D'altra parte, nel secolo andato e propriamente in quegli anni in cui s'attuavano le riforme, lo straniero regnava in Italia assai meno poderoso; e piuttosto che minacciare, difendevasi e patteggiava. Patteggiava col re di Napoli e col re di Piemonte, patteggiava coi Genovesi. Quello che oggi ne sia, ciascuno lo sa, ciascuno lo vede. Nel secolo andato esistevano stati e genti italiane riconosciute alla dolce favella del si, ma la nazione italiana non esisteva. Ne' giorni nostri, se badasi alla nuda scorza dei fatti, nazione italiana neppure esiste; se al sentimento, al desiderio, al proposito fermo ed universale, le genti italiane son già pervenute a costituire una sola persona morale. E appunto perchè dal sentimento e dal desiderio vuolsi procedere alla piena realità, e gli ostacoli sono molti e gagliardi; e perchè prevedesi di dovere o subito o non mai molto tardi invocare sul Mincio e sul Po il Dio degli eserciti, e però fa mestieri a noi tutti l'unione e la fiducia perfetta e reciproca; ne segue che abbisogni eziandio ne' popoli altrettanta assennatezza, docilità e prontezza viva e operosa. Saggia debb'essere la moltitudine in frenare all'uopo la naturale impazienza de' suoi desiderj; e frutto primo e salutare di tal suo senno debb'essere la docilità, cioè il saper riverire e ottemperare alla legge, mostrarsi arrendevole ai suggerimenti e alle ammonizioni de' buoni, e comportarsi per guisa che più non abbia verun poeta moderno a poter replicare la sentenza del Tasso:

. . . . . . . . . alla virtù latina

O nulla manca o sol la disciplina.

Ma non pertanto, il popolo dee serbarsi pronto ed attivo, non inerte, non freddo, non pusillanime. Distinguiamo sempre e in qualunque cosa l'operosità dal tumulto, la vita dal sonno, l'ordine e la disciplina dalla sommessione cieca ed irrazionale. Nel moto regolare e crescente della cosa pubblica educhiamo l'intelletto ed il cuore; delle concessioni ottenute caviamo buon frutto, le ottenibili maturiamo. Con l'esempio del nostro vivere franco e pieno d'ardore, ma legale, dignitoso e pacifico, con l'aspetto della nostra verace e pacata letizia, con la concordia di tutti gli ordini, ma specialmente di popolo e principe, facciamo impossibile la tirannia, impossibili il negare ostinato e il resistere pauroso nelle rimanenti Provincie italiane. Non si ricerca da noi che ancora un poco di moderanza, di assennatezza, di longanimità; e i figli della gran madre staranno tutti raccolti e tutti beati in un solo amplesso. La santa Lega Italiana avrà compiuto e stretto il suo mistico fascio, nel cui mezzo starà sola una scure, perchè infinite braccia parranno impugnare una sola spada; e miseri quegli stranieri che vorranno assaggiarla.

Come in persone eziandio scorrette e di mala indole sorge tal volta per mezzo all'anima un senso puro del bene e un desiderio generoso di nobili geste, così accade che la Provvidenza spiri per qualche tempo su tutto un popolo l'aura della virtù e del coraggio, e un amore di sacrificio che agli occhi suoi stessi il fa nuovo e maraviglioso. Procacciamo con isforzo continuo, che pur sopra noi, infralita generazione, passi quell'aura sublime; e lo zelo attivo e sincero del pubblico bene invada tutti i seni dell'anima nostra. Sui canti delle strade di Genova (or non sono molti giorni) leggevansi stampate a larghe majuscole queste belle parole: — Ordine, Fratelli; tutta Italia ci guarda. — Ed io dico agl'Italiani: Fratelli, siamo prudenti, disciplinati, operosi; tutta Europa ci guarda; e (facciasi luogo al vero) ci guarda mezzo ammirata ed incredula, e dubita forte se noi siamo ancora i figliuoli dell'eroiche generazioni che vinsero il mondo, ovvero gente spuria e ragunaticcia la qual sogna le grandi cose e le conta per fatte, agitandosi con furore tra le processioni, le luminarie e i banchetti.

(Dalla Lega Italiana.)

DEL FATTO DI LIVORNO.

Adì detto.

Gli ultimi casi di Livorno rattristano l'anima, perchè sono la prima nebbia che sorge a intorbidare il sereno della nostra rigenerazione. Ma forse il male non è tanto grave e profondo, quanto si mostra di fuori: e a niuno poi venga in animo, come scioccamente fu detto, che gl'imprigionati cospiravano a pro dell'Austria. Egli non è possibile ormai in Italia rinvenire dieci persone di mediocre fama, e di vita e condizione alquanto civile, che accolgano in seno un desiderio così vile insieme e così scellerato. Se in quegli uomini si troverà colpa (e speriamo che no), sarà colpa di fanatismo. Non perde subito una nazione i modi e gli usi funesti a cui l'han menata le sventure e la tirannia. Si cospirò per lunghissimi anni, e a mali estremi, e che parevano inemendabili per altra via, si cercarono rimedj violenti e non sempre legittimi. Si brandì il pugnale accanto alla mannaja, il secreto fu contrapposto al secreto, l'inquisizione settaria all'inquisizione di Stato; e, insomma, come i medici temerarj costumano, a fieri veleni riparossi con altri più fieri e mortali. Forse ad alcuni, que' mezzi sono paruti ancor necessarj; forse la inconsideratezza dell'ira e i pungoli dell'orgoglio hanno fatto gabbo alla coscienza e velo al giudicio. Di più non diciamo, e più là non vogliamo andare colle presunzioni e i supposti. È debito di carità e di giustizia il non aggravare coi sospetti e con la baldanza delle parole gente che sia a repentaglio della vita e dell'onore, sebben della vita non crediamo e non paventiamo. Nella felice Toscana, fra gli altri esempj di sapiente mansuetudine che i Principi Lorenesi hanno dato non pure all'Italia, ma sì all'Europa, questo è il maggiore ed il più solenne; di avere, ottant'anni addietro, abolito il crimenlese. Poco stanno discosto da noi que' giusti e benigni tempi, in cui non dico non si puniranno di morte e d'altri gravi castighi gl'imputati di mere colpe politiche, ma si prenderà maraviglia che ciò abbiasi potuto praticare per secoli da tutto il mondo civile e cristiano, come si stupisce oggidì dell'avere cercata e scrutata la verità con l'opera dei tormenti. Dove cessa l'evidenza del reato, là cessa il diritto di punire; e v'ha, pur troppo, infinite quistioni di giure sociale e politico in cui la ragione vacilla, e il comune senso morale non dá risposta patente e assoluta.

Noi non dubitiamo che agli imputati di Livorno non debba, nel processo a cui danno materia, apparire manifestissimo, quanto il dominio della pubblicità torni loro giovevole, e quanto gli amici e fautori di libertà (nelle cui mani sono) procaccino e studino, anzi ogni cosa, la imparzialità e integrità dei giudicii: o se questo vuol esser vero per tutti, maggiormente desideriamo che sia per coloro, alcuni de' quali hanno con noi sospirato e sofferto per la redenzione della patria. Li tenemmo, pur jeri, compagni ed amici; non può il nostro cuore assuefarsi a un tratto a stimarli nemici odiosi ed abbominevoli.