Ma un'altra osservazione importante vien subito fatta a chi bada un poco a cotesto avvenimento. Il Governo Toscano è sembrato scarseggiar sempre di forza, di attività e di speditezza. I tempi, infrattanto, da quetissimi e sonnolenti son divenuti svegliati e vivi. Gli spiriti, prima indolenti e molli, hanno contratto in poco d'ora alcun che dell'antica febbre repubblicana. Tra le città poi toscane, Livorno è la più ardente e più malagevole a governarsi. Un bel giorno, moltitudine grande adunasi quivi in piazza, gridano armi, vogliono armi. Al gonfaloniere ed ai superiori vien meno ogni modo di acchetarli. Creasi a voce di popolo una deputazione, la quale in breve intervallo sembra fatta signora della città ed arbitra delle cose. Le viene comandato di cessare e scomporsi; ed ella, a rincontro, dichiara sè stessa organo e rappresentanza vera del popolo livornese, e pon la sua sede nel palazzo municipale. In questo mezzo, giunge il ministro Ridolfi, che per primo atto fa in ogni quartiere assembrare la Civica: questa obbedisce volonterosa e prestissima, e quattro mila cittadini già stanno accolti e armati sotto le insegne. Entrasi in molte case, imprigionansi cittadini non volgari, e parecchi de' quali erano principalissimi tra i deputati; quindi son menati sul vapore reale il Giglio, e condotti a Porto Ferrajo. Tutto ciò in qualche ora, con risolutezza, con facilità e corampopulo. Ogni cosa ritorna in quiete; la città ripiglia i negozj; in niuna parte è spavento, in niuna è sdegno e rancore. Or che è questo? donde viene al Governo Toscano tanto vigore, tanta prontezza, un fare sì animoso e sicuro, e il sapersi appigliare a partiti forti e recisi? Da due cose ciò proviene: dal muovere che fa il Governo i suoi passi di pari con l'opinione, e dal munirsi e fidarsi compiutamente nell'armi cittadine. La Guardia Civica riesce in Toscana ciò che sempre, ciò che per tutto è riuscita; vale a dire lo scudo e il palladio dell'ordine pubblico, e il sostegno della libertà vera e durevole, non della avventata e mal ferma. Nel Governo Toscano ben rincalzato dall'opinione e dall'armi cittadine, è non solo risorta la gagliardia e l'attività, ma egli porge caparra sicura che di quindi innanzi sarà del corpo della Lega Italiana un membro saldo, sollecito e poderoso.
Che diranno di tali fatti coloro cui la virtù e il regno della opinione mette sgomento? E quegli altri eziandio che diranno, i quali si ostinano a giudicare e credere la Guardia Civica non più che una istituzione militare, apparecchiata in casi di guerra a supplire e spalleggiare l'esercito?
(Dalla Lega Italiana.)
L'ECO DELL'ALPI MARITTIME.
Adì detto.
Ci corre all'occhio il programma d'un nuovo giornale nizzardo, col titolo l'Eco dell'Alpi Marittime. I compilatori annunziano di aver gran fede nel moto vitale e rigeneratore che penetra e fa risentire di mano in mano le più morte membra di nostra nazione. Desiderano con ardore il risorgimento suo, la vogliono libera e indipendente, e si professano e chiamano Italiani di sangue, Italiani di cuore. Ma, cosa stranissima, ei dicono e ripetono tutto ciò in francese! Per prima testimonianza dell'animo loro italiano, abiurano l'armonioso idioma di Dante; e per primo atto d'indipendenza, fannosi servi d'un linguaggio straniero, il quale tenta di snaturare e viziare sì fattamente il nostro, che sarà dura e lunga fatica a guarirlo e salvarlo. Ei sembra che pur anche a que' giornalisti sia caduto in mente un qualche sospetto della loro stranezza; ma tosto l'hanno cacciato da sè, racchetandosi con questa ragione, che dobbiam cercare un po' meno quello che ci divide, e molto di più quello che ci ravvicina. O bella o bella davvero! Ma, signori giornalisti nizzardi, noi per serbare appunto e convalidare, quanto ci è dato il meglio, ciò che ne può tenere uniti, abbiamo carissima la nostra lingua, solo segno visibile e universale della comunanza del sangue, solo retaggio rimasto della mente e gloria degli avi. Come ad ogni nazione è sortita una forma propria intellettuale, così è sortito da Dio un organo particolare a significarla. In esso, in quell'organo particolare e mirabile, sta la nostra effigie, il nostro stemma, la nostra bandiera; in esso è quel tesero antico ed inestimabile che nè il correr del tempo, nè le somme sventure, nè il servaggio lunghissimo, nè la stessa nostra incuria e viltà ci hanno potuto involare. Signori giornalisti nizzardi, voi ci avete ferito, senza volerlo (crediamo), nella più nobil parte del cuore. Certo, voi siete arbitri e liberissimi di parlare e scrivere la lingua che più v'aggrada. Ma chi non parla e non iscrive la nostra, dee sentirsi dire con qualche sdegno da tutti i buoni Italiani: — A che mentite il nostro nome, o signori? a che v'accostate al nostro banchetto? Uscitene, noi non vi conosciamo. —
(Dalla Lega Italiana.)
NOTIZIE DELLA SICILIA.
21 gennajo.
Dalle nuove di Sicilia tutta l'Italia del certo sarà funestata; e niuna cosa può riuscire più misera ed afflittiva al cuore de' buoni Italiani, come vedere in mezzo al quieto e ordinato nostro risorgimento scoppiare un conflitto la cui fine non può tornare se non infelice ad entrambe le parti. Se la superano i sollevati, chi porrà modo alle lor domande, e chi interdirà loro d'inalberare il vessillo isolano, squarciando e dispiccando un membro di più al corpo già troppo lacero e troppo diviso d'Italia? E se vince la podestà regia, ormai gli è impossibile che ciò succeda senza moltissimo sangue, fiera semenza di sollevazioni nuove e più pertinaci; e niun modo, poi, e niuna misura verrà segnata agli esilii, agli incarceramenti e ai supplizj che già tanto moltiplicavano in quelle provincie sfortunatissime. Dio conosce gli autori e gl'istigatori di tanto male; e certo, a chi ha menate le cose ad estremi così terribili, prepara nella sua giustizia squisiti castighi e vendette.