I.

9 febbrajo 1848.

Inutilmente noi ci sforziamo di contenere la nostra gioja e padroneggiare il nostro animo, sì che possa questo foglio farsi organo men difettivo ed araldo meno infedele della pubblica esultazione. A noi pure, come al popolo intero di Genova, manca modo di raccontare quel che sentiamo; e invece di parole, ci corrono al labbro tronche e sospirose esclamazioni: conciossiachè pure il gaudio supremo guarda il cielo e sospira.

Ecco sorge, ecco splende sul nostro capo il giorno fortunatissimo, l'aspettato da cinquant'anni. Ecco ci sta presente e stringiam con mano il frutto sublime di tanti travagli e pericoli, e il subbietto d'un desiderio infinito. Ecco l'ultima maturezza dei tempi, il suggello d'ogni nostra speranza, il fatto primo e novissimo ch'era in cima d'ogni nostro pensiere, informava il più degno e profondo de' nostri affetti, e fin dalla tenera giovinezza svegliò nell'ingenuo cuore i primi moti generosi, e suscitò i germi vivaci d'un sentire forte e magnanimo. Quel nome che per lunghi anni fu mormorato a bassa voce, e nudrì e crebbe nel silenzio e nell'ombra la religione nostra politica; quel nome che parea suonare infortunio, e mai non usciva scompagnato da un gemito; quel nome che epilogava tutte le libertà, significava i più fervidi voti, riempieva di sacro ardore tutto lo spirito, ora (bontà di Dio) esce aperto e risonante dal labbro — Viva la Costituzione! —

Il sangue dei martiri ha fruttificato; le voci alzate dal fondo delle prigioni giunsero all'orecchio di Dio; le amare e copiosissime lacrime dei raminghi e degli esuli sono state convertite in rivo di ubertà, in rugiada fecondatrice; e il fiore immortale e divino della libertà è spuntato.

— Viva la Costituzione! — con tal grido sul labbro è lecito infine ai Liguri e ai Piemontesi, lecito ai figliuoli tutti d'Italia di ripigliare intera e lucente la dignità d'uomo, conquistar quella di nazione, e sentirsi fremer nell'animo l'alterezza del nome italiano.

Fratelli e figliuoli d'una sola gran patria! stringiamoci caramente, stringiamoci tutti in quello amplesso ineffabile di cui l'anime sole sono capaci; e tra gli affetti gagliardi e soavi che d'ogni parte c'investono e assalgono, predomini di presente la gratitudine, e sia calda, sincera, abbondevole e quanta ne può capire in umano petto. Primieramente, chiniamo le ginocchia al Signore Iddio, al largitore eterno di ogni libertà e d'ogni gloria, e che degna scuotere dal sonno di morte e dalla polvere dei sepolcri le razze latine, sempre risorgenti e non mai periture. In secondo luogo, volgiamo l'animo conoscentissimo a re Carlo Alberto, e ringraziamolo del gran benefizio nel modo migliore e più conveniente d'un popolo rigenerato; facendogli, cioè, solenne promessa di seguitar dappertutto la sua spada e le sue bandiere, e di spendere per la sua Causa, che è la Causa d'Italia, tutto il sangue nostro e de' nostri figliuoli.

— Viva Carlo Alberto! — Oggi egli è il più lieto e più avventuroso dei Principi, conciossiachè gli avviene ciò che troppo radamente incontra a chi siede sul trono; cioè di possedere certezza perfetta, che le lodi le quali ascolta sono affatto leali e spontanee, e che vero è il gaudio, vero l'amore, vera la felicità de' suoi popoli.

(Dalla Lega Italiana.)

II.