Sulle cose di Ferrara, spiace particolarmente al Guizot che il governo Pontificio abbia posta la controversia in piazza. Ciò naturalmente sa male a un diplomatico consumato, e gli sembra quasi una propalazione indebita dei misteri e della scienza esoterica. Ma se i Tedeschi invadessero un palmo solo del territorio francese, io sfido il ministro Guizot a mantener quivi il secreto, la riservatezza, e la gravità dei capitolati e dei protocolli. La lettera al Marescalchi, che appunto s'aggira sul brutto frangente di Ferrara, è da un capo all'altro tutta mite in verso dell'Austria, tutta lusinghevole e piena d'unzione; e non v'ha neppure una fiammolina di sdegno, una favilla di giusto risentimento. Certo, se il Papa non colpiva di religiosa paura il capo medesimo dell'Impero, ognun può pensare quale difesa efficace e gagliarda sarebbe uscita dalla dolce e tenera ammonizione del Guizot. Pur troppo, i casi della Galizia ci fanno presumere che a Vienna le orecchie non sono così delicate, e il cuore non così cereo come stima l'insigne autore della Storia dell'incivilimento.

Vero è che nella lettera al La Rochefoucauld il ministro Guizot accenna, così di passata, come il Papa abbia fatto richiedergli se in certe date congiunture potesse fare assegnamento su d'una più attiva cooperazione della Francia, e com'egli il Guizot crede d'avergli risposto in modo da contentarlo. Ma qui il velo diplomatico diventa sì fitto ed oscuro, da simigliare a quello che già copriva la statua d'Iside, e non è più la intelligenza ma il cuore che giudica, e gli si comanda un umile atto di fede.

V'ha però in queste lettere diplomatiche due proposizioni non pure verissime, ma da stare ferme e inchiodate in mente degli Italiani. L'una è nel dispaccio al signore di Bourgoing in Torino, e consiste in dire che gl'Italiani s'ingannerebbero forte sperando la lor salute da un rovescio di cose in Europa. L'altra è nella terza lettera al conte Rossi, e la quale afferma che non bene opererebbono i principi nostri a troppo tardare le riforme e le concessioni le quali fossero divenute un'alta necessità di fatto. «In quella protratta aspettazione, dice il Guizot, gli animi traviano per la foga pericolosa delle speranze e dei timori soverchio aggranditi; e quindi colui che regge sembra cedere, suo malgrado, all'urto popolare, dove in fatto egli obbedisce soltanto alle persuasioni di sua coscienza. Il signor conte Rossi ha più d'una volta ciò espresso con debita moderanza ai consiglieri del Santo Padre, ed al Santo Padre esso stesso.»

Noi ringraziamo del dato consiglio e l'ambasciatore e il ministro, al quale parimente dobbiamo e vogliamo esser tenuti della propensione (quantunque un po' peritosa e non assai procacciante) che mostra al bene d'Italia. Noi non ci poniamo tra quelli che da' forestieri pretendono molto di più e molto di meglio, perchè sempre abbiamo opinato che niuna nazione si salvi mediante l'altrui braccio: ed esigere che le genti straniere vuotino per lo scampo nostro le loro vene ed i loro scrigni, o mettano a repentaglio la pace che godono e i negozj e le comodezze in cui vivono, ci compare, non sappiam bene, se una sfrontatezza o una melensaggine: il rimproverarle, poi, fieramente ed anzi svillaneggiarle perciò di continuo, come piace a molti, ci sembra che senta del fanciullesco insieme e del vile.

(Dalla Lega Italiana.)

DELLO STATO PRESENTE D'ITALIA.

19 gennajo 1848.

Vogliono i pensatori moderni, che la fortuna non abbia nè molta nè poca parte nelle faccende umane. Io non so bene di questo, ma so che qualora ne piacesse di battezzar con quel nome le cagioni occulte ed ignote de' gran casi che avvengono, la fortuna comparirebbe ancora spessissimo nella storia de' nostri tempi. E per fermo, chiunque venisse dicendo di aver previsto punto per punto ciò che ora si compie in Italia, rischierebbe forte di non essere creduto sincero. Comunque ciò sia, l'ignoranza nella quale io confesso di rimanere della più parte delle cagioni a rispetto di quel che accade in Italia, mi piace, perchè ho sempre veduto gli avvenimenti massimi e fecondi davvero portar seco questo carattere del farsi ammirare ma non intendere, e tanto più ammirare quanto ciascuno si assottiglia di penetrarli.

Di tal genere, per mio giudicio, sono i fatti odierni della Penisola. Pur nondimeno, egli sembra potersi dire, che la nostra patria dopo le mutazioni e il conquasso della grande rivoluzione francese, ripiglia oggi con vigore e saggezza virile il largo moto di civiltà e di riforma a cui dava principio poco prima della metà del secolo scorso. Allora, siccome oggi, iniziatori del mutamento furono i principi. Ma in que' tempi, le riforme ampliavano la potestà regia, rovesciando la feudalità, le privilegiate corporazioni e gli arbitrj della Curia Romana: oggidì le riforme assumono, al contrario, per fine di temperare il regio potere, e rinnovano in mezzo di noi quel genere di monarchici che i padri nostri, latinamente e con profondo significato, domandavano civile, come il solo buono e degno effettualmente dell'umano consorzio. In que' tempi ogni sforzo tendeva all'equità ed all'uguaglianza; quest'oggi tende alla libertà. Allora, cavatane l'Inghilterra, nessun principato conosceva il freno degli ordini rappresentativi e dell'altre pubbliche guarentigie; onde Pietro Leopoldo e il Tanucci entrarono innanzi in più cose allo stesso Turgot, il quale in Francia non compariva del certo un rimesso e lento riformatore: ma a questi giorni, in tutta l'Europa è sciolto e cancellato il potere assoluto, se n'escludi la Russia che è barbara, e l'Austria incapace di mutazione. Allora i consiglieri arditi e liberali dei re erano letterati e filosofi cortigiani; e ciò che persuadevano e conseguivano venía dai popoli ricevuto o in silenzio rassegnato o con gioja pura ed immensa, come suol farsi per beneficj inaspettatissimi, e i quali niuno osa non che richiedere ma nemmanco sperare. Al dì d'oggi, se i letterati proseguono a consigliare i monarchi, il fanno discosto, e per mandato espresso e perpetuo delle moltitudini, e segnatamente delle classi mezzane; e parlano e s'interpongono come la divina forza della ragione e della giustizia, che vieta e impedisce il conflitto.

Da queste e da parecchie altre disparità che intervengono tra il moto riformatore antico ed il nuovo, sorge il concetto generale, che ne' principi, alle cui mani è affidato presentemente il governo d'Italia, bisogni maggiore maturità di pensieri, più docilità di animo e minor lentezza di opere.