Così compievasi la giornata del 2. Il dì dopo era nella gente civile molta sollecitudine di conoscere le risposte de' superiori, ma il popolo minuto mantenevasi in quiete.
Quando, alle tre dipoi meriggie, la polizia fece appiccare su tutti i canti un avviso, che cominciava con queste false e calunniose parole: — «Gente irrequieta e facinorosa...... osava jeri d'ingiuriare in pubblico tranquilli abitanti per impedir loro l'uso innocente del fumare tabacco, e ardiva di farlo anche attruppandosi, e violentando i passaggeri colti a fumare.» — Alcuno di tali avvisi fu spiccato o lacerato forse per ira, ed altri il furono con poca o nessuna malizia da que' monelli che, in Milano singolarmente, usano di ciò fare su tutti i muri e d'ogni maniera di stampe. E qui non è da tacere d'un grave accidente; e ciò è, che un agente di polizia, colto un ragazzo nell'atto di squarciare l'avviso, lasciossi andare alla ferocia di percuoterlo con uno stile: il qual fatto affermano e testimoniano cittadini onorevolissimi, che di presente ne hanno scritta una giuridica deposizione.
In quel tempo medesimo, uscivano dal Castello pattuglie di dragoni a cavallo, comandate da soli sotto-uffiziali: e da esso Castello e dalle caserme uscivano a torme ed alla rinfusa da circa tremila soldati, ben caldi dal vino e con in bocca i sigari accesi. A costoro erano stati pagati, qualche ora innanzi, denari di soldo per otto dì, e regalati parecchi sigari e offerto vino e acquavite. L'ordine del giorno esentavali dalla chiama, e gli invitava a difendere e conservare la dignità della milizia contro a pochi perturbatori i quali pretendevano di por divieto al fumare. Mossero sbandati per le più popolose strade, e spargendosi nei caffè e nelle bettole, incitavano ogni sorta di gente con lazzi, contumelie e mal viso. Sulle prime, la plebe guardando e udendo quegli sbrigliati, maravigliava; poi, tratta da curiosità più che da altra passione, si mise lor dietro. Ma irritata di mano in mano da quelle ingiurie e soprusi che vedea fare, cominciò a mormorare e a gittar fischi come il dì innanzi. Ed ecco le pattuglie si avventano a caricare, gli agenti di polizia e i soldati sciolti snudano le sciable e menano colpi alla cieca. Non è duello nè zuffa, ma è rabbia e furia bestiale contro ad inermi e non resistenti. Qual tumulto ne seguisse, quali strida ferissero l'aria, di che dolore e squallore si riempisse di subito la città, non mi proverò a raccontare. Dai rapporti più esatti degli spedali risulta, che v'ebbe dieci morti, e che i feriti sommavano molte dozzine. Tra primi è il consiglier d'appello Carlo Manganini, il quale, percosso in capo da due fendenti, spirò sugli scalini della Galleria De Cristoforis. Era uomo sessagenario e quietissimo. Alcuni manovali del carrozziere Giuseppe Sala, uscendo dalla officina per girsi a coricare e scontrandosi in una di quelle furiose pattuglie, furono strapazzati e pesti in maniera, che tre sono morti. Il cuoco stesso del conte di Fiquelmont, in sull'entrare che faceva da un salumajo a fornire sue spese, venne assalito ed ucciso. In tal modo macellavansi i cittadini; ed in quel mentre stesso, il polacco maresciallo Radetski gozzovigliava insieme col generale Scenatz e certo Vociacoschi, polacco esso pure; e tutti e tre insieme ad ogni vittima nuova che lor s'annunziava, mescevano e tracannavano. Nè la notte pose termine pienamente a quella soldatesca licenza, tanto che nelle vie più remote sull'ora tardissima scorrevano ancora que' mascalzoni, così avvinazzati e rabbiosi com'erano, minacciando e imprecando; e guai se taluno s'imbatteva per caso in essi.
Nei dì 4 e 5 si rinnovarono alcune violenze, e fu tra gli altri ferito un famiglio di casa Litta. In que' giorni similmente scoppiò profonda ed universale la indignazione, non che de' giovani e de' più risentiti, ma di qualunque persona paziente, rassegnata e sommessa. È curioso a sapersi, che il Fiquelmont, come lo Spaur, lavasi le mani di tutti quei fatti, e va dichiarando di non avere facoltà e commissione bastevole per li casi urgenti e straordinarii. Il 5, una deputazione composta d'uomini i più ragguardevoli, fra' quali l'arcivescovo di Milano, il conte Borromeo, il conte Giorgio Giulini e taluni altri, presentaronsi al Vicerè, il quale accolseli secondo l'usanza con aria molto benigna; promise di fare e di dire, e ciò pure secondo l'usanza; e congedandoli, ripetè loro la canzone medesima dello Spaur e del Fiquelmont, cioè a dire che non possedeva facoltà sufficienti: la qual cosa mena a concludere, che i Milanesi in que' tristissimi giorni non avevano chi li potesse salvare, e tutti li potevano invece ammazzare.
In quella sera medesima fu pubblicato dal Vicerè un suo proclama, unto d'un po' di miele e promettitore di riforme: ma non pertanto, nella notte à, con grande apparecchio di truppa, fatto chiudere il Club ove radunavansi i giovani a legger gazzette, e a discorrere di Pio IX e della Lega Italiana.
Troncando gran numero di osservazioni che subito corrono in mente a chi legge e considera parte per parte la qui data narrazione, noi ci stringeremo a notare, che nel popolo milanese mai non è sorta la volontà di uscire dai termini della legge, e che il mormorare e fischiar della plebe furono picciol effetto della molta provocazione.
Secondamente avvertiamo, che il sentirsi la moltitudine chiamare dal Torresani gente irrequieta e facinorosa, dovè inacerbirla oltremodo, e che lo strappare su pei canti alcuna copia dell'Avviso fu parimente picciolissimo effetto allato alla grave ingiuria: ed in ogni modo, doveansi punire di ciò i pochi operatori del fatto, e non altri.
Di quindi procede che la illegalità ricade tutta quanta sulla Polizia, e su coloro che hanno sguinzagliata la truppa e menatala a infierire contro un popolo inerme, e il quale negli atti medesimi di resistenza che volea compiere, tenevasi ordinato e pacifico.
Da ultimo, ci giova molto di sapere, che tutti i particolari di quelle violenze e ferocie non iscusate da veruna necessità, accesero tanto sdegno e corruccio, che gli animi più rimessi e per condizione più dipendenti hanno posta da lato la longanimità e la pazienza, e sonosi ricordati soltanto d'essere uomini e cittadini.
A noi giunge notizia certissima, che non pochi impiegati italiani, e fra questi il consigliere di governo Decio, uomo mitissimo e fedelissimo, dopo avere tentato senza alcun frutto di conseguire soddisfazione e riparo di quegli eccessi, hanno pregato che si accettasse la loro rinunzia. Il signor Bellati, Prefetto di Milano, il quale quindici giorni or sono ricusando di sottoscrivere la protesta della Congregazione comunitativa cadeva in tristo concetto appresso del popolo, convocata di poi la Deputazione provinciale, chiedea piangendo e scusa e indulgenza; e ad alta voce leggeva a quella un rapporto, in cui, rappresentata la indegnità ed enormità degli ultimi fatti, concludeva dicendo: «e devesi maggiormente prestare orecchio e credenza al rapporto d'un impiegato il quale, sol per servire con zelo il governo di S. M. I., s'è quasichè attirata addosso la esecrazione de' suoi patrioti.»