Che debbesi oggi da qualunque buon Italiano e sopra ogni cosa augurare e desiderare alla patria? questo principalmente, che poco o nulla si muti nel morale stato di lei; perchè migliore di quel che si mostrava poc'anzi, non potrebb'essere. E quando l'Italia ha conosciuto giorni così fortunati di concordia e di fratellanza? quando ha goduto di simile congiunzione fra Stato e Stato, e di simile amicizia e contemperanza fra la religione e la politica? quando vide giammai estinte le sètte com'ora? quando cessate le cospirazioni, ridotti quasi al nulla i partiti? quando i pensieri, i sentimenti, le speranze, i disegni di tutti si risolvettero si pienamente in un pensare e in un sentire universale e comune! Tutto ciò, adunque, non dee mutare; e perchè non muti, occorre rimovere di mano in mano qualunque cagione grave di risentimento e di turbolenza, e dare sfogo ai desiderj divenuti impazienti e infrenabili, perocchè fatti maturi e legittimi dalla prepotenza dei casi e del buon successo. Se da per tutto gli animi debbon serbarsi in pieno consenso, è grande necessità che le leggi e gl'istituti eziandio consentano da per tutto; e se non vuolsi che le fazioni ripullulino, i savj si sgomentino, le passioni s'inacerbiscano, convien porre in atto sollecitamente ciò che risponda alla generale esigenza dei tempi. Jeri le cagioni di discordia parean giacere nell'esorbitanza di certe opinioni e nell'eccesso dell'arder giovanile; oggi possono rampollare dalle inutili resistenze e dalle funeste dimore. Ei si vede che noi miriamo sempre al medesimo scopo, e consigliamo con la debita modestia e imparzialità or l'una parte ed or l'altra, e così i governati come i governanti; e però ci diamo pace se mal ci spiegammo o male fummo capiti. Al presente, le nostre parole debbono piuttosto che alle moltitudini addirizzarsi ai lor reggitori, pigliando arbitrio di ricordare sentenze utili, benchè non nuove, ed anzi vecchie quanto la civiltà umana. E già Omero le pose con rara facondia sulla bocca del savio Fenice, il quale raccontando molto a distesa di un re d'Etolia come troppo s'indugiasse ad appagare il suo popolo, conclude che

. . . . . . . . il tardo

Beneficio rimase inonorato.

Sta col nostro animo una gran fede nella Provvidenza, che protegge ed ajuta l'Italia; e confessiamo volentieri, ed anzi con viva letizia il facciamo, che gli avvenimenti sono infino a qui riusciti più avventurosi che non ci parea lecito di sperare, ed hanno contraddetto a parecchi de' nostri timori. Con tutto ciò, non è bene di domandare dal Cielo nuove maraviglie ogni giorno, e nè i popoli nè i re debbono in alcuna guisa tentare Iddio. Chi non iscorge in fondo di tutti i cuori l'ansietà e l'incertezza? Prima e presentanea cagione di sicurezza e di calma sarà la vista desideratissima dell'armi cittadine. Colui che non consiglia oggi a' suoi superiori la istituzione immediata della Guardia Civica, o sconosce affatto la forza de' nuovi accadimenti, o resiste e mentisce alla propria coscienza.

(Dalla Lega Italiana.)

DEL NUOVO MINISTERO NAPOLETANO.

3 febbrajo 1848.

Noi non vorremmo così subito mostrarci scontenti dei nuovi reggitori dello Stato, tanto più che si afferma non avere essi voluto accettare il gravissimo carico, salvo che ricevendo promessa solenne di veder promulgata una Carta. Ma la sventura di vivere il governo o in conflitto aperto o in secreto coi governati debbe aver fine, e però è necessario che l'universale possa di gran cuore stimare e obbedire i supremi ufficiali; e noi dubitiamo forte, che il popolo napolitano possa e voglia far ciò lungamente inverso i personaggi testè chiamati da re Ferdinando. Quattro di loro sono principi. Io non partecipo alle ingiuste preoccupazioni del volgo contro i gran signori: ma so che ad essi è, in generale, troppo difficile il pensare e il sentire come la maggior parte del popolo: so di più, che in Napoli parecchie di quelle stirpi di gran titolati sono degeneri affatto e d'assai poca levatura: e so infine, che agli errori quivi commessi debbe assegnarsi per cagion principale, la turba inetta dei nobili cortigiani, che sconoscendo i tempi e le cose, adulava e accecava il monarca.

Nel presidente del Consiglio, Serra Capriola, è molta onestà e naturale benevolenza, e qualche pratica delle corti: ma troppo manca perchè l'ingegno e l'animo suo pareggino le difficoltà del grado e del nuovo reggimento, e dieno pegno bastevole di amare fortemente le libere istituzioni. Assai minor pegno può darne il Cassero, che già più anni è stato ministro quando, non dico la libertà, ma le miglioranze politiche d'ogni maniera trovavano chiuse tutte le porte della reggia e dei ministeri. Del Bonanni dicono che abbia, parecchi anni addietro, patito guai per le sue liberali opinioni; ma fama di abilità e di politica scienza non gode. Il sol nome caro ai Napoletani è il Colonnello Cianciulli; uomo di spiriti moderatissimi, ma integro, illibato, caldo dell'onor nazionale e amico sincero di libertà. Però, logoro e cagionevole da gran tempo e desideroso di quiete, gli è da temere che sopportar non possa tutta la gravezza di un tanto ufficio.

Del resto, quel nuovo ministero dee forse unicamente segnare un mezzo tempo, ed agevolare un passaggio fra 'l regno dell'arbitrio e quel delle leggi. Ma non ho mai veduto simili tentamenti e saggi riuscire a bene e a profitto: per consueto, scontentano le due parti, e provocano le moltitudini. Ad ogni modo, il ministero presente napolitano, nel suo tutto insieme, non si confà per nulla con le esigenze e le pratiche dell'Era nuova che in Italia incomincia. Noi ci siamo affrettati a manifestare tal nostra opinione, perchè in Napoli più che altrove gli uomini hanno fatto gabbo alle leggi; e ognun ricorda i danni gravissimi che produsse nel 1820 e 21 quell'aver lasciato maneggiare la cosa pubblica da gente poco devota alle franchigie costituzionali, e più disposti a tollerare il giogo tedesco, che l'impero del popolo, e le fatiche e i pericoli della libertà.