Ora, secondo noi, risiede nel Comune, a rispetto dello Stato, una libertà naturale d'azione e di reggimento, appunto come nell'individuo a rispetto del Comune. Di quindi procede che le franchigie non gli son date dalla legge, ma sì dalla legge sonogli assegnate le giuste limitazioni di quelle. E però, in genere, la legge non dee (come sotto i governi feudali e dispotici) venir numerando le speciali e singolari facoltà del Comune e prescrivergli ciò che può, ma ciò che non può e non dee. Noi sentiam bene, che poco importerebbero tali rassegne e specificazioni ove s'accompagnassero con formole generali di chiaro ed ampio significato, e in cui lucesse una confessione piena e patente del dritto. Noi sentiamo altresì, che parlare in nome dei principj universali del giure non è stile e consuetudine de' Motuproprj e delle Carte e Statuti alla foggia antica. Ma i tempi ricercano altro linguaggio, e non son queste del sicuro disputazioni di grammatica.

Da siffatto principio della libertà naturale d'azione e di reggimento in che vive ogni Comune a rispetto dello Stato, emerge tutta quanta la idea dell'ordinamento comunitativo e delle sue piene franchigie. Per fermo, se il legislatore accoglie nell'animo quel principio, ei non può non volere costituire il Comune con quanta maggiore larghezza di facoltà e d'esercizio è fattibile; appunto com'egli adopera nel dettare le leggi e le guarentigie della libertà privata di ciascun individuo, ai quali mai non oserebbesi di prescrivere le specie, le condizioni e i modi dell'uso ed eziandio dell'abuso delle proprie loro sostanze. Col principio anzidetto, il legislatore dee confessare, che il limite alle libertà naturali dei Municipj è segnato non dalle restrizioni governative e ministrative arbitrarie, non dal desiderio di certa unità fattizia e più militare assai che civile, non dalle vecchie pragmatiche che, or sotto nome di tutela, or sotto quello di vigilanza e di buon governo, nojosamente comprimono e impacciano, ma bensì dalle necessità universali, e dall'ingerimento legittimo e razionale della potestà legislativa operante a nome della utilità vera e durevole di tutto lo Stato.

Col principio anzidetto, si debbono volere disciolte d'ogni legame non necessario all'ordine e alla salute comune le deliberazioni dei Consigli municipali e l'azione dei lor magistrati. E poichè al governo è ragionevolmente serbato d'interporre l'autorità sua tuttavolta che il municipio o travia dalle forme prestabilite di sua istituzione, o rompe alcuna legge od alcun mandamento legittimo dello Stato, in qualunque altro caso non dee far mestieri l'assentimento dei supremi ufficiali, siccome atto con piena ragione presunto e che vuolsi avere per compiuto. Molto meno poi fa d'uopo l'assistenza e presenza de' supremi uffiziali alle discussioni ed alli scrutinj comunitativi; molto meno il richieder licenza per le ordinarie o straordinarie convocazioni de' Consigli: e il simigliante si discorra per altri vincoli e suggezioni. Nè qui ci è lecito di tacere, che sì in risguardo della libertà di congregarsi, deliberare ed eseguire, sì per la libertà e speditezza d'azione de' magistrati municipali, sì infine per la indipendenza e dignità di loro persone, l'Editto piemontese torna senza misura più restrittivo del Motuproprio Romano, nel quale si legge, in fra le altre risoluzioni, che l'approvazione superiore delle deliberazioni consigliari avrà sempre luogo, tranne il caso della mancanza di forme, dell'eccesso di potere e di contravvenzioni alle leggi. (Titolo 1. § 27.)

E quanto è alla dignità e indipendenza del Magistrato, non v'ha nel Motuproprio Romano neppur vestigio delle prescrizioni del Regio Editto che qui registriamo: Capo II. § 6. Il Sindaco è capo dell'amministrazione comunale ed agente del governo. § 9. Il Sindaco è nominato da noi e scelto fra i consiglieri comunali... Rimane in carica tre anni e può essere da noi confermato. § 10. L'Intendente generale può sospendere i Sindaci. Capo III. § 16. I Vice-sindaci sono nominati per un anno, sulla proposta del Sindaco, dall'Intendente generale, cui spetta di sospenderli e rivocarli.

Non ci è ignoto che la molta suggezione dei magistrati municipali, il fluttuare de' sindaci tra il carattere cittadino e il politico, l'intervenire continuo de' superiori negli atti comunitativi, e la necessità del consenso e della revisione imposta a pressochè ogni spesa ed ogni deliberazione, non qui solamente fra noi ma durano e si perpetuano di là dall'Alpi, appresso di una nazione la quale presume essere specchiatissimo esempio di libertà. Queste cose sappiamo da lungo tempo. Ma duole e pesa all'anima nostra, che volendosi pure imitare i popoli forestieri, non sempre si scelga il lor meglio, ma talvolta eziandio il peggiore e il più strano. Oltrechè, le istituzioni de' popoli molto civili sono una vasta e variatissima architettura, ove la deformità d'alcun membro quasi scompare nella bella simmetria e acconcezza del tutto insieme. Altrove la poca libertà dei Comuni è supplita dalla moltissima dello Stato; ma dove questa scarseggia, par necessario compensarla col dilatare e mallevare la vita franca e spontanea del Municipio.

(Dalla Lega Italiana.)

DISPACCI FRANCESI SULLE COSE ITALIANE.

Il Débats delli 7 ci fa conoscere il testo di alcuni dispacci intorno alle cose d'Italia mandati dal Guizot agli ambasciatori e ministri, ed ora comunicati alla Camera. Sono tre lettere al conte Rossi in Roma, una al conte Marescalchi in Vienna ed un'altra al conte di La Rochefoucauld in Firenze; la sesta è in forma di circolare, e l'ultima è indirizzata al signore di Bourgoing in Torino.

Chiunque si ponga a leggere cotesti dispacci, dee notare a bella prima, quanto nei nostri tempi vada mutando il linguaggio dei diplomatici, ovvero quanta diversa natura d'uomini sia quella che amministra oggi i gran fatti politici. Per fermo, in essi dispacci v'ha un lusso di generalità accademiche e un dissertare così vivo e abbondevole, che la Sorbona li accetterebbe affatto per suoi. Il secolo, adunque, è gentile se non vigoroso; gli uomini forse non grandi, ma pieni di facondia e filosofia.

Noi confessiamo assai volentieri, che in tutte sette le lettere del Guizot scorgesi aperto il buon desiderio del governo francese pel risorgimento italiano. E di tal sentimento non può dubitare alcuno il quale conosca la fine e classica civiltà della Francia, e pensi che non v'è quasi villaggio colà ove non si spieghi Virgilio ed Orazio, e non si stupisca dinnanzi alle tele o copiate od originali di Raffaele e di Michelangelo. Del pari risulta da quelle lettere, che il Guizot vive sempre in grave apprensione di veder trionfare i troppo infiammati, e sembra stimare gl'Italiani non capaci ancora di più larghe concessioni e più sostanziali riforme. Ma d'altra parte, com'egli ammira sinceramente la saggezza insperata del popol romano, nè stenta ad applicare simili elogi agli altri popoli della Penisola già ridestati, a noi pare che se ne debba dedurre ch'essi sarebbero sufficienti a molto maggior grado di libertà.