontese, vedesi aperto che in ciascuno di essi malamente si potrebbe tentare con mano armata l'acquisto della libertà. Il regno lombardo à i forestieri poderosi sul collo, e la Toscana è picciola e inerme; alle provincie romane mancheria il tempo per gli apparecchi delle difese; e il simile convien pensare altresì del Piemonte, alla cui città capitale possono venir sopra i Tedeschi con due marciate. Genova e la Liguria sono, è vero, muniti dai monti e dal mare, e nudrono popolazioni assai vigorose e pugnaci: ma i castelli che à sopra capo quella città, e possono in poche ore guastarla, debbonla suo malgrado far paurosa a tentare un'aperta sollevazione.
Invece, se da queste provincie italiane si volta lo sguardo alle Due Sicilie e si pon mente alle peculiari lor condizioni, sembra di doverne dedurre conclusione assai differente.
Quivi le lunghe distanze e la gagliardia che subito acquista il commovimento d'un vasto reame porgono agio e modo per ordinarsi a respingere lo straniero: quivi poco meno che otto milioni di cittadini abbondanti d'arme, di danaro e di vettovaglie: quivi, sopratutto, un suolo che pare da natura appostatamente configurato alle guerresche difese; il perchè un nostro buon cittadino lo assomigliò, con gran convenienza, ad una fortezza esposta all'assalto degl'inimici nella sola sua fronte, e questa, bene fortificata e non larga, e avente dietro di sè muraglie, fosse e bastioni a più ordini, e da ultimo una vasta e inespugnabile cittadella, che è l'isola di Sicilia.
Per queste cose, allorchè i forestieri ci chiedono quale cagione prepotente e continua interdice all'Italia meridionale d'insorgere, noi non sappiamo trovare le scuse nè molto spedite nè molto legittime.